241 Che cosa mi appartiene
-Cittadino: Perché vivi ancora in quella botte Diogene? Non hai nulla, non possiedi una casa, un vestito o un qualsiasi oggetto, vai girovagando come un randagio senza patria… Come fai a essere felice così?
-Diogene: Cosa ne sai della mia felicità? Forse ne abbiamo due idee diverse.
-Cittadino: Non ho niente contro di te, solo non capisco che cosa ci sia di bello nel vivere in povertà. Tutti gli uomini desiderano possedere qualcosa nella vita.
-Diogene: Tu che cosa possiedi di così interessante?
-Cittadino: Ho una bella casa, bei vestiti e molte comodità. Mi piace vivere nell’abbondanza, la povertà assoluta come la tua non mi piace, mi farebbe sentire un nulla, dovrei presentarmi agli altri come uno straccione…
-Diogene: Lascia stare gli altri perché non sono loro il problema. Guarda a te stesso. Chiediti se non sia più saggio non essere attaccato alle cose. Perché ricorda: alla fine niente di quello che hai ti appartiene.
-Cittadino: Come fai a dire una tale sciocchezza? Questa è una delle tue tipiche provocazioni, ma non mi sottraggo al confronto e rispondo in modo diretto: ciò che è mio è mio e nessuno può toccarlo, nessuno può violare la mia proprietà, lo dice la tradizione, lo dice il buonsenso, anche la legge è dalla mia parte…
-Diogene: Non sono qui per criticarti e comunque sei libero di fare quello che vuoi, se questo ti fa contento. Ma visto che sei stato tu ad avvicinarmi… Ti chiedo solo di osservare con attenzione. Guarda cosa fanno le persone: accumulano montagne di cianfrusaglie per riempire un vuoto, senza rendersi conto che tutto quel pattume prima o poi sarà buttato, diventerà un peso da cui liberarsi. Molte cose che sembravano importantissime appariranno senza valore, lasceranno solo disincanto e noia. Questo è il destino dei beni materiali che, tienilo sempre presente, non ci appartengono perché noi non siamo materia. La parte di noi più vera, la nostra essenza immortale, non si cura dei desideri del corpo e della mente, non si circonda di cose, è pura, semplice e non ha bisogno di nulla.
-Cittadino: Ehi, Diogene, sei piuttosto tagliente nei giudizi, ma apprezzo la tua sincerità e quindi provo a seguirti nel ragionamento, anche se non mi convince. E allora ti chiedo: che cosa mi appartiene?
-Diogene: Quando dialogo con una persona mi piace sapere con chi parlo, quindi per favore dimmi il tuo nome.
-Cittadino: Mi chiamo Klyos e sono un cittadino di Atene. Ma perché è così importante sapere come mi chiamo?
-Diogene: Non parlo mai alla folla, solo al singolo individuo che ha un nome e una storia. Inoltre nel nostro nome ci sono scritte tante cose. Klyos nella nostra lingua viene dal verbo κλύω che vuol dire “ascoltare”, mi sembra una buona indicazione per te.
-Cittadino: In effetti non sono molto portato ad ascoltare gli altri in una discussione. Sono un tipo impaziente, mi piace andare subito al sodo, sono un uomo più d’azione che di contemplazione.
-Diogene: Si vede che l’ascolto è quello che devi imparare nella tua vita per essere completo. Ma datti tempo, non c’è fretta, le cose importanti si imparano pian piano. E comunque accetto la tua proposta di parlare semplice e chiaro sul punto che abbiamo sollevato.
-Cittadino: Va bene, allora ripeto la domanda: Che cosa mi appartiene? Che cosa è veramente mio?
-Diogene: Dicevamo prima che le cose materiali non sono davvero tue. Nella vita le hai cercate, desiderate, accumulate e questo ti è costato tempo e fatica. Ma, se guardi bene e con sincerità, oltre a qualche comodità questo attaccarti agli oggetti materiali ha portato ansie, preoccupazioni, desideri senza fine, dolore e frustrazione.
-Cittadino: Sono sincero, ammetto che in buona parte è così, ma io seguo la tradizione del mio mondo, faccio quello che mi hanno insegnato, quello che fanno tutti. Perché, c’è un’altra possibilità?
-Diogene: Visto che hai nominato la tradizione, immagino che tu abbia letto le parole dei grandi saggi.
-Cittadino: Certo, non sono un ignorante, conosco bene Omero, Esiodo, i filosofi e i poeti e tante altre cose…
-Diogene: Allora sai che tutti i grandi pensatori ci hanno ricordato una cosa irrefutabile: siamo esseri mortali, siamo qua di passaggio, nulla dura nella realtà del divenire, tantomeno noi. Cosa pensi dunque di costruire in questo mondo?
-Cittadino: Uhm, vuoi proprio mettermi in difficoltà. Ma capisco dove vuoi arrivare… Se tutto finisce, accumulare cose è come fare un buco nell’acqua o costruire castelli di sabbia. Nel momento della morte nulla rimarrà nelle nostre mani…
-Diogene: Puoi servirti delle cose, se pensi che ti siano utili, ma non attaccarti ad esse, non farne la tua ragione di vita, altrimenti diventeranno una trappola, distoglieranno la tua attenzione da quello che veramente importa.
-Cittadino: Ammetto che le cose che possiedo potrebbero sparire da un momento all’altro e che quindi la mia felicità poggia su fragili fondamenta. E capisco che la morte alla fine si porterà via tutto. Anche se avrò creato un impero tutto svanirà nel nulla. Ma allora dimmi tu: cosa porterai di te oltre la morte?
-Diogene: Quello che appartiene a tutti, la sola cosa per cui vale la pena di spendere la propria vita e interrogarsi: la mia anima. Sperando che prima del momento estremo possa essere diventata buona e saggia.
-Cittadino: Dunque la mia anima è ciò che mi appartiene? La sola cosa che importa?
-Diogene: È quello che sei, cosa ci può essere di più importante? Sei qui in questa vita solo per accumulare oggetti? Ha senso questo, visto che perderai tutto? E la tua vita interiore che fine fa? Per che cosa hai letto i poeti e i filosofi, Esiodo e Omero? Solo per passarti il tempo? E se un rovescio della fortuna dovesse farti perdere tutto quello che hai? Cosa rimarrebbe, solo disperazione e vuoto?
-Cittadino: Rimarrebbe la mia anima, che, come dicono gli Orfici e anch’io credo, è immortale… Ma sarebbe una grande consolazione?
-Diogene: Rimarrai con un’anima saggia e imperturbabile. Poiché non si sarà aggrappata a nulla, nulla potrà perdere, niente potrà toccare la sua quiete. Questa è la via per avere una vita felice e serena, al di là di ogni possibile accadimento del destino.
-Cittadino: Sarà una vita povera?
-Diogene: Sarà magari povera esteriormente, ma ricca interiormente. Però chiediti chi sia veramente il povero: il saggio distaccato dalle cose o colui che vive schiavo degli oggetti? Colui che è ricco nella sua anima e vive solo dell’essenziale o colui che si circonda di cose e di ricchezze per allontanare la paura della morte, per non riconoscere e nascondere la propria nullità?
-Cittadino: Devo dire che queste tue parole mi hanno un po’ scosso. Non so se sono d’accordo con te, per ora preferisco rimanere della mia idea. Però ci rifletterò sopra, quello che mi hai detto non mi sembra banale, capisco che proviene dalla tua esperienza. E alcune cose hanno toccato qualche corda dentro di me.
-Diogene: Non sono qui per convincerti a pensarla come me. Da cercatore randagio non sono qui a proclamare nessuna verità. Mi piace parlare con le persone che mi avvicinano come hai fatto tu. Essere d’accordo non è la cosa importante. Ciò che conta è far parlare le nostre anime, interrogarci su di noi e sulla vita. E questo è accaduto.
-Cittadino: Non ti importa che io sia d’accordo con te, Diogene? Non ti senti deluso?
-Diogene: No, altrimenti vorrebbe dire che in me si è creato un nuovo attaccamento, non a una cosa materiale ma a un risultato, utile a nutrire il mio ego. Come vedi, è la stessa cosa di cui abbiamo parlato finora, un gioco che può ripetersi e continuare a vari livelli nella nostra vita. Bisogna smascherarlo fino in fondo e fare un’opera di pulizia, solamente così la nostra anima, una volta liberata da tutto il ciarpame che la sommergeva, può risplendere. Solo così si incontra la vera felicità.
-Cittadino: Parli sempre in prima persona?
-Diogene: Non posso fare altro, Klyos. Non possiedo nulla, ho solo la mia esperienza da offrire, non parlo ripetendo un libro o il pensiero di un altro filosofo. Anche tu cerca sempre di ragionare in autonomia e poi agisci in conformità al tuo sentire. Segui la via della libertà, non preoccuparti dell’opinione altrui, non attaccarti alle cose. Questa per me è la vera saggezza.
-Cittadino: Oggi mi hai offerto uno sguardo nuovo sulla vita. Per ora non riesco ad accettarlo fino in fondo, ma credo che abbia lasciato qualche traccia in me. So che tornerò a pensarci più e più volte, perché non mi ha lasciato indifferente…
-Diogene: In questo momento stai parlando attraverso la tua anima, non attraverso le cose che possiedi, nota la differenza. E naturalmente non è necessario che tu vada a casa a buttare via tutto quello che hai. Il distacco dalle cose deve avvenire dentro di te, questo sarà sufficiente. Potrai anche avere una corona d’oro in testa, ma saprai che
quell’oggetto passerà un giorno a qualcun altro e che non merita più di uno sguardo. Riconoscerai la voce della tua anima e sarai finalmente il vero te stesso. La cosa più semplice e più difficile da realizzare nella vita.
13 giugno 2025
242 Esistenza / 1
-Il tema dell’esistenza ha interessato molto il pensiero contemporaneo. Tra Otto e Novecento sono nate diverse filosofie esistenzialiste. Mi sembra un argomento intrigante, forse vale la pena di dare un’occhiata…
-Cominciamo col definire il termine: “esistere” indica il fatto concreto di esserci, in un luogo, tempo e condizioni determinati. È il porsi assoluto e innegabile di un qualcuno o un qualcosa che non può essere ridotto a concetto. Le filosofie dell’esistenza partono da qui e criticano l’astrattezza dei passati sistemi di pensiero che cercavano di cogliere e fissare le “essenze” delle cose.
-In effetti “astrarre” vuol dire estrarre, separare…
-Sì, estrarre il concetto, un’idea generale separandola dalla cosa reale. Il rischio però è che, ad esempio, mentre cerco di definire “il limone”, cioè l’essenza del limone, mi sfugga l’esistenza del limone reale che ho qua sul tavolo…
-Insomma, la vita non è nei concetti della ragione, per quanto raffinati e ingegnosi…
-Esistere, diceva il danese Søren Kierkegaard, il primo filosofo esistenziale, è un fatto reale, unico e irripetibile che nessuna teoria o idea può catturare ed esprimere in parole.
-Certo, i ragionamenti sono astrazioni, non hanno realtà né vita. Capisco quindi questa contrapposizione di concreto e astratto, l’esigenza di oggettività e di verità.
-Kierkegaard diceva: nessuno può vivere, soffrire, amare o morire al posto mio. Io non sono la copia di un modello ideale o un’essenza astratta. La mia vita è reale, unica, non è paragonabile a nessun’altra, è inimitabile e irripetibile.
-In effetti, cosa può interessarci più di questo: vivere, amare, soffrire, fare, pensare, cioè esistere… Questa filosofia ci riporta sulla terra, nel mondo vero delle cose! Solo i fatti concreti esprimono l’unicità dell’individuo…
-Sì, Kierkegaard si occupava solo dell’individuo, che chiamava “il Singolo”. Il mio amico Pietro è un “singolo” che non si confonde con nessun altro, la cui storia è personale, originale, unica e incomunicabile.
-Anche incomunicabile?
-Sì, nessuno può entrare nella nostra mente e nel nostro sentire. Ed è proprio questo che dà un valore assoluto alla nostra persona.
-Qual è il ruolo della ragione nel pensiero di Kierkegaard?
-Per lui l’esistenza si oppone alla ragione, come il singolo all’universale. Solo lì c’è la vita concreta, pulsante, individuata, vera. Ma proprio perché sempre aperta al possibile l’esistenza è segnata dall’incertezza e dall’angoscia della scelta. Con ogni azione e pensiero decidiamo chi vogliamo essere. E questo ci dà un’enorme responsabilità per tutti i rischi connessi e le conseguenze, spesso irreversibili.
-Mi colpisce il tema dell’angoscia. È per il fatto che la ragione non basta a governare la nostra vita?
-Sì, nella vita ci troviamo sempre di fronte ad alternative che l’intelletto non può risolvere. L’esistenza umana è sempre esposta al possibile, quindi anche all’errore e al fallimento. Da qui una sensazione di indecisione che paralizza e diventa angoscia. Di fronte alle innumerevoli possibilità che si aprono scopriamo di essere insicuri, incerti, combattuti, senza che la ragione possa esserci di qualche aiuto.
-È una visione negativa e pessimistica della vita?
-Sì, l’accento è sempre sulla fragilità e sulla fallibilità umana. Ma d’altra parte questo è il prezzo da pagare per avere la libertà.
-Già, un animale segue il suo istinto e non è mai angosciato, certo non conosce la libertà umana, vive nell’istante, non sceglie, non si pone il problema di cosa verrà “dopo”…
-Un animale è un individuo, ma non può essere un Singolo come Kierkegaard lo intende. Ogni cosa preziosa ha il suo prezzo, essere un uomo, un Singolo, chiede il sacrificio più alto.
-Dunque, la domanda decisiva: come essere un Singolo?
-Lasciamo Kierkegaard e le sue conclusioni, le riprenderemo una prossima volta. Adesso rispondiamo noi in prima persona…
-È così importante farlo?
-Sì, proviamo a dare le nostre risposte, procediamo da soli, senza stampelle. Torniamo alla domanda: cosa vuol dire essere un Singolo?
-Direi così: essere un individuo autentico, vero, libero, cosciente di sé. E, da quello che abbiamo detto oggi, difendere sempre la propria irriducibile individualità, accettare l’angoscia come un aspetto proprio dell’umano, superare l’illusione di una salvezza prodotta dalla ragione, avere il coraggio della scelta.
-Bene, mi sembrano punti importanti e condivisibili…
-E potrei aggiungere molto altro: essere onesti, sinceri, responsabili, compassionevoli, altruisti, ecc. Fare l’elenco è facile, poi so che realizzare tutto questo richiede un enorme lavoro. Per te invece qual è la cosa più importante?
-Che questo elenco di qualità e virtù, con cui sono d’accordo, scaturisca dalla nostra comprensione. Non perché sono cose che ci hanno detto, insegnato o che abbiamo letto da qualche parte, ma perché le sentiamo giuste, vere, sacrosante, inevitabili. Non solo sulla base della ragione ragionante, ma per un’intima convinzione che non ha bisogno di altre spiegazioni.
-Devono essere cose apprese con la propria esperienza…
-Certo, altrimenti se riproduci l’esperienza di altri come fai a definirti un Singolo libero e autentico? Se ti hanno insegnato a mantenerti gentile e rispettoso non dev’essere solo un comportamento indotto, un abito acquisito, devi far diventare tuo quel modo di essere, osservando, riflettendo, valutando, prendendo coscienza del suo senso e valore. Ma di più: la comprensione deve derivare dalla tua consapevolezza, dalla
chiarezza della visione, da un’intuizione diretta e semplice, quella che ti fa dire immediatamente e con tutto il cuore: “Sì, è così”…
16 giugno 2025
243 Esistenza – 2 – Don Giovanni
-Oggi riprendiamo il discorso sulle filosofia dell’esistenza. Ieri abbiamo introdotto Søren Kierkegaard, adesso possiamo entrare nei particolari del suo pensiero.
-Troviamo nella filosofia kierkegaardiana esempi concreti che ci aiutino a capirla più a fondo?
-Sì, il filosofo ci presenta una galleria di personaggi che incarnano ciascuno un modo diverso di esistenza. I modi fondamentali sono tre “stadi”: estetico, etico e religioso. Le varianti individuali in ogni stadio sono poi infinite. Oggi cominciamo a vedere un esempio famoso di vita “estetica”: la figura di Don Giovanni.
-Quello dell’opera di Mozart?
-Proprio lui. È il seduttore sensuale, l’uomo “estetico” che vive inseguendo l’aisthesis, la sensazione.
-Insomma, uno che vuole godersi la vita in tutte le sue sfumature…
-Sì, ma c’è una sfumatura che gli interessa più di tutte le altre: sedurre donne. E lo fa con tantissime, sempre e ovunque ci sia l’occasione, al punto da essere ancora oggi l’emblema della seduzione portata all’estremo.
-Beh, certo, uno strano “passatempo” il suo, però forse neanche così spiacevole…
-Per lui è un’esigenza di vita, non potrebbe fare altro, proprio per il suo modo di vivere la dimensione estetica. Don Giovanni è un uomo affascinante, colto e raffinato, non certo un rozzo profittatore di corpi femminili. La sua conquista è un’arte con cui circuisce, blandisce e ammalia i cuori delle donne che incaute si avvicinano. Ma non c’è violenza o costrizione nei loro confronti, deve essere la donna a concedersi, vinta dalle sue dolci parole, stretta dai lacci di Amore. Alla fine ogni nuova storia finisce a letto, ma non è questa la cosa più importante, nulla può eguagliare il piacere della conquista in sé, quello è il vero apice, il vero momento “estetico”. Dopo la conquista la sfortunata donna viene abbandonata all’istante, senza l’ombra di uno scrupolo, di un pentimento o pensiero per quello che sarà il suo destino.
-Don Giovanni non è un irresponsabile? Non crea una miriade di guai con il suo stile di vita? Che moralità è mai la sua?
-(ridendo) Ehi, stai facendo la parte del suo fido servitore Leporello, che rappresenta il buonsenso comune e lo tira per la giacca cercando di salvarlo dai guai! Lo so che qui sembra esserci una contraddizione: un uomo colto, raffinato, capace e intelligente, ma privo di morale? …E perché no?, ci dice Kierkegaard, guardati intorno: è il modo in cui vivono milioni di persone, inseguendo ogni genere di piaceri, pensando solo a sé stessi senza curarsi degli altri, individui immaturi, piccoli uomini ancora non cresciuti.
-Già, come tanti Narcisi che vedo in giro…
-Però il filosofo non inventa le cose, lui osserva una realtà concreta e la rappresenta con una figura emblematica, anche se estrema e quasi caricaturale. E il suo discorso ha una logica sottile: Don Giovanni cerca la sensazione immediata, vive nel momento senza pensare al futuro, è come un bambino che rincorre farfalle colorate, ignaro del bene e del male, quindi incapace di valutare le conseguenze delle sue azioni.
-Sì, ma il caro seduttore crea un’infinità di problemi agli altri…
-Certo, nella sua inconsapevolezza anche un bambino può mandarti a fuoco la casa, se non lo controlli nei giochi. L’opera di Mozart (su libretto di Da Ponte) ci racconta la triste fine di Zerlina, sedotta e abbandonata, salvata in extremis dai parenti, ma ormai compromessa per sempre agli occhi della gente, per di più proprio nel giorno del suo matrimonio!
-Devo rivedere l’opera perché la ricordo a spanne. Zerlina è dunque una delle tante prede femminili… Rimango comunque dell’idea che il bel seduttore sia un personaggio da disprezzare.
-Non preoccuparti, Kierkegaard non sta esaltando Don Giovanni come suo modello di vita. Ci racconta l’esistenza in uno dei suoi modi fondamentali. Dobbiamo vedere tutto come una grande metafora, se no va a finire che diventiamo due moralisti torvi e indignati. E poi ricordati che le donne conquistate dal seduttore fanno volentieri la loro parte nel gioco.
-Ma Don Giovanni le inganna, le illude, le usa per i suoi scopi…
-Certo, ma se tu ti fai ingannare, illudere e usare, se stai al gioco in modo inconsapevole e non riconosci il carnefice di turno… non sei anche tu responsabile? E se non lo fai tu, chi può salvarti? Ma il punto decisivo per Kierkegaard è questo: Don Giovanni più che un uomo immorale è un uomo “amorale”.
-E qual è la differenza?
-Sei immorale solo se trasgredisci una morale che hai accettato. Ma il seduttore, confinato allo stadio estetico, non è ancora approdato allo stadio etico, dove i valori morali informano azioni e pensieri. Solo allora compaiono il senso di responsabilità, il giudizio sui propri comportamenti, il rispetto delle regole, ecc. Solo allora abbiamo la persona perbene, l’individuo che ha una coscienza morale, il cittadino inserito nella società.
-Don Giovanni, uomo senza morale… uhm, c’è qualcosa che secondo Kierkegaard può riscattarlo? Perché se ricordo bene fa una brutta fine, odiato da tutti e trascinato dai diavoli nelle fiamme nell’inferno…
-Kierkegaard vede nel seduttore Don Giovanni anche qualcos’altro: il fascino della bellezza, la libertà innocente dell’arte, il piacere della sensazione che dura un attimo. Questa è la realtà della dimensione estetica, frequentata dagli artisti, conosciuta dai bambini, intravista in un momento di gioioso sguardo sulla vita. Non ci possono essere giudizi morali nella dimensione dell’estetico, perché precede ogni istanza etica e vive in un suo spazio di gratuità e libertà.
-Non so se questo riscatta Don Giovanni ai miei occhi, non riesco a non condannare comunque il suo modo di vivere…
-Beh, vediamola così, quando sei di fronte alla bellezza dell’arte la godi così com’è, non ti metti ad avanzare scrupoli morali. Non ti scandalizzi per il nudo di una statua o la scena di guerra in un dipinto, il bello è considerato come una sfera autonoma, fine a sé stessa, significativa e completa come è.
-Però, visto la fine che ha fatto Don Giovanni, non mi sembra che il suo ardore estetico sia stato così apprezzato dai contemporanei…
-Sì, alla fine lo aspettano le fiamme dell’inferno per il trionfo della giustizia. La gente festeggia, ma cosa potevamo aspettarci dall’uomo comune che lo giudica? Rappresenta la voce della massa, è l’uomo “etico” che si sente buono e virtuoso, pronto a raddrizzare le ossa e a punire chi deraglia dalla morale comune.
-So che quella di Don Giovanni è una storia probabilmente inventata, ma penso che, se fossi stato lì, mi sarei buttato in mezzo alla folla, pronto a lapidarlo!
-(ridendo di gusto) Vedo che il fascino sottile di questa figura demoniaca ha contagiato anche te! La folla che dopo la morte di Don Giovanni insulta la sua memoria e gioisce per il castigo esemplare non mi sembra esprimere i valori etici più elevati. Ha paura di questo personaggio e al tempo stesso ne è oscuramente attratta. E forse rivela qualche segreta invidia per i piaceri di una vita dissoluta che ora a gran voce sta maledicendo.
-(ridendo) In effetti mi sono fatto un po’ trascinare dalla storia, devo ricompormi. E capisco che il giudizio morale, quando è scagliato con veemenza contro qualcuno, dice molto anche di noi, rivela qualcosa dei nostri desideri nascosti e della nostra condizione esistenziale. Ma vorrei fermarmi sull’ultima scena che vede lo scontro con il “convitato di pietra”, il Commendatore. È il momento della vendetta, la nemesi finale che porta alla catastrofe Don Giovanni. Mi ha sempre colpito però il suo coraggio. Nella stretta di mano con il Commendatore sente il primo gelo della Morte che incombe, ma non si pente, rimane pervicacemente fermo nella sua posizione, fino al “No!” che ne decreta la tragica fine…
-Kierkegaard ci ha già dato la risposta, se ci pensi un attimo…
-Già, dicevamo che Don Giovanni è privo di qualsiasi etica, non rispetta valori e non conosce principi morali, dunque non può pentirsi o sentirsi in colpa per quello che fa…
-Non possiede un codice etico che gli fa distinguere il bene e il male, è al di là di questa comprensione, che a noi sembra ovvia e banale. Ma proprio lì, in quella immaturità innocente, c’è tutta la sua libertà, il suo esistere in una dimensione oltre ogni giudizio. Lì è il fascino di questa figura che ha travalicato i secoli per interrogare anche noi oggi sulle categorie di bene e male, sul bello e sul buono.
-Oggi ho capito che, quando si tratta di esistenza, le cose non sono così facili e lineari come sembra. Bisogna aspettare a giudicare gli altri, ogni vita ha la sua storia, i suoi drammi, le sue vicende irripetibili. Ogni esistenza è un universo a sé, ma forse è proprio questa la cosa più preziosa…
-Infiniti individui, infinite esistenze, infinite storie, tra cui le nostre personali. Che dici? Non c’è pericolo di annoiarsi, il mondo è così bello, vario, sorprendente e folle…
-E ora, pensa, pian piano mi sta diventando simpatica pure la figura di Don Giovanni…
-Non è che adesso mi diventi un seduttore pure tu?
-Sì, perché no? Ma preferirei essere un seduttore di anime…
17 giugno 2025
245 Esistenza / 3 / Il giudice Wilhelm
-Ho fatto un sogno stanotte: Don Giovanni non finisce tra le fiamme dell’inferno, si pente, cambia vita e sposa una brava ragazza…
-Una scena piuttosto inverosimile, ma la vita è strana e impredicibile. Kierkegaard direbbe che in questo caso Don Giovanni ha fatto il “salto”.
-Il salto in che cosa, verso dove?
-Nello stadio successivo, quello che Søren Kierkegaard chiama “stadio etico”.
-Già, mi spiegavi, per il filosofo è il secondo livello dopo lo stadio estetico, una nuova possibilità di esistenza…
-Dunque, secondo il tuo sogno, Don Giovanni è diventato un pantofolaio, un bravo marito che lava i piatti attorniato da un nugolo di marmocchi urlanti. Ti piace questa sua nuova immagine?
-Mah… non so, così non è più lui. Diventa il buon Giovannone, marito esemplare che pota le rose e va a lavorare in ufficio. Un uomo inserito nella società, ma sicuramente più grigio e noioso. Prima era un personaggio fuori dai ranghi, stravagante, ma almeno era imprevedibile, più interessante…
-Vedi? Hai spiegato perfettamente qual è il fascino della vita estetica. E comunque, conoscendo il soggetto, mi pare del tutto improbabile che questa trasformazione possa avvenire. Infatti Kierkegaard non si sogna di prospettare questa mutazione antropologica di Don Giovanni. Per descrivere il mondo della vita etica propone altri personaggi.
-Me ne dici uno rappresentativo?
-Il giudice Wilhelm. Uomo tutto d’un pezzo, integerrimo, stimato, anche temuto. È un perfetto rappresentante della dimensione etica, prova a spiegarmi tu il perché, non è difficile.
-È un giudice, quindi lo immagino come un uomo serio, responsabile, di saldi principi, ben inserito nella società e rispettato da tutti.
-Certo, la persona che deve giudicare gli altri deve essere un esempio di integrità, osservanza delle regole, equilibrio e ponderatezza. Non ci aspettiamo che si comporti in maniera eccentrica, è un personaggio pubblico, conosciuto, inquadrato nel suo ruolo. La vita etica ha una sua stabilità e continuità, non cerca come l’estetica la sensazione goduta nell’attimo, costruisce la sua identità nel tempo, si realizza nella società e nelle istituzioni, cura le relazioni sociali, il lavoro, il matrimonio, la politica, la legge, ecc.
-Dunque una vita da ammirare, il modello perfetto di uomo civile, virtuoso, responsabile delle sue azioni… e quindi immagino anche felice.
-Sì, ma solo apparentemente, dice Kierkegaard. L’uomo estetico va incontro prima o poi a un senso di noia e vuoto esistenziale. Ma anche l’uomo etico non ha vita facile, sperimenta ben presto quello che Kierkegaard chiama “pentimento”.
-Pentimento? Pentito di che?
-Della sua vita, non così bella e perfetta come sembra in apparenza. Wilhelm si rende conto che il peccato, l’errore, la caduta sono sempre dietro l’angolo.
-Anche il bravo e rispettato giudice è un peccatore? Possibile?
-Sì, un cattivo pensiero, una tentazione, un vizio, un atto egoistico, un gesto impulsivo… sono cose che accadono a tutti, per quanto si tenti di reprimerle per lucidare la patina di perbenismo che fa da biglietto da visita. Il problema, dice Kierkegaard, è che nessuno stato di perfezione può essere realizzato dall’uomo, che è strutturalmente fragile, fallibile, esposto agli impulsi, alle tempeste dei sentimenti, gettato nel mare della vita dove ogni cosa è mutevole e ingovernabile.
-Anche noi dunque siamo mutevoli e ingovernabili?
-Sì, per questo mettiamo una maschera e fingiamo di essere perfetti, splendidi, sempre padroni di noi stessi. Immagina Wilhelm che in tribunale giudica Don Giovanni: quello del seduttore è un modo di vivere che lui non può capire, che disprezza e condanna nel modo più assoluto. Il giudice non vede l’ora di portare alla sbarra il reprobo per fare giustizia come vuole la collettività. Ma la sua è anche una vendetta personale, che forse nasconde un desiderio, una segreta invidia.
-Un’invidia per la vita dissoluta di Don Giovanni? Per la sua libertà licenziosa?
-Certo, per quello che Wilhelm vorrebbe ma reprime. Egli odia il seduttore perché vede in lui quello che gli manca: una parte di sé che è negata, soffocata, quella che conosceva prima di diventare così serio e importante, quella che amava il gioco, la gratuità, la leggerezza, l’immaginazione e la poesia, quella che non si curava dell’immagine esteriore e sapeva godersi la vita.
-Povero Wilhelm, sembra vivere in una condizione peggiore di Don Giovanni. Non lo stiamo criticando un po’ troppo?
-No, ricorda che alla fine la vita etica è uno stadio superiore a quello estetico, perché è la scelta di una libertà più matura, dove la consapevolezza delle proprie limitazioni e insufficienze comincia ad affiorare. Si fa più acuto il sentimento del possibile che accompagna la vita dell’uomo in tutti gli stadi di esistenza e che qui prende la forma di pentimento: l’angoscia.
-Quindi Wilhelm… Ma Don Giovanni è angosciato?
-Sì, anche se non lo sa, perché vive in uno stato di coscienza limitato, crepuscolare. L’angoscia tende ad affiorare come noia, senso di nullità e disperazione, ma non è ancora manifesta come lo sarà nello stato etico. L’uomo estetico, col passare del tempo, può maturare e uscire dall’incoscienza diventando un “io”, ma perché questo accada ci vuole un evento traumatico che crei la svolta. Di regola però le persone raggiungono uno stadio di esistenza e lì rimangono per tutta la vita.
-Ma alla fine, chi vive la vera libertà? Don Giovanni l’esteta libertino o Wilhelm, il serioso giudice difensore della moralità pubblica?
-Il seduttore non conosce la vera libertà, perché non sceglie e non dà una continuità alla sua vita. Sono le occasioni che incontra a “sceglierlo”, poi tutto si esaurisce lì, nella sensazione subito svanita che lascia un vuoto disperato. Il giudice vive una libertà più alta e matura, ma proprio per questo è costretto a ripensare i suoi comportamenti e i suoi errori e alla fine si trova “colpevole”. Questo è lo scacco finale della vita etica e da qui il pentimento che, in alcuni casi, può portare al salto verso la vita religiosa. Questo è l’ultimo stadio possibile dell’esistenza umana, il più impegnativo, perché l’angoscia si presenta nel modo più lacerante. Qui si apre il mondo della fede.
-Dopo quello che abbiamo detto mi trovo comunque ancora a parteggiare per il giudice Wilhelm. Per quanto tormentato mi appare in fondo un uomo onesto e giusto…
-Certo, Wilhelm è un buon marito e padre di famiglia, va a messa tutte le domeniche, fa la carità ai poveri, morirà onorato e rimpianto da tutti. Ma ciò non toglie, secondo Kierkegaard, che la sua vita sarà stata un totale fallimento.
-Non è un giudizio troppo spietato? Povero giudice, stavolta è lui ad essere giudicato!
-Per capire bisogna conoscere il filosofo Søren Kierkegaard e la sua storia, cosa che faremo una prossima volta. La sua posizione è di una radicalità assoluta. Non a caso, la sua opera più importante si intitola “Aut-Aut”. Nessun compromesso, nessuna via di fuga, l’uomo guarda a sé stesso con totale sincerità, si mette a nudo. E soprattutto si interroga sul suo destino in questo mondo e sul suo rapporto con il Dio.
-Credo di capire quale sarà il punto di arrivo. Ma insisto: una vita onesta come quella dell’uomo etico, diciamo il buon marito o la brava moglie, per quanto segnata da errori e peccati e da tutti i limiti dell’umano, non può essere un’esistenza comunque degna e completa?
-Kierkegaard risponderebbe di no, perché è mancata la cosa più importante, la ricerca dell’Assoluto. E ti direbbe: va bene, sei un uomo onesto, e poi? Sei un bravo marito, e dunque? Sei rispettato da tutti, e allora? E così via… puoi essere famoso, ricco, istruito, caritatevole, buono, affidabile, competente, bravo a giocare a scacchi, ecc. ecc. Ma poi? Se non riconosci i limiti della tua condizione umana, se non arrivi a farti le grandi domande che contano, se non vai al di là di te stesso, tutto quello che hai fatto è una bolla di sapone e un giorno la disillusione sarà amara, capirai che la tua vita è stata sprecata.
-Allora non sprechiamola, diamoci da fare! Su questo sono d’accordo con Kierkegaard. Abbiamo una sola esistenza da giocare, non perdiamoci in cose futili, occupiamoci di quello che conta davvero. Se abbiamo la possibilità di vivere un’esperienza più alta mettendoci al servizio della verità, perché accontentarci di una vita grigia e scolorita? Questo mi sembra il richiamo e il leitmotiv di tutte le grandi filosofie…
-Sì, Søren Kierkegaard sarebbe d’accordo, è il punto in cui la filosofia e la vita si incontrano…
18 giugno 2025
245 Esistenza / 4 / Abramo
-Trattando la filosofia di Kierkegaard abbiamo visto due esempi di esistenza, la vita estetica di Don Giovanni e la vita etica del giudice Wilhelm. Abbiamo capito che i due personaggi sono destinati entrambi alla sconfitta, perché i loro sono modi di esistere limitati, incapaci di interrogarsi sulla condizione umana. Adesso vorrei sapere qualcosa della terza possibilità di esistenza, quello che il filosofo chiama “stadio religioso”…
-Per capire bene l’ultima parte della filosofia di Søren Kierkegaard è necessario dire prima qualcosa della sua vita. Le sue vicende esteriori sono scarne e banali, ma vengono vissute in modo drammatico dalla sua anima tormentata, afflitta da una profonda sensibilità e un costante senso di colpa. Nato in una famiglia di rigida religiosità luterana, Søren vivrà tutta la vita interrogandosi continuamente sulla sua condizione di uomo e sul rapporto con Dio. Una volta attraversate le esperienze della vita estetica ed etica, approderà alla vita religiosa come possibilità di avvicinarsi al mistero divino.
-Anche Kierkegaard ha conosciuto i primi due stadi di esistenza?
-Certo, una gioventù spensierata come tante, poi un fidanzamento con Regine Olsen fino alla rottura, questi sono stati i passi e le esperienze che hanno preceduto il “salto” nella vita religiosa. Non si può evitare nessun gradino nell’evoluzione del proprio spirito, ogni livello di vita deve essere sperimentato e poi trasceso.
-È giusto, come posso superare uno stadio di vita se non l’ho conosciuto a fondo fino a vederne i limiti? Solo così posso aprirmi a nuove possibilità e andare oltre…
-Sì, e la possibilità più alta per un uomo è quella di cercare l’incontro con il divino. Noi non possiamo sapere dell’esperienza religiosa di Kierkegaard, che rimane personale e non comunicabile. Possiamo però capire qualcosa attraverso i personaggi che sceglie per rappresentare lo stadio religioso. La figura che incarna la più alta forma di spiritualità è secondo lui quella di Abramo.
-Sì, tutti conosciamo la vicenda drammatica di Abramo e Isacco raccontata nella Bibbia. È una storia che mi ha sempre turbato, perché sembra sfidare la nostra comprensione. Dio chiede ad Abramo di sacrificare il proprio amatissimo figlio, Isacco. Abramo ha il cuore spezzato, ma sta per eseguire il comando quando un angelo lo ferma e gli dice che ha superato la prova, ha dimostrato la sua fede assoluta. Certo, non è facile capire il senso di questo evento…
-Dobbiamo ricordare che Abramo è un uomo che parla con Dio. Questa è per lui un’esperienza, una certezza assoluta che gli fa vincere ogni timore e superare ogni dubbio.
-Capisco che questa è la potenza della fede, il suo tratto distintivo e la sua bellezza. Ma vista da fuori la situazione appare assurda: Dio che ordina a un padre di uccidere il proprio figlio…
-Qui entriamo nel mistero divino, ma anche nel vivo del discorso di Kierkegaard, che critica aspramente quella che definisce “la religione della domenica”: non basta andare a messa e fare opere pie per essere un buon cristiano, questa è la religiosità della vita etica, del giudice Wilhelm per intenderci. Nella visione kierkegaardiana il rapporto uomo/Dio è vissuto in modo angoscioso e drammatico. La vera religione non è mai facile e accomodante, scuote la coscienza nel profondo, non è una pratica pacificatrice, è un impegno in cui tutto il nostro essere è coinvolto, in ogni attimo di vita.
-La fede può arrivare anche a degli estremi come nel caso di Abramo e Isacco?
-Sì, per Kierkegaard la vera religione è sempre paradosso e scandalo. Il principio religioso va contro la morale comune, ne è l’antitesi più radicale, perché non riguarda il generale, le regole che valgono per tutti, ma è un rapporto diretto, unico e personale con Dio, con sola guida ispiratrice la fede. E la fede può chiedere prove apparentemente assurde e incomprensibili. Questo è il senso della religione come “scandalo”. Ecco perché “da fuori” non si può capire Abramo. La ragione è impotente a penetrare questo territorio. Qui inizia un cammino fatto in solitudine, dove si assume la completa responsabilità delle proprie scelte.
-La fede non può essere anch’essa una via comoda? Basta credere alle Scritture e pregare e rispettare i comandamenti, sarà poi la volontà di Dio a decidere ciò che è buono e giusto per noi…
-No, abbiamo capito che non è questa la concezione di Kierkegaard. La fede per lui è un’esperienza angosciosa, sempre esposta agli assalti del dubbio, è interrogarsi e mettersi a nudo, è un travaglio dell’anima fatto di “timore e tremore”. Non è vivere tranquilli la propria fede, con la certezza di essere già sulla via della salvezza.
-Qui riconosco chiaramente un tratto fondamentale del luteranesimo…
-Sì, in questa vita l’uomo non può mai avere la certezza di essere salvo, sarà Dio a giudicarlo un giorno. Questo richiede un impegno costante e profondo per combattere la tendenza al peccato insita nella natura umana.
-Ma aggiungevi che la vera religione è anche “paradosso”…
-Sì, perché presenta una contraddizione insanabile e incomprensibile per la ragione. La scelta fondamentale è tra credere e non credere, avere o non avere fede. Ma il paradosso è che la vera fede può derivare solo da Dio, è un suo dono, non può essere una conquista dell’uomo, che è limitato, peccatore e fallibile per sua natura.
-Certo, capisco la contraddizione: l’uomo è costretto a scegliere la fede senza poterla davvero scegliere, perché tutto il bene viene da Dio, è una grazia che viene dalla sua volontà imperscrutabile. Questo spiega l’angoscia che percorre tutta la sua vita.
-L’angoscia è il sentimento che più ci caratterizza come umani. L’animale non è angosciato, perché non vive la nostra libertà. È Adamo, il primo uomo, dice Kierkegaard, a scoprire il sentimento della libertà, il potere di scegliere.
-Che cosa lo spinge a fare questo salto?
-Il divieto divino, che risveglia in lui un sentimento nuovo, quello del possibile. Adamo trasgredisce il comando divino, con il peccato originale conquista la sua libertà, ma la paga a caro prezzo, perché ora nella sua innocenza si è insinuato anche il sentimento dell’angoscia, l’esperienza dolorosa e tormentosa della “possibilità”. Da qui il cammino di ogni uomo tra disperazione e fede, tra mondo materiale e realtà spirituale, tra il tempo e l’eterno.
-L’uomo può ricongiungersi a Dio? Può sperare di comprenderlo, vederlo, comunicare con lui?
-Kierkegaard ribadisce che tra umano e divino rimane sempre una “differenza assoluta”. Dio si può rivelare nell’istante, ma rimane fuori dalla portata di ogni ricerca umana, non può essere compreso nella sua verità e realtà assoluta. Questo spiega ancora una volta il paradosso della religione. Quando Dio si manifesta nel mondo l’eternità si inserisce nel tempo, il divino tocca l’umano, la verità illumina il mondo della non-verità… non c’è paradosso più grande e incomprensibile di questo.
-Capisco che da questo punto in poi si può solo tacere. Rimane l’esperienza religiosa, che è una dimensione tutta interiore e personale, della quale nulla si può dire, se non per metafore e simboli…
-Ecco, direi che questo è il modo giusto di approcciare la filosofia di Søren Kierkegaard: una grande metafora dell’umano, un racconto dell’esperienza religiosa come culmine della ricerca, uno sguardo all’esistenza come la più grande avventura e la possibilità di inventarsi, di essere anche quello che non si pensava di diventare.
19 giugno 2025
246 La quiete oltre il pensiero
-Desidero approfondire la mia meditazione e per questo cerco la quiete. Non è difficile trovare un posto tranquillo, ma dentro di me la situazione è più agitata. Non riesco a fermare il flusso disturbante dei miei pensieri…
-I tuoi pensieri? Sono un problema?
-Sì, se riuscissi a farli tacere sono sicuro che sarebbe molto più facile meditare, ma più tento di scacciarli o eliminarli, più mi trovo invischiato nella loro trama. Hai un consiglio da darmi?
-Cominciamo così… Cosa hai qui ai piedi?
-Lo vedi anche tu, i miei sandali…
-Come fai a sapere che sono i tuoi sandali?
-So per certo che mi appartengono, li ho comprati e indossati, su questo non ho dubbi…
-Ma diresti mai che tu sei i tuoi sandali?
-No, sarebbe ridicolo affermarlo. Siamo due cose diverse…
-Come fai a capire di non essere i tuoi sandali?
-Che strana domanda! Mi sembra che non ci sia bisogno di spiegarlo, è ovvio: vedo i sandali come qualcosa di altro da me, tra noi c’è una distanza, una separazione. Io sono qui e i sandali sono lì ai miei piedi…
-Bene, adesso applica questo discernimento ai tuoi pensieri. Non li vedi anch’essi come “altro” da te?
-Mi sembra che la situazione sia differente: i pensieri sono miei, li ho prodotti io quindi sono parte di me, anzi sono me, mi pare una cosa facile da capire…
-E invece proprio qui sta il punto, prova a seguirmi… Se tu puoi vedere i tuoi pensieri vuol dire che fra te e loro c’è una distanza, quindi, come per i sandali, non siete la stessa cosa. I pensieri sono oggetti che si presentano alla tua coscienza, sono là e semplicemente ti appaiono. Tra te e i tuoi pensieri c’è una diversità, una separazione, uno iato, c’è una distanza tra “quelli là” e il “te stesso”.
-No, un momento, io so con certezza di essere la causa dei miei pensieri, sono io che penso, decido, rifletto e voglio…
-È così solo in apparenza. Se guardi a fondo vedi che i pensieri appaiono nello spazio della tua coscienza, senza che tu li abbia voluti, costruiti o chiamati…
-Direi di no e insisto: sono sempre io che penso e voglio, è una certezza assoluta per me. Io sono l’artefice dei miei pensieri, tant’è vero che posso farli e disfarli, modellarli e inventarli, insomma posso farne quello che voglio…
-Allora non capisco più il problema che mi presentavi… Se è vero che sei tu a creare liberamente i tuoi pensieri, perché non li fai sempre belli e positivi? Perché non puoi cambiarli e controllarli a tuo piacimento? Perché mi dici che ne sei succube e non sai come fare a fermarli?
-Mmh…
-Se non sbaglio è proprio per questo che sei venuto da me…
-Stai dicendo che ogni mio pensiero non è frutto della mia volontà, non dipende da me, quindi ha una causa esterna, è dettato dalle circostanze o da non so cosa… Però, guarda: se io ora decido di pensare a un cavallo, chi può impedirmelo? Non è un mio libero atto di volontà? Quale potrebbe essere la causa esterna che ora mi costringe?
-La causa è questa situazione che stai vivendo: stai cercando di dimostrarmi di essere padrone dei tuoi pensieri ed è per questo che salta fuori la sfida del cavallo. I tuoi pensieri e anche i miei sono sempre determinati da qualche causa, spesso da più cause intrecciate e difficili da decifrare, per cui possiamo solo constatare il loro comparire. Si tratta di meccanismi mentali condizionati, associazioni, reazioni automatiche, catene logiche che, come mi hai detto, non è possibile governare.
-Ma se io cerco di bloccare un pensiero, perché non funziona?
-Se cerchi di farlo vedi che il pensare non si arresta, anzi il processo si rafforza sempre più perché è alimentato dal conflitto di istanze opposte dentro di te.
-Certo, capisco, diventa una lotta interna. L’affermazione “voglio smettere di pensare” è assurda, è volere di non volere pensare, è il pensiero che vuole sconfiggere sé stesso, una contraddizione senza via d’uscita…
-È il classico gatto che si morde la coda. Un pensiero potrà forse scacciarne un altro, ma non interromperà il dialogo interiore della mente, anzi lo perpetuerà all’infinito.
-Dunque è una battaglia persa, dobbiamo arrenderci all’idea che i nostri pensieri saranno sempre lì a disturbare la nostra quiete meditativa…
-No, anche qui forse possiamo cambiare la prospettiva. Perché i pensieri devono essere visti come un disturbo? Abbiamo detto che sono “altro” da te, sono un meccanismo automatico agganciato al sistema corpo-mente e messo in moto dalle circostanze. Tu non sei i tuoi pensieri, non sei il corpo, non sei la mente, sei solo la coscienza che osserva e si gode lo spettacolo.
-Se le cose stanno così, cosa cambia per il problema dei pensieri disturbanti?
-Puoi lasciarli andare, lasciarli scorrere, farli scivolare via, cosa che faranno comunque da soli, mentre rimani saldo nella coscienza, che non si muove e non cambia. Se cerchi la quiete è lì che devi cercarla, nel tuo essere che è al di là del processo mentale, che rimane imperturbabile e da nulla dipende.
-E se io sto meditando e nella mia mente compare l’immagine di un cavallo che mi porta via l’attenzione?
-Lascia che il cavallo trotti qua e là per i fatti suoi, prima o poi se ne andrà. E comunque ricorda che la tua coscienza, la consapevolezza, può accogliere infinite cose, è uno spazio illimitato, può contenere milioni di cavalli senza esserne toccata. Ricorda che il tuo vero “te” è quello, la coscienza. Un pensiero può cambiare, trasmutare o svanire, ma la coscienza è sempre lì, immobile, uguale a sé, incondizionata. È al di là dello spazio e del tempo perché in realtà li contiene. Fissati lì sulla consapevolezza e lascia andare tutto il resto.
-Uhm, c’è una cosa che faccio ogni tanto, andare sulla riva del fiume a guardare lo scorrere delle acque. Potrei rimanere delle ore a vedere quello spettacolo. Nel fiume passano pesci, foglie, ramoscelli, i riflessi e i colori e i suoni sono sempre diversi. Alla fine mi sento pervaso da una calma profonda. È così che dovrei pormi anche di fronte ai miei pensieri?
-Sì, esattamente. Hai notato al fiume che, nonostante il movimento davanti a te, la tua attenzione rimane viva e la tua mente silenziosa. Colori, suoni, profumi e il divenire delle cose non toccano la tua quiete se sai dove trovarla. Dunque devi focalizzarti sul tuo “vedere”, non sui fenomeni che vanno e vengono. E questo vale anche per pensieri ed emozioni. Quando mediti cerca quel luogo di pace dentro di te, lascia che i pensieri si muovano, sono anch’essi fenomeni momentanei che appaiono e scompaiono. Ricorda che nulla può toccare o turbare il tuo vero essere.
-Proverò a seguire questo cammino. Rimane però una domanda importante: se io sono coscienza oltre ogni divenire fenomenico, se sono puro essere, da dove viene la mia mente pensante? Da dove quella voce nella testa che continuamente parla, commenta, riflette, interpreta e giudica ogni cosa? Se non sono io, “chi” è?
-È una domanda fondamentale, hai ragione. Ma una risposta approfondita richiede di spenderci del tempo, dunque se vuoi riprenderemo il discorso domani.
-Sì, intanto voglio mettermi alla prova, devo scendere giù al fiume dentro di me e cercare il silenzio meditativo lasciando che i pensieri vadano per conto loro. Devo riprodurre in me l’esperienza del fiume, dove guardo con distacco le onde e i riflessi dell’acqua…
-… e anche pesci, foglie e ramoscelli. Lascia che ci sia tutto quello che vuole apparire, non resistere a nulla, non rifiutare, non giudicare, goditi solo lo spettacolo. È il grande miracolo dell’esistenza: l’essere che si manifesta in infinite forme partecipando al misterioso gioco della coscienza.
24 giugno 2025
247 Chi?
-Dunque ti ripropongo la domanda di ieri: da dove viene quella “voce” nella testa che continuamente parla e commenta ogni cosa che facciamo? Se è vero che io non sono la mia mente, se non sono il mio pensiero, allora “chi” pensa?
-Ti sembra troppo scandaloso se ti dico che esiste il pensare, ma non c’è nessun “pensatore”?
-Mi sembra un’affermazione assurda: è come dire che c’è un’azione senza colui che agisce, un parlare senza colui che parla… Non è un modo per non rispondere?
-Allora ti rispondo così: è il Tutto che agisce e pensa e parla, è l’Esistenza nella sua totalità, non “qualcuno” nel senso di un ente individuale, non un “chi” collocato nello spazio e nel tempo o un “qualcosa” che ha una sua indipendenza e realtà autonoma. In effetti non ce n’è bisogno, la vita va avanti da sé, spontaneamente e liberamente, perché complicare le cose?
-Quindi tutto quello che succede è un agire e un pensare impersonale? Come questa pioggia che sta cadendo sui tetti? Come questo vento che soffia tra gli alberi?
-Noi diciamo senza problemi che “piove” o “fa freddo” e non ci poniamo la domanda “chi sta piovendo?” o “chi fa freddo?”. Dunque perché non possiamo accettare che tutta la vita sia un qualcosa che accade, senza che si debba cercare qualcuno che fa?
-È un discorso strano che non mi convince, va contro la percezione immediata delle cose e l’intuizione che abbiamo del mondo…
-Va bene, allora rimane solo una cosa da fare, andare alla ricerca di questo famoso “chi”, il soggetto, e vedere com’è e dov’è.
-Partiamo dalla nostra esperienza?
-Certo, come sempre. Degli altri individui non possiamo sapere nulla perché li vediamo dall’esterno, possiamo solo inferire o ipotizzare la loro esistenza e il loro sentire. Dobbiamo partire per forza da noi stessi, dalla nostra certezza di esistere, dalla nostra esperienza diretta.
-Va bene, accetto la sfida… Da dove si comincia?
-Tutti noi conosciamo la “voce interna” che ci accompagna in ogni momento della giornata commentando, riflettendo e giudicando ogni situazione…
-Sì, è un continuo chiacchierare che va avanti da sé con rare pause e disturba la nostra quiete. Ieri tu mi dicevi di lasciare scorrere i pensieri senza trattenerli, affermando che noi non ne siamo gli autori, siamo solo gli osservatori del processo di pensiero. Però la domanda è inevitabile: se non siamo noi a farlo, allora chi pensa?
-Per rispondere dobbiamo tornare alla questione della nostra identità. Noi siamo convinti di essere un soggetto pensante, lo diamo per scontato, ma quando cerchiamo il “pensatore” non riusciamo a trovarlo.
-Questo mi sembra esagerato, non riesco ad accettarlo, la nostra esperienza dice il contrario…
-Allora proviamo a vedere come stanno le cose partendo proprio da lì, dalla nostra personale esperienza e comprensione. Ti suggerisco una tecnica che è semplicissima, ma illuminante.
-Va bene, cosa devo fare?
-Fermati per qualche secondo e prova a prevedere quale sarà il tuo prossimo pensiero…
-Ok, mmh…
-(dopo una breve pausa) Allora, ci sei riuscito?
-Non so, si è creato un vuoto, poi è spuntata l’idea che ho fallito l’esperimento…
-No, non hai fallito, hai solo constatato come stanno le cose in realtà. L’hai detto tu stesso che “un’idea è spuntata”… I pensieri appaiono spontaneamente, al di là di ogni decisione e volontà. È sempre quella “voce interna” che parla e va avanti per conto suo, in modo automatico. Se lo ripeti più volte l’esperimento ti dimostrerà che non c’è un pensatore separato che sta “dietro” il pensare.
-Dunque cade la questione del “chi”?
-Sì, i pensieri sono come onde del mare che vanno e vengono. In realtà tutta la vita che vedi intorno è un divenire spontaneo, creativo, un infinito e imprevedibile gioco di forme.
-Ma i pensieri non sorgono dal nulla, ieri dicevamo che hanno sempre una causa dettata da situazioni e circostanze…
-Certo, è così, sono legati perlopiù alle memorie del passato e alle proiezioni nel futuro. Ma noi ora stiamo rimarcando il fatto che dietro l’accadere delle cose -pensieri compresi- non c’è un “qualcuno” che agisce, pensa, decide e dispone, non un soggetto individuale, non una singola volontà. È la totalità del reale che agisce e pensa.
-Non ho capito bene…
-Il Tutto, l’Esistenza, è manifestazione di un’unica Coscienza onnicreativa. Che ci siano coscienze e menti individuali è un’illusione.
-Puoi spiegarti ancora meglio?
-Provo in parole semplici, sapendo che il linguaggio è sempre limitato. L’infinito oceano della coscienza si manifesta in innumerevoli forme, percezioni, sensazioni e pensieri. Col pensiero però nasce un fenomeno nuovo: la coscienza si riflette in esso creando, come in uno specchio, la sensazione di un “io” separato. In realtà il soggetto individuale autonomo è una illusione olografica, una mera apparenza. Oppure si può dire anche così: c’è un unico Soggetto, un’unica Mente, un unico Essere dietro tutto ciò che esiste. Questo Uno si manifesta apparentemente in forme, individui, menti e fenomeni che sembrano molteplici e separati, ma sono in realtà i riflessi di un unico Tutto indiviso.
-L’Uno è per caso quello che chiamiamo Dio?
-Puoi chiamarlo così, se ti aiuta a capire meglio. Noi e tutte le cose esistenti siamo come le onde dell’oceano, prodotte da esso e solo in apparenza dotate di una propria realtà individuale. Ma è l’insieme della massa oceanica col suo movimento e la sua energia che le produce, in una catena di eventi interrelati dove cause ed effetti si confondono. Le onde nel loro apparire e sparire sono semplicemente “ciò che accade”. Ed è così anche per la vita in ogni sua manifestazione, ogni fenomeno è come un’onda sulla sua superficie.
-E in questo panorama quello che si intende di solito come “io” che fine fa?
-L’io semplicemente si rivela per quello che è: un pensiero tra gli altri, un fantasma, una costruzione immaginaria, un sogno. Alla fine il tuo io non è altro che il pensiero stesso, un suo sottoprodotto che appare come un “me”, una chimera, per quanto possa sembrare solido e reale. Ma questo lo puoi vedere solo mettendoti dal punto di vista dell’osservatore, fissandoti nella coscienza impersonale.
-La coscienza è sempre impersonale? Non è mai un fenomeno individuale?
-È di natura impersonale, perché essendo al di là del pensiero non ha un’identità e una storia, trascende lo spazio e il tempo, non ha caratteristiche riconoscibili né particolarità che la definiscono. Non è divisa, non ha confini, non va e non viene, non dipende e non è condizionata. È pura consapevolezza. Si manifesta come mondo, quel grande gioco di illusioni che è la vita, ma non muta e rimane inviolata. È lo Spettatore imparziale, l’Osservatore universale della sua stessa manifestazione.
-Questa prospettiva mi destabilizza non poco, ho bisogno di tempo per ripensarla e approfondirla. Ma ripeterò l’esperimento che mi hai suggerito, voglio andare a fondo e indagare la mia realtà, tornando sempre alla domanda cruciale: “Chi pensa?”…
-Bravo, questo è l’atteggiamento giusto del vero ricercatore. Non devi credere a quello che dico, devi sperimentare in prima persona. Come si usa dire, le mie parole sono un dito che indica la luna, non sono la luna, quindi non confondere le due cose. Procedi libero e senza pregiudizi, ascolta gli altri ma poi fai le tue esperienze, conquista la visione della pura coscienza, vai avanti senza timore, la ricompensa potrebbe essere grande…
26 giugno 2025
248 Chi è un santo?
Salivamo la collina in quella grigia sera di novembre.
Una pesante pioggia ci aveva sorpresi in cammino
e stanchi e affamati cercavamo rifugio per la notte.
Bagnato dalla testa ai piedi guardavo Francesco
che procedeva con passo lento ma risoluto,
incurante del diluvio e della grande fatica.
Di lontano occhieggiavano le prime luci del paese,
ma la strada era ancora lunga per le nostre gambe
e il desiderio di un riparo sovrastava ogni sentimento.
Mentre il buio si faceva più fitto Francesco parlò.
Lo faceva spesso per ricordarci il nostro voto
e spronarci a dedicare ogni momento allo spirito:
“Dimmi Leo, chi è colui che è un vero santo?”
Camminavo in silenzio, piegato dalla stanchezza,
ma subito sentii che la mia anima si risvegliava:
“Colui che fa miracoli e dona la vista ai ciechi?”
“No Leo, non è questo per noi il vero santo…”
Un lungo silenzio scandito solo dai nostri passi…
Mi sentivo confuso e perplesso, la testa china.
Poi Francesco con un dolce sorriso riprese:
“Nemmeno chi ha grandi conoscenze è un santo,
dovesse anche sapere tutti i segreti dell’universo!”
“Allora -dissi- è forse colui che ammansisce il lupo
e parla con gli uccelli e gli alberi e le stelle?”
“No, caro Leo, neppure questo fa di lui un santo…”
Cercavo di trovare dentro di me una risposta,
dimentico ormai dei miei piedi doloranti,
mentre un vento freddo spazzava la collina
e il sentiero bagnato si faceva più insidioso.
“Chi è dunque un santo?” riprese Francesco
“Dammi la tua risposta, Leo, la sto aspettando…”
L’amore di Francesco arrivava come un’onda,
ci sommergeva fino a toccare la nostra anima
era come il fuoco che riscalda e rischiara la notte.
Quando ci rivolgeva la parola e ci guardava
qualcosa in noi si scioglieva e prendeva il volo…
La notte adesso era diventata buia e fredda,
ma non ascoltavo più il disagio e la stanchezza,
la cosa importante era rispondere a Francesco,
accogliere le sue parole che erano un invito
a volgere sempre lo sguardo all’Altissimo.
“Forse -dissi- santo è colui che ha rinunciato
e vive in totale povertà, come i primi apostoli…”
Francesco si fermò e sussurrò con voce gentile:
“No, neppure questo basta per essere santo!”
A questo punto non fui capace di trattenermi,
l’ardore giovanile mi fece diventare irruente:
“Ti prego, Francesco, dammi tu la risposta,
il mio cuore è inquieto, la mia mente confusa,
credo di non sapere più cosa sia la santità!”
Lui mi sorrise ma non aggiunse una parola.
Riprendemmo il nostro cammino in silenzio.
La pioggia non ci dava tregua e il buio era fitto,
io trascinavo un corpo ormai sfinito e dolorante.
Ma ora si intravedevano le prime luci del paese,
tornava il desiderio di una zuppa e un giaciglio.
Francesco si fermò alle prime case del borgo:
“Guarda con attenzione, forse avrai la risposta!”
“Finalmente saprò cosa vuol dire essere santo?”
“Ora batterò alla porta di quella locanda laggiù.
Dirò al locandiere che siamo due frati pellegrini
e chiederò accoglienza e un riparo per la notte.
Forse il padrone della taverna ci caccerà dicendo:
‘Andatevene vagabondi, qui non c’è posto per voi!’
Ma noi insisteremo e batteremo di nuovo alla porta
e se stavolta uscirà col bastone gridando ‘Via!’
quello sarà per noi il momento più importante,
lì saremo messi alla prova dalla grazia divina.
Dovremo essere capaci di guardare quell’uomo
con gli occhi dell’anima e vedere in lui il divino!”
“Lo faremo, Francesco, anche se ci maltratterà?
Anche se ci manderà via senza alcuna pietà?”
“Dio è dappertutto e in ogni cosa, mio caro Leo,
nella sua Creazione tutto è buono, bello e giusto.
Forse quel fratello non lo sa o l’ha dimenticato,
ma noi che seguiamo la regola lo sappiamo,
dunque tocca a noi ricordarglielo con gentilezza
e mostrare cosa sono la carità e la compassione…”
Le parole di Francesco mi toccavano il cuore,
ma sembravano un messaggio troppo alto per me,
-io che ero un povero frate, giovane e inesperto.
“Non è facile -dissi- seguire la via della santità.
Temendo il locandiere e le sue minacce,
con la stanchezza e questo freddo e il buio
per un momento mi ha preso lo sconforto…”
Questa volta Francesco mi guardò fisso,
i suoi occhi brillavano, mi leggevano dentro.
“Ricorda, Leo, che Dio è sempre con noi,
ci accompagna e ci accudisce ogni momento,
dobbiamo ringraziarlo e lodarlo a ogni respiro
e rimanere lieti e in pace in ogni circostanza.
Dio è anche questa pioggia e questo buio,
è questo vento che soffia e ci gela le ossa,
è questa stanchezza e la fame che ci divora.”
La mia anima assetata beveva ogni sua parola…
“Tutto accade sempre e solo per Sua volontà.
Non solo la bellezza, la gioia e la buona fortuna,
anche il dolore e la morte fanno parte del gioco.
Non dobbiamo rifiutare nulla di quello che viene,
ogni cosa ha il suo posto nella poesia del Creato,
tutto è buono nel grande Cantico dell’esistenza!”
Ci fu un breve silenzio, poi Francesco riprese:
“Sei pronto a seguire questa via di santità, Leo?
A vivere in pace vedendo ovunque solo il divino?”
Questa volta le parole non erano necessarie,
dal mio cuore la risposta, un solo, grande “Sì”.
E in quel momento la Provvidenza divina…
Una vecchina si affacciò alla porta di casa
e ci fece un gesto, invitandoci ad entrare.
Ci offrì una scodella calda e un giaciglio asciutto,
ci fece ristorare davanti al camino e ci ospitò,
in quella notte così fredda, senza dire una parola.
Poi fu di nuovo giorno e ripartimmo per Assisi…
28 giugno 2025
249 La visione diretta
-Porfirio: Come si fa a non credere in nulla e nessuno? Sì, perché tu dici che devo confidare solo nel mio discernimento e non in conoscenze tratte dall’esterno…
-Maestro: Certo, confermo le mie parole. Non serve a molto credere in una verità non sperimentata di persona. La semplice convinzione non si trasforma mai in sapienza.
-Porfirio: Ma come si fa a non credere nella tradizione dei propri avi e della propria città, in costumi e usanze secolari? Non potrei fare un passo avanti se, come mi dici, dovessi confidare solo in me stesso…
-Maestro: Innanzitutto dobbiamo chiederci che cosa cerchiamo e quale è la sapienza cui aspiriamo. Inoltre, credere in se stessi non è qualcosa che possiamo scegliere o no, è un dato di fatto a cui non si può sfuggire. Fammi l’esempio di una tua credenza…
-Porfirio: Sicuramente credo nella nostra tradizione, negli dei che adoriamo…
-Maestro: Dunque credi in te stesso.
-Porfirio: In me stesso? Non capisco…
-Maestro: Chi ha stabilito che credere negli dèi degli avi sia la cosa giusta? Chi dà credito a quell’autorità che chiami tradizione?
-Porfirio: È una cosa che tutti dicono e insegnano e…
-Maestro: Dunque tu prendi per vero quello che dicono gli altri?
-Porfirio: Sì, anzi no… Chi decide cosa devo credere o non credere è… (breve pausa) beh, a pensarci bene… alla fine sono sempre io stesso.
-Maestro: Dunque, credi a ciò che tu ritieni vero e giusto. Tutto torna sempre alla tua “autorità” e capacità di discriminazione, alle tue scelte. Tienilo presente perché da qui parte la vera ricerca.
-Porfirio: Ma allora, se non posso contare sugli altri, come raggiungere il vero sapere?
-Maestro: Il mio messaggio è: liberati da tutti i dogmi, metti da parte quello che conosci, riparti da zero con mente libera e curiosa, rifuggi da ogni verità accettata in modo ingenuo, cerca la visione diretta. Per quanto la tua fiducia possa essere lodevole, assumere qualcosa per fede vuol dire mettere fine all’indagine personale, è una restrizione dell’intelligenza. Questo per me è un delitto, è la rinuncia a essere liberi, è essere schiavi di costumi e convenzioni ripetitivi e morti.
-Porfirio: Quindi tu non hai una dottrina da insegnarmi?
-Maestro: Se intendi una dottrina bella e pronta da trasmetterti, assolutamente no.
-Porfirio: Non hai raggiunto qualche verità? Perché allora tutti ti chiamano maestro?
-Maestro: Se ti consegnassi delle verità già pronte farei per te la cosa peggiore, ti illuderei e ti priverei della capacità di ricercare da solo. Io posso solo darti gli strumenti per compiere la tua indagine in autonomia.
-Porfirio: Tutto da solo? Io non sono un maestro, sono un discepolo sprovveduto, non mi sento in grado di camminare da solo sulle mie gambe.
-Maestro: Ecco, proprio questo è il primo ostacolo da riconoscere. Ed è il più importante da rimuovere.
-Porfirio: Ma tu hai raggiunto la sapienza? Hai concluso il tuo viaggio di ricerca? Se tutti ti chiamano maestro non è perché hai una verità da offrire agli altri?
-Maestro: Gli altri possono chiamarmi come vogliono. Forse ho trovato un mio sapere, ma non posso consegnarlo come se fosse un dono o la pagina di un libro. Io posso invitare alla ricerca e dare qualche consiglio, ma non posso parlare di cose che non sono un’esperienza per chi ascolta. E comunque il cammino di conoscenza è un’apertura senza fine. Quando giungi a scoprire chi sei, quello è solo l’inizio.
-Porfirio: E io chi sono? Lo devo scoprire da solo?
-Maestro: Certo, come fa qualcun altro a dirti chi sei tu? Fidati del tuo intuito. Vediamo: qual è la cosa più semplice e immediata che puoi dire di te?
-Porfirio: La cosa più semplice… che sono un uomo?
-Maestro: No, Porfirio, quello è già un concetto acquisito, trova un modo più diretto per definirti.
-Porfirio: Allora posso dire semplicemente: “io sono”, sono un qualcosa che è.
-Maestro: Bene, siamo andati più a fondo. Allora ci interroghiamo sull’”essere che sei”, è fondamentale, non credi?
-Porfirio: Sì, stavolta lo credo, perché lo vedo e lo so…
-Maestro: Quindi tu sei un qualcosa che è, un ente. Ma qual è il tuo modo di “essere un essere”? Qual è la tua natura?
-Porfirio: Sono un ente dotato di ragione?
-Maestro: Anche qui, proviamo ad andare più a fondo…
-Porfirio: C’è qualcos’altro prima della ragione?
-Maestro: Chi vede e può dire “sono un ente ragionevole”? Non certo la ragione stessa…
-Porfirio: Mi chiedi chi osserva tutto questo? Forse una parte di me? Una mia facoltà? È la coscienza?
-Maestro: Sì, la coscienza, ma non è solo una tua facoltà. Tu sei coscienza. Non puoi immaginare nessuna esperienza, percezione, sensazione o pensiero che non siano accompagnati dalla coscienza. Quello è il vero “io” che sta a fondamento di ogni tua realtà, quella è la tua vera natura. Nota che la coscienza può esistere anche senza sensazioni, percezioni o pensieri, non viceversa.
-Porfirio: Possibile? Io ci sono anche in assenza di pensiero? Mi sembra inverosimile. Si può dimostrare questo?
-Maestro: Prova per un momento a creare uno spazio tra due pensieri, non è difficile. Magari sarà solo per pochi istanti, perché poi il pensiero involontario prenderà subito il sopravvento. Mettiti alla prova…
-Porfirio: Vediamo… (passa qualche istante) Ho pensato a un cavallo bianco, poi c’è stato un momento di vuoto… e dopo è spuntato il pensiero di una gara in cui c’era quel cavallo. Sì, tra due pensieri c’è stato un breve spazio in cui non c’era nulla.
-Maestro: Perfetto. Vedi? Hai dimostrato di esserci anche senza il pensare. Nello spazio vuoto tra due pensieri tu c’eri ancora, non eri sparito o finito chissà dove. L’intelletto taceva, ma tu eri sveglio, in attesa del prossimo pensiero. Questo mostra che “tu” non coincidi col tuo pensiero, anche senza il pensare sei ancora lì come coscienza lucida, attenta e viva. Devi concentrare la tua ricerca sulla coscienza, questo è ciò che devi esplorare, il resto è perdita di tempo.
-Porfirio: Sì, lo farò, cercherò di farlo con tutte le mie forze.
-Maestro: E mi raccomando: non devi credere nemmeno in quello che pensi.
-Porfirio: Neanche a quello che penso?
-Maestro: No, perché ora hai capito che tu sei coscienza, non sei il tuo pensiero. I pensieri che passano per la mente non sono il fine della ricerca, semmai un ostacolo.
-Porfirio: Dunque io sono coscienza… come posso esplorarla?
-Maestro: Il tu-coscienza è ciò che contiene ogni esperienza possibile. Allora osservalo e poniti delle domande.
-Porfirio: Quali domande? Mi fai qualche esempio?
-Maestro: Puoi cominciare così: cosa è questo io-coscienza? Quali sono i suoi confini? Ha dei limiti? È cosa diversa da quello che vedo intorno? Lo posso descrivere? È separato da quello che chiamo mondo? Va e viene? Nasce e muore? Cambia e si trasforma? È un pensiero, un concetto o una teoria? È un’esperienza? È un sentimento? E via dicendo… Le domande sono infinite ma fanno capo a una sola, semplice e unica: Chi sono io?
-Porfirio: Non è un tornare sempre al punto di partenza?
-Maestro: Le domande rimarranno all’inizio a livello intellettuale, poi penetreranno in te e la risposta arriverà: non in parole, concetti o pensieri perché questi saranno del tutto superati, ma come intuizione, illuminazione improvvisa. Allora le domande scompariranno tutte insieme e resterà solo quello che sei, la tua realtà fondamentale, la tua vera essenza. Questa è la visione diretta. Il resto verrà col tempo, tocca a te scoprirlo.
-Porfirio: Però alla fine voglio provocarti: devo credere a quello che dici?
-Maestro: Questa volta sì, dai fiducia a queste mie parole.
-Porfirio: Ma non ti stai contraddicendo? Prima dicevi che credere non…
-Maestro: Sì, certo, ma io non ti dico che cosa devi credere. Ti invito ad andare a vedere chi sei, ti aiuto a capire come puoi farlo. Poi lo farai tu da solo in piena autonomia. Ti sto ricordando la cosa più banale, che sei capace di conoscere te stesso. Accetta il mio invito, ascolta le mie parole, poi dimenticami e procedi per la tua strada. Quello che troverai, quella sarà la tua verità, una realizzazione che solo tu conoscerai, che nessuno ti avrà regalato e nessuno potrà portarti via.
30 giugno 2025
250 Finito e Infinito, Essere e Nulla
-Si dice che il Primo principio, il divino Uno, sia infinito. L’infinito è il senza-limiti. Vuol dire che l’Assoluto esiste in un tempo senza fine e in uno spazio illimitato?
-No, l’Assoluto esiste in un non-tempo e in un non-spazio. Un tempo che va avanti senza fine non potrà mai completarsi, perché ci sarà sempre un “dopo” che rimane, rimarrà sempre ancora un’infinità da percorrere. Anche miliardi di miliardi di anni non saranno mai un infinito, ma un perpetuo tendere senza mai giungere a un termine. Il tempo come noi lo conosciamo, quello dell’orologio, è per sua natura progressivo, limitato e inconcluso. Non può essere il tempo dell’Assoluto che è l’eterno immobile.
-Quindi il divino non conosce il trascorrere del tempo, quello che chiamiamo “divenire”, perché lo trascende. Ma lo spazio?
-Lo stesso vale per lo spazio. Lo spazio deve sempre contenere un qualcosa che lo fa esistere altrimenti è nulla. Ma ogni “qualcosa” è una dimensione finita, relativa, dunque è in sé un confinamento, una limitazione. Lo spazio non può essere perciò il “luogo” dell’Uno senza limiti.
-Allora l’eterno infinito cosa è? Dove e come vive l’Assoluto?
-È da nessuna parte e in nessun tempo, come si è detto. Ma essendo senza limiti contiene in sé infinite realtà, compresi il tempo e lo spazio. E le manifesta senza per questo uscire dalla sua unità e immutabilità.
-Come si può pensare l’Assoluto? Contiene tutto ma appare più come un nulla. Se togliamo tempo e spazio non lo si può neppure immaginare: non è un qualcosa, non è un processo o una realtà che diviene, sfugge ad ogni comprensione e definizione. È come una dimensione oscura, silenziosa e senza limiti dove nulla accade, una realtà immobile e vuota, inquietante e quasi spaventosa…
-Se cerchiamo di raffigurarci l’Assoluto in termini spazio-temporali può apparire così. La nostra mente limitata non è in grado di afferrare una realtà che la trascende, annaspa nel buio. È come per una persona non vedente: come può farsi un’idea dei colori se non li ha mai visti? Per lei giallo, verde e rosso saranno solo parole vuote, un buco nero.
-Dicevamo che il divino è eterno, non soggiace al divenire e permane uguale a sé stesso. Ma come si concilia con il fatto che contiene in sé spazio, tempo e un’infinità di cose? Non si rompe così la sua unità? Non diventa molteplice, frammentato e limitato?
-L’Assoluto è immutabile e insieme il creatore di tutta la molteplicità del divenire nel tempo e nello spazio. È un paradosso estremo, per noi inconcepibile: la coincidentia oppositorum di unità e molteplicità, essere e divenire, tutto e nulla.
-È una cosa per me difficile da comprendere, soprattutto la coincidenza di movimento e immobilità…
-Allora pensala così: all’interno di sé l’Assoluto si muove, ma appare immobile perché lo fa a una velocità infinita che fa coincidere la quiete e il movimento, il nulla e il tutto. Poiché si muove ad una velocità infinita è presente ovunque, in ogni tempo, in ogni luogo e direzione, in un solo istante di non-tempo. E in quel non-tempo c’è tutta l’infinità di ogni realtà possibile. In quell’apparente nulla c’è il tutto.
-Puoi farmi capire meglio con un esempio concreto?
-Immagina di far ruotare una corda con un piccolo oggetto al suo estremo. Se l’oggetto raggiungerà una velocità infinita sarà ogni istante in ogni punto della circonferenza. Tu vedrai un cerchio immobile e solido che in realtà sarà un’illusione creata dal movimento infinitamente veloce. Un’apparenza ingannevole, come accade quando le ruote girano a gran velocità e i suoi raggi sembrano fermi.
-Dici che il movimento del piccolo oggetto rotante attaccato alla corda produce un cerchio, ma che questo è un’illusione, un miraggio. È così anche per il mondo?
-Esattamente. Gli oggetti che vedi intorno a te appaiono solidi per la velocità di movimento e rotazione della materia, degli atomi che la compongono. Parliamo comunque sempre di velocità finite, anche se relativistiche e difficilmente immaginabili. Ogni realtà materiale si muove e vibra a vari livelli di frequenza. E da questa derivano le sue caratteristiche, il suo colore, la consistenza, il suono, ecc.
-E se io potessi cambiare la frequenza di vibrazione di un oggetto elevandola a un livello superiore? Cosa accadrebbe?
-Semplice, l’oggetto cambierebbe le sue qualità e magari sparirebbe alla tua vista, anch’essa un processo vibratorio materiale, perché non ci sarebbe più possibilità di sintonizzazione e comunicazione.
-Mi domando però del nostro mondo, l’universo in cui viviamo: esiste da sempre e per sempre?
-Se il tempo e lo spazio sono finiti tutto ciò che è contenuto nel tempo e nello spazio è limitato e finito, che sia oggetto, fenomeno, realtà o processo. Ora, ciò che è diveniente e limitato non può essersi autocreato. E per la sua finitezza è impermanente, è nato e morirà. Solo ciò che è un Principio assoluto, autocreato ed eterno può creare in un istante Singolare lo spazio e il tempo e tutte le realtà e i fenomeni che in essi sono contenuti.
-Dunque il mondo che vediamo è stato creato da un Essere infinito e perfetto. Si può dimostrare con i mezzi della ragione?
-Torniamo al principio-cardine che già gli Antichi ponevano come assioma: nulla può venire dal nulla. Il nulla assoluto non può produrre qualcosa. E poiché noi vediamo che qualcosa esiste, dobbiamo concludere che la realtà finita, ovvero il mondo, non può essersi creata da sé, deve provenire da un Primo principio infinito, eterno, perfetto, autosussistente e atemporale, non diveniente e indistruttibile.
-Prima dicevamo che l’Assoluto è insieme tutto e nulla. Allora cosa si intende qui per “nulla”?
-Il Nulla qui non è il niente assoluto. È un’infinita intelligenza immateriale, senza confini, illimitata e immutabile che ci appare come “nulla” perché è pura potenzialità, pensiero non ancora in atto, creatività sconfinata e imperscrutabile.
-E noi umani? Quale è la differenza con l’intelligenza dell’Assoluto?
-La nostra è un’intelligenza legata allo spazio-tempo, limitata nelle sue possibilità e nella creatività. Rispecchia come frammento quella divina, ma rimane confinata al mondo materiale, è localizzata e meccanica, è solo un sofisticato sistema di calcolo finalizzato alla sopravvivenza dell’individuo.
-Questo spiega perché l’Assoluto non lo possiamo comprendere…
-Certo, almeno finché rimaniamo confinati nel nostro intelletto legato alla materia. Non possiamo concepire il trascendente, il pensiero non può superare i suoi limiti.
-C’è una possibilità di andare oltre?
-Sì, si possono aprire le porte dell’intuizione, l’intelligenza superiore che permette di sintonizzarsi col Primo principio. Ma questo è un discorso complesso che non possiamo affrontare oggi. Lo riprenderemo dopo che avrai riflettuto a fondo su questi temi.
-Queste considerazioni mi affascinano, ma alla fine mi chiedo: come renderle concrete e farle ricadere nella mia vita?
-Sono riflessioni che servono ad aprire la mente. Non pretendono di diventare per te una conoscenza o un’esperienza. Sono solo un invito alla ricerca, un sasso lanciato nello stagno, uno stimolo perché si attivi la tua immaginazione creativa. Il resto verrà col tempo, senza fretta, sarà un progressivo cammino di conoscenza.
-E questo può aiutarmi a vivere meglio? A essere più sereno e felice?
-Noi cerchiamo in primo luogo la verità, a questo dedichiamo la nostra vita. Quanto più si approfondirà la nostra comprensione tanto più forse ci sentiremo sereni e felici. Ma questo sarà solo un effetto secondario, un sottoprodotto della ricerca, non il fine di essa.
-Capisco… Ma sento che la mia mente vacilla, brancola nel buio. Mi sento un nulla, impotente di fronte alla grandezza di un infinito incommensurabile e incomprensibile…
-Tu, come ogni altra cosa, non vivi fuori da quell’infinito. Pur nel tuo piccolo, sei un frammento di quell’Intero. Sei l’Assoluto che guarda sé stesso da uno dei suoi infiniti punti di individuazione. Accetta l’idea di essere l’Assoluto e coltivala come un ricordo che riemerge da un’atavica memoria. Prima sarà soltanto una mera convinzione, poi col tempo diventerà una precisa sensazione nel corpo e nella mente, un’esperienza di apertura. Il sentimento di espansione psico-fisica sarà prima una cosa solo immaginata, poi pian piano diventerà un fatto, la cosa più reale. E non dubiterai più della sua verità. Nascerà un’intuizione che ti rivelerà quello che sei nella tua ultima essenza. Un profondo sentimento ti invaderà ricordandoti quello che da sempre sapevi, una verità sempre presente che disperso nelle cose del mondo avevi dimenticato.
6 settembre 2025
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sito e testi di michele losanna – michele.losanna22@michelelosanna
