Filosofia oltre il Confine

Per gli amanti della Filosofia


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261 La voce del daimónion

-Epigene: Un daimónion?
-Apollodoro: Sì, è così. Il maestro parlava proprio di un daimónion.
-Epigene: Un demone, dunque. È così sottile il confine tra gli uomini e il divino? È così che avviene la comunicazione con le potenze superiori?
-Apollodoro: Ricordo le parole di Socrate mentre si difendeva dalle accuse di fronte al popolo di Atene: “Mi è accaduto, sin da fanciullo, qualcosa di divino e mirabile: una voce che si fa sentire in me.”
-Epigene: Dunque una voce… Era una guida? Che cosa diceva?
-Apollodoro: Socrate la definiva così: “Ogni volta che essa si manifesta, mi distoglie sempre da ciò che sto per fare, ma non mi spinge mai ad agire.”
-Epigene: Non capisco. Se il divino ci parla non deve indicarci il modo migliore di vivere e di agire? Chi altro può essere per noi una guida infallibile?
-Apollodoro: Anch’io mi sono interrogato a lungo sulle parole del maestro e sull’essere demonico che lui descriveva come una voce interna. Solo ora che gli anni sono passati e la mia età non è più verde posso dire di avere afferrato il messaggio di Socrate. Un tempo ero un discepolo inesperto e impaziente, le parole di lui più profonde non mi arrivavano. Poi la vita e la ricerca mi hanno forgiato e fatto maturare.
-Epigene: Hai quindi capito il significato di quelle parole del maestro?
-Apollodoro: Forse… Sai che nessuno è mai certo di aver colto davvero il pensiero di Socrate. Era estroverso e aperto al dialogo, ma al tempo stesso enigmatico e difficile da inquadrare.
-Epigene: Tanti hanno cercato di farlo, invano. Ora ciascuno di noi ha il “suo” Socrate. Ci siamo rispecchiati in lui e ognuno ha colto un aspetto del suo essere multiforme.
-Apollodoro: È quello che lui voleva: essere uno spirito libero. Per questo non voleva essere chiamato maestro e ripeteva di essere ignorante, di “sapere di non sapere”.
-Epigene: Già, quanto si è discusso su questa sua affermazione! Ma tornando al demone: dunque era un richiamo interiore che lo tratteneva dal compiere azioni ingiuste…
-Apollodoro: Sì, una sorta di segno divino che lo tratteneva dal compiere azioni contrarie alla sua missione. E aggiungeva: “È la voce che mi ha impedito di occuparmi di politica, perché, se l’avessi fatto, sarei morto da tempo, senza aver potuto essere utile né a voi né a me stesso.”
-Epigene: (ridendo) Qui riconosco il mio Socrate, un ribelle del pensiero, un cavallo indomabile. Che ironia pungente! Che lezione ai politici ateniesi così boriosi e pieni di retorica!
-Apollodoro: Certo, ma ammira anche il coraggio. Socrate ha detto queste parole davanti ai giudici che stavano per condannarlo. E ha proseguito così: “E anche ora, in questo momento, mentre sto per affrontare la morte, quella voce non mi ha fermato. E questo, per me, è segno chiaro che ciò che mi accade è un bene. Infatti, non è possibile che per un uomo giusto avvenga un male, né da vivo né da morto: né gli dèi si disinteressano della sua sorte.
-Epigene: Belle parole. Ma insisto: perché il daimónion non lo spingeva ad agire, non lo indirizzava e non lo obbligava a compiere l’azione migliore?
-Apollodoro: Per Socrate il daimónion non era un oracolo esterno, ma una voce divina interiore, un’intuizione superiore. Era una presenza silenziosa che non comanda, ma trattiene; non impone, ma avverte; non costringe, ma illumina la mente. Per questo diceva: se il demone non mi trattiene, allora ciò che accade è giusto e ciò che faccio è conforme al bene.
-Epigene: È una fiducia profonda nella provvidenza divina e nella bontà del destino dell’uomo giusto…
-Apollodoro: Sì. E devo dirti: ho scoperto che anche noi possiamo cercare quella voce. Meditando a lungo ho imparato a riconoscerla nel frastuono della vita quotidiana.
-Epigene: Uhm, la cosa mi interessa molto. Parlami di questa tua esperienza…
-Apollodoro: È quello che Socrate ci insegnava senza atteggiarsi a maestro: cercare quella voce che non ordina, ma trattiene. È come una luce che rischiara nel momento dell’azione. Ogni qualvolta sto per precipitarmi in un gesto affrettato, lei frena il mio slancio e sussurra: “Aspetta”. Io la ascolto, le do fiducia. E così, mi fermo…
-Epigene: Forse saggezza è più un aspettare che il fare forzando l’azione per piegare la realtà al nostro volere…
-Apollodoro: Sì, così mi insegna il mio daimónion. Non mi spinge mai ad agire, non mi inganna con false illusioni, mi frena nel punto dove l’azione potrebbe tradire il bene, quindi tradire me stesso.
-Epigene: E cosa ne è ora della tua vita? È cambiata profondamente?
-Apollodoro: La voce interiore mi ha tenuto lontano dalle piazze rumorose, dove le parole diventano armi e la giustizia si perde tra i numeri. Mi ha insegnato che il vero servizio non è gridare più forte nel rumore del mondo, ma custodire un ascolto limpido, fedele al bene che non si nota. Ma soprattutto la voce non forza mai nulla, non mi toglie la libertà di sbagliare e di ravvedermi. Posso sempre scegliere di ascoltarla o no. E se la seguo non lo faccio per paura, ma perché riconosco in lei il linguaggio del divino che mi insegna la misura. Con quella guida ho imparato a capire il limite. Prova anche tu ad approfondire l’ascolto, il silenzio e l’indagine su te stesso e ci arriverai.
-Epigene: Sì, vorrei trovare quella voce, ma ho l’impressione di non esserne capace. Forse sono ancora immaturo, devo approfondire la mia meditazione, ho bisogno di tempo…
-Apollodoro: Non è detto. Guarda, voglio farti una domanda: dove eri stamattina?
-Epigene: Ero al mercato, avevo bisogno di alcune cose e le ho comprate.
-Apollodoro: E perché invece di spendere soldi non le hai semplicemente portate via rubandole?
-Epigene: Che strana domanda! Non avrei mai potuto farlo. Come potrei arrivare a un gesto del genere?
-Apollodoro: E che cosa ti trattiene?
-Epigene: Mi trattiene… è una precisa sensazione interiore che me lo impedisce. Sì, una specie di voce dentro di me che… Ehi, ma perché stai ridendo? Vuoi dire che… per Zeus! È il mio daimónion?
23 ottobre 2025

262 Il vino del risveglio
-Manjushree: L’avevano trovato di nuovo ubriaco di vino di palma. Come altre volte, aveva bevuto fino a cadere in deliquio. I monaci protestavano, dicevano che era una vergogna, andava subito cacciato dalla comunità, non si poteva accettare una cosa del genere da un discepolo del Buddha.
-Giovane monaco: Un caso davvero singolare. E il maestro?
-Manjushree: Molti confratelli erano andati da lui a lamentarsi per quel comportamento che recava disonore a tutti. “Perché non lo mandi via?” gli chiedevano in coro. Noi sappiamo che secondo la regola chi ha preso i voti deve comportarsi in modo retto e non tradire il Dhamma.
-E cosa aveva risposto il Risvegliato?
-Manjushree: Il Buddha aveva ascoltato le rimostranze, ma era rimasto sereno come sempre e poi aveva risposto: “Osservatelo, ma non giudicatelo. Dategli tempo, aspettate. Un giorno capirete.”
-Che cosa dovevano capire? La situazione mi sembra molto chiara, i discepoli avevano ragione a lamentarsi di quel monaco vizioso… Oppure no?…
-Manjushree: Tu sei giovane e capisco il tuo spiccato senso di giustizia. Ma le cose non sono sempre come appaiono. Per questo definiamo “Samsara” il nostro mondo, perché è fatto di fenomeni transeunti e ingannevoli. Bisogna seguire questa buona regola: non correre, non affrettare il giudizio, aspettare la prova dei fatti. Alla fine possono esserci delle sorprese.
-Giovane monaco: Cosa accadde poi? Ora sono molto curioso…
-Manjushree: Dopo qualche tempo arrivò un periodo di carestia. La comunità fu messa a dura prova. Alcuni monaci non riuscivano più a mantenere la pratica, altri abbandonavano il cammino, altri si disperavano o si allontanavano dalla comunità.
-Giovane monaco: Tremendo! Pensavo che un bhikkhu sapesse mantenersi saldo e forte in ogni circostanza, anche la più estrema…
-Manjushree: Non siamo tutti illuminati, giovane amico, siamo esseri umani, sempre in viaggio, portiamo con noi ancora il nostro fardello karmico.
-Giovane monaco: E poi come finì la vicenda?
-Manjushree: Accadde qualcosa di sorprendente e impensato: il monaco ubriacone smise improvvisamente di bere. Nel clima generale di sconforto seppe affrontare la situazione come nessun altro. Si prese cura dei malati, condivise il suo cibo, aiutò la comunità a uscire dalla carestia lavorando con energia inesauribile. E in tutto questo continuò la pratica della meditazione, mantenendo una calma degna di un Risvegliato. Tutti erano stupiti e commossi dalla dedizione di quel monaco tanto vilipeso e disprezzato. Intanto il Buddha da lontano osservava lo svolgersi dei fatti. E sorrideva.
-Giovane monaco: Ora mi vergogno per avere giudicato da stolto. Mi rendo conto che il pensiero salta subito alle conclusioni con accuse affrettate e ingiuste. Quale fu il seguito della vicenda?
-Manjushree: Presto la carestia finì e tutto tornò alla normalità. Allora il Buddha radunò i suoi monaci e disse: “Vedete, anche una mente che appare torbida può avere un fondo limpido. Non c’è nessuno da espellere dal Dhamma: c’è solo chi ancora non ha compreso.” E sembra che abbia detto poi ad alcuni discepoli: “Meglio un ubriaco che un giudice del cuore altrui.”
-Giovane monaco: Una bella lezione per tutti e anche per me. Puoi approfondire il suo significato?
-Manjushree: Possiamo intendere le parole del maestro in tanti modi. Ho sentito le più diverse interpretazioni. Tu cosa ne dici?
-Giovane monaco: Penso che il Buddha ci dia questa lezione: la mente impura non è perduta, anche colui che è caduto nell’errore conserva in sé un germe di consapevolezza. Per il Dhamma sono importanti la disciplina e la purezza della condotta, ma prima di condannare gli altri bisogna sapere e vedere come stanno le cose.
-Manjushree: Bravo, riflessioni degne di un monaco serio e perspicace. Poi tieni presente quello che dicevamo prima: viviamo nel Samsara, nel mondo dell’illusione.
-Giovane monaco: Forse questo significa che se tutto è mutevole e impermanente anche vizi e virtù lo sono. Il santo può divenire peccatore… e viceversa.
-Manjushree: Ottimo, hai colto un aspetto importante del messaggio del Buddha.
-Giovane monaco: C’è altro da capire?
-Manjushree: Torniamo al monaco ubriaco. Come viveva in quella condizione?
-Giovane monaco: Era stordito dal vino di palma, non era certo lucido e padrone di sé…
-Manjushree: Bene. Credi che coloro che lo accusavano fossero più sobri di lui?
-Giovane monaco: Uhm, non me lo ero ancora chiesto così. Erano tutti ricercatori, monaci dediti alla meditazione. In effetti, però, di fronte alla carestia molti di loro erano crollati, non erano più così lucidi e padroni di sé. È anche questo frutto dell’impermanenza? Significa che tutto cambia, si trasforma, si può capovolgere in un attimo?
-Manjushree: Vedo che la tua comprensione procede veloce. Dunque, perché il Buddha non punisce un monaco ubriaco?
-Giovane monaco: Perché sa che ogni comportamento è transitorio e che anche il vizio può diventare un risveglio. Quando la carestia ha messo tutti alla prova, colui che sembrava un vizioso irrecuperabile ha dimostrato la vera compassione. Mentre quelli che lo giudicavano duramente hanno ceduto, invece di aiutare gli altri pensavano solo a sé stessi.
-Manjushree: Sì, ricorda che nel Dhamma non contano solo la forma esteriore, le regole, i voti e l’apparenza virtuosa, ma la qualità del cuore, che si rivela nel momento delle difficoltà.
-Giovane monaco: Dunque questa è la nostra interpretazione dei fatti accaduti. Mi sembra giusta e corretta. O c’è altro?
-Manjushree: Guarda, possiamo azzardarne un’altra più sottile e intrigante. Il monaco vizioso in realtà era un bodhisattva, venuto ad aiutare la comunità nelle vesti di un povero ubriacone.
-Giovane monaco: Oh, non mi aspettavo questa interpretazione. Allora tutto cambia di nuovo, si aprono nuove prospettive…
-Manjushree: Perché, non è così la vita? Non è sempre una novità e una sorpresa?
-Giovane monaco: Sono sempre stato affascinato dalla figura del bodhisattva, di colui che, a un passo dall’illuminazione, decide di rinunciare e aspettare per dedicarsi agli altri e aiutarli a progredire nel cammino di risveglio.
-Manjushree: Il monaco ubriaco può essere un bodhisattva nascosto, che agisce al di là delle convenzioni morali per scuotere le coscienze addormentate e rivelare il senso della vera compassione.
-Giovane monaco: E forse la sua ubriachezza è una metafora per indicare il Samsara…
-Manjushree: Certo, la confusione e lo stato di sonno che è di tutti gli esseri non risvegliati alla buddhità. La sua dedizione al vino è solo una maschera per suscitare scandalo e portare alla luce la mediocrità e l’ipocrisia di molti nella comunità. Non basta stare con il Buddha per essere una persona speciale e “illuminata”. Quando il monaco- bodhisattva smette di bere per prendersi cura degli altri mostra in modo meraviglioso che anche dal fango può nascere un fiore di loto.
-Giovane monaco: È una lezione dura, ma di una bellezza incomparabile. Vale anche per me e la accetto pienamente…
-Manjushree: Sei molto onesto. Dicendo così mi dimostri di essere un vero cercatore, nonostante la tua giovane età. La tua saggezza è quella del Buddha che, lasciando fare senza intervenire, mostra la sua fiducia nel fatto che ogni essere possiede la natura di Buddha e questa può rivelarsi in ogni momento.
-Giovane monaco: Dunque, l’insegnamento adesso è ancora più chiaro: anche l’errore fa parte del cammino, non esiste peccato irrimediabile, perché la natura risvegliata è già presente in tutti gli esseri, anche quando sembra oscurata.
-Manjushree: Sì. Il gesto del Buddha è di lasciare che la verità emerga da sola. Questo è quello che noi chiamiamo upāya, “mezzo abile”: la saggezza che sa quando agire e quando non agire. Il Buddha non difende il monaco e non lo accusa: lo lascia essere. Perché solo ciò che è lasciato essere può cambiare e rivelare sé stesso. La vera compassione non è attaccamento a rigidi precetti morali, è una fiducia totale nell’altro, nella sua natura fondamentale, già perfetta e illuminata.
25 ottobre 2025

263 Ramana e il corvo
Il saggio Ramana sedeva in silenzio,
in meditazione, con alcuni discepoli.
Era una mattina limpida e luminosa.
Un’aura di pace regnava nell’ashram.
Lontani richiami invitavano alla quiete.
Il mondo sembrava sospeso e remoto.

Poi un corvo nero arrivò all’improvviso
e si precipitò su un cespuglio lì vicino
scagliandosi contro un piccolo uccellino,
colpendolo col becco, con furia, a ferirlo.
Alcuni devoti si alzarono per intervenire,
per scacciare quell’ospite indesiderato,
indignati dal suo agire crudo e violento.
Ma Ramana fece un gesto della mano,
li fermò e disse con voce tranquilla:
“Lasciateli. Stanno vivendo il loro karma.
Che diritto abbiamo noi di interferire?”
E mentre guardava gli uccelli volare via
scomparendo nell’azzurro del cielo:
“Quando la mente è calma può vedere
che tutto accade nel silenzio del Sé:
vita e morte, violenza e compassione.
Tutto è già compreso e vive in esso.”

I devoti guardavano gli occhi del maestro,
colmi d’una pace di abissale profondità.
Le sue erano le parole della saggezza.
Non indifferenza, non sentimentalismo,
solo una chiarezza assoluta e impersonale,
un “vedere” dal punto di vista del divino.

Per il saggio non c’è un “altro” da salvare,
nessuno da condannare o biasimare.
Tutto è espressione del Sé universale
che si manifesta sulla scena del mondo
in innumerevoli forme e infiniti modi.
Quando un dramma irrompe nella vita,
corriamo turbati a salvare la vittima
senza sapere in realtà ciò che accade.
Quando il corvo nero attacca e ferisce
la vita sembra colpire e ferire sé stessa.
Vorremmo attuare la giustizia del cuore,
far vincere il bene e respingere il male.
Ma l’agire impaziente nelle cose del mondo,
l’intervenire, è una sottile forma di paura.
Vogliamo negare ciò che non capiamo,
perché non vediamo la giustizia del Tutto.

Il saggio resta equanime nel suo silenzio,
sa che anche una ferita ha il suo perché.
Ramana non si alza, guarda dalla quiete,
lascia che la Legge cosmica si compia.
Al suo sguardo, il corvo e l’uccellino
sono due onde dello stesso mare,
due versi della medesima canzone.
La vera compassione non è un fare,
è non opporsi al corso degli eventi,
lasciare che ogni cosa si manifesti
a svelare la sua ragione nascosta.
Colui che sa vedere senza giudizio
diventa il luogo sacro dove tutto accade.
Il dolore si scioglie nel ritmo del cosmo,
la morte si illumina e diventa luce.
Dove non c’è chi muore e chi salva,
c’è solo il Sé eterno che si riconosce
e in ogni cosa che avviene, si ama.
27 ottobre 2025

264 La luna e la danza del fiume
Camminano in silenzio lungo il fiume.
È sera, le acque scorrono tranquille,
tutta la natura si prepara al riposo.
Il giovane monaco osserva la luna
che riflessa sull’acqua trema leggera.
È il momento ideale per meditare,
per riflettere sulla propria esistenza:
“Maestro, come posso trovare la pace
se in me tutto si muove e cambia?”
Il maestro si ferma e indica il fiume:
“Guarda la luna, sembra tremolante,
ma è l’acqua che si muove e freme.”
Il giovane rimane a lungo in silenzio,
osserva quel lume riflesso dalle onde,
ma alla fine ha compreso e sorride:
“La luna non è toccata, rimane intatta,
è l’acqua che compie la sua danza.”
Il maestro coglie il momento e spiega:
“Tu sei la luna, i tuoi pensieri sono il fiume.
Quando l’acqua si calma, la luce si rivela.
Quello è il Sé, immutabile, fermo, eterno.
Ciò che si agita in te non è ciò che sei,
è ciò che va e viene attraverso di te:
sensazioni, idee, emozioni, ricordi,
che sono realtà instabili e transitorie.”
Segue un silenzio di meditazione.
La percezione si fa limpida e acuta.
Poi il giovane solleva lo sguardo
a contemplare in cielo la luna piena.

Il nostro “io” non è la nostra vera realtà,
è come l’acqua increspata del fiume:
pensieri, desideri e paure sono onde
che si agitano in modo incessante e caotico.
Ma sotto la corrente c’è una presenza,
una luce mai toccata dal mutamento,
la nostra più vera e segreta essenza: il Sé.
Riconoscere il Sé non è fuga dal mondo,
ma intimità radicale con ciò che cambia.
Non è rifugiarsi in una statica quiete,
ma abitare ogni pensiero, paura e gioia,
ogni emozione, senza perdere la propria luce.
Non si tratta di acquietare le onde,
ma di saper abbracciare il tremore
guardando ciò che permane al di là di esso.
Mentre la vita continua a ricreare sé stessa
e il mondo a mutare in infinite forme,
il Sé rimane qui, immutabile e luminoso.
Riconoscere il Sé non è rinunciare alla vita,
ma accettare di viverla in ogni sua vibrazione.
Possiamo tuffarci e danzare con le correnti,
sapendo che quello che siamo non muta,
che la nostra essenza non è un divenire
e che nessuno potrà mai toccarla,
nulla potrà mai scalfirla e trasformarla,
neppure le acque impetuose del destino.
29 ottobre 2025

265 Anassagora e l’eco del noùs
Si racconta una storia di cui i libri tacciono.
Il vecchio filosofo Anassagora negli ultimi anni
camminava ogni sera lungo il mare di Lampsaco.
Non per cercare risposte, ma per lasciarle dissolvere.
Diceva che ogni pensiero, se lo si guarda a lungo,
ritorna al principio primo, il noùs, da cui proviene.
Davanti all’acqua il pensare si faceva sottile,
non era più concetto, ma respiro con il Tutto.

Anassagora osservava le forme e i colori
di quel mare sempre nuovo e in movimento,
lo sguardo rapito dal combinarsi degli elementi.
E la meditazione man mano si approfondiva:
gli infiniti semi che compongono le cose
nel mescolarsi tra loro rivelano un ordine,
quello di un Intelletto che li separò dal caos.
“Tutto è mescolato -mormorava- come il mare,
ma l’ordine non è nei frammenti: è nel loro ritmo.”
Il nous, per lui, non era un dio che comanda,
ma un principio che respira in ogni fenomeno
e vibra attraverso le cose senza possederle.
Come la luna: illumina la notte, ma non la tocca.
La comprensione si faceva poi penetrante:
tutto si muove nell’ordine, ma senza un centro;
la Mente cosmica è una suprema intelligenza,
è causa del mondo e della sua bellezza,
ma esiste al di là di esso, pura e incontaminata;
l’uomo può ammirarla, ma non incontrarla.

Un giovane gli chiedeva cosa governa il mondo
e Anassagora: “Nulla governa. Tutto si dispone.
Ciò che chiamiamo Intelletto è solo un ritmo,
un respiro, è solo l’armonia del movimento.”
In quel dire vi era lo sguardo a ciò che è più alto.
Il vecchio filosofo stava udendo l’eco del noùs,
il Pensiero che non ha bisogno di pensatore.
Per Anassagora anche il silenzio era un maestro.
Davanti a quel mare così azzurro, così vivo,
ogni granello di sabbia era un pensiero disperso,
ogni onda una domanda che non chiede risposta.
Non era conoscere la mescolanza delle cose,
ma saper abitare il loro ordine inesplicabile.

A volte Anassagora sedeva davanti al tempio,
gli occhi chiusi, in meditazione profonda,
come se fosse in ascolto di una eco lontana,
qualcosa che non apparteneva più al tempo:
era la voce del Pensiero senza pensatore.
Alla sua morte i discepoli dissero di lui:
“Non cercò la verità: la lasciò scorrere.”
E altri: “Capì che pensare è lasciarsi pensare.”
Era questa l’eredità lasciata dal filosofo:
non il vano desiderio di possedere la verità,
ma l’austera arte di viverla senza trattenerla.
E intanto il mare di Lampsaco, così azzurro,
continuava il suo movimento incessante.
Sempre nuovo, sempre vivo e spumeggiante,
a custodire nelle acque il suo mistero.
30 ottobre 2025

266 L’anfora di Talete
-C’è un aneddoto poco conosciuto sul filosofo Talete: quello dell’anfora. Non so se corrisponda ad avvenimenti reali, potrebbe essere un’invenzione, come tante leggende fiorite intorno a personaggi famosi…
-Conosco la storia e per quel che ne so potrebbe essere del tutto inventata. Ma se ci insegna qualcosa, se ci offre uno spunto per riflettere, ben venga. Noi non siamo dei filologi, ma cercatori del vero. Se un mito ci intriga, il fatto che riferisca cose reali o immaginarie passa in secondo piano, ci interessa il suo significato.
-Ecco la storia: si racconta che Talete, ormai anziano, sedesse ogni sera davanti al porto di Mileto, osservando i riflessi dell’acqua, assorto nei suoi pensieri …
-Possiamo capire quella fascinazione. Talete è famoso per aver individuato nell’acqua l’arché, il principio universale da cui tutto ha avuto origine.
-Sì, e su questo…. Un giorno un giovane si avvicinò per confrontarsi con il vecchio saggio: “Tu che dici che tutto è acqua”, gli chiese, “come può l’acqua pensare?”. Talete rimase in silenzio, poi immerse un’anfora vuota nel mare e la tirò su piena fino all’orlo…
-Interessante. Talete non dà la prima risposta a parole, non corre subito alla teoria. Fa un gesto concreto, risponde con un esempio.
-Il giovane rimase perplesso, non capiva il significato di quella risposta. Allora il filosofo: “Osserva, finché l’anfora è nel mare non sai dove l’acqua cominci o finisca. Ma quando la sollevi, ti accorgi che l’acqua non è più il mare. Prima era senza confini, una con il Tutto, ora è diventata una forma individuale, ritagliata da quell’infinito.”
-Una visione profonda. E come reagì quel giovane?
-Dicono che a queste parole si mise a ridere, facendo finta di aver compreso…
-Lo facciamo tutti quando un messaggio supera le nostre capacità. Quel giovane rappresenta la persona comune che non sa elevarsi a una visione più alta.
-Poi Talete aggiunse: “Così è il pensiero. Quando pensiamo, l’essere entra in noi come il mare nell’anfora. Ma nel momento in cui lo conteniamo, lo dividiamo. La verità diventa parola, si fa piccola e limitata.”
-Una bella lezione. E come si conclude la storia?
-Talete lasciò cadere l’anfora e l’acqua in essa si confuse di nuovo con il mare. C’è anche un curioso seguito: da allora i pescatori di Mileto giurano di udire, nelle notti più tranquille, un sussurro delle onde che dice: “Conoscere è separare ciò che è uno.”
-Quanti simboli e metafore in questo aneddoto! Devo dire che coglie bene l’essenza della prima filosofia greca. Anche se inventato mi sembra degno di una riflessione approfondita. Da dove partiamo?
-Direi dalla metafora dell’acqua: finché è unita al mare non ha confini, ma chiusa nell’anfora assume una forma, si separa…
-E separata da quell’infinito diventa figura, idea, parola. Così è il pensiero, che accoglie l’essere e nel pensarlo lo limita. Ciò che era infinito e senza limiti ora ha un contorno, una necessità, una ragione d’essere, si può pensare e nominare.
-Quindi il pensiero cerca di catturare l’essere, di contenerlo nelle parole, in concetti e definizioni. È ciò che chiamiamo conoscere…
-Sì, ma il primo principio sfugge, non sopporta il concetto. Rinchiuderlo in parole significa tradirlo. Ma è proprio così che opera il pensiero. Pensare è trattenere per un istante l’infinito, sapendo che non lo si può mettere in gabbia, che comunque ci sfuggirà. L’acqua prima o poi tornerà al mare, il luogo da cui proviene.
-Però noi abbiamo bisogno di interrogarci sul primo principio, vogliamo sapere la verità di questo mondo…
-Talete sapeva che ogni conoscenza è un’illusione necessaria: un contenitore fragile che si riempie per un istante di infinito, prima di rompersi. Non possiamo catturare la verità del mondo, dobbiamo lasciarla scorrere, nel movimento tra la forma e la non-forma.
-Questo aneddoto ci dice qualcosa di importante? Ci parla ancora oggi?
-L’anfora di Talete sarà pure un mito inventato, ma contiene un importante insegnamento. Indica una ferita aperta nella storia del pensiero. Anticipa il dramma della filosofia occidentale: il tentativo di imprigionare l’infinito nel linguaggio, di fissare il divenire in una formula.
-Cosa si deve fare allora?
-Talete lascia cadere l’anfora nel fiume. L’acqua ritorna nell’illimitato. Fuori dalla metafora: bisogna saper accogliere l’essere e poi lasciare che torni all’origine. La nostra conoscenza è fragile, non ci sono certezze, il nostro destino è vivere in bilico tra il finito e l’infinito. E dobbiamo accettare questa condizione.
-Oggi si esaltano la scienza e la conoscenza umana. Ci sono macchine che potenziano enormemente il nostro sapere.
-Siamo sommersi da una marea di pensieri. Archiviamo, salviamo, conserviamo tutto, come se la memoria potesse sostituire la comprensione. Talete, lasciando cadere l’anfora, ci insegna che la conoscenza autentica è ciò che resta nel lasciare andare le idee, senza aggrapparsi ad esse, senza assolutizzare e mitizzare le forme del conoscere.
-Dunque oggi usiamo ancora le anfore. Ma non sono utili?
-Oggi le anfore hanno cambiato forma. Non sono più di terracotta. Le chiamiamo algoritmi, reti informatiche, intelligenze artificiali. Raccolgono dati con l’illusione di poter comprendere il Tutto imprigionandolo, rendendolo disponibile al pensiero. Ma l’infinito non si fa addomesticare, non si può contenere in una macchina.
-Le macchine intelligenti però esercitano grande attrazione e danno sicurezza. Ci permettono di studiare il mondo e dominarlo…
-È proprio questa l’illusione. Un algoritmo è un pensiero che ha smesso di interrogarsi. Non conosce l’errore, non conosce il rischio e la paura, non conosce la vertigine del “non so”. È l’anfora perfetta: non si rompe mai, ma non sa più cosa sia l’acqua. Talete, nel suo gesto silenzioso, aveva capito ciò che la nostra epoca dimentica: pensare non è calcolare, non è dominare, ma accogliere la presenza dell’infinito. L’intelligenza vera non è quella che si rifugia nelle certezze, è quella che accetta di essere toccata dal caos.
-Forse dovremmo tornare anche noi al porto di Mileto…
-Sì, il mare continua a chiamarci. Ci ricorda chi siamo, da dove veniamo e dove siamo diretti.
-È questa la vera filosofia che cerchiamo?
-La filosofia non nacque per sapere, ma per capire di non sapere. E per imparare a lasciar essere quel mare infinito, senza cercare di possederlo e spiegarlo. Dobbiamo ascoltare la voce dell’essere, accoglierlo nel pensiero, poi restituire tutto al luogo da cui proviene. Questa è la più alta forma di intelligenza per noi esseri umani. È il dono che l’anfora di Talete ci ha lasciato.
1 novembre 2025

267 Ippaso scopre l’irrazionale
Dicono che appartenesse al cerchio dei puri matematici,
quelli che vedevano nel cosmo una proporzione perfetta.
Tutto per loro era numero e il numero era ordine e armonia.
Per Ippaso un’assoluta razionalità governava l’universo
e la divina geometria delle sfere celesti ne era testimonianza.
I Pitagorici vedevano nel numero non solo la chiave del sapere,
ma anche una mistica, una via di purificazione e di salvezza,
la possibilità di illuminare il mondo con la luce della ragione
ricomponendo conflitti, errori, disarmonie e contraddizioni.
Con la geometria interpretavano il significato delle cose:
l’uno era la monade e l’intelligenza, il due la diade e l’illimitato,
il tre rappresentava il limite e la perfezione del triangolo,
il quattro simboleggiava la giustizia, il cinque la vita e il potere,
la decade sacra della Tetraktys la somma dei primi principi…
Non erano solo numeri, ma un modo di pensare l’essere.
Non era solo astrazione, ma la via della più alta sapienza.

Poi un fatto venne a scuotere le fondamenta di quella visione.
Toccò proprio a Ippaso incontrare la vertigine del paradosso.
Un giorno tracciò una diagonale per dividere un quadrato,
calcolò con cura il rapporto tra il lato e il segmento obliquo,
ma scoprì che quella misura non poteva essere definita,
non c’era frazione o numero intero capace di esprimerla.
Il rapporto tra lato e diagonale era un numero non razionale.
Non fu solo una scoperta matematica, fu un terremoto.
La realtà concreta si sottraeva al dominio della ragione.
Se il mondo non poteva essere contenuto in numeri interi
allora l’“ordine” pensato dai Pitagorici veniva abbattuto,
la perfezione geometrica del cosmo cadeva in pezzi.
L’incommensurabile creava un’inquietudine infinita:
al di là di ogni umano calcolare c’era sempre un “resto”,
una realtà ultima che sfuggiva alle leggi della ragione,
un mistero dell’essere che nessun numero poteva dire.
“Il mondo -pensò Ippaso- non si lascia chiudere in formule.”

Si dice che la rivelazione di Ippaso fu così dirompente
che egli fu punito con la morte per aver divulgato il segreto.
Un dubbio era venuto a minare il sacro ordine geometrico.
Ippaso era diventato il profeta (e il martire) di nuove verità:
Nessuna teoria regge di fronte alla realtà delle cose,
c’è sempre un imprevisto che arriva a irridere la ragione.
l mondo non è fatto solo di armonie, ma anche di contrasti
e a volte i paradossi e le contraddizioni non sono conciliabili.
L’irrazionale non è solo una fenditura nell’ordine del pensiero,
esprime nuove possibilità che cambiano le prospettive.
Non bisogna temere il disordine e l’incommensurabile,
bisogna avere coraggio e gettare lo sguardo in quell’infinito.

Oggi sappiamo che l’irrazionale di Ippaso aprì un mondo.
Ora conosciamo funzioni che non si possono disegnare,
numeri che non si possono contare, l’indeterminazione,
spazi che non si lasciano immaginare e quantificare.
Quando crediamo di chiudere il Tutto in un’equazione
qualcosa, come la diagonale di Ippaso, devia di poco,
quel tanto che basta da far incrinare il sistema più solido.
Sappiamo che il mondo è quantico, frattale, incalcolabile,
non è fatto solo di proporzioni, ma anche di rotture e limiti.
Proprio in quell’incompletezza abita la verità più alta
che non è un’equazione, ma un’evoluzione continua,
una diagonale che attraversa il quadrato dell’essere.
Forse è questo che Ippaso ha intravisto oltre l’apparenza.
Accettando con coraggio uno sguardo nuovo sul mondo
si è messo al servizio del vero, senza paure e riserve,
diventando il simbolo del pensiero che non vuole recinti.
3 novembre 2025

268 Platone e la statua di Glauco
Accadde un giorno in Grecia, sulle sponde dell’Egeo.
Mentre il mare respirava lento tra i voli dei gabbiani,
i pescatori trascinarono a riva dalle acque una statua.
Era Glauco, una divinità marina, scolpito nel marmo.
Ma nessuno dei presenti fu capace di riconoscerlo,
il sale, le alghe, le conchiglie lo avevano trasformato,
ne avevano fatto un essere informe, quasi mostruoso,
simile a uno scoglio, più un relitto che una scultura.
I pescatori stavano per rigettare la statua nelle acque
quando passò di lì il filosofo Platone, che si fermò,
osservò a lungo, in silenzio, quella figura incrostata.
Poi, come se parlasse a tu per tu con un amico:
“Così è la nostra anima, Glauco. Era pura, un tempo,
come Idea che risplende eterea nella luce divina.
Ma caduta un giorno nel mare del mondo sensibile,
sballottata dai flutti delle passioni e delle opinioni,
con le sabbie e le alghe si è ricoperta di concrezioni,
si è incrostata di falsi desideri, di dolori e illusioni.
E ora non si riconosce più. Eppure, sotto l’apparenza,
la forma della sua natura immortale rimane intatta.”
E rivolto ai presenti che ascoltavano le sue parole:
“Chi cerca la verità non deve inventare nulla di nuovo,
deve soltanto togliere ciò che l’onda del tempo ha incollato:
l’errore, il pregiudizio e la paura, che oscurano la lucentezza.
La filosofia è ripulire l’anima dalle incrostazioni del corpo,
affinché essa libera possa tornare a contemplare il Bene,
riportando alla luce ciò che era nascosto sotto il velo,
come la bellezza di questo Glauco, che dorme sotto il sale.”
Poi Platone si voltò verso il mare che sembrava in ascolto:
“Ecco, Glauco. Noi mortali non siamo che statue sommerse.
Ma chi ama la verità non teme il sale e le alghe, né la fatica.”
Uno dei presenti si avvicinò a Platone e gli chiese:
“E tu cosa ne faresti adesso di questa statua incrostata?”
Platone sollevò lo sguardo. “La ripulirei con cura e pazienza.
Non per darle nuova forma, ma per restituirle quella sua vera.
La verità non si costruisce: si scopre togliendo e ripulendo.”
Detto questo con una conchiglia raschiò il braccio della statua.
Ne uscì il bianco lucido del marmo, come un riflesso di luce.
“Ecco Glauco che ritorna al suo splendore originario.
La vera filosofia è questo: scrostare, riportare alla luce.”
Poi il vento della sera si levò. I pescatori si allontanarono.
Rimase solo Platone davanti alla silenziosa statua del dio.
E nei colori del tramonto pareva che il mare fosse vivo.
5 novembre 2025

269 Bellezza è essere come si è
-Thalos: Vorrei riflettere ancora una volta sul “bello”. Perché più cerchiamo la bellezza, più sembra sfuggirci. È come inseguire un riflesso sull’acqua: appena ti avvicini, scompare…
-Maestro: La bellezza non si insegue. Si può solo riconoscere quando accade. Non è un oggetto da afferrare e possedere. Il bello è per sua natura un fenomeno misterioso, elusivo, indefinibile.
-Thalos: Però si dice che il bello è armonia, ordine, proporzione, qualcosa che si può vedere, misurare, comparare. Almeno su questo penso siamo tutti d’accordo…
-Maestro: Noi Greci abbiamo sempre pensato così. Poi è arrivato Socrate, che ha ribaltato tutto.
-Thalos: Già, Socrate non era bello. Lo sappiamo dalle testimonianze: il naso camuso, gli occhi sporgenti, un corpo goffo, ma…
-Maestro:.. ma chi lo incontrava ne restava affascinato. Conosci il dialogo Simposio di Platone. Nel suo elogio finale, Alcibiade descrive Socrate come un uomo esternamente brutto ma a suo modo bellissimo.
-Thalos: Sì, chi lo incontrava restava incantato. Cosa aveva di così speciale? Quale era questa sua bellezza particolare?
-Maestro: Era uomo di verità. E la verità, quando è vissuta, diventa bellezza. Socrate era bello perché era intero, era sé stesso: non cercava di sembrare altro, non nascondeva le sue imperfezioni. La bellezza di Socrate non risiedeva nel corpo, ma nel logos, nella capacità di generare bellezza negli altri attraverso la parola e la ricerca del vero. Lui ci ha insegnato che il bello non coincide con la simmetria delle forme, ma con la verità del proprio essere.
-Thalos: Questo ci obbliga a ripensare il concetto di bello…
-Maestro: Dobbiamo distinguere due tipi di bello, quello esteriore e quello interiore. E poi decidere quale sia di maggior valore. Ritorno alle parole di Alcibiade nel Simposio: “Tu, Socrate, somigli ai Sileni che gli artigiani rappresentano con flauti o con satiri. Se li apri, dentro ci sono statue di dèi. Così anche tu: il tuo aspetto esteriore è ridicolo, ma dentro vi è una bellezza senza pari“. Figure grottesche all’esterno possono contenere immagini del divino al loro interno. Poi Alcibiade aggiunge: “Quando si aprono i suoi discorsi e si entra dentro, li trovi pieni di senso e di immagini divine, di una bellezza straordinaria“.
-Thalos: Quindi la bellezza, quella vera, non è un aspetto esteriore, ma un modo di essere nell’interiorità…
-Maestro: Sì, è quando il dentro e il fuori non sono più in conflitto. Quando non c’è più distanza tra ciò che si è e ciò che si mostra. È una pace dell’anima che si legge negli occhi, nei gesti, nelle parole, anche nel silenzio.
-Thalos: Certo, noi tendiamo a fermarci all’apparenza, non andiamo molto oltre nel giudicare la bellezza di qualcuno o qualcosa…
-Maestro: Socrate ci ha mostrato che il bello è il respiro spontaneo di ciò che coincide con sé stesso. È un’anima che smette di lottare contro la propria ombra. La bellezza più alta nasce dal coraggio di mostrarsi nudo, fragile, intero. Essere come si è -e non come si dovrebbe essere o gli altri vorrebbero- è un atto di verità. E ogni verità autentica, quando si manifesta, diventa forma, ritmo, armonia: non perché sia perfezione, ma perché è viva, vibra come una musica.
-Thalos: C’è un passo del Simposio che non ho mai capito fino in fondo. È dove parla la sacerdotessa Diotima…
-Maestro: Riprendiamo le sue parole: “Chi contemplerà la bellezza in sé, pura, senza mescolanza, non più con carne e colori umani… potrà generare non più immagini di virtù, ma vera virtù…” Diotima descrive la scala dell’amore che parte dalla bellezza sensibile per giungere alla bellezza in sé, pura e non soggetta al tempo. In questa visione, Socrate è “bello” perché vive in relazione con quella Bellezza ideale, e ne diventa strumento vivente.
-Thalos: Ci sono altri passi dei Dialoghi dove si ritorna sul tema?
-Maestro: Sì, nel Fedro la bellezza è la via attraverso cui l’anima “ricorda” il divino: “La bellezza è la cosa più luminosa e più amabile… essa risplende fra tutte le idee, poiché brilla chiaramente ai sensi e richiama alla memoria l’amore divino.” In questo dialogo Socrate diventa la voce che guida l’anima dall’eros corporeo alla contemplazione del bello come manifestazione del Bene. La vera bellezza non è visibile esternamente, ma riflessa nell’anima che conosce sé stessa. Socrate qui è lo specchio che restituisce all’altro la sua bellezza nascosta.
-Thalos: Dunque il Socrate di Platone rovescia il senso comune. È un insegnamento importante anche per la nostra vita quotidiana, che non sempre si libra a quelle altezze…
-Maestro: Certo, il motto “essere come si è”, senza maschere, senza trucco, è l’atto più radicale di bellezza. È dire: “Io non devo diventare altro per essere degno di uno sguardo”. Il bello non è conformarsi a un modello, ma coerenza con la propria verità più intima. Questo è il messaggio di Socrate: la bellezza è l’effetto della conoscenza di sé.
-Thalos: Allora il bello non è qualcosa da avere, ma è una cosa da ricordare: che siamo già perfetti, così come siamo, con tutte le nostre imperfezioni.
-Maestro: Sì, non serve altro. Il bello non è un volto da guardare, ma un’anima che si lascia guardare. Essere come si è: questo è il segreto, la rivoluzione del pensiero. Quando il sentire si riconcilia con la sua forma, allora la verità comincia a risplendere. E noi viviamo nella bellezza più pura.
7 novembre 2025

270 Nessun tesoro, solo il silenzio
Nessun tesoro
mi porto dalla montagna,
solo questo silenzio

Ryōkan (1758–1831)

Scende dalla montagna il poeta errante.
Non porta con sé verità da trasmettere,
né racconti di esperienze di illuminazione.
Porta solo un profondo silenzio. Ed è tutto.
La montagna lo ha liberato dal superfluo,
dall’idea di tornare migliore e più saggio.
Lì ha riscoperto la sua vera essenza,
abbandonando l’io come un guscio vuoto.

Il poeta-monaco torna a mani vuote e dice:
“Nessun tesoro mi porto, solo questo silenzio.”
Ma quel silenzio è il tesoro più prezioso.
È ciò che rimane inciso nell’anima
dopo che il rumore della mente si è placato.

Quello che scopriamo a volte è invisibile,
non si può dire né raccontare o spiegare,
perché non appartiene a questo mondo,
non al suo baccano, non alla sua frenesia.
Il poeta sembra ritornato senza nulla,
ma per chi sa vedere oltre l’apparenza
custodisce in sé qualcosa di inestimabile:
un silenzio che è anche melodia e canto,
un vivere autentico, libero dal peso del sé.

La montagna è la porta di un luogo interiore.
È una lontananza che chiama ed accoglie.
Non si sale per arrivare alla vetta più alta,
ma per abbandonare le stolte ambizioni,
per imparare il linguaggio della quiete.
Alla fine restano solo i passi, il respiro,
le pietre, le nuvole e il cielo limpido.
E pian piano scende su tutto il silenzio,
il luogo d’origine di ogni parola,
ciò che resta quando la parola è consumata.

In quello spazio una profonda metamorfosi.
La mente si scioglie nel respiro del mondo,
fino a riconoscere che non c’è un io e un altrove.
Il poeta ritorna, ma non lascia la montagna,
la porta con sé, come un ritmo interiore.
La sua pace è la forma più pura di presenza.
È uno spazio vuoto che contiene ogni cosa.
E da quello spazio si levano poche parole:
Nessun tesoro
mi porto dalla montagna,
solo questo silenzio

7 novembre 2025

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