Filosofia oltre il Confine

Per gli amanti della Filosofia


231 La verità è un salto nell’ignoto
-Dedico la mia vita alla ricerca del vero. Ogni mio sforzo è consacrato alla conoscenza, perciò leggo e studio senza sosta libri e testi di filosofia, religione e spiritualità, mi applico a ogni campo dello scibile umano…
-Apprendere, acquisire informazioni è sempre utile. Il tuo sforzo è encomiabile. Ma dobbiamo chiederci se è sufficiente perché diventi reale conoscenza. Cercare la verità è una via ardua, irta di ostacoli.
-Studiare a fondo, informarsi, comparare e riflettere non basta per avvicinarsi al vero?
-Dobbiamo chiarire cosa intendiamo quando parliamo di verità. Se la pensiamo come accumulo di nozioni, affinamento dell’intelletto o erudizione, allora non è quello che intendiamo qui. Non è ancora la risposta alla domanda fondamentale.
-Che sarebbe…?
-La più antica del mondo: Chi sono io? È la sola, reale questione quando cerchiamo la verità.
-Sono d’accordo, ogni mio studio punta alle domande fondamentali: chi sono, da dove vengo, dove vado, perché sono qui e per quale scopo…
-Bene. Tutte domande che derivano dalla prima. Ma ora chiediamoci se un apprendimento a livello dell’intelletto può darci la risposta. Partiamo dalla nostra esperienza.
-In effetti, vedo che tutto lo studio che faccio invece di schiarire la mia mente la ingombra, la complica e la allontana da una risposta semplice e definitiva. Mi muovo in circolo, mi ritrovo sempre al punto di partenza…
-Una risposta puramente verbale raccolta dagli altri non ha grande valore. Finché la verità non diventa una tua esperienza, una realtà vissuta, rimane un gioco intellettuale. Anch’io sono passato attraverso questa smania di apprendere. In una fase della crescita è una cosa naturale e può dare una forte spinta alla ricerca. Ma a un certo momento se ne deve riconoscere il limite. Si raccolgono pensieri, idee, concetti e teorie, ci si illude di sapere e si scambia per verità il fatto di diventare un’enciclopedia vivente. Si rimane confinati in un intelletto che parla a sé stesso.
-Sì, ho l’impressione che sapere troppe cose mi confonde, mi allontana dall’oggetto della ricerca. Troppe informazioni creano un caos, confliggono tra loro e aumentano i dubbi. Mi sembra di girare a vuoto, in orizzontale…
-È un girare della mente tra le conoscenze acquisite, senza il movimento in profondità che è necessario per esplorare il non conosciuto.
-Già, la verità è per noi qualcosa di ignoto. Ma allora, come possiamo trovarla tra le cose che conosciamo?
-La somma delle cose note non può dare come risultato la conoscenza dell’ignoto. La mente non può trascendere sé stessa, rimane confinata nel recinto delle memorie codificate, lontana e separata dalla viva e reale esperienza. Non è così che si può attingere al vero, ovvero a ciò che è nuovo, creativo, inatteso, fuori da ogni previsione, da ogni immaginazione e da ogni schema.
-Capire che raccogliere conoscenze non conduce alla verità da una parte è per me un sollievo, una liberazione. Capisco che ci vuole l’esperienza diretta, personale, non conoscenze morte, raccolte al di fuori, un po’ qua e un po’ là. Ma allora mi interrogo sul passo successivo: che fare dei miei studi?
-Comincia col chiederti se quello che studi risuona dentro di te, se ti trasforma e ti migliora, se cambia la tua visione delle cose, se amplia la consapevolezza di te stesso e del mondo. Chiediti se le parole che leggi diventano per te un’esperienza viva, se aprono nuovi orizzonti di senso, se riesci a farne una forza che rivoluziona la tua vita quotidiana. Se vedi che non è così, metti tutto da parte, non perderci altro tempo. Pian piano capirai che conoscere qualcosa intorno alla verità e conoscere la verità sono due cose completamente diverse.
-Dunque, se le mie conoscenze diventano esperienza sono più vicino al vero?
-È la via che ti avvicina all’ignoto, alla verità che cerchiamo. Ma la cosa importante è avere il coraggio di buttare quello che non serve: memorie appassite, pensieri ricorrenti e ripetitivi, preconcetti e aspettative, il mondo del conosciuto. Se non si sgombra il campo da tutto questo ciarpame non è possibile creare spazio affinché il non conosciuto si presenti.
-Il non conosciuto, cioè la verità, non deve essere cercato direttamente?
-La verità si presenterà da sola quando sarà il momento, quando la mente sarà libera dai pensieri e dall’inconsapevolezza, libera di guardare la realtà così com’è. L’ignoto può solo irrompere nella tua vita, magari quando meno te lo aspetti, non può essere il risultato di un calcolo o di una pianificazione, cioè un frutto del passato.
-Temo però che, una volta liberato dalle conoscenze acquisite e dalle memorie del passato, rimanga ben poco tra le mie mani…
-Rimarrai tu con te stesso, in una coscienza risvegliata, profondamente trasformato e illuminato. Qui si aprono le porte della verità. Non più un sapere come lo si intende di solito, centrato sull’intelletto, ma un’esperienza, anzi l’essenza di tutte le esperienze.
-La si può descrivere?
-Essendo la realizzazione più intima e personale non si può tradurre in parole. Essendo un’esperienza dell’ignoto non ci sono parametri per misurarla o confrontarla con ciò che conosciamo. Perfino assaporare una mela è un’esperienza che non può essere raccontata a chi non conosce le mele. A maggior ragione questo vale per un’esperienza che è una espansione della coscienza.
-Dunque devo andare a casa e buttare via tutti i miei libri?
-No, non precipitare le cose, se ti va di leggerli continua senza problemi. Ricorda semplicemente quello che abbiamo detto qui. Un giorno saranno i libri a cadere da soli. Aprirai le loro pagine e non trarrai più lo stesso piacere, non troverai più quell’interesse che ti muoveva. Non sarà un male, sarà il segnale che la tua consapevolezza si sta spostando dalla vecchia mente legata al passato a una nuova mente libera e creativa. In altri termini, la tua coscienza si sarà elevata a un altro piano e da lì vedrai più cose. Scoprirai che la verità non è dell’intelletto. Col tempo il tuo lavoro sarà un cammino interiore di affinamento e approfondimento della consapevolezza. Di più non si può dire.
-Sarà quella la verità? Sarà in quell’esperienza la fine di ogni ricerca?
-Questo non posso dirtelo io. Quando capiterà lo saprai da solo, non avrai alcun dubbio. La tua mente sarà trasformata. Una mente creativa, libera dal passato, non ha più bisogno di stampelle, ormai sa camminare da sola, è diventata luce a sé stessa.
6 maggio 2025

232 Costruire nuovi mondi di senso
-Le grandi fonti sapienziali affermano che non possiamo conoscere la verità delle cose, perché il pensiero è dualistico e tende a dividere la realtà. Vorrei approfondire questi temi…
-L’intelletto conosce sempre da un punto di vista particolare, può cogliere solo un lato di un problema, un aspetto di una situazione, un frammento del reale. È per sua natura dicotomico e, non potendo cogliere la totalità, deve assumere un modello di interpretazione tra i tanti possibili per capire ciò che si presenta nell’esperienza.
-Quindi il punto è saper individuare il modello giusto? In quel caso si giunge alla verità cercata?
-La mente può concepire un fatto solo ritagliando, per così dire, una parte dell’intero, scegliendo un quadro di riferimento in cui farlo rientrare e un modello che dovrebbe spiegarlo. Ma per descrivere qualcosa in modo completo gli aspetti da considerare sono innumerevoli, per cui deve scegliere un elemento che possa diventare un criterio di giudizio, un simbolo che rappresenti il tutto. È chiaro però che così facendo la totalità sfugge allo sguardo e con essa la sua verità.
-È un processo inevitabile?
-Sì, almeno finché si rimane a livello della mente. Il pensiero è un grande archivio di dati e di memorie che serve a classificare gli eventi, decidendo i contesti più appropriati per interpretarli. C’è sempre un numero infinito di possibilità.
-Tra le varie possibilità, si può individuare quella che corrisponde alla vera realtà?
-Quello che noi chiamiamo “realtà” è una costruzione del pensiero. Le grandi sapienze insegnano che i pensieri creano la realtà, perché cambiando contesto e modello interpretativo la stessa cosa può apparire completamente diversa e mutare il suo significato, il suo valore, la sua funzione, il suo fine, ecc.
-Mi puoi fare un esempio?
-Sì. Che cosa può rappresentare un coltello? Prova a pensare cosa diventa quell’oggetto in contesti diversi: un dono, un’arma di offesa, uno strumento utile, un simbolo, un ricordo, un reperto, un manufatto artistico? E i significati che può portare con sé: forza, potere, rabbia, violenza, coraggio, difesa, protezione, salvezza? Capisci che il significato della cosa dipende dal suo modo di collocarsi nel mondo ed è determinato dalle scelte del soggetto. La stessa cosa può apparire vera o falsa, giusta o sbagliata, desiderabile o no. Anche una danza macabra di fantasmi può avere la sua verità, in un certo contesto.
-Ma se io dico che i fantasmi non esistono? Non è vero questo?
-A parte che non sappiamo se è davvero così o no, una danza di fantasmi può avere una sua legittima realtà se la pensiamo in una scena teatrale o in un cartone animato, dove trova il suo senso, il suo posto, la sua spiegazione. Non c’è nulla che sia vero o falso in assoluto, dipende sempre da come ci poniamo, da come interpretiamo il mondo.
-Questa idea mi destabilizza un po’, perché mi sembra che il concetto di verità venga a perdersi in una marea di opinioni, punti di vista, prese di posizione e giudizi. Una stessa realtà può essere concepita in infiniti modi diversi a seconda di come la si guarda. Dunque non c’è mai un punto di approdo, non possiamo aggrapparci mai ad una certezza…
-Sì, però, come dicevo, le cose stanno così finché rimani a livello della mente e le guardi da quel punto di osservazione. In questo caso non c’è una sola verità, ma tante quante sono le volontà, le opinioni, le convinzioni e le esperienze delle persone, in infinite varianti. Ognuno può fare le sue scelte, liberamente, ma nessuno può dire di possedere il vero in assoluto.
-Sembra una visione un po’ sconfortante. Gli esseri umani non potranno mai condividere una verità che sia tale, sono destinati a confliggere con le loro opinioni e i loro diversi punti di vista, senza possibilità di accordarsi su nulla.
-Non è detto, ci si può accordare sull’interpretazione che appare la più ragionevole, opportuna, desiderabile, utile, carica di senso. Lo si fa sempre, da qui nascono poi teorie, studi, culture, gruppi di interesse, movimenti, dottrine, prospettive di ogni genere.
-Possiamo trarre anche qualche vantaggio dal fatto che la nostra mente crea modelli e filtra l’esperienza?
-Sì, ti faccio un esempio. Le nostre difficoltà nell’affrontare una situazione sono spesso dovute solo a un’errata interpretazione dei fatti, che stiamo inquadrando in un modo sbagliato. Se ti ostini a volare usando le tue nude braccia ti esponi al fallimento e alla frustrazione. Devi cambiare il modo di vedere la situazione per rimetterla su binari ragionevoli, accettando che non puoi fare quella cosa impossibile. Sei tu comunque che hai la responsabilità di scegliere come pensare e agire. Un punto di vista errato e limitante ti reca guai e dolori, la tua mente si incaponisce su un ostacolo insormontabile e crea sofferenza. Devi essere conscio di questo meccanismo e spostarti altrove, cambiando il contesto e lo schema interpretativo.
-Si, capisco, ci sono infiniti modi di vedere le cose, ma poi rimane sempre la scelta personale, che decide il nostro destino, il nostro vivere bene o male…
-Dobbiamo cambiare il modo di vedere una situazione se quello adottato finora non ha funzionato. Come esseri umani abbiamo la libertà di pensare un quadro diverso per spiegare un fatto. Un evento visto come negativo può diventare la cosa più positiva, se sappiamo trasformare il nostro sguardo: un dolore può diventare un’opportunità di crescita, una prova che ci rende più maturi; un errore può essere visto con compassione e perdere la sua carica di negatività. Dipende da noi, da quello che vogliamo fare ed essere, sempre.
-Dunque, qui si gioca la nostra possibilità di essere felici. Io posso creare la mia realtà, devo solo imparare a vedere gli accadimenti in tanti modi diversi, scegliendo il più appropriato, quello che mi dà la tranquillità e l’armonia interiore che cerco…
-È una capacità concessa agli esseri umani, la libertà di crearsi la felicità con le proprie scelte. Essere felici non deve mai dipendere dagli altri e dalle situazioni. La pace è sempre nel nostro sguardo, non deriva mai dalla realtà esterna.
-Però, insisto, rinunciare all’idea di poter raggiungere la verità mi fa sentire ignorante, limitato, fragile…
-Beh, non è detto che sia un male, soprattutto se questa è la reale condizione di tutti noi umani. Il fatto di non poter conoscere la verità assoluta ci ricorda la nostra insipienza, sì, ma essere ignoranti, come diceva Socrate, è la migliore condizione per disporsi ad apprendere.
-Mi dici altri vantaggi che derivano da questa visione?
-Se sai cambiare il modo di vedere le cose e i contesti che danno il significato ai fatti diventi più aperto e tollerante, perché riesci facilmente a immedesimarti in una posizione diversa dalla tua. Diventi più creativo, perché sai trovare molte soluzioni ai tuoi problemi, evitando la rigidità mentale che spesso ostacola la ricerca. E diventi anche più compassionevole, perché quando la mente è multiforme riesce a comprendere più cose e situazioni, rinforza il sentimento di appartenenza che rende disponibili e solidali verso gli altri.
-Vorrei davvero che per vivere bene fosse tutto così semplice…!
-In realtà lo è. Devi solo volerlo, devi solo desiderarlo e tutto questo accadrà.
-E se non riuscirò a farlo?
-In questo caso, ormai l’hai capito, dovrai solo cambiare il contesto e il tuo schema interpretativo per vedere in un altro modo la situazione…
-Siamo partiti dalle grandi sapienze e lì vorrei tornare. Perché tutte queste dottrine parlano continuamente di verità? Non indicano ciascuna una via per raggiungere l’illuminazione, la conoscenza della verità suprema?
-Sì, ma la verità ultima, secondo le sapienze, non si trova nel mondo del pensiero, si trova al di là dei confini della mente. L’intelletto “diabolico” -“che divide”, secondo il significato della parola greca- deve essere superato. Non è solo meccanico e schematico, è limitato e per sua natura diventa una barriera alla conoscenza della realtà così com’è. Il vero c’è, ma non abita lo spazio angusto della mente umana, è oltre il mondo dei dualismi e della frammentazione.
-E questo è un altro capitolo enorme che si apre…
-Un altro capitolo, per la prossima occasione. Intanto osserva con costanza i tuoi pensieri e vedi se quello che abbiamo detto può diventare una tua comprensione. È il primo passo, ma il più importante. Quando con la tua coscienza “ti accorgi di” sei già in uno spazio di libertà che è oltre i limiti del pensiero. Per uscire dai confini della mente devi prima renderti conto che l’intelletto è solo una prigione dorata. Una persona libera rifiuta ogni schema, rifugge da tutto ciò che vorrebbe ridurre il mondo a un mucchio di conoscenze rigide e prefabbricate, lascia spazio all’immaginazione creativa. Così si costruiscono nuovi mondi di senso.
8 maggio 2025

233 Fai amiche le tue emozioni
-Porfirio: È possibile domare le proprie passioni?
-Il Maestro: Perché le vuoi domare? Sei in lotta con loro?
-Porfirio: Emozioni e passioni incontrollate mi impediscono di essere felice…
-Il Maestro: Forse non sei felice proprio perché cerchi di controllare una parte di te, quella più vera e vitale. Non combattere contro te stesso, il risultato sarà frustrazione e sofferenza.
-Porfirio: Non si deve cercare di contenere i propri impulsi? Ho sempre creduto che fossero una fonte di disturbo per la chiarezza della ragione…
-Il Maestro: La ragione è uno strumento meraviglioso e indispensabile, ma non è tutto, noi siamo anche altro, siamo molto di più. Passioni, sentimenti, stati d’animo ci appartengono, fanno parte del gioco della vita, non sono un’interferenza esterna o un errore, sono anch’essi la nostra realtà. Dobbiamo fare i conti con questo lato della nostra natura.
-Porfirio: Non riesco ad accettare questa parte di me. La vedo come una forza irrazionale che irrompe nel quotidiano e mi toglie la serenità. Un desiderio, un impulso, una reazione sorgono a dispetto di ogni mio tentativo di controllo. Le emozioni come rabbia, paura e tristezza sono sentimenti che vorrei evitare, ma non riesco a superarli, si presentano in modo spontaneo e inaspettato a turbare la mente.
-Il Maestro: Osserva bene, non accettando quello che sei crei in te una contraddizione. Quel tuo opporti e resistere alle passioni che sono parte della tua natura è la radice dell’infelicità. Nessuno può vincere una battaglia contro sé stesso. In più, creando tensioni e contrasti interiori si rafforzano proprio quelle emozioni che si voleva sconfiggere.
-Porfirio: A volte ho l’impressione che sia davvero così. Più tento di frenare o impedire la paura, più mi sento preda inerme di quella emozione. Ma allora, cosa posso fare, da che parte devo cominciare?
-Il Maestro: Parti da questo, che per me è un’esperienza, un fatto innegabile: esistere è già di per sé fonte della felicità più piena e pura. Se accetti il gioco della vita in tutti i suoi aspetti, se accogli tutte le espressioni del tuo essere, se non giudichi, non reprimi e non condanni le tue passioni, allora rimane un vivere semplice, spontaneo, leggero, libero da fardelli, colmo di gioia e gratitudine.
-Porfirio: Ma le emozioni non sono un ostacolo? Quando vanno per conto loro come bestie selvatiche…
-Il Maestro: Lasciale andare dove vogliono, in breve tempo le integrerai e si armonizzeranno con la ragione. Se cerchi di sopprimerle le fai incattivire e diventano distruttive. Anche un animale selvatico può essere ammansito se lo si lascia libero di essere come è. L’animale è infuriato finché rimane chiuso nella stalla, ma appena gli apri la porta, dopo che ha scatenato la sua energia correndo libero un po’ qua e là, si ferma in mezzo al prato e comincia a pascolare tranquillo. Col tempo puoi addomesticarlo e renderlo utile al lavoro nei campi. Ecco, fai così anche con le tue emozioni, ci vorrà un po’ di tempo, ma presto ti saranno amiche e ti aiuteranno a vivere beato.
-Porfirio: Vorrei capire meglio il gioco delle passioni…
-Il Maestro: Nulla di ciò che ti appartiene è contro natura e le emozioni fanno parte di questa realtà. Non c’è nulla di male a provare tristezza, rabbia o paura, se non si supera una certa soglia. Le emozioni sono sempre sincere, non mentono e ci dicono cosa siamo nel momento. Cercare di dominarle o eliminarle non porta a nulla, solo a un impoverimento della propria esperienza. Accettare un’emozione vuol dire aprire le porte a quello che vuole insegnarci. La passione che volevi respingere diventa un’esperienza da godere, non da temere. La sua forza negativa viene neutralizzata così, lasciando cadere ogni resistenza, accogliendo quello che accade in quanto verità di quello che sei.
-Porfirio: Mi fai qualche esempio?
-Il Maestro: Sì. La tristezza nasce da qualcosa accaduto nel passato che giudichi negativamente oppure da una situazione nel presente che ti impone un cambiamento cui fai resistenza. Lascia che ci sia quella tristezza, abbandona ogni opposizione, apriti all’emozione e dalle il benvenuto, vedrai una trasmutazione del tuo sentire, proverai una sensazione di pace e tornerà il sorriso. La stessa cosa per la rabbia, la paura e tutti gli affetti che giudichi negativi: lasciali essere nel momento, assapora il loro gusto, diventa spettatore della scena senza parteciparvi, scopri la bellezza e la varietà dei sentimenti umani, includi quello che senti nella gioia del momento. Tu sei, tu esisti, tu vivi: questo è già in sé il miracolo più grande che puoi immaginare.
-Porfirio: È vero, spesso mi arrabbio o mi intristisco per cose futili. Il fatto di esistere qui nel mondo come essere umano è un privilegio che, se ci penso, fa svanire subito tutte le sciocchezze e le lamentele.
-Il Maestro: Se tu ti arrendi a ciò che è, all’esperienza che stai vivendo, il tuo mondo cambia. Ciascuno di noi vive in un mondo diverso a seconda di come vuole o sa vederlo, a seconda di come lo costruisce. Se vivi il tempo presente c’è semplicemente tutto quello che c’è, nell’adesso non c’è scelta, tutto viene accettato come fonte di gioia.
-Porfirio: Però, se non c’è scelta e tutto va bene, non ha più senso esprimere una volontà, non posso preferire una cosa ad un altra…
-Il Maestro: No, non necessariamente. Puoi benissimo desiderare che una situazione cambi, ma questo non vuol dire rifiutare o giudicare negativamente quello che c’è nel presente. Se hai pochi amici non c’è nulla di male nel desiderare di averne tanti…
-Porfirio: …e tuttavia posso essere lo stesso contento, anche con pochi amici. E se nasce un po’ di tristezza la osservo, la accetto come parte del gioco, le do il benvenuto e mi faccio una bella risata…
-Il Maestro: Bravo, è proprio così, vedo che hai capito. Quando sarai nella situazione reale magari sarà meno facile, tornerà l’abitudine a reagire come in passato rifiutando l’emozione negativa. È un’abitudine che però si può superare, basta sostituirla con un’altra migliore. La resistenza col tempo evapora e lascia il posto a un sentimento di accettazione, di serenità imperturbabile, di gentilezza e compassione verso tutti e tutto.
-Porfirio: Alla fine è come aver fatto pace con me stesso…
-Il Maestro: Sì, caro Porfirio. Non c’è nulla di sbagliato in te e lo stesso vale per tutti i tuoi simili. Accettare la natura di umani ci trasforma in uomini completi, realizzati e felici.
-Porfirio: Dopo questo dialogo, non so perché, mi sento già cambiato. La mia mente è più lucida, ho compreso alcune cose importanti che mi mancavano. E provo una grande serenità, mi sento finalmente in pace con me stesso…
-Il Maestro: Bene, però ricorda che la serenità che senti non è un’emozione, non è un sentimento, non è un fuggevole moto dell’animo. È il tuo stato naturale, è quello che scopri di te quando le emozioni sono integrate nel tuo essere. È quello che sei, sempre e ovunque, anche se a volte te ne dimentichi. Ricorda solo di essere la gioia di esistere, il resto poi viene da sé.
11 maggio 2025

234 La coscienza vede solo perfezione
-Vorrei mi aiutassi a rispondere alla domanda: Chi sono io?
-Sei colui che fa esperienza.
-Esperienza di che cosa?
-Di quello che sta accadendo.
-Quindi esperienza del mondo.
-Del mondo che appare nella tua mente.
-Che appare… Perché, io non vedo il mondo reale?
-No, tutto quello che vedi e senti -chiamiamolo “mondo” per semplificare- è un oggetto della tua mente.
-Quindi io non vedo il mondo così com’è, ma come viene da me pensato…
-Certo, è ciò che è percepito e rielaborato dai sensi e dall’intelletto, almeno in apparenza.
-Quindi, se il mondo è solo ciò che si presenta nel mio pensiero non posso oltrepassare i miei limiti soggettivi, mi è precluso l’accesso alla realtà oggettiva, alle cose come sono in sé…
-La tua mente è un confine invalicabile. Ogni cosa si presenta lì e si manifesta sempre e solo come rappresentazione, pensiero, idea, immagine mentale. È tutto quello che puoi conoscere. Ciò che non puoi pensare per te non esiste.
-Una cosa non pensata è quindi inesistente?
-Ho detto che per te non esiste, non è detto che non esista in assoluto. Chi può saperlo?
-È una prospettiva strana. Dunque io non vedo il mondo, bensì solo una mia raffigurazione di esso, ne vedo un simulacro, un’immagine. Lo vedo solo come appare nella mia mente, come se fosse un film. Anzi, non posso dire nemmeno se è una mia invenzione o un sogno…
-È esattamente così, non possiamo farci nulla. Possiamo solo esperire i contenuti della nostra mente, il gioco di sensi e ragione. Poi, se vogliamo, seguendo il filosofo Kant, possiamo affermare che quello che l’intelletto concepisce entro i suoi limiti è comunque per noi il mondo dell’oggettività.
-È una visione che mi destabilizza non poco, perché ora la domanda “chi sono?” mi sembra farsi più complicata.
-No, in realtà si semplifica, come un rasoio taglia alla radice il problema dell’identità.
-Allora provo a ricapitolare: io sono una persona fatta di corpo e mente che vive nel mondo, ma lo può esperire solo soggettivamente, attraverso lo schermo del pensiero…
-No, aspetta, non è proprio così, dobbiamo precisare una cosa molto importante: “chi fa esperienza”, cioè la coscienza, non è il corpo e non è la mente. Tu non sei né l’uno né l’altra. Entrambi appaiono sullo schermo della coscienza esattamente come il mondo, nella forma di rappresentazioni. Sensazioni, percezioni, pensieri e immagini si presentano al soggetto tutti nello stesso modo. E questo vale per il corpo, per la mente e per la realtà esterna, sono tutti parte dello stesso spettacolo.
-Non capisco bene questo ragionamento…
-Si dice comunemente che l’occhio non può vedere sé stesso. Perché?
-Direi perché l’occhio è il “vedente” e non può diventare il “veduto”. Il soggetto non può guardarsi come un oggetto, non può creare una distanza da sé per osservarsi…
-Bravo, hai detto bene. Tu sei il soggetto conoscente, colui che è cosciente, sei il “vedere”, dunque non sei nulla di ciò che vedi e sperimenti, non sei nulla di quello che senti, percepisci e pensi. Non sei il mondo, e neppure il corpo e la mente.
-Non sono neanche i miei pensieri?
-Naturalmente no, anch’essi sono oggetti, contenuti mentali, tant’è vero che li puoi guardare come qualcosa che viene, passa e va.
-Non sono io che decido di pensare un pensiero?
-Osserva come i pensieri spuntano da soli nella coscienza: non puoi “volerli” come credi, puoi solo constatare il loro apparire. E questo vale anche per lo stesso atto di volontà che ti fa scegliere un certo pensiero, è anch’esso solo un pensiero tra gli altri.
-Ma allora, a questo punto, non capisco più chi sono. In questo panorama il mio io che fine fa?
-Il tuo “io” -almeno quello che tu intendi come il “te stesso” vero e reale- fa parte anch’esso della scena, è un pensiero come gli altri che appare alla coscienza, come è per mondo, corpo e mente. Il tuo vero io è altra cosa, è coscienza, il conoscente, il soggetto libero, indipendente, contemplante, puro e incondizionato. Tutto il resto è il conosciuto, è altro da te.
-Ma, alla fine, non sono io-coscienza che giudico le mie esperienze? Non sono io che stabilisco ciò che è buono o cattivo, giusto o sbagliato? Perché da quello che hai detto ora mi viene il dubbio…
-Ti capisco, ma osserva con attenzione: il tuo vero io, l’io-coscienza, essendo un “vedere” può solo accogliere quello che si presenta nel momento, dunque non giudica, non confronta, non stabilisce scale di valori. Giudicare è sempre e solo del pensiero, non appartiene al soggetto puro. Tu sei semplicemente un occhio imparziale e distaccato che guarda e tutto accoglie.
-Ma se io sono questo, cosa posso “dire” del mondo?
-Puoi solo “dire di sì” a ciò che accade, se vogliamo esprimerci con la tua metafora. La coscienza non è ragionamento, memoria, volontà o immaginazione, è solo consapevolezza di ciò che si presenta. Mente, corpo e mondo accadono nello spazio di consapevolezza che è il nostro unico, vero io.
-Ma se io come coscienza non giudico e non confronto ciò che vedo e non faccio più distinzioni, non ci sono più il bene e il male?
-Bene e male ci sono per il corpo e la mente, che non sono certo indifferenti a quello che accade. Ma per l’io-coscienza non ci sono cose positive o negative. Tutto è perfetto così com’è. Tutto è accolto nel momento in cui appare come ciò che è e deve essere.
-Mi è difficile pensare che anche una guerra sanguinosa possa rappresentare una qualche perfezione…
-Certo, finché rimani nel pensiero è così, ma allora sei un individuo nel tempo e nello spazio, fai confronti e stabilisci valori, preferenze, definizioni di buono e cattivo, dunque sei ancora un contenuto della coscienza, non la coscienza stessa, pura, semplice e separata dagli eventi. La coscienza vede solo perfezione. Ma va precisato che con la parola perfezione non intendiamo qualcosa che è in cima a una scala di valori, la cosa migliore in assoluto o la più desiderabile. Una cosa è perfetta solo per il fatto che esiste, in quanto è unica, irripetibile, sorprendente, non paragonabile con altro. Se sei centrato in te come coscienza pura non c’è pensiero e giudizio, nulla è valutato, desiderato o rifiutato. Lo spettacolo del mondo che si svolge nella tua mente è già di per sé un prodigio, il miracolo più grande. È creazione allo stato nascente che può solo destare meraviglia.
-Affascinante, ma capisco che ho ancora molta strada da fare. Devo meditare su queste idee, non sono ancora pronto ad accettarle, rovesciano completamente il mio modo di vedere le cose…
-Non devi accettare nulla se non lo hai sperimentato e riconosciuto come vero in prima persona. Prenditi il tempo necessario per riflettere. E magari anche per valutare i tuoi progressi…
-Ehi, mi stai mettendo alla prova! Se giudico i miei progressi vuol dire che sono ancora nella trappola della mente, sono pensiero pensante, non il puro “vedere” della coscienza…
-(ridendo) Bravo, sei sulla buona strada, vedo che già affiora in te una comprensione che è consapevolezza. Allora rilassati, non fare nulla, limitati a osservare, goditi la scena. Lo spettacolo è appena cominciato…
14 maggio 2025

235 L’abito del monaco
-Si dice che “l’abito non fa il monaco”, ma non saprei dire se questo sia vero o no…
-Certo non basta l’abito a fare di te un monaco se non lo sei, però a volte succede che ti vesti da monaco e cominci a sentirti tale, ti immedesimi nel ruolo e ti comporti come se lo fossi.
-È una questione interessante, mi piacerebbe approfondire…
-Il proverbio pone il problema dell’identità. E quello che c’è in gioco non è irrilevante, perché siamo sempre interessati al nostro io. Ci chiediamo sempre chi siamo, chi vorremmo essere o diventare. Mettiamo abiti, vestiamo ruoli diversi per presentarci al mondo nella nostra versione migliore.
-Ho ben presente questo gioco, lo osservo ogni giorno. Di abiti e maschere sembra che non possiamo proprio fare a meno. Cerchiamo di apparire migliori di quello che siamo. E l’abito contribuisce molto a costruire la nostra immagine pubblica.
-È importante esserne consapevoli, perché rischiamo di confondere le nostre varie identità fino a non riuscire più a ricordare il nostro volto originale.
-Già, ci infiliamo nel vestito che ci fa diventare “qualcuno” e giochiamo in quel ruolo la nostra partita nella società. Però questo vuol dire che l’abito è davvero importante, non è solamente un paramento esteriore, incide anche sulla nostra interiorità…
-Viviamo in una società ossessionata dall’apparenza. Le persone cambiano abito, si truccano e si sistemano in mille modi per curare la propria immagine. Tutto però si ferma all’esteriorità, al vestito che promette di farti diventare quello che non sei.
-Sì, vedo intorno una fiera dell’ipocrisia. L’abito, le parole, il ruolo, l’atteggiarsi, le maschere sociali: tutto è usato per sembrare quello che non si è. Così si rischia davvero di rimanere intrappolati in un gioco incrociato di travestimenti…
-E la cosa più grave è che poi non riconosciamo più il nostro vero io. Qual è la vera identità tra le tante che esibiamo? Si smarrisce la verità di sé stessi.
-Penso che le persone lo facciano per farsi accettare dagli altri, per avere successo, per trovare amicizia, amore o altro. Da qui la cura esasperata del corpo, le mode, tutti gli accorgimenti che ci possono nascondere dietro una facciata di presunta perfezione.
-Naturalmente non c’è nulla di male nel voler migliorare il proprio aspetto se non si oltrepassa il limite. Ma la facciata esteriore non deve diventare tutto quello che siamo, dovrebbe sempre corrispondere alla qualità interiore del nostro essere.
-Oggi notiamo in particolare una ricerca spasmodica della bellezza. Molte persone farebbero qualsiasi cosa per mascherare la propria età che avanza o i propri difetti fisici…
-È un’ansia di perfezione che rivela una profonda insicurezza. La richiesta sociale è molto alta, ci viene chiesto di essere vincenti, persone di successo, eroi senza difetti e fragilità. Ed è difficile sottrarsi a questa competizione.
-Dico la verità: spesso mi accorgo di “fare il monaco”, di spacciarmi per quello che non sono. E devo ammettere che in questo la veste esteriore mi è di grande aiuto.
-È così, guarda il cambiamento di un individuo quando si mette un abito: subito si immedesima, si sente investito di un ruolo. Se ha un’uniforme, una divisa militare, una toga o il saio monacale improvvisamente si trasforma, si sente un altro. È un po’ come a carnevale quando si gioca con la propria identità. Nel nuovo vestito l’individuo si sente più importante, più interessante, più autorevole.
-Non è difficile capire che tutto questo travestimento è un mascherarsi, un fuggire da sé stessi, un tentativo di ripararsi dal giudizio degli altri…
-Naturalmente ci sono mille eccezioni e varianti e spesso non c’è niente di sbagliato nell’indossare un certo abito e interpretare un ruolo sociale. Ma qui vogliamo mettere a fuoco un problema diffuso: ti vesti in un certo modo, ti riempi di gioielli o ti trucchi all’ultima moda per distogliere l’attenzione degli altri da quello che sei, spostandola su quello che mostri, al modo in cui appari. Sai che la tua verità sarebbe dolorosa e meno attraente. Spesso anche la bellezza esteriore è usata per mascherare la bruttezza interiore.
-Oggi predomina il mito della perfezione, ma è difficile dare una definizione di bellezza, nel nostro mondo appare sempre più un fiore di plastica…
-La definizione forse è semplice: la bellezza è mostrarsi come si è, in verità, senza coperture e infingimenti. Una cosa difficile, perché si tratta di gettare maschere, travestimenti e ruoli sociali alle ortiche. L’abito del monaco non ti serve se non sei un monaco, alla fine non fai che ingannare gli altri e te stesso. Se non sei un saggio o un genio puoi solo far finta di esserlo, ma prima o poi verrai smascherato. E allora il finale sarà umiliante e doloroso, sarà un castello di illusioni che crolla.
-Dunque, alla fine, cosa possiamo dire del proverbio “l’abito non fa il monaco”: è giusto o sbagliato? C’è qualcosa che ci può insegnare?
-La risposta è semplice: l’abito fa il monaco solo se sei un monaco. Non illuderti pensando che il cambio di vestito ti possa cambiare nel profondo. Devi essere sempre vero, autentico e sincero con te e con gli altri. Presentati come sei, senza maschere, allora la veste che indossi, l’apparenza esteriore, diventerà insignificante. Ti sentirai libero dai giudizi altrui e gli altri potranno conoscerti come sei. E magari anche loro prenderanno finalmente coraggio per mostrarsi come sono. Vivere la propria verità senza nascondersi è l’unico modo di essere uomini completi, saggi e realizzati.
15 maggio 2025

236 Prigionieri del passato
-Porfirio: È possibile liberarsi dal passato?
-Maestro: Perché mi fai questa domanda?
-Porfirio: Mi trovo spesso a rimuginare sulle cose accadute e questo mi fa perdere la serenità. Quando penso agli errori commessi provo sentimenti di vergogna e rimpianto che mi creano un mare di problemi.
-Maestro: I problemi nascono sempre dalla tua mente, è questa che devi imparare a governare. Rimasticare accadimenti del passato non è la chiave per risolverli. Il pensiero corre sempre indietro nel tempo a cercare le cause della sofferenza attuale, ma questo crea solo frustrazione. Non puoi fare nulla per modificare ciò che è stato.
-Porfirio: Non sono i fatti della mia storia passata i responsabili della sofferenza di oggi?
-Maestro: I fatti accaduti possono essere stati spiacevoli e avere portato conseguenze, ma nel momento presente sei il padrone della tua vita, tu solo puoi decidere se continuare a rivoltarti in vecchie storie oppure affrontare con coraggio quello che c’è. Prendi le distanze dal passato e guardati come sei ora, nel presente, lì è la chiave del vivere saggiamente.
-Porfirio: In effetti, la mia memoria torna a ciò che è accaduto tanto tempo fa, ma non so che cosa sia stato poi delle persone con cui ho vissuto e con cui mi sono scontrato. Quel tempo sembra lontano e perduto nella nebbia. Forse però posso trarne qualche insegnamento…
-Maestro: Sì, ma il passato non può insegnarti quello che puoi scoprire ora, nel presente. Parti da qui dove sei, distogli l’attenzione da ciò che se ne è andato, non puoi farci più niente. La tua attenzione mette a fuoco le cose ed è uno strumento potente, è il raggio luminoso della coscienza che può svelare tanti segreti. Usala con discernimento per indagare a fondo te stesso, non sprecarla per polemiche inutili, astio o risentimento.
-Porfirio: Si, però mi ritrovo ad essere sempre la stessa persona, piena di dubbi e di problemi…
-Maestro: Non cercare di fuggire dai problemi perché sono uno specchio per conoscerti, ti permettono di osservare il tuo rapporto col mondo. E di riflesso gettano una luce su quello che sei nel profondo. Volgi lo sguardo alla tua interiorità. Solo così puoi cambiare e diventare una persona diversa.
-Porfirio: Come posso arrivare al distacco dalle cose?
-Maestro: Comincia da qui: dov’è finito tutto quello che una volta ti sembrava così importante? I problemi, gli affanni e le beghe del passato svaniscono in fretta se non li alimenti in continuazione. Lasciali cadere dalla tua mente come foglie appassite. E comunque il tempo è un farmaco che risana tante ferite, stende il suo manto di oblio e
ridimensiona le cose, le mostra in una prospettiva più ampia e imparziale.
-Porfirio: E se qualcosa accade e diventa un problema che mi toglie la pace?
-Maestro: Chiediti se questo “problema” sarà ancora così importante tra un giorno, un mese, un anno o dieci anni. Ti accorgerai che nella maggior parte dei casi è una questione futile, una situazione che non lascerà il segno. La rabbia di questo momento domani sarà svanita, gli umori cambiati e così le persone, le cose, le situazioni. Non nutrire pensieri, idee e sentimenti negativi, sono un veleno per l’anima. Non aggrapparti a nulla che non abbia a che vedere con la tua crescita interiore, solo per essa vale la pena di spendere le tue migliori energie.
-Porfirio: Quando dici di lasciar andare il problema intendi dire che devo cercare di dimenticarlo?
-Maestro: No, non tentare di evitarlo, sarebbe una fuga, piuttosto osservalo a fondo e fai maturare la tua comprensione, già questo basterà a creare una distanza. Accetta la situazione che si presenta e poi agisci in maniera intelligente e appropriata per farvi fronte. Alla fine devi lasciar cadere non solo il problema, ma anche le reazioni che suscita in te e soprattutto l’immagine del tuo io che si è costruita nella situazione.
-Porfirio: Quindi devo osservare e capire, ma cosa vuol dire comprendere un problema?
-Maestro: Per comprensione qui non intendiamo un processo intellettuale, non è la mente che comprende, perché essa semmai è la causa, l’origine dei problemi. È invece la coscienza che comprende, essa abbraccia tutto in uno sguardo e rompe l’identificazione con quella parte di noi -uno dei nostri tanti diversi io- che crea la limitazione e tende a perpetuare il problema all’infinito.
-Porfirio: Il vero problema è dunque superare i nostri limiti…
-Maestro: Sì, proprio così, ogni limite per noi diventa un problema. La persona che si irrita oltre misura per una grigia giornata di pioggia, cioè per una cosa risibile, mostra chiaramente una comprensione limitata. Questa poi prenderà la forma di un “io sofferente”, tenuto in vita dalla ripetizione e dalla memoria. E l’individuo continuerà a raccontarsi all’infinito di essere una povera vittima del mondo e degli eventi.
-Porfirio: Sento vero quello che dici e so che dovrò lavorarci a lungo. Capisco che il passo decisivo è superare la convinzione di essere prigioniero del passato. Non devo farmi bloccare dalle paure, altrimenti non ci sarà in me nessuna trasformazione…
-Maestro: Tutto passa, tutto cambia, dobbiamo accettare questa legge e fluire con la corrente della vita. La vita è mutamento, dunque nulla rimane in eterno, ogni cosa si trasforma. Se ti senti prigioniero di qualcosa è perché perseveri in questa convinzione. Accogli invece l’idea che ogni cosa se ne va, buona o cattiva che sia. Rimani in questa consapevolezza, diventa un puro testimone di quello che accade, spostati a un livello più alto, sopra gli eventi, come coscienza incondizionata. Allora puoi osservare la verità di ciò che è, il gioco eterno degli opposti, il superamento del limite, la visione della saggezza.
-Porfirio: Credo di avere colto l’essenziale. A conclusione del nostro dialogo, quali altri consigli mi puoi dare?
-Maestro: Ti suggerisco alcune cose che ho compreso della vita attraverso le mie esperienze. Metti al primo posto sempre la tua fioritura interiore. Non avere paura di sacrificare qualsiasi cosa per la ricerca del vero. Scopri la verità di quello che sei senza evitare o giustificare quello che vedi di te, ma anche senza colpevolizzarti o tormentarti per gli errori. Non accusare gli altri per le tue mancanze e i tuoi difetti, non rovesciare su nessuno i tuoi problemi. E ricordati che il passato non è mai responsabile della tua sofferenza nel presente, se tu non gli permetti di farlo. Ricorda soprattutto che tu non sei la tua mente, perché essa è solo uno strumento. La coscienza è il tuo unico vero io, la tua natura originaria, il vero Sé che permane imperturbabile al di là di ogni cambiamento.
21 maggio 2025

237 La via del Risveglio
Ho ancora chiaro ricordo di quel dialogo
tra il Buddha e un suo giovane monaco.
Malunkyaputta era venuto dal Maestro
per placare il suo cuore tormentato.
Durante un lungo periodo di meditazione
gravi domande erano sorte dal profondo,
sulla vita, sul destino dell’uomo e l’universo,
e adesso era lì e fremeva impaziente
in attesa delle risposte del Risvegliato:
Il mondo è eterno o avrà una fine?
Il cosmo è uno spazio finito o infinito?
La vita e il corpo sono la stessa cosa?
Il Risvegliato esisterà dopo la morte?
Una domanda ne suscitava mille altre
in una catena infinita di rimandi,
in un groviglio intricato di risposte.
Malunkyaputta si sentiva confuso,
intrappolato in insolubili dilemmi,
ma non era disposto ad arrendersi,
il desiderio di sapere lo divorava
alla ricerca disperata di una risposta
ed era pronto anche al gesto estremo:
abbandonare la veste del monaco
e ritornare alla vita nel mondo.

Il Maestro risponde al discepolo,
alla sua personale realtà vivente,
non a domande astratte o metafisiche.
Il pensiero si ferma all’esteriorità,
non può andare oltre sé stesso,
può solo dibattersi in contraddizioni,
prigioniero della sua stessa logica.
Finché la mente separativa
oscura la percezione del reale
il grande mistero dell’esistenza
rimane un territorio inaccessibile.
La risposta alle grandi domande
può essere solo esistenziale,
un’esperienza vissuta di risveglio
che illumina la mente del ricercatore
quando ogni domanda è caduta.

Questa fu la risposta del Beato:
non perdere tempo in discussioni
perché il corso della vita è breve,
destina ogni sforzo alla ricerca
che richiede tutte le tue energie.
Chi è colpito da una freccia letale
non perde tempo in disquisizioni,
deve agire subito per salvarsi la vita.
E questo vale anche per il ricercatore:
deve meditare con la stessa urgenza
senza smarrirsi nei labirinti della mente
e cercare la chiarezza della visione
con un lungo, paziente lavoro su di sé.

Cosa accadde in seguito è stato riferito
da molti testimoni di quel tempo.
Malunkyaputta accolse il messaggio
e rimase per anni in meditazione.
Concentrato sulla consapevolezza
la percezione del reale si faceva pura,
le domande si estinguevano una ad una
e la sua mente si liberava dal passato
diventando uno specchio limpido.
Ora il monaco viveva in silenzio,
dimentico di sé, in una serena quiete,
distaccato dal mondo e dai suoi affanni.
E alla fine la grande Risposta arrivò,
non come conquista della mente,
ma come realizzazione del cuore,
trasformando il monaco Malunkyaputta
da giovane e ingenuo ricercatore
in un saggio essere Risvegliato.

Oggi posso raccontare questa storia
come fosse quella di qualcun altro,
perché l’uomo che ero non c’è più.
Il mio vecchio nome, Malunkyaputta,
è caduto come una foglia appassita
e con esso la mia antica persona.
Fu una benedizione del Maestro
a porre il mio piede sulla giusta via
e a liberarmi dalle catene del Samsara
spazzando via le illusioni della mente.
Porto ancora impresse le sue parole
che divennero per me la suprema verità:
“Che cosa ho spiegato?
Questo è il dolore
Questa è l’origine del dolore
Questa è la cessazione del dolore
Questa è la via che porta alla cessazione del dolore.
Ciò che ti ho spiegato, o Malunkyaputta,
appartiene ai fondamenti della vita religiosa,
conduce al sereno disincanto,
al distacco, alla cessazione,
alla pace, alla conoscenza,
al risveglio, al nirvana…”

27 maggio 2025

238 Sotto i ciliegi in fiore
Che cosa strana!
Essere vivi
sotto i ciliegi in fiore

Ciliegi in fiore sul far della sera
anche quest’oggi
è diventato ieri

(Kobayashi Issa)

-Vorrei capire il significato di questi haiku di Issa. Cosa rappresentano i ciliegi in fiore?
-Nei ciliegi in fiore l’anima del Poeta rinviene il simbolo più profondo dell’esistenza. Quando la nuova stagione si avvicina il fiorire del ciliegio è l’annuncio dello sbocciare di vita e di bellezza che diventerà una grande festa di forme e di colori.
-Issa ci descrive il suo momento di stupore davanti al miracolo della natura. È come un grande risveglio: Che cosa strana! / Essere vivi / sotto i ciliegi in fiore. Ma perché dice che essere vivi è una cosa strana?
-Hai mai pensato davvero al fatto che sei vivo? Che sei qui e puoi percepire ciò che accade intorno, magari il fiorire di un ciliegio?
-Beh, sono cosciente di esistere, è una cosa scontata. Cosa c’è di così speciale?
-Allora non ti stai vedendo sul serio. È vero, tu sai di essere, ma forse non ne sei davvero consapevole.
-E qual è la differenza?
-Se vivi in piena consapevolezza nulla è mai scontato e banale, non i ciliegi in fiore, non il fatto di vedere un mondo, soprattutto non il fatto di esistere. Se lo percepisci con lucida coscienza è un’esperienza scioccante, una meraviglia che ti sconvolge.
-Ora che ci penso, mi è accaduto una volta. Leggevo in un testo filosofico la domanda: perché esiste qualcosa invece del nulla? In altre parole: perché c’è un mondo? Riflettevo profondamente su questo e la cosa mi dava una profonda vertigine, la mia mente si perdeva, perché la risposta è inconcepibile, al di là di ogni pensiero possibile.
-Se ti chiedi perché qualcosa esiste, se lo fai sul serio senza darti risposte preconfezionate, sei centrato nella consapevolezza, non nella mente e nella memoria. Allora ti vedi qui e ora come esistente, ne prendi coscienza in modo totale. È un brivido incredibile, un’esperienza che conoscevamo bene da piccoli e abbiamo dimenticato, tranne qualche fugace, fortunato momento.
-Si tratta quindi di una sensazione, non di un pensiero, è una percezione diretta, non un processo razionale…
-Sì, e questo sentire è così travolgente che il pensiero si ferma. In quel momento sospeso torni a te stesso, in quell’istante si rivela la tua essenza.
-E lo spettacolo della natura? I fiori di ciliegio? Hanno un ruolo particolare?
-L’incontro con la bellezza è come una miccia che accende il fuoco della coscienza. Può essere il ramo di ciliegio fiorito, il verde di una vallata, il cielo stellato o qualsiasi altra cosa. Quello che fa la differenza è il modo in cui vedi, la qualità della consapevolezza, non l’evento in quanto tale.
-In effetti, il fiore di ciliegio è uno spettacolo naturale che ci cattura e può elevare lo spirito…
-Se lo guardi con mente attenta e silenziosa senti lo stesso stupore che provi davanti al grande mistero dell’esistenza. Un ciliegio fiorito è di per sé un miracolo, in esso è contenuto tutto il significato di ciò che è. Questo vuole dirci il poeta Issa: in ogni piccola cosa puoi trovare il senso del Tutto.
-Ma perché proprio il fiore di ciliegio?
-Il ciliegio in fiore appartiene alla tradizione giapponese, è un simbolo caro a quella cultura. Puoi sostituirlo con qualsiasi altra cosa che susciti in te la meraviglia dell’essere. Guarda ciò che accade come se fosse la prima volta e sarai trasportato in un altro mondo. Nella visione innocente la realtà si trasfigura, viene percepita in maniera completamente diversa, appare nuova e desta continua meraviglia. Questo è lo sguardo della coscienza pura che ci fa sentire più presenti e vivi. Questa è la “stranezza” di cui parla Issa.
-Però il secondo haiku di Issa contiene una nota di malinconia: Ciliegi in fiore sul far della sera / anche quest’oggi / è diventato ieri. Le parole fanno pensare al tempo che fugge e ai fiori che appassiranno, come tutte le cose in questo mondo. Arriva la sera, giunge la fine per ogni cosa, tutto è effimero e transeunte. La gioia e la meraviglia del primo haiku lasciano il posto alla consapevolezza della fragilità delle cose…
-Questa è l’altra faccia della medaglia: nessuna realtà può durare in eterno, diverrebbe qualcosa di statico e privo di senso. Ciò che è vivo deve per forza finire, appartiene al ciclo dell’esistenza che è sempre un respiro tra nascita e morte. In questo c’è tutta la bellezza del mondo e il suo mistero. Devi saper cogliere l’attimo e godere quello che c’è, accettando la legge eterna del cambiamento.
-Capisco, ma a volte vorrei che un momento bello potesse rimanere così com’è, per sempre…
-È un desiderio comune, ma allora quel sentire non sarebbe così prezioso. La bellezza è proprio nel fatto che una cosa è fragile e caduca, come un fiore di ciliegio. Comprendere questo è la vera saggezza. Cercare di fermare il tempo e trattenere ciò che hai porta solo disincanto e frustrazione. Lascia che le cose se ne vadano, ricorda che torneranno di nuovo, vive e fresche come la prima volta. I ciliegi si riempiranno ancora di fiori e la natura celebrerà di nuovo la sua festa, nel modo più sontuoso.
-Le parole di Issa mi fanno sentire triste e felice a un tempo, mi inducono uno stato d’animo ambivalente…
-Così deve essere, perché così è la vita. Non aggrapparti solo alla felicità, accetta che ci sia anche il momento di malinconia, un sentimento quieto e dolce che invita al silenzio. Quando segui il ritmo delle cose sei in sintonia con la vita, che si muove sempre come un’onda.
-E dove porta quest’onda?
-Porta ai fiori di ciliegio. Sono l’inizio e la fine di tutto.
-Credo di non avere capito…
-I ciliegi in fiore, come tutte le cose che esistono, non sono altro che il rinnovarsi eterno della domanda: Perché il mondo? Perché qualcosa invece del nulla?
29 maggio 2025

239 Luci e ombre della vita
-Sì, queste furono le sue parole quando quella mattina lo andai a trovare nel carcere di Atene: “Che strana cosa, amici, par che sia quello che la gente chiama piacere, e in che meraviglioso rapporto per natura con quello che sembra il suo contrario: il dolore!
-A che queste riflessioni? Quale ne era la causa?
-Socrate in prigionia era avvinto da ceppi e i suoi arti si erano indolenziti. Stava massaggiando una gamba dolorante, traendone piacere. E, come sempre, non perse l’occasione per impartire un insegnamento a tutti noi presenti.
-Quindi, mentre la fine si avvicinava, il Maestro rimaneva imperturbabile, anzi non rinunciava a dispensare agli amici parole di saggezza.
-Sì, sappiamo che altri di fronte alla morte imminente si disperano e inveiscono contro il fato crudele. La loro mente è sconvolta dalla paura, dall’attesa angosciosa dell’esecuzione. Lui invece non mostrava la minima tensione, conversava tranquillamente come se fosse nell’agorà.
-In questo riconosco il Socrate che ho sempre amato: un uomo saggio, pronto ad accettare con serena letizia ogni sorte, estraneo alla lamentela, pieno di cura per gli altri e dedito alla ricerca del vero, sempre e dovunque.
-Già, e continuando la sua riflessione su piacere e dolore aggiungeva: “E pensare che entrambi insieme non vogliono mai trovarsi nell’uomo; ma quando qualcuno insegua l’un d’essi e lo prenda, costui si trova in certo modo costretto a prender sempre anche l’altro, quasi che, sebbene sieno due, pure si trovino legati allo stesso capo…”
-Cosa intendeva il Maestro, secondo te?
-Ci spiegava che la vita è fatta così: è una congiunzione di opposti che apparentemente si respingono, ma in realtà sono strettamente legati tra loro e inscindibili. Dunque, se vuoi conoscere la vita devi prenderla nella sua totalità, non puoi scegliere solo il lato che ti piace. E in ogni caso, anche se ti aggrappi a uno dei due opposti, te li troverai sempre entrambi, non potrai evitare il gioco dei contrari.
-Saggezza è quindi accettare che la vita si presenti con le sue luci e ombre. Il positivo e il negativo sono sempre intrecciati in modo indissolubile, al di là di quello che può sembrare. Cercare di dividerli sarebbe come voler separare le due facce di una medaglia…
-Certo, per noi è molto difficile pensare che positivo e negativo siano due aspetti di una stessa realtà. Siamo abituati a porre tutto in termini duali. Che due contrari siano una sola cosa ci sembra impossibile. Tuttavia lo sappiamo bene: un momento di piacere non può durare in eterno, finirà prima o poi. E allora seguirà come un’ombra il momento di privazione del piacere, e da lì insorgerà un senso di mancanza, di vuoto, che presto diventerà dolore.
-Socrate diceva che il saggio deve essere equanime di fronte a ogni evento della vita. L’equilibrio e il governo di sé sono l’unica vera fonte di felicità per l’uomo…
-Sì, affermava che se la vita è intesa in modo dualistico come “o questo o quello” si crea un perenne conflitto, sia fuori sia dentro di sé. Due ragioni si oppongono e la contesa tra gli individui diventa subito una questione di vita o di morte.
-È vero, ciascuno dei contendenti difende la sua posizione come se ci fosse in ballo tutto il suo essere, come se fosse minacciata la sua identità…
-È così, e da lì tutte le lotte, gli odi, le invidie e il disprezzo reciproco che rendono la vita un inferno. Da lì tutti i conflitti interiori. Capire questo è porsi saldamente sulla via della saggezza.
-Dunque cosa vuol dire essere saggi ed equanimi?
-Così spiegava il Maestro: sei saggio quando comprendi che due visioni opposte si integrano e sono entrambe al tempo stesso giuste e sbagliate, vere ma parziali. Solo allora le puoi comporre in un’unità superiore. Vedi le due posizioni da un punto di vista più elevato e riconosci in entrambe un senso, un valore. Se lo sguardo è quello del saggio tutto è buono in sé, nulla è sbagliato in quanto tale, ogni cosa è un’espressione della vita. Il male e l’errore sono solo mancanza di una visione unitaria. Dunque l’approccio alle cose deve essere unificante, deve superare le opposizioni che sono aspetti superficiali, secondari, ingannevoli.
-È questa la comprensione che ti dà la felicità più alta?
-Sì, perché alla fine vedi la vita come un unico fiume che scorre, in cui ogni cosa è compresa e ha il suo posto, tutto ha la sua ragione di essere. Allora l’appagamento che provi non appartiene più ai dualismi piacere/dolore, felicità/tristezza come si intendono di solito. Queste coppie di opposti appartengono ancora al piano della separazione. La beatitudine del saggio è oltre i dualismi, è una condizione di stabilità che si può descrivere come pace, serenità e senso di pienezza sconfinati e indistruttibili.
-Quindi, se ho ben capito, la felicità del saggio è totale e inamovibile perché non ha opposti. E questa è una regola generale della vita…
-Sì, è quello che Socrate ci insegnava: dove c’è unità non ci sono conflitto, dolore, ignoranza e sofferenza, per noi e per gli altri. Se una situazione, un’idea, un sentimento non hanno opposti vuol dire che si pongono al di sopra di ogni dualismo, in modo assoluto.
-Che esempi faceva il Maestro?
-Socrate diceva che un’idea e un’azione possono essere definite buone o cattive, belle o brutte, ma fin qui siamo intrappolati nel gioco degli opposti. Quando le Idee di Bene, Bello, Giusto, Vero e le azioni che vi si conformano sono al di là di ogni definizione e opposizione, sono valori assoluti che rispecchiano l’Unità senza divisioni, la Realtà sovrasensibile, l’Essere immortale.
-Uhm, il discorso si fa serio e impegnativo… Non deve essere per niente facile arrivare a quella dimensione superiore dell’essere.
-Anch’io un giorno ho detto queste stesse parole a Socrate e lui mi ha risposto: è per questo che sei filosofo e hai intrapreso un cammino di conoscenza; ora tocca a te capire come elevarti sopra il mondo della dualità, con la ragione filosofica, il dialogo, l’intuizione, la ricerca del vero; oltre non posso accompagnarti.
-Già, perché “oltre” c’è solo l’Unità, l’Essere intero senza opposti. A quel punto sei solo con te stesso…
-Una bella intuizione la tua: quando hai superato la realtà degli opposti vedi solo l’Uno, ti unisci a tutto quanto esiste. E con gli altri, con Socrate e col mondo diventi un unico essere…
31 maggio 2025

240 La volontà e il mondo

-Perché c’è tanto disordine nel mondo?
-Ti stai riferendo al mondo umano?
-Sì, l’umanità sembra sempre in lotta con se stessa, capace solo di creare divisioni e conflitti.
-È innegabile che viviamo in un mondo difficile, pieno di ingiustizie e problemi, ma il tuo giudizio è un po’ drastico, nella realtà umana non troviamo solo tragedie, gli uomini sono capaci di creare anche armonia, bellezza, pace e giustizia.
-Vorrei però capire meglio questa dialettica di ordine e disordine…
-È nella nostra natura: partecipare al movimento che tende a creare un ordine dal caos originario dove tutto è mescolato e confuso. Noi diamo un nome alle cose, le studiamo, le definiamo, vogliamo che ogni particolare sia a posto. Vogliamo dare una forma al mondo e a noi stessi per sfuggire al caos che ci minaccia.
-Dunque portare ordine dove c’è il disordine, cercare l’integrazione del mondo esteriore e interiore è nella nostra natura. Ma si può individuare una causa che dà il via alla ricerca?
-Sì, l’esperienza del dolore. Da lì partono tutte le riflessioni sulla condizione umana, le filosofie, le teorie e le spiegazioni che dovrebbero dirci il senso al vivere. Il dolore è un fatto insuperabile che ci riporta a terra, a quello che siamo come corpo, mente ed emozioni. Puoi inventarti tutte le teorie che vuoi, ma questo non elimina la realtà innegabile del soffrire, sarà solo una consolazione, un rifugio momentaneo che protegge ma non elimina la realtà del dolore.
-C’è qualche filosofo che ci può aiutare ad approfondire la questione?
-Arthur Schopenhauer prende le mosse da qui, dall’esperienza universale del dolore. Partendo dalla filosofia di Kant riprende il concetto di “cosa in sé”, il cosiddetto “noumeno”.
-Già, so che per Kant il noumeno è l’inconoscibile. Noi possiamo conoscere solo il fenomeno, non la realtà com’è in sé, al di là della sua apparenza fenomenica. Per lui la ragione è confinata allo spazio-tempo, non può concepire ciò che la trascende, ad esempio non può sapere se esiste l’infinito, né dimostrare Dio o penetrare l’essenza delle cose…
-Ecco, è proprio qui che arriva Schopenhauer, scioccando tutti quanti. Lui afferma che il noumeno è conoscibile, non attraverso i sensi e la ragione, ma attraverso l’intuizione interiore. Dice che se mi interrogo sulla mia essenza comprendo intuitivamente che essa è volontà di vivere. Questa è il mio assoluto, la cosa fondamentale che mi costituisce e mi anima. E lo so in modo immediato e incontrovertibile.
-È una visione così originale? Tutti noi vogliamo vivere, mi sembra un fatto scontato…
-Sì, ma Schopenhauer ne fa il fondamento metafisico di tutta la realtà. La sua è una filosofia che parte dalla vita concreta, rifugge da teorie e intellettualismi per richiamarci a una semplice verità: tutti noi vogliamo vivere, esserci, perdurare ed evitare il dolore. E questa volontà di essere si trova in ogni vivente e non vivente.
-Anche nel non vivente? Come è possibile? Anche un sasso “vuole” vivere?
-Sì, per Schopenhauer l’essenza del sasso è identica alla mia, entrambi partecipiamo di questa volontà di essere. La pietra resiste a ogni tentativo di romperla, la foglia si aggrappa al ramo, il piccolo verme fa di tutto per sopravvivere. Ogni individuo nel mondo è una particolare espressione della Volontà universale.
-Dunque la Volontà universale è Dio?
-No, anzi ne è la negazione in quanto principio cieco, irrazionale, che crea e divora sé stesso in un’infinità di forme, senza scopo o redenzione alcuna. La Volontà si manifesta nel mondo dello spazio-tempo frammentandosi in infiniti individui, secondo il principium individuationis. Così si divide in infinite cose particolari che lottano e si divorano reciprocamente, in una guerra senza fine, guidate dall’unico impulso a sopravvivere.
-Una visione tragica e pessimistica che non ricordo così radicale in altri filosofi. Dunque la nostra vita è destinata al dolore, senza speranza e soluzione possibile?
-La visione di Schopenhauer è grandiosa e tragica, ma secondo lui ci sono delle vie d’uscita: la contemplazione dell’arte che vede il mondo come un gioco e l’etica della compassione che ci fa sentire l’unità con tutti i viventi. Ma la vera soluzione al dramma dell’esistenza è la noluntas, la negazione della volontà di vivere, l’eliminazione della radice universale del dolore, che si raggiunge con il superamento di tutti i desideri, compreso quello di essere, in un totale distacco dal mondo.
-È un invito all’annullamento di sé, al suicidio?
-No, per Schopenhauer il suicidio non è la soluzione perché è sempre un atto di volontà e comunque distrugge solo il fenomeno. La negazione totale e assoluta deve investire il noumeno. Quando accade si raggiunge una condizione di totale pace, si vive una serenità incrollabile di fronte al dolore, mentre il mondo si rivela un gioco illusorio di ombre.
-Mi sembra di vedere molte affinità con la visione del Buddismo: il dolore, l’annullamento dei desideri, il distacco, il mondo come illusione…
-Infatti la riflessione di Schopenhauer riprende molto dalle filosofie dell’Oriente. Il mondo è visto come un teatro di illusioni creato dal velo di Maya, il gioco cosmico dietro il quale si cela l’ultima essenza del Tutto. L’annullamento di sé è un’esperienza ultima e decisiva, è un “vedere” la verità ultima del mondo che elimina alla fonte ogni apparenza, quella che il filosofo chiama “rappresentazione”. È uno stato finale, una realizzazione che non può essere tradotta se non con termini e concetti negativi. E che si può solo vivere in prima persona.
-Certo, questa via della rinuncia non è facile da capire, soprattutto qui in Occidente dove predomina la cultura del fare e dell’essere. Non credo che le idee di Schopenhauer oggi siano molto popolari…
-È così, i geni si muovono sempre controcorrente rispetto al pensiero della massa. La filosofia di Schopenhauer potrebbe essere riattualizzata e tradotta in espressioni più comprensibili alla modernità, ma forse è meglio lasciarla così com’è, il fascino dei grandi pensatori è proprio nella loro “inattualità”.
-Visto il suo pensiero, non credo che Schopenhauer si curerebbe di essere apprezzato e seguito da folle acclamanti…
-Schopenhauer è molto duro con l’uomo comune che non si interroga sul senso dell’esistere. Per lui la realtà dei fenomeni, che chiama “mondo della rappresentazione”, non deve diventare un luogo dove perdiamo noi stessi. Bisogna fare il salto oltre il velo fenomenico che ci irretisce, ci inganna e ci fa riprodurre all’infinito la sequela di errori che nella storia hanno portato da sempre fame, guerra, ingiustizie, lotte fratricide.
-Sì, dobbiamo sempre scavare a fondo per capire il significato di una visione filosofica. E questo vale in particolare per Schopenhauer…
-Il suo pensiero è giunto fino a noi e ciascuno può decidere se abbia valore o no. È il destino un po’ di tutti i sistemi filosofici non durare nel tempo, almeno nel linguaggio e nella forma originari. Ma ogni filosofia è sempre un dono prezioso, puntare all’universale per offrire una visione del mondo in una sintesi grandiosa è un valore supremo che testimonia tutta la grandezza dello spirito umano.
12 giugno 2025

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