Filosofia oltre il Confine

Per gli amanti della Filosofia


251 Io nel cosmo infinito
Un alito che sfugge alla trama del tempo,
un momento sospeso nelle radici dell’essere,
un punto nell’universo, un infimo nulla
che si interroga e scruta la notte cosmica
alla ricerca di un senso… Questo io sono.
Ogni stella è uno sguardo e una domanda:
“Chi sono?”… “Perché?”… “Verso dove?”
In quell’immenso spazio oscuro e luminoso
il grande mistero si innalza all’eterno.
La mia identità si dissolve e si ricompone
come un labile soffio di polvere cosmica
nel vortice di energia che tutto muove,
nella forza primigenia che plasma i mondi.
In quell’abisso di infinito vive il mio “io”,
segnato dai limiti della sua finitudine,
perso nelle acque agitate del dubbio,
percorso da un profondo senso di nullità.

Ma proprio lì, nell’abisso della finitezza,
germoglia la domanda sull’ultimo destino.
La coscienza rompe il ciclo delle cause,
il piccolo “me” assorbe in sé quell’infinito,
lo vede, lo comprende, lo ama, lo rende vivo.
Sa che la domanda non rimarrà inevasa,
lo spettacolo del mondo è già la risposta.
Ogni stella che scompare rivela la verità,
ricorda che ogni nascere è già un morire,
che in ogni inizio è già scritta la parola fine.
E che questo vale per tutte le cose.

Tutto ciò che appare ha un’eco dentro di me,
perché io non sono un semplice spettatore.
Spinto dal bisogno di capire vado cercando
nel cosmo che mi accoglie e mi abbraccia.
Voglio abitare la domanda, voglio camminare
sul confine tra il conosciuto e l’ignoto.

Sospeso tra l’ombra e la luce delle stelle
sento che la mia caducità diventa un ponte:
cade ogni distanza tra il cielo e l’anima:
ogni astro lontano è un riflesso del mio essere,
ogni bagliore remoto una promessa di senso.
Contemplando in silenzio la volta stellata
mi riconosco compagno di questo universo.
E la ricerca del perché nascosto nelle cose
diventa la più grande e gloriosa avventura.
È il segreto custodito nell’”io sono”.
Solo chi sa di essere polvere e lo accetta
può avvicinarsi al mistero dell’infinito.
1 ottobre 2025

252 La legge pitagorica dei sette anni
-Discepolo: Cos’è questa legge dei sette anni che insegni nella tua dottrina?
-Maestro Pitagorico: Secondo noi Pitagorici ogni sette anni comincia un nuovo ciclo della nostra vita. Una legge infallibile governa il tempo dell’uomo e lo porta a un costante rinnovamento. Dopo un settennio la vita compie una svolta, come se un invisibile architetto ridisegnasse a fondo le nostre forme interiori.
-Discepolo: È perché noi cresciamo e ci trasformiamo? È il cambiamento della nostra forma corporea?
-Maestro Pitagorico: Non si tratta soltanto del corpo, che lentamente muta, ma dei pensieri, dei desideri, dei modi di vivere. Ciò che appariva incrollabile improvvisamente perde la sua presa e lascia spazio ad altro. È come un sipario che cala per aprirsi su un nuovo capitolo dell’esistenza.
-Discepolo: In che modo avete scoperto la scansione settennale? Con un calcolo matematico?
-Maestro Pitagorico: Il numero sette nella nostra visione non è un semplice calcolo: è un ritmo universale della vita che scandisce i suoi cicli. La legge dei sette anni è scritta nei numeri, ma soprattutto nelle pieghe della nostra esperienza. È l’espressione di un profondo principio cosmologico e simbolico. Essa ci ricorda che non siamo una realtà statica, bensì un flusso. Dopo sette anni non siamo più chi eravamo: se ci osserviamo da lontano spesso stentiamo a riconoscerci.
-Discepolo: Quindi cambiamo il nostro essere? Diventiamo qualcun altro?
-Maestro Pitagorico: In un certo senso sì. Prova a chiederti: dove e cosa ero sette anni fa? Come era il mio corpo? Come era la mia mente?
-Discepolo: Sì, ammetto che sono molto diverso rispetto ad allora, quando ero poco più di un bambino. Ma mi sento comunque sempre “io”…
-Maestro Pitagorico: Allora adesso interrogati su quell’io che senti di essere.
-Discepolo: Beh, è ciò che fondamentalmente sono, la mia identità costante e immutabile…
-Maestro Pitagorico: Vediamo più da vicino l’insegnamento. Secondo noi Pitagorici ogni sette anni ogni minima parte del corpo si è rinnovata. È un’osservazione che fa parte della nostra scienza segreta, di cui non parlerò ora. Il corpo che avevamo sette anni fa non c’è più. E questo fatto è importante perché ci fa capire che noi non siamo il corpo…
-Discepolo: Certo, altrimenti saremmo scomparsi nel niente per poi riapparire miracolosamente dal nulla…
-Maestro Pitagorico: Sì, e in più non siamo la nostra mente, perché idee e pensieri di sette anni fa non li ricordiamo e non sono più quelli che abbiamo ora. Anche i pensieri di ieri sera non sono più quelli che abbiamo adesso. Questo basta per comprendere che noi non siamo la nostra mente, perché essa cambia continuamente, non è mai la stessa.
-Discepolo: Dunque, se non siamo corpo e mente che vanno e vengono, cosa siamo?
-Maestro Pitagorico: Siamo un’anima immortale. Quella è la nostra reale essenza.
-Discepolo: Siamo esseri immortali?
-Maestro Pitagorico: È ciò che noi pitagorici insegniamo, perché lo abbiamo visto e sperimentato. Segui questa intuizione e rimani con quello che in te è costante e immutabile. Quello è il vero “te stesso”.
-Discepolo: Ma i cicli di sette anni si concludono prima o poi?
-Maestro Pitagorico: L’infanzia, la gioventù, l’adolescenza, la prima e seconda maturità e la prima e seconda vecchiaia si susseguono in un ciclo che rispetta la scansione. Arrivati alla fine del ciclo ai settant’anni il giro ricomincia, ma ormai ripete solo il passato e difficilmente aggiunge qualcosa di nuovo alla personalità, al pensiero e a quello che siamo e sappiamo di essere.
-Discepolo: La vita è dunque un cammino graduale di crescita e perfezionamento…
-Maestro Pitagorico: Sì, ogni settennio è un ciclo di maturazione e di distacco. In quei passaggi lasciamo la vecchia pelle, abbandoniamo abitudini, desideri e paure che ci tenevano prigionieri, apriamo nuove prospettive.
-Discepolo: Però il processo di maturazione non è sempre facile…
-Maestro Pitagorico: Sì, è vero, talvolta è doloroso perché il cambiamento chiede tanto, ma alla fine si scopre che il soffrire aveva un senso. Accettare la legge dei sette anni vuol dire riconoscere che ogni fase ed esperienza vissuta era necessaria. Ciò che siamo oggi è il frutto delle nostre metamorfosi. La vita ci chiede di muoverci, di non restare uguali, perché il non cambiare è morte. Così, ogni sette anni, l’uomo si ritrova rinnovato, eppure fedele al suo destino: essere un cammino che mai si arresta.
-Discepolo: Si può fermare questo processo?
-Maestro Pitagorico: Ogni settennio siamo davanti a una soglia. La nostra identità si rivela più fragile e mobile di quanto crediamo. Ciò che sembrava solido diventa liquido, ciò che ci sembrava eterno si trasforma, nuove forme di pensiero e desideri emergono. Ogni settennio porta con sé una prova: un distacco, una nuova consapevolezza, un cambiamento inevitabile. Se opponiamo resistenza, il cambiamento ci appare doloroso e ingiusto; se lo accogliamo, possiamo riconoscerlo come via di maturazione. Chi rifiuta il movimento resta prigioniero di un’illusione, perché tenta di fermare ciò che è scritto nel suo destino.
-Discepolo: Però ammetto di fare fatica a distaccarmi dal mio passato, una parte di me se ne va e io lo vivo come una dolorosa perdita…
-Maestro Pitagorico: Capisco, accade a tutti. Ma ricorda, il tempo va visto come alleato, non come nemico. L’uomo che accetta la ciclicità comprende che ogni perdita è una trasformazione, che ogni fine è un nuovo inizio. Ciò che è passato ha svolto il suo compito, ha preparato la nascita di ciò che deve venire. E va bene così, è nella logica delle cose, nella matematica del vivere. Non dobbiamo giudicare il passato come errore, ma come una fase necessaria e superata. E il futuro va visto non come minaccia, ma come opportunità e promessa dell’inaspettato.
-Discepolo: Dovrò meditare a lungo su questo. La legge dei sette anni cambia la mia visione di vita, offre nuove comprensioni, mi costringe a ripensare me stesso…
-Maestro Pitagorico: Riconoscere quella legge significa accettare che come uomo non sei mai concluso, mai definitivo. Noi siamo esseri di passaggio, tessuti dal tempo, pellegrini che attraversano forme sempre nuove di sé.
-Discepolo: Sento che questo insegnamento è giusto e vero. Ma dovrò lavorare a fondo su di me per superare la paura del cambiamento, che comunque avverrà in ogni caso…
-Maestro Pitagorico: La vita ci chiede di non aggrapparci a ciò che è stato e accettare l’insicurezza. La saggezza consiste proprio in questo: imparare a camminare dentro il mutamento senza timore, sapendo che la vita ci offre volti diversi, ma sempre fedeli al nostro essere profondo, all’anima immortale che siamo. Ogni ciclo è un ponte tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando. La trasformazione non ci allontana dalla nostra essenza, ma la rivela in modi nuovi. Impariamo a lasciarci condurre da questo ritmo, riconciliandoci con il tempo e con le sue metamorfosi. Così, vivendo sul crinale del tempo che passa la nostra anima rinnova i suoi confini invisibili.
3 ottobre 2025

253 Il bello custodisce un segreto

-Discepolo: Maestro, cos’è la bellezza?
-Plotino: Non posso parlare del bello se non nel linguaggio della poesia.
Ascolta dunque Eufrasio e cerca di cogliere ciò che è al di là delle parole:

La bellezza non è ornamento esteriore.
Non è grazia della forma sensibile.
È un richiamo, un varco, un passaggio.
È luce immateriale che filtra dall’Uno.
È riflesso dell’armonia eterna
che dal divino discende su noi.

Ogni cosa bella custodisce un segreto,
non brilla da sé di propria luce,
riflette un ordine più alto e perfetto,
partecipa di una Idea che la trascende.
La rosa è bella ed emana la sua luce
perché manifesta l’Idea che le dà vita.
Un volto, un suono, un gesto, un colore:
tutto può diventare simbolo del bello
che incanta, toglie il peso del mondo,
apre lo sguardo e purifica il cuore.

Vivere il bello è compiere un viaggio.
L’anima innocente contempla rapita,
vola nell’Oltre sulle ali della nostalgia
e risvegliata ricorda le sue origini.
È un’ascesa interiore verso l’eterno,
una liberazione dai vincoli del tempo,
il ritorno alla patria mai dimenticata.

Bello e amore sono fedeli compagni.
Amare è accogliere la luce superna,
quell’intelligibile che si rivela a noi
e traspare nelle forme sensibili
come un filo che unisce terra e cielo.

L’essere è bellezza e la bellezza è essere.
Noi siamo belli quando siamo ciò che siamo,
quando rimaniamo fedeli al nostro essere,
all’invisibile Idea che abita in ogni cosa.

Ascolta queste parole, caro Eufrasio,
falle tue, medita, cerca sempre la bellezza.
Vivi la silenziosa attesa del ritorno all’Uno,
scopri quell’unità che abita già nel cuore.
Vivi le virtù che rendono luminosa la vita.
Non c’è al mondo altra cosa più degna.
4 ottobre 2025

254 Perché sono qui nel mondo
Perché sono qui nel mondo?
Sono qui perché un desiderio mi chiama
a tessere il filo che unisce il finito all’infinito
e cercare nel silenzio il mistero dell’essere.
Sono qui per scoprire i confini dell’anima
e andare a vedere cosa c’è oltre le forme.
Sono qui per porre impellenti domande
che nessuna risposta potrà mai soddisfare,
pronto ad abitare il territorio dell’incerto
dove ogni certezza svanisce e mi libera.
Sono qui per dar voce a ciò che è oltre le parole,
per tessere pensieri che non siano catene ma ali.
Sono qui per conoscere e abbracciare il limite,
comprendere che esso dischiude nuovi orizzonti
e di là ci fa scorgere un disegno più grande.
Sono qui per vedere nello sguardo dell’Altro
quello che ancora devo ritrovare in me.
Sono qui perché la vita è una grande domanda,
ogni istante un enigma da risolvere.
Sono qui per rendere conto del tempo che fugge,
per dare memoria dell’attimo che si consuma.
Sono qui per testimoniare la bellezza
del semplice fatto di vivere nel mondo.
E forse il senso ultimo del mio esserci
non è da cercare altrove, in complicati luoghi,
ma nel semplice fatto di essere presente,
di lasciarmi attraversare dal nulla e dal tutto.
E riconoscere in questo oscillare il dono di vivere.
6 ottobre 2025

255 L’io-sono è il senza-limiti
-Porfirio: Vorrei tornare al problema dell’io-sono di cui abbiamo discusso l’ultima volta. Mi avevi invitato a osservare il fatto del mio esistere per riconoscere che non sono il mio pensiero bensì un io-coscienza…
-Maestro: Sì. E dunque hai fatto i compiti come ti avevo chiesto?
-Porfirio: Mi sono dedicato a lungo all’auto-osservazione, con risultati alterni. A volte riuscivo a concentrarmi sull’io-sono/coscienza, altre volte i miei pensieri arrivavano come cavalli selvaggi a contendere la mia attenzione. Vorrei tornare sull’ io-sono per approfondirne l’esperienza…
-Maestro: Alcune osservazioni: non vedere l’io-sono/coscienza come un “problema”, perché questo pensiero ti allontana dalla retta visione. Inoltre non devi “concentrarti” sull’io-sono, perché il concentrarsi è ancora un atto del pensiero -e noi non siamo il nostro pensiero. Meglio parlare di consapevolezza, visione diretta. Infine tieni presente che l’io-sono non è un’esperienza ma uno stato, è il manifestarsi dell’essere puro e semplice.
-Porfirio: Capisco che è errato vedere come un problema la coscienza io-sono e che il concentrarsi è un’azione della mente. Ma non riesco a capire, come mi avevi già detto in passato, che l’io-sono non è una esperienza, bensì uno stato. Posso fare esperienza di me stesso come coscienza, oppure no? Vorrei capire bene…
-Maestro: Proviamo una via semplice per chiarire la questione. Cosa vuol dire fare esperienza?
-Porfirio: Vuol dire osservare, constatare, percepire, vedere o sentire qualcosa…
-Maestro: Sì, noi facciamo esperienza di sensazioni, percezioni, pensieri, ricordi, fantasie, emozioni, ecc. Che cosa hanno in comune queste forme dell’esperire?
-Porfirio: Possono essere molto diverse tra loro, ma sono accomunate dal fatto che sono tutte sempre oggetti della mia coscienza. Un sentimento, un colore, un’idea, un’immagine, un ricordo mi appaiono di fronte sempre come un “qualcosa”…
-Maestro: Giusto. Ma questo vale anche per la stessa coscienza? Vale anche per l’io-sono? Lo puoi vedere, percepire o pensare, cioè esperire come un “qualcosa”?
-Porfirio: Mi pare di sì. Io posso osservare il mio esistere, il mio essere cosciente…
-Maestro: Beh, se è così allora prova adesso a guardarti, a scrutare questo io-sono di cui parliamo. E poi descrivilo con le tue parole. Non avere fretta, prenditi il tuo tempo…
-Porfirio: (dopo una pausa) L’io-sono è… mi appare come… anzi no, è la sensazione di… o forse invece si può descrivere… Uhm, sono un po’ in difficoltà…
-Maestro: È ovvio che sia così. Stai cercando di descrivere ciò di cui non si può fare esperienza. Il soggetto, la coscienza o io-sono, non si può ridurre a oggetto, non si può “vedere” come un evento della percezione, perché è il fondamento del percepire stesso.
-Porfirio: Non c’è proprio nessun modo di definire questo io-sono?
-Maestro: Va bene, vediamo: l’io-sono ha un colore, una forma, una qualità o una caratteristica? Al di là della parola che usiamo per indicarlo, lo puoi definire, lo puoi ridurre a un’idea, a una sensazione o a un’immagine?
-Porfirio: (dopo una pausa più lunga) No… mi sembra di no… In effetti la coscienza non rientra nel campo del percepito, perché è la base che sostiene la stessa percezione.
-Maestro: Molto bene. Non puoi definire una cosa se non puoi stabilire i suoi limiti nello spazio- tempo o predicarne qualità e caratteristiche qualsivoglia. Il tuo vero io, la coscienza, l’io-sono, è al di fuori di tutto questo, perché precede ogni oggetto percepito, ne è la condizione, è lo sfondo su cui il mondo appare, con tutti i suoi nomi, distinzioni, definizioni e descrizioni.
-Porfirio: Dunque, se ho capito, l’io-sono è uno stato, ma può essere solo vissuto senza poter dire che cosa è.
-Maestro: Proprio così, è l’essere senza-limiti, su cui ci si può pronunciare solo per negazioni, come ben sanno da sempre i mistici. “Io sono” non appartiene al dominio del finito. Ogni esperienza è segnata dal limite: inizia, si attua e si conclude. È un frammento nel tempo, un evento che appare e scompare. Il finito è la trama dell’esperienza, ma “io sono” non coincide con essa: è ciò che la rende possibile. E come la luce che illumina le cose senza appartenere ad esse.
-Porfirio: Un mistero grande. Tu hai usato il termine “finito” per indicare il mondo con tutte le sue realtà. Questo vuol dire che…?
-Maestro: Che l’io-sono/coscienza è senza limite, dunque infinito.
-Porfirio: Vuoi dire che rimanere nell’io-sono è essere nell’infinito? Che noi siamo infinito?
-Maestro: Sì, esattamente questo. Le parole appartengono al campo del finito, degli oggetti, quindi sono impotenti a descrivere l’indescrivibile. Al massimo possiamo dire che l’essere non accade nel tempo e nello spazio, ma è ciò che accoglie tempo e spazio. È lo sfondo immobile su cui si dà il mondo delle esperienze. “Io sono” non è un fatto, ma un principio intuitivo e certo: è presenza pura, senza inizio né fine, che precede ogni esperienza e la oltrepassa.
-Porfirio: Dunque noi viviamo già nell’infinito. Perché è così importante realizzare questa verità?
-Maestro: Il finito vive nell’infinito. Ogni emozione, pensiero o percezione è una vibrazione temporanea, una forma momentanea che l’infinito assume per conoscersi nel limite. L’esperienza è il linguaggio del finito, “io sono” è il respiro dell’infinito. L’infinito non cerca, non diviene, non si compie: semplicemente è. Quando mi identifico in ciò che passa sono nelle catene dell’ignoranza; quando mi riconosco in ciò che permane sono nella libertà dell’intelligenza. È una differenza decisiva da tenere presente se vogliamo sapere chi siamo e vivere in pace.
-Porfirio: Ora mi sembra che il cammino si stia facendo impervio. Sento il bisogno di fermarmi e prendere tempo per riflettere. Devo tornare nel finito e viverlo e osservarlo ancora un po’ per poter intravedere l’infinito.
-Maestro: Sì, sono d’accordo, è giusto, continueremo la nostra meditazione in un’altra occasione. Intanto continua a interrogarti, a osservarti, cerca le tue risposte. Cerca il silenzio in cui cessa il movimento dell’esperienza, allora l’infinito si svela come ciò che sempre è stato: pura presenza. In quel riconoscimento, il “fare esperienza” si dissolve e resta soltanto lo stato nudo dell’essere – l’eco immobile e imperitura dell’io-sono.
7 ottobre 2025

256 Il pianto dell’asino
Nella luce dei colori del tramonto
giaceva nudo sulla nuda terra,
il grembo che lo aveva generato,
in serena attesa dell’ultimo viaggio
verso le luci dell’alba eterna.
Non più parole, non consolazioni,
solo il lieve tocco della polvere
che lo accoglieva come una madre.

I frati pregavano per Francesco,
lo assistevano nella sua ultima ora,
in un silenzio ora mesto ora febbrile,
pervasi da una profonda tristezza.

Fu allora che qualcuno si avvicinò
condotto dai frati nella stanza:
un asinello che aveva servito Francesco
come fedele compagno in tanti viaggi.
Di fronte al santo prossimo alla fine
l’asino rimaneva silenzioso e immobile,
gli occhi pieni di un dolore innocente.
Poi all’improvviso emetteva un suono,
non il suo raglio impetuoso di sempre,
ma un lamento flebile e sommesso,
un suono dolce e rotto come di pianto.
I frati si stupirono, ma poi compresero
che quel verso era un’antica preghiera,
un estremo saluto all’amico morente,
un addio che non ha bisogno di parole.

Francesco allora si aprì in un sorriso:
“Lasciatelo stare, fratello asino,
ché anche lui mi ama nel Signore
e piange per il mio partire.”

E poi cadde il silenzio. Tutto taceva.
Ogni palpito di vita si faceva preghiera.
Il vento sembrava un canto all’Eterno.
Lacrime ricadevano nel cuore del mondo.
E una luce illuminava il volto di Francesco
mentre in un attimo tutto si compiva.
Così Francesco se ne era andato,
verso il cielo e insieme dentro la vita stessa,
lì dove anche il più umile essere è sacro
per il cuore semplice che sa comprendere.

Racconta frate Leone ancora di quell’asino
che non volle più mangiare per giorni
e di lì a poco, in silenziosa pace, morì.
L’asinello si era fatto custode del mistero,
testimone di quella sapienza originaria
dove spirito e materia si incontrano,
dove sfumano i confini tra uomo e creature,
dove l’amore non conosce gerarchie né nomi.
Dove rimane solo l’essere, nudo, fragile, infinito.
17 ottobre 2025

257 La corda invisibile
Una corda invisibile percorre la nostra vita,
tesa tra il momento del “fare” e il riposo,
tra l’ardore dell’azione e la non-azione,
tra la ferma volontà e la resa al presente.
Su quel labile confine noi ci muoviamo
alla ricerca di equilibri sempre nuovi,
per un vivere più saggio e più giusto.

Ci insegna questo un antico racconto,
la storia di un monaco chiamato Sona,
discepolo diligente e abile musicista.
Avviato sul sentiero spirituale del Buddha
Sona si impegnava con tutte le sue forze
nella meditazione detta “della camminata”,
camminando su e giù fino allo sfinimento,
alla ricerca di un lampo di illuminazione.
I suoi piedi sanguinavano, le ossa dolevano,
ma voleva sentirsi degno del suo Maestro
e per questo era pronto a ogni sacrificio.
Tuttavia la sua salute era cagionevole
e quello sforzo aumentava la sua fragilità.
In più quella dedizione non era ricompensata
da pace e progressi nella vita interiore.
Sona era sconfortato, si sentiva un fallito,
forse non era adatto al cammino spirituale.
E alla fine pensò di lasciare la vita monastica.

Quando il Buddha lo seppe lo fece chiamare
e a lui si rivolse con queste parole:
“Sona, quando eri un musicista
come suonavi il tuo strumento a corde?”
Sona rispose:
“Se tendevo troppo le corde si spezzavano;
se le lasciavo troppo lente non suonavano.
Solo quando la tensione era giusta,
producevano un suono armonioso.”
Il Buddha sorrise e disse:
“Così è anche nella pratica spirituale.
Se la tua energia è troppo tesa nasce l’agitazione;
se troppo lenta, nasce la pigrizia.
Coltiva l’equilibrio: non troppo, non troppo poco.”
Il Maestro stava indicando la Via di Mezzo,
il cammino insegnato da tutti i saggi risvegliati.
Da quel giorno, Sona praticò con misura,
la meditazione divenne anch’essa un’arte,
una musica fatta di equilibrio e armonia.
E presto raggiunse l’illuminazione.

C’è un momento nella vita di chi cerca
in cui lo sforzo stesso diviene un ostacolo.
Non è un fallimento del proprio impegno,
è solo che la corda si è tesa troppo.
La tensione che ci spingeva a un ideale
diventa un laccio che ci imprigiona.
Allora la saggezza agognata è perduta,
uno squilibrio si è insinuato a turbarci,
a rendere impervio il nostro cammino.

La vera pratica non è nell’estremo sforzo,
ma nell’armonia tra il fare e il non-fare.
La vita è come la corda di un’arpa,
suona quando ha la giusta tensione,
solo allora produce l’armonia più bella.
Nell’accordo tra movimento e quiete
vivere diventa luce. E la luce comprensione.
In quel canto dimora l’essenza del risveglio.
18 ottobre 2025

258 Il vecchio e il fiume
Si racconta di Lao Tzu che un giorno,
mentre tornava dal regno di Zhou,
vide un vecchio cadere in un fiume
e scomparire tra le sue acque.
Tutti lo pensavano ormai annegato,
ma il vecchio ricomparve più a valle
e lo si vide camminare lungo la riva,
tranquillo come se nulla fosse accaduto.
Lao Tzu allora andò da lui e gli chiese
come fosse riuscito a sopravvivere
in mezzo a quelle onde impetuose.
Il vecchio sorrise e candido rispose:
“Non ho opposto resistenza al fiume.
Mi sono lasciato portare dove voleva.
Quando andava giù, anch’io andavo giù,
quando risaliva, anch’io risalivo con lui.
Io non combatto mai con l’acqua,
e così essa non combatte con me.”
Lao Tzu si inchinò al vecchio e disse:
“Questo è il Tao: seguire la via delle cose,
e non cercare di imporre la propria.”
Le parole del maestro Lao Tzu
esprimono l’essenza della via del Tao:
la saggezza non è mai dominio,
è adattarsi alla corrente della vita,
accogliere gli eventi senza resistere,
seguendo il flusso naturale delle cose.
La vera libertà è smettere di lottare
contro ciò che si dà nel presente,
fluire col ritmo di ciò che è inevitabile.
Il segreto non è vincere la corrente,
ma capire che non c’è nulla da vincere.
Questo è il wu wei, vivere nel non-agire,
che non è inerzia, ma presenza alle cose,
azione spontanea che con esse si allinea.
È la foglia che cade senza sapere perché,
il pesce che non conosce la parola “nuotare”.
È fare senza fare, è quiete che agisce,
è vuoto che crea senza un “qualcuno”.
È lasciare che l’azione accada da sé,
come l’acqua che scende docile dal monte
e trova la valle senza bisogno di mappe.
Nel Tao lo sforzo è un’incomprensione.
La vita non ha bisogno di essere vinta,
deve essere solo amata e attraversata.
Chi si abbandona al movimento del Tutto
non viene trascinato a forza, viene accolto.
Così ritorna alle origini dell’esistenza,
là dove uomo e mondo non sono più due.
Là dove il pensiero si ferma e c’è ascolto.
E la voce del Tao comincia a parlare…
20 ottobre 2025

259 Quando Confucio incontrò Lao Tzu
Il cielo era limpido come una goccia di rugiada
in quel mattino della stagione della Fenice.
I due uomini si incontrarono lì, sulla via di Lu,
si guardarono negli occhi e subito si riconobbero.
Le loro vite si intrecciarono per un momento.
Confucio portava con sé i riti, le regole, i gesti
che danno ordine e tengono in piedi il mondo.
Lao Tzu portava il vuoto, la grazia del silenzio,
la saggezza gentile che conosce senza sapere.
Confucio, giovane studioso e rinomato filosofo,
impegnato a costruire una società più giusta,
era venuto per incontrare il famoso maestro
e chiedere di un problema che lo angustiava:
da sempre credeva nell’ordine, nella ritualità,
nel coltivare le virtù con l’impegno morale,
ma vedeva che il cuore degli uomini è sordo.
Come insegnare la virtù a chi non ascolta?

Dicono che anche il vento si fermò a sentire
e una farfalla si posò su una foglia, in attesa.
Non capita tutti i giorni di vedere due saggi
e imparare da loro le cose importanti della vita.
Dopo un inchino Confucio fu il primo a parlare:
“Maestro, come si governa il cuore degli uomini?”
Lao Tzu si fermò e fece un lungo silenzio,
guardava il giovane come si guarda un bambino
che chiede dove nasce e finisce l’arcobaleno.
Poi rispose con voce sommessa e pacata:
“Non governarlo, lascia che segua la sua natura,
come l’acqua segue la terra e le nuvole il cielo.
Quando non cerchi di governare gli altri,
allora finalmente cominci a comprenderli.”
Confucio tacque e rimase a lungo pensoso.
Non si aspettava da Lao Tzu quella risposta,
ma la domanda tornò di nuovo, più urgente:
“Maestro, spiegami allora cosa devo fare…”
“Non fare. Lascia che le cose siano fatte dalla Via.
L’uomo che vuole purificare il mondo lo intorbida.
L’uomo che lo lascia scorrere lo rende limpido.”
Per Confucio un messaggio difficile da accettare,
per lui, convinto di poter dare ordine al mondo.

Seguì tra i due di nuovo un lungo silenzio.
E in quel vuoto forme e regole cadevano,
una ad una, come foglie secche in autunno.
Confucio capì: tutti i riti sono fiori d’inverno,
hanno una loro bellezza, ma non hanno radici,
regole e virtù sono solo polvere del passato.
Quando l’acqua può scorrere libera e limpida
non ha bisogno di regole per essere pura.
Confucio guardò il vecchio maestro e “vide”:
il suo pensiero profondo, semplice e puro;
la forza incomparabile della sua gentilezza;
la spontaneità di un cuore che sa accogliere;
la libertà che dà le ali per volare in alto.

Lao Tzu guardò Confucio allontanarsi lungo la via.
Sapeva che il suo cuore era ancora pieno di dubbi,
ma forse il suo pensiero aveva imparato a fluire,
a dimenticare regole e riti, a non temere il vuoto.

Tornato dai suoi discepoli, Confucio parlò così:
“Oggi ho visto un drago. Non vola con le ali,
si innalza nel cielo portato dalle nubi e dal vento.”
E a chi chiedeva di più dell’incontro con Lao Tzu:
“Il mio sapere si è fatto leggero come polvere d’acqua.”
21 ottobre 2025

260 L’albero – una meditazione
Guardo quell’albero fuori dalla mia finestra.
È un essere maestoso, rigoglioso, pieno di vita.
Vedo un intrico di rami e il verde di migliaia di foglie,
uno spettacolo di colori, di sfumature e di bellezza.
Guardo ogni particolare come se fosse la prima volta
-non è difficile se metto da parte il sapere e il ricordo-
e mi chiedo quale pittore potrebbe mai fare un’opera del genere,
chi mai creare un quadro così bello, così vivo e vero.
L’arte, la poesia e la musica cercano di rappresentare la realtà,
ma non possono crearla, solo trasfigurarla per approssimazione.
La vita non imita, non fa copie, inventa dal nulla, continuamente,
nella sua follia creatrice non segue le ragioni di un perché,
segue solo un misterioso impulso a creare la forma dal vuoto.

Osservo l’albero e mi pare di vederlo nascere ora.
Sembra lo stesso di ieri, ma non è lo stesso, è nuovo.
Molte volte sono passato pensando: “Un albero come tanti.”
Quando lo “pensavo” con la mente era uguale a milioni di altri.
Nel puro “vedere” non ci sono “tanti” alberi, ma sempre e solo uno,
questo che sta davanti a me, adesso, qui, unico e irripetibile.

Torno a osservare quell’essere vivente vestito di luce.
Alla fine non so più dove comincia lui e dove finisco io.
C’è una sola vita che scorre, e per un istante la riconosco.
Non è la mia, non è la sua, è la vita che respira in ogni cosa.
Ogni ramo è un gesto, ogni foglia una parola e un tocco.
Le fronde stormiscono come note di uno spartito musicale.
Ogni vibrazione è un suono antico, la voce dell’essere.
C’è un ordine segreto in quel disordine, una grazia particolare,
una simmetria asimmetrica, un’armonia che vive di contrasti.

L’albero non vuole nulla. Sta, semplicemente. Esiste. Vive.
È se stesso e per questo è perfetto. Non conosce eppure sa.
Le sue radici affondano nell’invisibile, la chioma tocca il cielo.
È un miracolo irripetibile che emerge per un istante dal nulla.
È l’universo intero che prende questa forma. Una sola volta.

Continuo a osservare l’albero e il mistero si infittisce.
Ma quando non cerco più significato, il significato si rivela.
Alla fine capisco che la realtà non è qualcosa “fuori” da me:
è il mio stesso sguardo che la crea, la fa essere, qui e ora.
L’albero non è un oggetto: è la forma del mio stesso “vedere”.
La comprensione delle cose acquista una nuova prospettiva,
il senso di ciò che si presenta si rivela in infiniti significati.
Ogni ramo è un pensiero che si dimentica di essere pensiero.
Ogni foglia che cade è una rinuncia, un sospiro e un dono.
In quella caduta, perfetta e inevitabile, il mondo muore e vive.
Ogni cosa esiste una sola volta, ma quella volta è eterna.
Essere è tutto ciò che rimane. E non c’è nulla che manchi.
22 ottobre 2025

Home pag.27

———————————–

sito e testi di michele losanna – michele.losanna22@michelelosanna