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291 Nella quiete il canto delle cicale
Oh, quiete —
nella roccia penetra
il canto delle cicale
(Bashō)
Il satori giunge sempre all’improvviso.
Un lampo dischiude la percezione
e il mondo non è più quello di prima.
Tutto si arresta nella contemplazione.
Un istante sospeso nel tempo.
Questo ci dicono le parole di Bashō.
La natura invita lo sguardo del poeta
a posarsi con levità sulle cose,
a vederle come fosse la prima volta.
Nella luce accecante del meriggio
ogni vita riposa nella quiete.
L’atmosfera vibra, quasi irreale,
apertura a un oltre senza nome.
Ed ecco, accade:
si leva improvviso il canto delle cicale.
Vite effimere, inconsce di sé,
fragili come tutte le cose che vivono.
Vite innocenti, senza progetto,
a cantare il loro tempo breve.
La cicala canta senza saperlo.
Un gesto semplice, privo di scopo,
che nasce dal silenzio e lì ritorna.
Vita che si offre così com’è.
La roccia, immobile, risponde.
Non viene scalfita dal suono, lo accoglie.
Il canto delle cicale la attraversa,
ma non è forza dirompente, è grazia.
Perché l’eterno essere non resiste,
accoglie in sé ogni cosa che passa.
Poi d’improvviso: è il satori.
Il mondo non è più quel mondo.
Nell’impermanente l’eterno.
Il canto della cicala e la roccia
non si oppongono più tra loro.
Contemplati nella quiete della mente
si fondono in un’unica realtà.
Cadono i confini:
tra materia e spirito,
tra alto e basso,
tra istante ed eternità.
Ogni separazione è svanita.
Solo l’accadere, semplice, compiuto.
Osservare senza nominare,
restare in ascolto, senza parola:
è la via di una mente pura.
Il canto delle cicale si fonde col silenzio.
È la soglia di una dimensione interiore,
dove ogni cosa è al suo posto,
dove il mondo non è più un problema.
Tutto è semplicemente ciò che accade.
In quell’innocenza lo sguardo si libera.
Lì può nascere un sentire nuovo.
20 gennaio 2026
292 Sunīta l’intoccabile
-Chi era Sunīta?
-Un umile spazzino. Un “fuori casta”, un emarginato dell’India antica. Il suo compito era raccogliere rifiuti e pulire le strade. Viveva con la convinzione, inculcata dalla tradizione, di non essere degno di avvicinarsi alle persone di casta più elevata.
-La società indiana di quei tempi era molto chiusa.
-Sì, il sistema delle caste poneva barriere invalicabili. Sunīta viveva ai margini, ignorato e disprezzato dalla collettività. E lui stesso si sentiva “impuro”, per le sue origini nella casta più bassa e povera.
-È la cosa più dolorosa: sentirsi indegno, senza aver colpa.
-Siamo quello che pensiamo di essere. Se un’idea è penetrata in profondità viviamo e ci comportiamo di conseguenza. Sunīta era convinto che la sua vita valesse nulla, che fosse già stata decisa dal caso o dal destino.
-E dunque cosa accadde?
-Un giorno passò di lì il Buddha con alcuni suoi monaci. Sunīta si ritrasse in disparte, per non “contaminare” con la sua presenza il Sublime e la sua comunità. Rimase immobile, in silenzio. Non osava alzare lo sguardo. Sapeva qual era il suo posto.
-Voleva scomparire. Si vergognava di esistere.
-Ma il Buddha si fermò. Non tirò dritto. Non lo evitò. Non lo ignorò. Gli rivolse invece parole impossibili da immaginare per un “intoccabile”: “Vieni, monaco.” E con queste sole parole, lo ordinò nella Sangha.
-Non un giudizio, non una parola più del necessario. Non una domanda o una spiegazione. Un gesto semplice, che abbatteva ogni confine.
-Sì. Non miracoli né parole di compassione o conforto. Il Buddha semplicemente si fermò. Un gesto radicale, che sovvertiva in un istante l’ordine di un mondo profondamente ingiusto.
-E Sunīta?
-Dicono che rimase senza fiato. Nessuno lo aveva mai guardato come essere umano. E l’invito del Buddha… era qualcosa di inaspettato e inconcepibile. E poi furono lacrime, quelle di un uomo che per la prima volta sentiva di avere valore, di essere degno di vivere.
-Dunque Sunīta l’”intoccabile” fu accolto nella comunità del Buddha.
-Non solo accolto. Il Buddha non “includeva” Sunīta, perché l’inclusione presuppone che resti valido il sistema che discrimina. Era qualcos’altro: la distinzione stessa tra puro e impuro, alto e basso, degno e indegno perdeva ogni significato. Se guardiamo l’uomo dall’esterno vediamo azioni, errori, mancanze. Quando lo sguardo si volge all’interno, il giudizio cade. In profondità c’è una coscienza che non appartiene a nessuna storia, nome o ruolo.
-E in seguito?
-Accolto tra i discepoli, Sunīta si dedicò alla meditazione con l’intensità di chi ha conosciuto una vita di esclusione. E alla fine raggiunse l’illuminazione diventando un arhat, un essere liberato.
-Ha lasciato qualche testimonianza?
-Di lui rimangono nel Theragāthā pochi versi che raccontano la sua trasformazione: “Inferiore tra gli inferiori ero, disprezzato da tutti. Ma il Beato, colmo di compassione, mi vide e mi chiamò a sé.” E ancora: “Ora, con la mente liberata, cammino come un re tra gli uomini.”
-Una storia significativa. Quando cadono le barriere diventiamo pienamente umani.
-Sì. È un esempio di compassione che annulla ogni confine. Il Buddha non predicava solo la liberazione interiore, ma anche la fine di ogni discriminazione sociale e spirituale. Questa è la vera spazzatura: etichette, gerarchie, giudizi interiorizzati che ci separano e ci rinchiudono in gabbie.
-Viene dunque messa in discussione quella che chiamiamo identità.
-Per il Buddha ciò che chiamiamo identità non ha consistenza propria: muta, dipende da cause, non è mai definitiva. L’“io” è una costruzione fragile. Se accettiamo questa visione non abbiamo nulla da difendere: status, reputazione, ruolo, ricchezza… nulla di tutto questo è essenziale.
-Quindi la liberazione non è diventare qualcuno.
-No. È liberarsi da ciò che si credeva di essere. Siamo ciò che resta quando ogni definizione è caduta. In quella assenza di attaccamento si apre un vuoto. Liberi da ogni vincolo possiamo approfondire la nostra ricerca. E allora tutto può accadere. Anche il risveglio.
23 gennaio 2026
293 Rohitassa il viandante cosmico
La notte era quieta come l’acqua di un lago.
Il Buddha sedeva sotto il banyan, in silenzio.
D’improvviso una luce apparve all’orizzonte,
un chiarore dalla forma di un vivente.
Un essere divino si presentò al Maestro,
il corpo radioso sfolgorante di luce,
il volto segnato da una malinconia antica.
Era Rohitassa, il deva.
Raccontò d’essere stato un tempo un uomo,
un asceta dotato di un potere straordinario:
la capacità di muoversi ovunque nello spazio.
E di aver vissuto con un solo desiderio:
raggiungere la “fine del mondo”,
il limite oltre il quale nascita dolore e morte
non possono più toccare l’essere umano.
Così aveva intrapreso un viaggio titanico.
Con i suoi poteri aveva varcato i continenti,
pianure, monti, oceani, ogni angolo del mondo.
Aveva viaggiato per anni, con volontà indomita,
nell’intero cosmo, come un eroe epico.
Ma nonostante il peregrinare e gli sforzi
non era giunto al confine agognato,
il luogo della cessazione di ogni sofferenza.
E la morte lo aveva colto all’improvviso,
lasciando irrealizzato il suo desiderio.
Dopo averlo ascoltato, il Buddha disse:
“Amico Rohitassa,
la fine del mondo non si raggiunge
viaggiando nello spazio.
Eppure, senza raggiungere la fine del mondo
non c’è liberazione dal dolore.”
Rohitassa rimase confuso a quelle parole.
Un grande paradosso, una sfida al pensiero.
Ma il Beato aggiunse la chiave:
“È in questo corpo lungo un braccio,
piccolo, fragile e mutevole,
con la sua percezione e i suoi pensieri,
che si trova il mondo: la sua origine,
la sua dissoluzione e il sentiero
che conduce alla sua fine.”
Il messaggio del Buddha era chiaro:
non parlava del mondo come luogo fisico,
ma dello spazio interiore dell’esperienza:
quel mondo di desideri, paure e proiezioni
che ci confina nella gabbia del dolore.
Rohitassa aveva attraversato il cosmo,
ma non aveva attraversato sé stesso.
Comprese allora che gli spazi solcati
erano la distanza che lo separava da sé;
che il confine del mondo non è un luogo,
ma un segreto custodito nella mente;
che la soglia non si oltrepassa in volo,
ma con un atto di visione interiore.
La luce di Rohitassa si accese,
come una fiamma che rinasce
a un improvviso alito di vento.
Si inchinò al Buddha con gratitudine.
Poi, senza pronunciare parola,
svanì nel buio vellutato della notte.
Restò solo il silenzio.
La risposta più bella e più vera,
quella che nasce dalla quiete
di un’anima che ha ritrovato sé stessa.
23 febbraio 2026
294 Lao Tzu lascia il vecchio mondo
Sentiva che il suo tempo era finito.
La corruzione dilagava nella società,
feroci dispute laceravano il regno.
Un mondo rumoroso e avido di potere
non era più il posto per un vecchio saggio.
Così Lao Tzu montò su un bufalo d’acqua
e all’alba partì verso le terre dell’Ovest.
Lo attendevano le grandi montagne,
segreti e silenziosi luoghi di meditazione.
Non aveva mai fondato una scuola,
né cercato seguaci o creato tradizioni.
Aveva vissuto in armonia col Tutto.
E ora semplicemente se ne andava,
senza proclami, discorsi o spiegazioni.
Portava con sé un immenso tesoro
frutto di una intera vita di ricerca:
l’esperienza diretta della via del Tao.
Lao Tzu giunse al passo della frontiera.
Una guardia di nome Yin Xi lo osservò,
vide in lui un uomo di rara saggezza.
Gli chiese un dono prima di andarsene:
mettere per iscritto il suo insegnamento,
la sua comprensione della Via.
Lao Tzu comprese il suo gesto e accettò.
Con la china tracciò caratteri sulla carta,
scrisse versi poetici, enigmatici, essenziali.
Lo scritto che oggi chiamiamo Tao te Ching.
Poi Tzu attraversò il confine e scomparve.
Di lui non si ebbe più notizia.
Il Tao te Ching nasceva su un confine,
ai margini di una civiltà decadente.
Era il segno lasciato da un uomo saggio
prima di congedarsi e andare oltre.
In esso c’è il cuore dell’insegnamento:
La Via non si lascia rinchiudere in sistemi.
Si manifesta nei momenti di soglia
là dove qualcosa finisce e altro comincia.
È la corrente di vita che fluisce e va.
Ci parla per segni, simboli, visioni.
Solo la parola poetica può sfiorarla.
Lao Tzu ha lasciato il vecchio mondo,
ma la Via cammina con lui, eternamente.
E la sua voce ancora risuona per noi:
“Il saggio compie la sua opera
e poi non vi dimora.
Proprio perché non vi dimora,
nulla gli viene tolto.”
“Compi l’opera,
porta a termine il lavoro,
e poi ritirati.
Questa è la Via del cielo.”
25 febbraio 2026
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