Filosofia oltre il Confine

Per gli amanti della Filosofia


271 Socrate: la morte è un inizio
Ricordo ancora la luce di quel mattino.
Era limpida come lo sguardo di Socrate
seduto nel freddo carcere di Atene,
innocente e pura come la sua anima.
Ascoltavamo il maestro parlare, calmo,
mentre il momento estremo si avvicinava.
Ci sono parole che sfidano il tempo,
si imprimono nella memoria per sempre.
Accade quando sono parole di verità.
Socrate viveva la serenità del giusto,
di chi non ha colpe e nulla da difendere.
Era in attesa di un viaggio nell’ignoto,
verso quel mondo che i mortali temono,
il luogo dove si compie il nostro destino.

Lo guardavamo con un nodo alla gola,
il pensiero della sua morte ci straziava.
Ma in lui non c’era paura, né esitazione.
E anche in quell’ora così tragica
non rinunciava al suo insegnamento.
Ricordo come fosse ora le sue parole:
Se è vero che l’anima è immortale,
bisogna prendersi cura di essa
non solo per questo tempo che noi chiamiamo vita,
ma per tutto il tempo, e per sempre
.”
Diceva che il vero filosofo si esercita a morire,
che tutta la vita è una preparazione al distacco.
Io, discepolo insipiente, tra me pensavo:
come può la morte essere maestra di vita?
Ma Socrate, guardandoci dritto negli occhi:
Bisognerebbe che ognuno, durante la vita,
si preoccupasse il più possibile non di vivere per il corpo,
ma di vivere per l’anima, e di renderla buona e saggia.
Ecco perché il vero filosofo si esercita a morire,
e la morte per lui non è qualcosa di temibile
.”

Poi solo silenzio. Ma parlavano i suoi occhi.
C’era in essi una luce che non è di questo mondo,
la quiete di chi ha già oltrepassato la soglia.
Socrate bevve il veleno, senza un tremore.
Nel suo volto sereno vedevamo un sorriso,
la pace di chi sa che la morte è solo un inizio.
Un altro regno lo attendeva nella luce.

Da allora, quando il sole tramonta su Atene
e il vento porta l’eco lontana della sua voce,
mi vengono in mente le sue ultime parole.
Ora so che la morte non è scomparire,
è solo lasciar andare il corpo materiale,
abbandonare ciò che non appartiene all’anima.
Ogni giorno anch’io imparo a morire:
al desiderio di possedere, alla paura,
all’orgoglio, allo stupido egoismo,
alla corsa affannosa senza meta,
all’illusione di essere solo corpo.
Morire è ritornare all’essenziale,
ritrovare il proprio centro dimenticato.
È il gesto radicale che libera dal superfluo
e crea il vuoto in cui l’anima si ricorda di sé.

Oggi desidero solo conoscere me stesso,
vivere da giusto, alla ricerca della verità,
voglio essere degno di Socrate, il Maestro.
Ogni giorno in me vita e morte si toccano.
E quando medito e la mia anima si eleva,
sento dentro la sua voce che mi parla:
“Abbi cura della tua anima, Fedone,
è la sola cosa che in te vive per sempre.”
10 novembre 2025

272 La farfalla sulla mia ombra

La farfalla
senza saperlo posa
sulla mia ombra

Kikaku (1661–1707)

-La farfalla che si posa sulla mia ombra… Cosa significa?
-È un gesto, un tocco lieve, quasi impercettibile…
-E perché la farfalla lo fa?
-La farfalla non lo fa. Non ne sa nulla. Non sceglie, non decide.
-Che significato ha il suo posarsi se non ne è consapevole?
-In quel gesto inconsapevole, c’è un incontro: tra la sua leggerezza e la mia ombra.
-È un’immagine molto poetica. Parla di grazia?
-Sì, ma anche di una profonda verità.
-Quale verità? Non comprendo…
-Noi cerchiamo di controllare il mondo e dirigere gli eventi. Ma le cose più belle arrivano così, quando nessuno le decide.
-Nessuno le decide?
-Sì, accadono da sole, senza intenzione, come il volo della farfalla.
-Ma se lei non decide nulla, allora chi lo fa?
-Qualcosa di più grande. Kikaku qui non dipinge solo la grazia della natura: descrive l’intelligenza del mondo. C’è un momento in cui la vita sa più di noi. E le cose succedono.
-Però io “so” che le cose accadono, a differenza della farfalla. Sono più intelligente di lei?
-L’intelligenza della farfalla è in sintonia con il Tutto, che pensa e agisce attraverso di lei.
-Però, insisto, non si rende conto di quello che accade…
-La vita ci insegna questo paradosso: non sempre quando “siamo” stiamo vivendo davvero. Un gesto piccolo, inavvertito, ci tocca e ci trasforma. E quanto alla bellezza… il bello non ha bisogno di sapere di esserlo.
-Mmh… È un discorso per me un po’ difficile. Ma perché poi la farfalla si posa su di te?
-La farfalla si posa sulla mia ombra, non su di me.
-C’è un significato anche in questo, immagino…
-L’ombra è la parte che non vedo, che sfugge alla mia volontà. La farfalla si posa sulla mia parte oscura. Ma è il Tutto che lo fa accadere, è il Tutto che lo sceglie.
-Ma perché proprio l’ombra e non, ad esempio, la mano?
-Non sceglie la parte luminosa di noi, ma quella nascosta. In quell’attimo, il mondo compie una riconciliazione. E noi torniamo nel grembo della natura, là dove è la nostra origine.
-Perché è proprio una farfalla a compiere il gesto? È anch’essa un simbolo?
-L’ombra rappresenta ciò che abbiamo lasciato indietro e non ancora integrato. La farfalla, essere di metamorfosi, vi si posa per dire che anche la parte dimenticata merita di essere illuminata. La vita tocca con un alito di bellezza la nostra ombra per ricordarci che anche lì c’è una luce. Nel contatto tra la nostra oscurità e la levità della farfalla si rivela quello che chiamiamo innocenza.
-Certo, una lezione profonda… E a darcela è una semplice farfalla?
-La farfalla non è un essere così semplice come appare. Non sceglie dove andare, è il vento, la luce, il caso a guidarla. Eppure, nel suo volo senza scopo, sembra conoscere il punto esatto in cui la mia oscurità ha bisogno di un tocco di innocenza.
-Forse comincio a capire… La farfalla non cerca un significato: lo crea, col semplice fatto di posarsi. Il gesto è così puro e innocente che diventa una redenzione, una salvezza per chi ne è toccato.
-Sì, sono d’accordo con questa tua bella intuizione. È il Tutto che ci tocca attraverso di lei. Nella spontanea inconsapevolezza c’è una perfezione che nessuna mente umana potrebbe mai inventare, nessun artista potrebbe eguagliare. È la luce che torna a riconoscere l’ombra come parte di sé. E in quel riconoscimento, ogni colpa si scioglie. Kikaku non descrive un fatto naturale, ma un evento cosmico: la luce che arriva sulle ali di una farfalla a riconciliarsi con l’oscurità, con il suo opposto. È un paradosso, ma è davvero così che funziona la vita.
-In conclusione del nostro dialogo mi viene un dubbio… Anche questo nostro parlare “accade”? Siamo anche noi agiti dal Tutto come la farfalla?
-Certo. È sempre il Tutto che fa accadere le cose, anche attraverso di noi. Con la differenza che noi ne siamo consapevoli. Ma dobbiamo stare attenti, c’è sempre il pericolo che la consapevolezza diventi orgoglio. Il rischio di perdere l’innocenza e di separarsi di nuovo dalla nostra origine è sempre in agguato.
-Kikaku ci ricorda con le sue parole poetiche di essere come quella farfalla…
-Mantenere la semplicità, la spontaneità, la purezza, l’innocenza. Lasciarsi vivere dalla Vita stessa. Essere il luogo dove si riconciliano oscurità e luce… Quale insegnamento più grande?
10 novembre 2025

273 Il teschio che ride
-Davvero bizzarra la vicenda del giovane monaco Wonhyo. Si dice che un giorno si imbattè in un teschio che rideva. Una leggenda, immagino…
-No, non solo leggenda. Le cronache del VII secolo la riportano come realmente accaduta. Sembra anzi che quell’episodio sia stato per Wonhyo il primo grande momento di illuminazione.
-Beh, per cominciare, io non ho mai visto teschi che ridono.
-Si vede che hai incontrato solo quelli depressi… Va bene, lasciamo le battute, vediamo più da vicino la vicenda di Wonhyo. È molto interessante, forse contiene un insegnamento anche per noi cercatori moderni.
-Leggo qua: Wonhyo del regno di Silla, nell’antica Corea, era un monaco errante. È stato uno dei più grandi filosofi buddhisti dell’Estremo Oriente, ma anche un cercatore inquieto, eccentrico, fuori dalle righe. Direi un personaggio piuttosto curioso.
-Sì, Wonhyo voleva andare in Cina per studiare le dottrine buddiste nella loro forma originaria e pura. Il viaggio era lungo e, lo puoi immaginare, irto di ostacoli. Ma lui era ossessionato da quell’idea, era pronto ad ogni sacrificio pur di raggiungere la fonte prima della saggezza.
-Molti cercatori lo facevano, viaggiavano in India o in Cina, considerate le culle delle scritture buddhiste o taoiste autentiche.
-Sì. Una notte, durante il viaggio, Wonhyo fu sorpreso da un temporale. Cercando rifugio, si nascose in una piccola grotta che sembrava uno santuario di terra. Aveva una gran sete, nel buio trovò un recipiente con acqua e lo bevve avidamente. Rinfrancato, subito dopo si addormentò. Alle prime luci dell’alba scoprì che quel luogo non era un santuario, ma una tomba piena di ossa umane. E che non aveva bevuto acqua pura, bensì acqua stagnante, raccolta in un teschio umano.
-Era il famoso teschio che ride?
-Sì, il teschio rideva… o così sembrava a Wonhyo, che però all’inizio era molto meno divertito. Accortosi dell’errore, per la repulsione, cominciò a sputare e vomitare. Poi ebbe una improvvisa illuminazione, il disgusto svanì, si fermò…e una risata traboccò da lui come una sorgente che erompe dalle rocce.
-Già, ridere è sempre contagioso…
-Siamo spiritosi, oggi. Mi sai spiegare, però, questo strano finale?
-Ora torno serio… Forse Wonhyo ha visto che la situazione era tragicomica, che il teschio non aveva nessuna colpa e che, in fondo, neppure lui ne aveva.
-Per spiegare ciò che aveva vissuto, scrisse: Poiché è dal sorgere del pensiero che sorgono i fenomeni, quando il pensiero cessa, una caverna e una tomba non sono due cose distinte. E aggiunse: Poiché non vi sono dharma al di fuori della mente, perché dovrei cercarli altrove? Non andrò nella terra dei Tang.
-Non è facile capire queste sue affermazioni.
-Altrove Wonhyo ha scritto: Non è il mondo a cambiare, ma la mente che lo percepisce. Il piacere e la repulsione erano nati entrambi nella sua mente. Il bene e il male, il puro e l’impuro, non esistono al di fuori della coscienza, coesistono nella stessa esperienza. La distinzione tra buono e cattivo, bello e brutto, non esiste nel mondo esterno: è creato dalla nostra mente, dal nostro modo di vedere e giudicare le cose.
-Era questa l’illuminazione di Wonhyo?
-Sì, questa esperienza fu potente e lo trasformò in un attimo. Ed egli capì che non c’era bisogno di andare in Cina, nella terra dei Tang. La fonte della saggezza era già dentro di lui, è in tutti noi.
-E dopo, cosa accadde?
-Wonhyo tornò in Corea e cominciò a insegnare. Iniziò a predicare una forma di buddhismo più fluida, capace di unire dottrine diverse e abbattere barriere tra laico e religioso, tra filosofia e vita quotidiana. La verità, diceva, è dove tu la lasci entrare. L’illuminazione non è un luogo da raggiungere, ma un modo diverso di vedere le cose.
-Quindi rimase sempre un monaco, ma fuori dagli schemi. Non temeva di essere criticato dall’ortodossia?
-No, per lui non era un problema. La sua illuminazione non era venuta da testi sacri o rituali, ma da una nuova percezione della realtà, quella che giunge quando cadono veli e barriere mentali. Wonhyo ci ricorda che i confini che tracciamo tra sacro e profano, dentro e fuori, bene e male, sono illusioni della mente. Quando questi confini si dissolvono, una saggezza spontanea emerge in noi. Diveniamo una luce a noi stessi, come predicava il Buddha.
-Qual è la lezione che anche noi possiamo trarre?
-Oggi viaggiamo qua e là in cerca di noi stessi: libri, esperienze, conferenze, meditazioni. Ma spesso dimentichiamo che la vera trasformazione avviene dentro di noi. Come Wonhyo, possiamo scoprire che ciò che cercavamo “là fuori” è già presente, se solo impariamo a vedere senza pregiudizi. In un mondo dilaniato dalla separazione tra culture, fedi, credenze, la lezione del teschio che ride è più attuale che mai: i confini esistono solo nella mente. Invece la saggezza non conosce limiti. Ma deve essere una conquista personale, nessun luogo o libro o testo sacro può donartela.
-E capire questo ti fa ridere, o sorridere…Come il teschio della storia…
-Sì, se ci pensi è paradossale e magnifico che possa essere un teschio il tuo maestro di vita. Quando hai un’illuminazione e in te si accende una profonda comprensione la risata è di solito il modo più comune di esprimerla.
-Vorrei illuminarmi anch’io, ma ora dove trovo un altro teschio che ride?
-Può essere qualsiasi cosa, non c’è bisogno di cercare un ossario. Altrimenti cadi nell’errore di pensare che il risveglio sia determinato da una causa esterna, mentre è un cambio dello sguardo. Wonhyo ha affermato che l’illuminazione è il ritorno alla sorgente originaria: non è un’acquisizione, ma un risveglio a ciò che da sempre è in noi e con noi. Ognuno la realizza in modo unico e originale. Ogni situazione e fenomeno può essere l’occasione per scoprire quello che siamo da sempre.
-Come è finita poi la storia di Wonhyo?
-Dicevamo che era un tipo eccentrico e imprevedibile. Rientrato nella sua terra, lasciò la vita monastica e divenne uomo del popolo. Preferì diffondere la dottrina del Dhamma tra la gente comune, come laico. Insegnava che i principi del buddismo appartengono a tutti, possono essere vissuti nella vita quotidiana. Divenne famoso per i suoi scritti profondi. Ma era amato soprattutto per il suo modo di vivere libero. Pensa che ebbe perfino una storia d’amore con una principessa. In seguito si sposò ed ebbe anche un figlio. Amava stare in solitudine tra fiumi e montagne, scrivendo e meditando. Passava di villaggio in villaggio e insegnava i precetti con canti, danze e musica. Suonava il liuto e non disdegnava di frequentare le taverne. Parlava con tutti, fossero nobili, contadini e prostitute. Dormiva dove capitava, nelle case della gente comune.
-Una figura affascinante, Wonhyo. Ci insegna che la pratica spirituale non è una fuga, ma un cammino aperto e libero da dogmi.
-Sì. “Uomo comune di umile stirpe”, amava definirsi. La sua grandezza fu proprio questa: riportare la verità alla vita quotidiana, scoprire il sacro nel gesto semplice, nel canto, nella gioia condivisa. Forse è per questo che il teschio rideva: perché sapeva che nulla è impuro, nulla è perduto, e che ogni risveglio è un ritorno a ciò che siamo da sempre.
13 novembre 2025

274 Il Buddha e il serpente
Ci sono storie che non vanno credute, ma ascoltate.
Sono quelle che non gridano, non chiedono nulla:
si limitano a posarsi nell’anima del cercatore
come una goccia di pioggia su una foglia.
Questa è una di quelle storie.
Io ne sono testimone.

Eravamo con il Buddha nei pressi di Savatthi.
Pioveva. Il sentiero era un nastro di fango.
Camminavamo in silenzio dietro il Maestro
accompagnati dal suono della pioggia,
inebriati dal profumo della terra bagnata.

Fu allora che d’un tratto lo vedemmo:
sul sentiero giaceva un serpente ferito.
Il corpo, lacerato da un morso, tremava piano,
come una corda d’arpa sfiorata dal vento.
Noi monaci ci tirammo indietro, intimoriti,
ma il Buddha si avvicinò e si sedette accanto.
Non recitò preghiere, non compì miracoli.
Restò lì, quieto. Solo silenzio. Solo presenza.
Attese l’ultimo respiro del serpente, poi disse:
“Anche questa forma ha cercato la felicità,
come voi e come me”. Poi aggiunse:
“Chi non ha compassione per le forme che soffrono,
non comprenderà mai l’origine del dolore.”

Noi monaci eravamo lì silenziosi e confusi,
poi qualcuno diede voce al nostro turbamento:
“Maestro, perché restare accanto a un essere
che non poteva essere salvato?” E il Buddha:
“Non sempre si resta con il sofferente per salvare.
Talvolta si rimane accanto a lui per ricordare
che la vita di ogni essere è una sola corrente.”

Riprendemmo il cammino sotto la pioggia,
ma qualcosa in noi, nel profondo, era cambiato.
Avevamo compreso la lezione del Maestro:
aveva vegliato sul serpente non per guarirlo,
non per salvarlo con un gesto miracoloso,
ma per mostrare le vie della compassione.
Quando non è possibile cambiare un destino,
compassione è non distogliere lo sguardo,
non fuggire davanti al dolore del mondo,
ma restare, senza desiderio di controllo o rifiuto.
Il Buddha non predica, non agisce, ma accoglie.
Non abbandona il sofferente, chiunque egli sia.
Quel “rimanere” con l’altro non salva, non redime,
ma diventa saggezza, comprensione del cuore.

Oggi vedo ovunque il dolore di esseri senzienti
e quando è possibile agisco con sollecitudine.
Ma a volte il destino del sofferente è segnato,
come un corso d’acqua che nessuno può fermare.
Allora ricordo l’insegnamento del Buddha:
compassione è fermarsi, rimanere con l’altro,
accogliendo quel destino nel suo compiersi.

Essere risvegliati è essere interamente umani.
E lì, nel punto in cui vita e morte si incontrano,
svanisce ogni distinzione tra il sé e il non sé.
La sofferenza di uno diventa dolore di tutti
nella corrente unica e indivisa dell’esistenza.
16 novembre 2025

275 Diogene rotola la botte
-Chi? Ancora lui?
-Sì, Diogene di Sinope. Ne ha combinato un’altra delle sue.
-Non mi sorprende, Andros, racconta…
-Sono testimone perché ero da quelle parti, nella piazza del mercato. La confusione era la solita: le grida dei mercanti, le voci dei cittadini che contrattano, il tramestio degli scambi, le declamazioni dei retori che arringano la folla da qualche palco improvvisato.
-Sì, conosco il mercato di Atene. E per carattere cerco di evitarlo. Preferisco la quiete.
-Ti conosco, Nikos. E se ti racconto questa storia è perché so che hai conosciuto Diogene e più volte hai parlato con lui. Dici che quell’incontro ti ha trasformato. Sei la persona giusta per aiutarmi a capire quello che è successo.
-Diogene nella piazza del mercato… Non oso pensare cosa può avere combinato.
-Si tratta ancora una volta della sua botte.
-Sappiamo che la botte è il suo vestito, la sua casa, un rifugio contro le illusioni del mondo. Per lui le convenzioni sociali non contano nulla. Vive come un cane randagio: libero da ogni vincolo e da ogni compromesso. So che non è un personaggio facile da accettare ad Atene dove la gente segue una pletora di retori, filosofi e politici ricchi, famosi, pieni di sé. Rappresenta l’opposto di quei modelli, una spina nel fianco per la città.
-Già, molti lo disprezzano e lo deridono, altri lo ignorano. Ma ora ti racconto: Diogene è comparso all’improvviso nella piazza, ha osservato la situazione per qualche istante. Poi d’un tratto, senza dire una parola, con un colpo secco ha rovesciato la sua botte. Il tonfo si è udito fino al banco del pescivendolo…
-Una mossa degna di una commedia di Aristofane. Riconosco già il mio Diogene. E dopo?
-Ha cominciato a rotolarla avanti e indietro senza sosta. Agiva con energia esagerata, completamente concentrato nel suo gesto, sudando e ansimando, con un impegno quasi comico. La folla si è fermata, gli sguardi tra il sorpreso e il divertito. Nessuno capiva se Diogene stesse scherzando o fosse impazzito improvvisamente -cosa che sembrava la più probabile.
-Qualcuno si è chiesto se la scena fosse un insegnamento? Sai, in Diogene scherzare e insegnare coincidono spesso.
-Credo che ben pochi lo abbiano pensato. Lo ammetto: anch’io non ho capito niente del suo gesto. Comunque, mentre tutti lo guardavano stupefatti, qualcuno ha gridato: “Diogene, ma che fai?”. Lui si è fermato un istante, il volto arrossato dalla fatica. Si è passato un braccio sulla fronte, poi ha guardato gli Ateniesi come se la domanda fosse sciocca e ha risposto con voce convinta: “Mi do da fare. Vedo tutti voi impegnati nelle vostre guerre, nei vostri affari e ansie… Siccome non voglio restare l’unico scansafatiche, mi do da fare anche io!” Poi ha ripreso a spingere la botte con tutte le sue forze…
-(ridendo) …Come un uomo che trasporta il peso dell’intero mondo!
-Ci hai capito qualcosa? Spiegami.
-Ci provo. Nella vita quotidiana tutti corrono, tutti hanno qualcosa da dire, fare, raggiungere, concludere o dimostrare. Nel teatro che chiamiamo “vita civile” la figura di Diogene non può che essere una nota stonata, è inevitabile.
-Sì, Nikos, ma a che serve una provocazione di quel genere?
-Io la leggo così: un colpo di genio da vero filosofo. Con quel gesto assurdo Diogene ha mostrato che gran parte delle nostre attività di cittadini non sono meno inutili del rotolare una botte vuota. Ci costringe a chiederci: quante delle nostre corse quotidiane hanno davvero un senso? Verso dove corriamo e per che cosa?
-Dunque questo potrebbe spiegare tutto: un richiamo a occuparci di questioni più serie, oltre alle attività quotidiane svolte per vivere.
-Sì, Andros. Noi crediamo importante ciò che facciamo solo perché lo fanno tutti. Non ci interroghiamo mai sul valore e l’utilità di un’azione per la nostra saggezza. Accettiamo i modi di vivere senza metterli in discussione, per abitudine, timore o conformismo, per inseguire l’utile personale, la fama o il potere. E in questa affannosa ricerca ci smarriamo.
-C’è qualcosa di male nel fare quelle cose?
-È un male se non le abbiamo scelto personalmente e consapevolmente, ma soprattutto se sono l’unico scopo della vita. C’è molto di più da scoprire nella nostra esistenza di uomini. Ma allora ci vuole un grande gesto di libertà.
-Un gesto di rottura, come quello di Diogene…
-Esatto. La gente ride o scuote la testa, ma non capisce di avere di fronte un maestro che impartisce una lezione che può cambiare la vita. Rotolare la botte è un invito silenzioso: chiederci se la corsa quotidiana abbia davvero una direzione e verso dove stiamo spingendo, ogni giorno, la nostra botte. Il messaggio è semplice: riportare ogni gesto alla sua necessità, al suo significato, al suo fine, evitando di cadere nel “così fanno tutti”.
-Dunque, Nikos, se ho capito: Diogene ci ha mostrato, senza predicare, che molto di ciò che riteniamo importante è solo un moto frenetico attorno al nulla. E che spesso la nostra corsa infaticabile non è altro che un modo per evitare di fermarci a guardarci dentro.
-Sì, Andros, vedo che hai colto il cuore del messaggio di Diogene. Il vero maestro non offre giustificazioni o rassicurazioni, non conferma l’ovvio, ma crea varchi. La filosofia, quando è viva, non consola, ma spinge, schiude, ribalta. Sta a noi approfittarne per imparare a mettere in discussione il nostro modo di vivere e di essere.
-Ora che ho capito l’insegnamento, cosa devo fare?
-Diogene direbbe così, Andros: chiediti se la botte che stai spingendo ti appartiene o se l’hai raccolta da altri. E di fronte a un progetto, un desiderio, un dovere, poniti la domanda: perché lo sto facendo? Puoi decidere se restare nella folla che osserva divertita e rimane ignorante oppure se seguire Diogene oltre il confine che separa la vita vissuta consapevolmente dalla vita trascinata come un’abitudine di cui non si sa più la ragione. E quando senti il frastuono della folla che corre, fermati. È il momento di scegliere: una corsa senza meta verso il nulla oppure un gesto che diventa voce della tua anima, cammino verso un fine, respiro di una libertà riconquistata.
20 novembre 2025

276 Il vero volto non si può vedere
Sedeva in penombra nelle sue lezioni
affinché la luce non potesse toccarlo.
Gli allievi lo scrutavano con discrezione,
cercando un tratto, un segno del suo volto.
Ma questo era il volere del Maestro:
non lasciare tracce nel mondo visibile,
non offrire la forma corporea ai sensi,
perché ciò che conta non si può vedere.

Questo era l’insegnamento di Plotino:
il vero dell’essere dimora nell’invisibile,
l’apparenza è solo vuota sembianza.
E perciò ripeteva ai discepoli più vicini:
“Un ritratto è illusione che si crede verità”.

Un giorno un pittore entrò di nascosto
per far memoria dell’immagine del Maestro,
ma lui lo riconobbe e, senza neppure voltarsi:
“Non fissare ciò che è destinato a dissolversi”.
Fu tutto ciò che disse. E l’uomo chinò il capo.

Plotino voleva essere visto come una eco,
come un’anima in volo al sovrasensibile,
oltre la forma ingannevole e transeunte.
Affermava che il volto è la prima menzogna,
un fenomeno di superficie che cela l’origine.
Nessun viso contiene l’essenza di un uomo.
Il volto muta, si incrina, si piega ai sentimenti,
non può raccontare la verità di noi stessi.
Ciò che siamo vive oltre gli occhi, oltre il gesto,
oltre il nome che accompagna il nostro corpo.
È l’anima, il nucleo divino stabile e inviolato,
la sorgente dell’essere dietro l’apparenza,
il nostro vero volto al di là di tutte le forme.
Chi guarda l’anima di un essere umano
contempla il luogo dove tutto tende all’Unità.

Per Plotino l’anima non è solo verità interiore:
è moto ascendente, nostalgia che chiama in alto.
L’ascesa non è un viaggio nello spazio,
ma un ritorno alla sorgente, una risalita all’Uno.
Quando l’anima riconosce in sé la scintilla divina
inizia a ricordarsi di ciò che è sempre stata.
Ogni gesto puro, ogni istante di chiarezza,
è un passo verso una luce che si espande.
Alla fine di questa risalita, diceva Plotino,
l’anima non vede più l’Uno come altro da sé,
ma come la Realtà che da sempre era.

Così il ritratto di Plotino rimase non dipinto.
Il suo vero volto fu conosciuto da pochi,
da coloro che davvero sapevano vedere.
Ma la sua lezione vale anche per noi:
quando ogni nostra immagine sarà caduta
e il volto avrà restituito alla terra le sue forme,
rimarrà solo la luce che ci attraversa.
Allora l’anima, divenuta semplice e pura,
si riconoscerà eterna, oltre ogni illusione.
Non più due, ma Uno; non più cercatore e meta.
La scintilla si sarà ricongiunta al fuoco divino.
21 novembre 2025

277 Seguire la moltitudine o seguire sé stessi
-Ho trovato questa frase del filosofo stoico Crisippo: “Se avessi voluto seguire la moltitudine, non mi sarei dato alla filosofia.” Era un pensatore misantropo?
-No, non evitava gli esseri umani. Il suo è un un invito, un ammonimento, rivolto a chiunque si interroghi sul proprio modo di abitare il mondo.
-Certo, noi oggi viviamo in una società massificata. Conosciamo i vantaggi e i problemi che questo comporta.
-Oggi la moltitudine è come un vento che spinge in una direzione, un soffio avvolgente e rassicurante. Lasciarsi trasportare è semplice e naturale, conformarsi sembra inevitabile. C’è un conforto profondo nel camminare dove tutti camminano, nel pensare ciò che tutti pensano, nel fare quello che tutti fanno.
-E Crisippo può aiutarci a uscire da questa logica?
-Non guardiamo alla semplicità delle sue parole. È un filosofo vissuto millenni fa, nulla sapeva di una società complessa come la nostra. Eppure, osservando l’individuo nella collettività, aveva colto un problema importante e oggi urgente più che mai.
-Sì. A volte viene voglia di fuggire dalla moltitudine per cercare un angolo di tranquillità dove riflettere in pace.
-Vivere in una società di massa ha i suoi vantaggi. Nuotiamo nel fiume collettivo, abbiamo tante comodità e opportunità. Ma è proprio lì il pericolo: nel frastuono della massa la nostra voce si affievolisce fino a diventare solo un’eco del pensiero dominante. La collettività agisce come una forza di gravità psicologica: ci attrae verso l’ovvio, il comodo, verso ciò che è già stato pensato da altri. Seguirla significa rinunciare al compito più difficile: essere capaci di pensare da sé.
-Quindi Crisippo ci avverte che la società tende a uniformare tutto a un unico modello.
-Arriva un momento prima o poi in cui si sente il bisogno di fermarsi. La filosofia nasce da questo arresto, da questa deviazione dal flusso collettivo. È un risvegliarsi, un gesto minimo ma enorme, che ci riporta dentro noi stessi. Crisippo non intende demonizzare la società, ma segnala un rischio: quando la moltitudine diventa criterio di verità, la filosofia smette di esistere. Perché il pensiero autentico non “segue” nessuno: scava, dubita, critica, cerca.
-Però, animati da questo empito di libertà, non rischiamo di rimanere soli? Vivere controcorrente non ci condanna a una vita di solitudine?
-Fare filosofia implica una forma di solitudine interiore. Non è isolamento sociale, ma autonomia del pensiero. È creare un luogo interiore non invaso dai “si dice”, “si fa”, “si deve”. Oggi questo spazio è difficile da conquistare. Siamo esposti a un flusso continuo di condizionamenti che, senza accorgercene, configurano il nostro modo di credere e di essere.
-Dunque Crisippo ci spinge a un gesto di resistenza. Però è un cammino difficile: significa andare contro il conosciuto, avventurarsi in un territorio inesplorato.
-È andare oltre il confine, abitare uno spazio in cui la moltitudine non può seguirci. Lì le risposte preconfezionate si dissolvono. È un sentiero più stretto, più impervio, ma autentico.
-Noi possiamo vivere questo spazio interiore, andare controcorrente. Però il mondo rimarrà come era prima.
-Certo, la moltitudine non scomparirà. E non è quello che vogliamo. Ma impareremo a porci alla giusta distanza. Ascolteremo il brusio del pensiero comune senza farci influenzare. Potremo coltivare una interiorità come luogo del riflettere e meditare. E sarà anche il migliore aiuto che potremo dare al mondo. Il primo passo per un cambiamento della realtà è sempre un gesto individuale: proteggere la propria libertà di pensiero.
-Quindi, lontano dal rumore del mondo, lontano dalla frenesia della vita sociale… la meditazione. Ne parliamo spesso. Mi puoi dare una definizione di “meditare”?
-Posso darti molte definizioni, ma poi devi trovare la tua, quella che fa per te. Meditare è un fatto individuale, esistenziale, è impossibile tradurlo in parole. Comunque ci provo, con espressioni necessariamente “di confine”. Meditare:
è sostare sul margine fra ciò che appare e ciò che è;
è un esilio momentaneo dalla narrazione di sé, per tornare al proprio centro;
è cogliere l’intervallo tra due pensieri, perché lì si apre il territorio del possibile;
è sintonizzarsi con il silenzio, con la propria presenza consapevole;
è lasciarsi attraversare dal mondo senza esserne travolti;
è dimorare nell’interiorità, non come rifugio, ma come orizzonte;
è allenare lo sguardo a non afferrare, perché solo il vuoto è libertà;
è dare tempo a ciò che è invisibile perché si riveli;
è entrare nel labirinto del proprio essere, disegnando il proprio percorso;
è abitare il confine, per riconoscere che ogni frontiera è una soglia…
-Sono immagini molto poetiche e suggestive, metafore affascinanti.
-Non si può fare altro quando si parla di spazi ed esperienze dell’interiorità. Si può solo indicare, invitare, non descrivere. È la cifra del nostro essere umani.
-È anche un invito al silenzio.
-Sì. Nel silenzio accade qualcosa. Le domande si aprono, le certezze si sciolgono, la mente comincia a respirare con un ritmo più tranquillo. Ogni cammino che tenta di andare “oltre il confine” inizia così: un passo semplice ma radicale, un movimento interiore che cambia la direzione dello sguardo.
-È quello che ci dice anche Crisippo?
-Nella sua scarna semplicità, penso di sì. Crisippo ci ricorda che il pensiero non germoglia nelle strade affollate, ma nelle fenditure del tempo, nei margini trascurati, lì dove i passi degli altri non hanno tracciato sentieri. La vera scelta non è fuggire dalla moltitudine, ma trovare la giusta prospettiva per non smarrire la propria voce. È uno spazio esile, ma è lì che il sé si riconosce. Ed è lì che la filosofia continua a nascere. Ogni giorno. Di nuovo.
25 novembre 2025

278 Oltre il confine
-Discepolo: Una filosofia “oltre il confine”?
-Maestro: C’è un punto, nella nostra ricerca, in cui il pensiero smette di essere una rete gettata sul mondo e diventa un varco verso l’oltre. Non è più uno strumento che definisce, separa e misura, ma la porta che si apre su ciò che non può essere detto. Allora l’intelletto si arrende. Ha svolto il suo compito: portarci fino al limite. Il confine tra quello che crediamo di sapere e ciò che realmente siamo si fa allora sottile. Lì nasce la filosofia che esplora “oltre il confine”.
-Discepolo: Dunque si entra in un altro mondo?
-Maestro: Non in un altro, nello stesso visto con occhi nuovi. C’è la vita, intera, che respira in ogni cosa. La filosofia qui non è un sapere, è un viaggio. Non un concetto: un gesto vissuto. Non un limite: un’apertura.
-Discepolo: E qual è il primo passo?
-Maestro: Comprendere che tutto fluisce. Le cose cambiano e noi cambiamo con esse, attimo dopo attimo. Chi accoglie il fluire comprende che il vero non è altrove: si nasconde nel mutare dell’istante. Il divenire è la porta della libertà.
-Discepolo: E come si fluisce?
-Maestro: Il fluire è nella qualità del nostro sguardo. Quando resistiamo a ciò che è, soffriamo. Nell’istante in cui lasciamo andare, comprendiamo. Il flusso non chiede resistenza, ma presenza. E nella presenza non c’è nulla da difendere, c’è solo consapevolezza.
-Discepolo: Cosa c’è oltre il confine del pensiero?
-Maestro: Non il vuoto: c’è una pienezza che non dipende da nulla. È un cerchio senza inizio né fine, che contiene ogni forma e insieme la trascende. Lì il conosciuto si affaccia sull’inconoscibile.
-Discepolo: L’inconoscibile è l’Assoluto? L’infinito?
-Maestro: L’infinito è qui. Ci guarda dal fondo di ogni forma finita. È nel centro del cerchio, nel bianco della neve, nel silenzio tra due parole. È lo sguardo che non chiede “perché”, ma dice “sì”.
-Discepolo: E la verità?
-Maestro: La verità è un salto nell’ignoto. Un abbandono delle certezze che ci rassicurano, ma imprigionano. Non si conquista, si attraversa, si vive. È un cammino senza fine nello spazio che scopriamo essere la nostra vera natura.
-Discepolo: E il mondo?
-Maestro: Il mondo nasce dal nostro sguardo. Siamo gli artefici del reale: pensieri, emozioni e intuizioni modellano ciò che vediamo. Quando cambiamo il modo di vedere, il mondo cambia con noi. Questo ci dà una grande responsabilità. Il viaggio non è verso l’esterno, ma verso un centro più profondo, là dove ci sentiamo “a casa”, dove lo sguardo si fa limpido.
-Discepolo: Ma il senso? Il perché delle cose?
-Maestro: Interrogarsi è naturale. Ma arriva un punto in cui la coscienza si fa acuta e autentica. Allora vede solo perfezione. Non perché il mondo non sia fragile, ma perché la fragilità stessa è un modo in cui la perfezione si manifesta. Noi cerchiamo sempre un “perché”. Ma osserva: la rosa fiorisce senza un perché, la neve cade senza un perché, noi viviamo, amiamo, soffriamo, senza un perché. In questo “senza perché” c’è la porta della filosofia che cerca oltre il confine: la resa al mistero, non come rinuncia alla ricerca, ma come rivelazione di ciò che la ragione non può toccare.
-Discepolo: Quindi è una filosofia che ci conduce oltre i limiti del pensiero… Un cammino verso l’ignoto?
-Maestro: La vera filosofia non è un sapere, è un’esperienza, un attraversamento, un fatto esistenziale. È stare sulla soglia, lasciarsi sorprendere da ciò che non può essere pensato. Il senso profondo delle cose comincia dove finiscono le parole. La verità non si conquista: accade. Oltre il confine non c’è una meta: c’è ciò che è sempre stato qui, in attesa del nostro sguardo liberato. È il luogo senza nome in cui tutto torna semplice, e noi torniamo interi. Un passo lieve oltre il limite, un volo che non chiede nulla, un ritorno a casa sotto il nome dell’ignoto.
27 novembre 2025

279 Aristofane e la risata di Socrate
-Filostrato: Le commedie di Aristofane sono sempre una sorpresa. L’altro giorno, alla prima rappresentazione delle Nuvole, è accaduto qualcosa di incredibile.
-Mnesicle: Io non c’ero. Sono curioso. Racconta.
-Filostrato: Tu sai che Aristofane non risparmia nessuno: politici, filosofi, intellettuali, amici e nemici. Sotto i suoi colpi molti personaggi in vista sono finiti spennati come polli.
-Mnesicle: Io dico che spesso esagera. I cittadini di Atene amano le sue opere, ma lo temono: non si sa mai dove e chi andrà a colpire. Prima o poi qualcuno perderà la pazienza.
-Filostrato: Già accade. Cleone lo detesta. Molti intellettuali si sono risentiti. I politici lo evitano. Ma chissà: forse far ridere è un modo per dire la verità senza rischiare le catene.
-Mnesicle: Forse… Ma ora dimmi: che cosa è accaduto?
-Filostrato: Il bersaglio della sua satira stavolta era Socrate. Tu sai che è un tipo stravagante, difficile da afferrare.
-Mnesicle: Io non l’ho mai capito. Una volta mi sono fermato ad ascoltarlo… e sono fuggito. Conosco diversi filosofi e sofisti, ma lui mi pare un provocatore, pure pericoloso.
-Filostrato: A me invece sembra solo uno spirito libero. Comunque nella commedia Le Nuvole viene strapazzato. Compare nelle vesti di un filosofo distratto, sospeso in aria dentro una cesta, col naso all’insù, intento a misurare le nuvole per dimostrare le sue astruse teorie.
-Mnesicle: Credo che Socrate non apprezzerà di essere stato ridicolizzato così.
-Filostrato: No, aspetta, è proprio qui la sorpresa. Socrate era presente allo spettacolo. Addirittura era seduto in prima fila, a guardare la propria caricatura. E quando il suo “doppio” è entrato in scena è scoppiato a ridere per primo.
-Mnesicle: È un tipo davvero strano. Altri se ne sarebbero andati via indignati. Avrebbero denunciato Aristofane chiedendo i danni.
-Filostrato: Socrate non ha protestato, anzi ha riso di gusto trascinando il pubblico. Anche gli attori sulla scena si sono fermati per un attimo, sorpresi. Lui era divertito come un bambino, per nulla imbarazzato dalla situazione.
-Mnesicle: Ma perché un uomo dovrebbe ridere mentre viene dileggiato davanti a tutta Atene? È un folle?
-Filostrato: Un folle oppure una persona che ha una sua verità. Per me è stato un gesto di grande forza. Socrate che ride di sé manda un messaggio potente: il vero non teme la satira. Non hai paura di ciò che non può ferirti. Se una caricatura basta a demolire le tue convinzioni, allora quelle idee erano già di per sé fragili.
-Mnesicle: È una cosa che mi spiazza. Ma capisco: se uno accetta di essere deriso vuol dire che non ha nulla da difendere, non teme il giudizio della gente.
-Filostrato: E quindi è una persona libera. E non così fuori di testa come sembra.
-Mnesicle: Però tutta questa comicità non ci allontana dai problemi veri della polis?
-Filostrato: Al contrario, ce li mostra meglio. Pensa a Gli Uccelli: due uomini stanchi di Atene fondano una città tra le nuvole. Esagerazione? Sì. Ma non ti fa riflettere su quanto la nostra città sia diventata invivibile negli ultimi tempi?
-Mnesicle: A pensarci… forse è vero. La risata non ci chiude gli occhi. Li apre sulla realtà in modo nuovo, con l’ironia e lo scherzo.
-Filostrato: Ammettiamolo: Aristofane non è solo un comico. È un filosofo travestito da autore di commedie. Così aiuta la città a vedere i suoi problemi, la costringe a riconoscere le sue contraddizioni. Con tono scanzonato combatte il pensiero rigido, le certezze obsolete, i pregiudizi radicati.
-Mnesicle: Dunque è quello che dice di fare Socrate: dare una scossa alla città, come si fa con un cavallo pigro.
-Filostrato: Mmh… ironia comica e ironia filosofica si riconoscono e si abbracciano. Comincio a capire il genio sottile di questi due uomini.
-Mnesicle: Penso che tornerò a sentire Socrate. Ma questa volta andrò fino in fondo, cercherò di capire il suo messaggio. Mi colpisce la sua capacità di ridere di sé, la sua indipendenza.
-Filostrato: Socrate non si atteggia mai a “personaggio”, basta vedere il modo in cui si presenta: scalzo, arruffato, incurante delle forme esteriori. Ma poi parla da uomo vero, onesto, come pochi sanno fare.
-Mnesicle: La vita culturale della polis è diventata un campo di battaglia: si combatte con parole, sofismi, astuzie verbali. Vince chi grida più forte. Una bella risata forse è l’antidoto giusto per non prendersi troppo sul serio.
-Filostrato: La comicità di Aristofane non è soltanto critica sociale. È compagna della filosofia e con essa si fa esercizio di libertà. La risata è un invito a pensare, a confrontarsi senza odio, a criticare senza distruggere o umiliare.
-Mnesicle: Non so se la risata di Socrate e le commedie di Aristofane salveranno Atene, ma ci insegnano a dialogare senza temere il confronto. Cosa che è sempre stata il vanto della nostra democrazia. Domani andrò anch’io a vedere Le Nuvole. Penso che seguirò lo spettacolo con occhi nuovi.
-Filostrato: Essere capaci di ridere di sé e delle proprie idee è una prova di forza: una lezione fondamentale, la preziosa eredità che ci lasceranno questi due grandi uomini.
28 novembre 2025

280 Eraclito accanto al focolare
Dicono di Eraclito che fosse uomo difficile.
Pensatore schivo, di poche parole,
viveva lontano dal clamore del mondo.
La tradizione lo ricorda come filosofo “oscuro”,
ma i suoi frammenti sono perle di saggezza,
in essi brilla una luce che spiazza:
sono lampi, fenditure per aprire la mente
a scoprire la trama nascosta del reale.

La sua fama aveva oltrepassato i confini
per giungere fino in terre lontane,
attirando a Efeso molti cercatori del vero.
E un giorno accadde un fatto singolare.

Mossi da un richiamo interiore
alcuni uomini vennero per incontrarlo.
Cercavano il filosofo del divenire,
colui che diceva che “tutto scorre”,
che nulla rimane lo stesso due volte.
Lo immaginavano intento a insegnare,
circondato da pergamene e discepoli.
La ricerca del maestro fu lunga e difficile.
Percorsero la città, il tempio, le scuole.
Alla fine lo trovarono in un’umile dimora,
a scaldarsi le mani accanto a un focolare.

Si fermarono esitanti sulla soglia.
Forse attendevano parole solenni,
un gesto, un segno di accoglienza.
Ma lui, accortosi di loro, senza voltarsi, disse:
“Entrate. Anche qui, tra la cenere, abitano gli dèi.”
Furono le uniche parole, senza altre cerimonie.
Poi solo il silenzio. E il crepitio del fuoco.

I visitatori si sedettero nella stanza
e rimasero lì, muti, incerti sul da farsi.
Eraclito era concentrato sul focolare.
Contemplava la fiamma e il calore nelle mani,
totalmente assorto nel momento.
Gli ospiti rimasero a lungo in attesa.
Nessun dialogo, solo un profondo silenzio.
E a poco a poco una comprensione affiorò:
la lezione di Eraclito non era nelle parole,
ma in quel meditare sul principio del fuoco.

In quel gesto c’era tutta la sua filosofia:
Il fluire incessante della realtà vivente
Il contrasto e l’unione degli opposti
Il potere del fuoco che crea e distrugge
La legge eterna del Logos universale
La comprensione dell’armonia del Tutto…

In quel gesto c’era il suo insegnamento:
Il divino non è solo nei marmi di un tempio,
ma anche nel fumo e nelle ceneri di un camino.
Ogni luogo è un tempio, se il cuore sa ardere.
Il focolare e la cenere, l’uomo e il mondo:
tutto nasce e si consuma nello stesso respiro.
Il fuoco è l’energia e la sostanza dell’universo,
la forza vitale che trasforma tutto in tutto.
Noi viviamo nel respiro di quel divenire.
E il divino non abita altrove, non è nascosto,
è nella scintilla che muore e rinasce.

Alla fine i cercatori del vero si congedarono,
inchinandosi al maestro, con profondo rispetto.
Il silenzio di Eraclito era stato eloquente
più di ogni discorso, predica o dimostrazione.
La risposta che cercavano era arrivata
in quella silenziosa contemplazione.
Ora portavano con sé un tesoro inestimabile,
poche parole di immortale saggezza,
impresse nell’animo come una fiamma:
“Anche qui, tra la cenere, abitano gli dèi”.
1 dicembre 2025

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