191. Non giudicare
-Le grandi Sapienze del mondo ci insegnano: “non giudicare”. Sento che questo principio è giusto, però mi chiedo: se ci asteniamo dal giudicare allora non possiamo esprimerci su nulla, possiamo solo rimanere in silenzio…
-Be’, non sarebbe poi così male, molti mistici e sapienti hanno scelto il silenzio meditativo e non sembra si siano mai pentiti. Ma noi non siamo in un monastero o in una grotta sull’Himalaya, viviamo in una società complessa dove il linguaggio ha un ruolo importante. Siamo obbligati a usare le parole e quindi, volenti o no, a giudicare. Si tratta di capire qual è il modo di giudicare che possiamo considerare buono, lecito e giusto.
-È possibile esprimersi sulle cose senza che diventi un giudicare negativo o distruttivo? E come riconoscere un giudizio buono da uno che non lo è?
-Dobbiamo distinguere il “giudicare” da quello che definiamo constatare, prendere atto di una situazione, osservare e descrivere un fatto. Io posso esprimere un’opinione e dire qualcosa su una situazione o una persona, posso fare delle scelte, ma senza “giudicare”, senza per questo diventare un giudice e pronunciare sentenze.
-È davvero possibile? Quindi come faccio a capire se sto semplicemente “constatando” o sto “giudicando” le persone?
-Il primo passo è cercare di essere oggettivi nel comprendere ciò che accade, essere sempre informati, accurati e lucidi nell’approccio ai fatti e, per quel che si può, scevri da pregiudizi. Bisogna mettere al primo posto sempre la verità. E pronti, se necessario, a smascherare i giochi di potere e dire che il re è nudo. Ma bisogna stare molto attenti, è facile perdere la misura e trovarsi a dispensare giudizi nel peggiore dei modi e fare del male ad altri. Il nostro deve essere un vagliare con coscienza, un discernere, un agire unito a equanimità e senso di responsabilità. Ci vuole tempo per impararlo.
-C’è un indizio, un segno che ci aiuta a capire che stiamo agendo nel modo giusto?
-Sì, quando non te la prendi personalmente, quando la tua soggettività non si sovrappone all’osservare e al comprendere.
-Temo di non avere capito…
-Se di fronte a un fatto o una situazione vedi che questi rimbalzano dentro di te e creano una reazione e che sei coinvolto in prima persona, se insorgono forti passioni, se ti senti soggettivamente toccato, disturbato, maltrattato o anche lodato e apprezzato, è molto probabile che tu sia nel mondo del “giudicare”. C’è di mezzo il tuo ego. Il tuo discernimento non è più oggettivo, è inquinato dalle tue istanze personali.
-Questo mi accade spesso, direi ogni giorno…
-Accade a tutti, stai tranquillo, non fartene una colpa. Si tratta di lavorare su di sé, mettersi alla prova e osservarsi costantemente. Stai giudicando anche quando, osservando un’azione che ritieni sbagliata, accusi la persona e pensi che è lei sbagliata, lei in quanto tale è l’errore.
-Perché, non è così? È la persona che sbaglia…
-Sì, ma questo non vuol dire che la persona sia sbagliata in sé. Devi distinguere l’individuo dalle sue azioni e giudicare solo quelle. Anche una persona intelligente può fare un errore madornale, mentre quella mediocre può fare un’azione lodevole. Noi non conosciamo mai la storia di un altro individuo fino in fondo, non siamo lui, non possiamo giudicarlo applicandogli un’etichetta. Non sappiamo mai davvero il perché di quell’azione che potrebbe essere molto diverso da quello che noi immaginiamo. Dobbiamo mantenere sempre un sano dubbio per non cadere nel senso di onnipotenza. Dobbiamo dare sempre a chiunque la possibilità di riparare, cambiare e dimostrare di saper fare meglio. Ogni persona è per noi in quanto tale un valore e quindi degna di rispetto.
-In effetti vedo che spesso giudichiamo cercando in giro un colpevole da additare, quello che riteniamo la causa del nostro stare male e di tutti i nostri guai. È chiaro che in quel caso stiamo sfogando i nostri impulsi, gli istinti peggiori, le paranoie, le paure, le frustrazioni…
-Quando accade così sei sempre “contro” qualcuno o qualcosa, cerchi il conflitto, ti crei un nemico per portare avanti una crociata da valoroso paladino del vero. Non ti devi mai sentire un dio in terra dispensatore di giustizia, non devi sentirti dalla parte del giusto senza che un dubbio affiori e ti faccia dire “forse”. Non devi sentire di fare parte di un gruppo eletto di persone speciali o superiori, devi sempre pensare di non essere superiore o inferiore a nessuno e che questo vale anche per tutti gli altri.
-Si dice “non giudicare altrimenti sarai giudicato”…
-Se giudichi sarai giudicato a tua volta e magari da te stesso. Devi lasciare le persone libere, mai opprimerle, sminuirle o deriderle, i tuoi giudizi possono ferire come spade e pesare come macigni.
-Dunque prima di giudicare gli altri devo saper giudicare me stesso…
-Anche l’autogiudizio può essere pernicioso e distruttivo, conviene essere sempre cauti ed equilibrati. Ma se comprendi che negli altri critichi le stesse cose che tu stesso fai o hai fatto, gli stessi errori che hai commesso e i problemi che hai incontrato, sei sulla strada giusta per liberarti una volta per tutte dal dominio del “giudicare”.
-C’è anche un modo di giudicare utile e positivo, diciamo un “buon giudicare”?
-Sì, ma il “buon giudicare” deve nascere da una continua meditazione, un intenso lavoro su di te.
-Puoi darmi qualche indicazione concreta?
-Quando giudichi un altro chiediti sempre se anche tu stesso non soffri dello stesso difetto; guarda la situazione da una posizione ampia e panoramica; fai in modo che il tuo ego non sia coinvolto; non giudicare gli altri in base a nome, provenienza, status, ricchezza, bellezza, ecc., cose legate ai tuoi gusti personali o alle tue proiezioni e idiosincrasie; non criticare l’altro se si discosta dal tuo modo di pensare, dal tuo modo di vedere la vita, da quello che fai e da quello che scegli, perché la sua libertà è sacra, compresa la libertà di sbagliare.
-Ma poi cosa posso fare come azione in positivo?
-Il “buon giudicare” se hai capito è alla fine semplicemente un non giudicare. Alla fine sostituisci al giudizio separante una relazione con l’altro basata su compassione, comprensione, empatia, sintonia, sentimento di appartenenza. Riconosci nell’altra persona la stessa umanità che ti appartiene. Accogli anche la possibilità di sbagliare che fa cadere, rialzare e progredire, che fa diventare uomini. Sai che tutto questo vale anche per te. E comunque puoi sempre constatare, valutare una situazione, dialogare, esprimere un parere e in questo senso formulare un giudizio, che però sarà sempre costruttivo, amorevole e guarderà sempre al bene dell’altro e di tutti.
-Qual è la prima qualità che si deve avere per agire nel non giudizio?
-Essere sempre veri ed onesti. Ci si deve esporre per primi. Il nostro non-giudicare non deve essere una maschera di perbenismo che invece nasconde sentimenti negativi, falsità o paure. Deve partire da un atteggiamento di apertura all’altro. Deve creare comunicazione, intimità e solidarietà. Deve essere un vivere con gli altri in pace. Solo allora il giudicare diventa sano, giusto, umano e regala qualcosa di bello al mondo.
10 novembre 2024
192. La tartaruga di Zenone
Impegnato nella gara di corsa con la tartaruga
davanti al pubblico vociante delle Olimpiadi
il prode Achille veniva sconfitto nell’ignominia.
Il Piè Veloce che già pregustava una facile vittoria
tentava invano di raggiungere la testuggine
e alla fine si arrendeva cadendo nella polvere,
umiliato nella sua immagine di Imbattibile,
sconfitto dalla sua vanità e dal suo orgoglio,
vinto dalla smania di combattere e dominare
-il solo modo di vivere che aveva fatto suo.
Il grande eroe non era mai stato filosofo,
pagava così la sua selvatica ignoranza.
Non conosceva la tradizione degli Eleati,
gli sarebbe stata utile per comprendere
che la sua impresa era destinata a fallire,
la ragione già lo condannava senza appello.
L’implacabile logica dialettica di Zenone
dimostra che non potrai mai raggiungere
chi fugge davanti a te con un vantaggio,
perché lui sarà sempre un tratto più in là,
quando gli sarai vicino si sarà spostato,
anche se di poco. E così di nuovo, all’infinito…
È l’eterno conflitto tra i sensi e la ragione:
i sensi ci attestano il mondo del diveniente,
un molteplice fatto di forme, colori e suoni,
-dunque anche la contesa di Achille e tartaruga,
scena fatta di vivide immagini in movimento-
mondo che non dubita mai della sua verità;
il logos invece si pronuncia solo sull’essere,
-immobile, ingenerato, perfetto e incorruttibile-
affermando che il mondo del divenire è illusione,
la molteplicità è un sogno, solo l’Uno esiste.
Nel mondo dei sensi Achille supera la tartaruga.
Nella verità della ragione Achille è sconfitto,
anche perché nulla accade realmente,
non esiste Achille, non tartaruga, né movimento,
non colori suoni o azioni, né vinti o vincitori.
I sensi frammentano la realtà in parti separate
apparentemente autonome e in lotta fra loro,
ma ciò che appare è solo un gioco chimerico,
la vera realtà dell’essere è l’unità di ogni cosa.
Nella prospettiva razionale dell’Eleatismo
l’essere esiste come realtà ultima e innegabile.
Fedele al principio di non contraddizione
la ragione giunge alla conclusione più radicale:
ciò che non è puro essere non ha esistenza,
è solo apparenza del mondo della percezione
-spazio, tempo, mondo delle cose e noi stessi.
Dunque a chi affidarsi? Ai sensi o alla ragione?
Scegliamo la via della verità o della doxa?
Vogliamo cogliere l’essenza di ciò che è
o vivere cullati nel mondo delle illusioni?
Sulle orme di Parmenide, venerando e terribile,
Zenone con la sua dialettica inesorabile
taglia d’un colpo il nodo di quel paradosso
che vede la tartaruga battere l’eroe Achille.
C’è solo l’Uno ingenerato che non diviene.
Dunque, contro chi o cosa può lottare l’Uno
se è tutto ciò che esiste? Contro se stesso?
Dove finiscono la competizione e la lotta
in una realtà increata che è perfetta quiete?
Ma rimane comunque il mondo della dualità.
Privato della sua realtà e spoglio di ogni verità
è pur sempre capace di operare l’incanto.
Finché un qualcuno sente di essere un “io”,
finché si aggrappa ai sensi e alle apparenze,
abita ancora nel Paese dei Balocchi,
ammaliato dalla danza delle forme.
E qui ritrova tutti i personaggi delle fiabe
-pure Achille e la tartaruga alle Olimpiadi.
Nel mondo della doxa tutto è incerto e caotico,
ma anche immensamente dilettevole
e istruttivo per chi è disposto a imparare,
in attesa di approdare alle rive della ragione.
E allora ecco di nuovo la nostra tartaruga
che dà al prode Achille una bella lezione,
vincendo con la forza della lentezza,
paziente come l’acqua che leviga la pietra.
La tartaruga vince col sorriso, senza lottare,
anche perché vincere è il suo ultimo pensiero.
E lei vivrà a lungo, mentre l’invincibile Achille
ben presto vedrà abbreviarsi i suoi giorni
e perderà la vita nella maniera più sciocca,
colpito nel tallone a rivelare la sua fragilità.
Ma la lezione deve valere anche per noi.
Alla fine capiamo che siamo tutti degli Achille
quando viviamo nell’angoscia di arrivare primi,
buttati in una competizione che non ha mai vincitori.
La saggezza può aiutarci nel mondo del diveniente.
La ragione ci apre alla verità del mondo dell’essere.
È la tartaruga di Zenone a indicarci la via.
12 novembre 2024
193 La singolarità
-Stanotte ho sognato di essere seduto sotto un banyan in meditazione. Ero preso da una strana visione, una sorta di simbolo sacro: un grande cerchio, luminoso e perfetto, formato da una miriade di punti di ogni colore in movimento come in un caleidoscopio, una realtà cangiante e piena di vita, ma al tempo stesso fissa e immutabile nella perfezione del tutto. Un paradosso indecifrabile e intrigante…
-E poi come finiva la storia?
-Davanti a quella scena sorgeva nella mia mente una frase: “Ah, è Questo…!”
-(ridendo) Forse dovremmo chiamare Freud o il mago Zabum per interpretare questo sogno. Ma se invece dell’analisi o riti magici preferisci un approccio più semplice possiamo usare la nostra immaginazione intuitiva. E vedere che succede…
-Immaginazione intuitiva? Cosa significa? È un altro tipo di sogno?
-No, il sognare è sempre subìto dal sognatore. Quando non governi il processo del pensiero sei nella dimensione dell’onirico. Anche l’immaginare, se è un processo inconscio, ti trasporta e ti domina e comunque ti trattiene sempre nei confini del conosciuto. Se tu invece lo usi in modo consapevole puoi aprire la mente a nuovi spazi inesplorati. E se tutto è fatto come un gioco, senza il fine di raggiungere qualcosa, senza la serietà che crea tensione, molte porte si spalancano. Altrimenti operano solo vecchie memorie che non hanno niente di nuovo da dire.
-È per questo che giocare è così importante per i bambini?
-Lo è anche per gli adulti, lo è per tutti. Se non sai giocare con le situazioni, con gli altri e con te stesso non puoi goderti la vita e quindi non puoi conoscere il mondo, almeno per quello che conta davvero.
-Allora iniziamo il nostro viaggio. Ma sinceramente non saprei da che parte cominciare… -Tieniti ancorato alla tua intuizione e seguimi, provo a lanciare la prima idea sul significato del sogno: tutta la realtà, come quel cerchio compiuto e perfetto, è un solo grande Essere…
-L’Essere è quindi Uno e contiene ogni cosa che esiste, la miriade di puntini colorati. Ma allora posso aggiungere: se è perfetto e governa tutte le cose deve anche essere una Cosa supremamente intelligente…
-L’Essere-Uno è coscienza pura. È un Assoluto che si conosce e diventa consapevole di sé dividendosi, creando dentro di sé un rapporto soggetto/oggetto, una dicotomia che crea la distanza per potersi osservare.
-Certo, se l’Uno vuole conoscersi deve sdoppiarsi. Ma così non diventa due realtà?
-No, perché la divisione avviene senza uscire mai da se stesso. In questo senso non c’è vera separazione, tutto avviene solo in apparenza. Abbiamo l’Uno e i Molti. L’Uno si frammenta in infiniti punti dai quali osserva se stesso.
-Come quelli del caleidoscopio. Allora, se ho capito bene, ogni punto è un frammento di coscienza, un punto di vista, un angolo visuale, quello che noi definiamo un individuo.
-Sì, è una singolarità, una coscienza individualizzata, uno sguardo sull’Essere, unico, originale e irripetibile.
-Ciascuna singolarità è un modo particolare dell’Uno di vedere se stesso…
-Sì, l’Essere vuole conoscersi nella sua totalità, dunque deve vedersi attraverso ogni suo singolo atomo.
-E… quanto è grande questo Tutto?
-Essendo tutto ciò che esiste e non avendo limiti è necessariamente infinito. La figura del cerchio può essere un simbolo di questa totalità senza confini. Non c’è nulla al di fuori del cerchio.
-Quindi in quell’infinito anche i punti di vista sono infiniti. E così gli individui nel mondo. Ma fino a che punto essi possono conoscere l’Uno?
-Ogni punto di osservazione è per sua natura limitato, è una verità parziale, una prospettiva situata, un angolo visuale ristretto. Possiede una sua verità, ma non tutta la verità.
-E la sua limitatezza diventa di fatto la sua separazione dal tutto…
-Proprio così, essere individui è in sé una separazione e una limitazione a tutti i livelli, fisico, mentale, coscienziale. Però guarda, il grande Essere se vuole sapersi nella sua totalità ha bisogno di tutti i punti di vista, nemmeno uno degli infiniti sguardi individuali può mancare all’insieme.
-E comunque la conoscenza di sé è un processo infinito…
-Sì, lo è, ma solo dal punto di vista del singolo. Ogni ente è limitato in quanto individuo, ma non dimentichiamo che in essenza è comunque l’Assoluto.
-Faccio fatica a capire quest’ultimo concetto. Ma ora riesco a comprendere meglio i simboli del sogno. Intuisco come si possano accordare la perfezione immobile dell’Uno e il mondo cangiante del vivente, i Molti. Rimane da chiedersi cosa ne è dell’uomo in tutto questo…
-La coscienza è in ogni cosa animata e inanimata. Anche un semplice sasso possiede una verità che è già inerente alla sua esistenza, essendo parte del Tutto. Nell’uomo la coscienza si manifesta a un livello superiore, ma pur sempre limitato. In questo caso la limitazione è quello che noi chiamiamo ego.
-Il nostro io individuale è ciò che ci limita e ci separa dal Tutto?
-Come punto di vista e di esistenza ci separa da tutti gli altri esistenti e ovviamente dall’Uno. L’ego è una sovrastruttura creata da un cumulo di abitudini, tradizioni, pensieri e memorie che diventano una piccola gabbia.
-Ma anche quella piccola gabbia, quel minuscolo punto di vista ha una sua verità…
-Certo, ogni essere umano come individuo ha da dire e insegnare qualcosa. Ma per ampliare la propria verità, cioè la coscienza, c’è una sola via: aprirsi alla verità degli altri e integrarla nel proprio essere. Solo così si può allargare la propria visione.
-Quindi i diversi punti di vista si arricchiscono a vicenda, si scambiano idee, intrecciano conoscenze, esperienze, modi di essere, di fare e di pensare…
-È una cosa evidente, non c’è tanto da spiegare. Ogni individuo ha bisogno di unirsi agli altri e accogliere la loro verità. Infatti come vediamo nella storia il cammino individuale procede attraverso la creazione di clan, famiglie, gruppi, città, classi, stati, ecc. Vivere insieme agli altri aiuta il singolo ad approfondire la coscienza di sé e del mondo.
-Dunque quello che dicevamo prima vale per tutti noi umani: ciascuno è vero in quanto esistente; ciascuno ha in sé una parte di verità, ma nessuno la possiede nella sua totalità; si impara dagli altri quello che non si conosce; lo scambio valorizza ogni individuo e arricchisce tutti; le differenze sono qualità che esprimono l’unicità della persona; il processo di conoscenza è un compito infinito; il cammino di crescita personale è più facile se lo si fa insieme agli altri; lo scopo della vita umana è ampliare la coscienza…
-Sì, maggiore conoscenza vuol dire coscienza più ampia e anche maggiore stabilità, chiarezza, intuizione, saggezza. Però ricordiamo che l’individuo, pur partecipando a una coscienza di gruppo, deve sempre conservare l’autonomia, deve mantenere la sua libertà, non deve mai farsi uniformare aderendo ad un unico sentire.
-Beh, questo è un pericolo che mi sembra facile da sventare, basta rimanere fedeli al proprio modo di essere, al personale punto di vista che è unico, originale e inimitabile.
-Bravo, una buona intuizione la tua. In altre parole: bisogna essere se stessi, mantenere la propria singolarità e la personale integrità. Arricchirsi con l’apporto degli altri non deve essere perdere se stessi, altrimenti non si potrà dare il proprio contributo al mondo.
-Faccio un esempio: se tu mi insegni a essere creativo, mi offri certe conoscenze o mi rendi consapevole di un problema, ti ringrazio perché così divento una persona migliore. Ma non per questo diventerò dipendente da te, altrimenti tradirò me stesso e non avrò nulla da offrirti in cambio…
-Ci si scambia la propria verità, cioè il proprio essere, la qualità dell’esistere che incarniamo. Ma funziona solo se lo facciamo in modo autentico, non condizionato, perché l’essenza dell’Essere è libertà e creatività. Quanto più ci apriamo agli altri e siamo onesti, umani e generosi, meno centrati sul nostro io, tanto più ci espandiamo e innalziamo il livello di coscienza. E ci avviciniamo un po’ di più all’Essere.
-Ci può essere una coscienza perfetta per l’essere umano?
-Non ci sarà mai una piena coscienza dell’Essere finché saremo degli io individuali. L’individuo è un frammento separato, definito, limitato, non può contenere la visione dell’Intero, può solo avvicinarsi a una parziale idea della meta. Ma già questo può essere per lui una grande realizzazione. E accettare i propri limiti è un gesto di grande saggezza, è quello che ci fa vivere sereni, equilibrati, magari anche felici.
-Mi accorgo che abbiamo fatto un piccolo viaggio nel pensiero, contribuendo entrambi a esplorare e tracciare la via. Ma alla fine, con tutto questo nostro immaginare, cosa abbiamo scoperto?
-Niente e tutto. Abbiamo fatto lavorare la nostra immaginazione che ha spinto la mente più in là, oltre i suoi confini abituali. Abbiamo interpretato un simbolo, cioè scavato in noi stessi, per conoscerci meglio, per metterci alla prova su alcuni temi fondamentali. Abbiamo giocato con le nostre intuizioni. Se queste poi corrispondono al vero lo capiremo col tempo. Ma non pretendiamo di avere pronunciato alcuna verità eterna, abbiamo espresso il nostro punto di vista, la verità di noi stessi.
-Ma tornando al mio sogno… qual è il senso della frase: “Ah, è Questo…!”?
-È esattamente il modo in cui avviene un’intuizione. È la luce che si accende. È un risveglio, un’illuminazione. È riscoprire quello che nel profondo sapevamo già ma avevamo dimenticato. Si può spiegare qualsiasi cosa, ma non l’intuizione, perché è fulminea, anticipa il pensiero, non ha bisogno di supporti, discussioni o prove. È come il fatto di esistere, che si pone qui e ora come una verità irrefutabile. È il Tutto che in un lampo si rivela al frammento, in modo semplice, immediato e per questo infinitamente paradossale e intrigante.
15 novembre 2024
194 Il Desiderio dell’Altro
Perché abbiamo bisogno degli altri?
Perché aneliamo alla loro presenza?
Perché cerchiamo sempre l’incontro?
Hegel lo spiega nella Fenomenologia:
la coscienza umana ancora incompiuta,
confinata nella solitudine di un io acerbo,
per giungere al sapere di sé cui agogna
si volge all’esterno a cercare in un altro
il riconoscimento che la fa autocoscienza.
È nel rapporto tra due autocoscienze
che si costituisce il soggetto concreto,
un io individuale segnato dalla finitezza,
ma infine pienamente conscio di sé.
La spinta alla ricerca viene dal Desiderio:
l’io vive con un senso acuto di privazione,
un vuoto che non può colmare né eludere,
un appetito che nasce dalla mancanza
e non può essere appagato dalle cose.
È il bisogno di rispecchiarsi in un altro,
perché solo un’autocoscienza simile a sé
può soddisfare la brama del riconoscersi,
placando l’inquietudine della ricerca.
Ma il rapporto tra soggetti non è facile
e si presenta da subito conflittuale:
non è mai l’amore il primo scambio,
ma una lotta strenua per sopravvivere,
per piegare l’altro alla propria volontà.
Da qui l’esito drammatico dello scontro:
di fronte al rischio e alla paura della morte
un’autocoscienza rinuncia all’indipendenza,
viene privata della libertà e si sottomette,
mentre quella vincente diventa il signore
che riduce lo sconfitto al suo servizio.
La relazione servo-signore è asimmetrica,
non prevede la libertà di entrambe le parti,
è segnata quindi dell’ingiustizia.
Ma la logica dialettica hegeliana ci ricorda
che nessuna situazione dura in eterno,
anche quel rapporto avrà uno sviluppo
che porterà poi al suo rovesciamento:
il signore diventerà dipendente dal servo
non potendo infine fare a meno di lui;
il servo si riscatterà attraverso il lavoro
e conquisterà di nuovo la libertà perduta.
Tutti noi viviamo il Desiderio dell’Altro.
Il confronto è un momento necessario
per costituire la nostra soggettività.
Il riconoscimento esterno ci dà un’identità,
ci permette di sviluppare l’autocoscienza
e costruire il nostro rapporto col mondo.
Ma le relazioni non sono armoniche,
si presentano spesso aspre e conflittuali,
diventano facilmente un gioco di potere
che riproduce il rapporto padrone/schiavo.
E allora nasce una domanda cruciale:
si può vivere senza la paura e la violenza?
Si può vivere senza essere schiavi o padroni?
Il conflitto non deve essere temuto,
perché gestito in modo responsabile
contribuisce allo sviluppo della coscienza,
mette a fuoco e rafforza l’identità.
Le diversità umane sono ineliminabili,
esprimono la specificità di ogni individuo,
sono una sfida quotidiana che va affrontata.
E in fondo sono solo differenze di superficie.
Quando diventano causa di lotte e contrasti
è il momento di comprenderle e superarle.
Si deve recuperare il Desiderio dell’Altro
e tornare al fondamento della relazione,
alla sorgente originaria della ricerca.
Si deve riscoprire il legame profondo
che rende gli esseri umani tutti uguali,
quell’anelito che ha portato a cercarsi,
a confrontarsi e a voler stare insieme,
a unirsi in quel gioco che chiamiamo vita.
18 novembre 2024
195 Il tempo delle stelle
-Sono stato all’Osservatorio Astronomico e ne sono uscito fortemente impressionato. Mi chiedo cosa conosciamo davvero dell’universo…
-Cosa ti ha colpito così tanto?
-Osservando il cielo vedi una distesa sterminata di stelle. La prima cosa che ti lascia senza parole è lo spazio, l’infinità dell’universo. È impossibile concepire il numero delle stelle e delle galassie che è di miliardi e miliardi. La sola Via Lattea ne conta almeno cento. E ci sono almeno cento miliardi di galassie nello spazio cosmico. Cento per cento… una quantità che non riesco neanche a immaginare…
-Contando una stella al secondo per cento anni di fila, arriveresti a contare forse un terzo di quelle della nostra galassia.
-Con queste cifre capiamo quanto siamo piccoli, la nostra insignificanza come esseri umani. E la stupidità che ci fa credere di essere il centro dell’universo.
-È un vizio umano che conosciamo molto bene, ci piace sentirci importanti e pensarci padroni del cosmo.
-Ma la cosa che mi ha lasciato ancor più scioccato oltre alle dimensioni dello spazio è il mistero del tempo. Le stelle che vediamo nel firmamento sono un’immagine di ciò che è stato in passato. Una stella che ci appare adesso può trovarsi in realtà a dieci, cento, mille o milioni di anni-luce da noi. Gli innumerevoli astri che vediamo ora sono esistiti in un passato lontano o lontanissimo…
-Certo, è curioso, noi vediamo nel presente il passato del cosmo. Quella stella tra le tante della volta celeste viene vista come era diecimila anni fa. Per quello che ne sappiamo potrebbe non trovarsi più lì o essere già esplosa. Che lezione possiamo trarre da questo?
-Che noi osserviamo il cosmo ma vediamo una realtà illusoria. Nel presente percepiamo il passato, ciò che non c’è più. Il cielo stellato non è che la proiezione di uno ieri ormai morto…
-Sì, noi pensiamo di vedere sempre la realtà oggettiva, ma non è così. Lo spazio e il tempo possono creare una situazione illusoria non molto diversa da un miraggio. Il nostro conoscere cade spesso in queste trappole. Ma c’è un’altra cosa che dovrebbe colpirci riguardo al tempo.
-Quale? La sua relatività?
-Sì, non esiste un solo tempo, assoluto, scandito in modo inesorabile per tutto ciò che esiste e per tutti i luoghi. Un paradosso che possiamo toccare con mano. Dicevi che se scrutiamo la volta stellata vediamo il passato. In realtà noi vediamo innumerevoli passati, nel tempo che definiamo “ora”. Ogni stella ci rimanda un tempo diverso, miliardi di stelle sono infiniti momenti passati che convergono insieme in un unico momento, adesso.
-In effetti è un mistero, tanti tempi in un solo tempo… Noi siamo convinti di vedere sempre la realtà così com’è, invece assistiamo a qualcosa che è simile a un film, immagini irreali proiettate su uno schermo…
-Lo schermo della mente. E tuttavia, nessuna di quelle immagine è sbagliata in sé. Lo stesso vale per ogni tempo, non ce n’è uno più valido dell’altro, ciascuno ha la sua verità. Viviamo in un mondo multidimensionale dove coesistono tante ragioni e possibilità. Dobbiamo comprendere che l’osservatore agisce sempre su ciò che è osservato, perché lo vede da un suo punto di vista situato in uno spazio e in un tempo. L’elemento soggettivo interviene sempre creando l’illusione di un vedere “oggettivo” che in realtà non è mai tale.
-Questo vale anche per il nostro piccolo mondo di tutti i giorni? Vale per la realtà che sperimentiamo nel qui e ora?
-Sì, a parte che le nozioni di grande e piccolo andrebbero messe in discussione, anche un oggetto davanti a te, come quel libro là sullo scaffale, è un’immagine che arriva dopo un lasso di tempo, per quanto piccolo. Non vediamo il libro in tempo reale, tra il suo tempo e il nostro c’è sempre un divario. Se improvvisamente dovesse scomparire noi percepiremmo il fatto un attimo dopo, magari una frazione di secondo solamente, ma già questo basterebbe a creare una sfasatura del tempo.
-Come quando osserviamo le stelle del firmamento, tempi diversi di esistenza in un “ora” che è l’unico nostro presente. Un fenomeno che viene dal fatto di essere un soggetto osservatore…
-E non parliamo poi della realtà atomica o subatomica. Quale credi che sia la sincronia dei tempi tra noi e un elettrone in movimento? Ma qui non ci addentriamo oltre, il discorso richiede un’occasione a parte.
-Volevo tornare al problema del conoscere. Se noi viviamo in una realtà che cambia continuamente davanti ai nostri occhi e si presenta in tante dimensioni che convivono, possiamo dire davvero di conoscere una cosa per quella che è?
-Dobbiamo accontentarci di conoscere una “nostra” verità, accettando i limiti della mente umana che interpreta e riscrive quello che appare nella percezione riducendolo a un concetto statico, legato al passato. Ma comunque non è un male, il nostro conoscere deve rimanere aperto, flessibile, mai categorico. Il mondo è molto di più di quello che ci appare. È meglio vivere in una realtà multidimensionale, con infinite sfaccettature e differenze, piuttosto che limitarsi a etichettare i fenomeni per imprigionarli e farne un sapere “oggettivo”.
-Certo, così la realtà è molto più interessante e viva. Come quando guardiamo il cielo stellato e ci sentiamo immersi in un caos creativo, un’immensità inebriante che ci lascia storditi e meravigliati.
-E possiamo aggiungere che lo stesso accade nei nostri rapporti con gli altri. Osserviamo le persone, ma di solito non le vediamo realmente quando le abbiamo di fronte. Le vediamo come le stelle notturne: ci fermiamo al concetto che di ciascuna viene rimandato dal passato. L’immagine costruita ieri si sovrappone al vedere nel momento, distorce la visione e la comprensione. Il presente è un ricettacolo della memoria che contiene il passato in forma di concetti e vela la realtà vivente che è di fronte ai nostri occhi e si evolve ogni momento.
-Quindi anche il nostro mondo della vita è un universo che cambia e si muove, come le stelle nello spazio cosmico che non si può mai sapere dove sono “ora”. Anche gli esseri umani non si può mai dire dove sono e chi sono “ora”.
-Meno male, altrimenti saremmo degli esseri monotoni e prevedibili. E quindi noiosissimi. Ricordiamoci sempre che vediamo gli altri attraverso i nostri filtri e le nostre proiezioni. Già questo è un passo importante per imparare a distinguere il reale da ciò che è illusorio o immaginato. Dobbiamo lasciare da parte quello che crediamo di sapere sulle persone, lasciarle essere quelle che sono, ora. Ogni individuo ha le sue caratteristiche, le sue ragioni, i suoi spazi, i suoi tempi. Noi pensiamo che si trovi ancora in una vecchia situazione e invece magari si è spostato più in là e siamo noi indietro di parecchi anni-luce. Così si comincia a vivere nel mondo dell’umano. È un cammino lungo e difficile, ma ne vale la pena, la vita diventa un’avventura senza fine, senza approdi definitivi, un viaggio di scoperta, come quelli nello spazio.
-È scesa la sera, oltre la finestra vedo una prima stella apparire nel blu vellutato della notte. Appare ai miei occhi come era magari dieci anni fa. Dove è ora?
-È nel tuo futuro. Tra dieci anni lo saprai…
22 novembre 2024
196 Le quattro Radici
-Dicevano gli Antichi che tutta la realtà è costituita da quattro elementi, Terra, Acqua, Fuoco e Aria. Allora mi domando: se come il Tutto anche noi siamo fatti di questi quattro elementi, che ruolo hanno nella nostra vita? In che modo ne siamo condizionati?
-Chiariamo innanzitutto che i quattro elementi sono intesi dagli Antichi come principi cosmici, non solo come sostanze materiali. E sono anche simbologie profonde che ci permettono di comprendere la vita dell’universo.
-Il filosofo Empedocle ne parlava definendoli le “quattro Radici” dell’Esistente…
-Sì, secondo lui gli elementi Terra, Acqua, Fuoco e Aria si mescolano e lottano tra loro alla ricerca di un equilibrio, un’armonia difficile da raggiungere e sempre transitoria. Ogni elemento ha una sua forma unica e una sua ragion d’essere. Nella simbologia tradizionale la Terra è luogo di stabilità e fertilità, l’Acqua è fonte di vita, l’Aria è respiro dell’universo, il Fuoco è energia che crea e purifica. Il cosmo nasce dal gioco senza fine di questi elementi.
-Empedocle parlava poi di due Forze che determinano il movimento: le chiamava Amore e Contesa.
-Sì, secondo il filosofo nel Tutto-Esistente agiscono due Forze universali di natura divina, una attrattiva che unisce e armonizza, una repulsiva che divide e separa.
-Beh, non mi sembra difficile riconoscerle nella realtà, nei fenomeni vediamo alternarsi continuamente ordine e disordine, unione e separazione.
-Sì, anche se noi tendiamo a identificare l’Amore e la Contesa con il Bene e il Male attribuendo alle due Forze un significato positivo o negativo, mentre per Empedocle sono originarie e uguali, entrambe necessarie alla costituzione del mondo e al realizzarsi dei cicli cosmici. Comunque, come dicevi, non è difficile vederle in azione nella realtà: la prima Forza muove gli elementi e li mescola, la seconda li unifica e li armonizza. Potremmo chiamarle anche i principi di Azione e Quiete.
-Dunque, se è così, come vivere in accordo con questi principi cosmici che costituiscono noi e ogni cosa?
-Dobbiamo esplorare gli elementi e poi vivere manifestando concretamente le loro caratteristiche. Terra, Acqua, Fuoco e Aria sono modi di esprimere il nostro essere, non sono meri simboli della natura del reale. Lo stesso vale per le due Forze fondamentali che devono operare in sinergia, l’una col movimento e l’azione, l’altra con la non-azione e il distacco. La nostra vita diventa piena e armoniosa quando le due Forze agiscono liberamente e si combinano con le quattro Radici, creando la varietà di esperienze e possibilità che sono caratteristiche dell’umano. È un processo che comunque a vari livelli avviene ovunque nell’universo. Anche noi dobbiamo partecipare al gioco, non possiamo sottrarci alla realtà del divenire.
-Quindi, se ho ben capito, il nostro compito è studiare il reale e vivere in accordo con le sostanze elementali e le forze che le muovono. Possiamo tornare brevemente sulle prime?
-Sì, vediamo più da vicino che cosa ci ispirano. La Terra ci insegna la concretezza e la solidità, è il luogo dove tutto germina e cresce; quando siamo in sintonia col mondo della natura stiamo esprimendo l’essenza di questo elemento. Dall’Acqua impariamo la fluidità, la trasparenza e l’adattabilità. L’Aria esprime ciò che è leggero, impalpabile, capace di librarsi al di sopra della fisicità materiale. Il Fuoco è elemento di rottura e trasformazione, è luce che illumina e dà calore alle cose. Naturalmente questi sono solo brevi cenni sulle caratteristiche delle quattro “radici”. Si può aggiungere intuitivamente molto altro, perché sono metafore universali e inesauribili nei loro significati.
-Dunque come vivere mantenendo in equilibrio i quattro elementi?
-Dobbiamo esprimerli tutti e sperimentarli fino in fondo, nessuno deve essere trascurato se vogliamo essere uomini completi. Lo stesso vale per le due Forze che creano il dinamismo nel tempo, i due poli devono sempre alternarsi e collaborare. Per noi significa imparare ad esprimere l’Azione e la Quiete in tutte le forme: avanzando e arretrando, agendo e non agendo, intraprendendo e attendendo, trasformando e meditando. Va ricordato che ogni polo è necessario, va bilanciato con l’altro. Non possiamo vivere di sola azione, sempre tesi al risultato e percorsi dalla frenesia del fare. D’altra parte non possiamo nemmeno vivere totalmente meditativi e distaccati dalle cose del mondo, sarebbe una vita incompleta, monocorde e sbilanciata.
-Quando ci accorgiamo che non stiamo vivendo nell’equilibrio cosa dobbiamo fare?
-Se ce ne rendiamo conto questo è già un passo importante. Quando vediamo che siamo troppo spostati verso uno dei due poli, ad esempio quello dell’azione, dobbiamo compensare con la Forza opposta, in questo caso la quiete e il riposo. Il movimento tra le diverse istanze elementali è sempre a pendolo, il punto di equilibrio va riconquistato ogni momento, non è mai fisso e garantito. Ogni polo dà energia al suo opposto, ogni elemento richiama gli altri in un continuo scambio di ruoli e rapporti di forza. Da qui l’infinita varietà dei fenomeni, la creazione eterna del nuovo che chiamiamo vita. È un’alchimia del vivere che si impara a poco a poco con l’esperienza. Fa parte dell’essenza di ogni cosa e dell’umano questo essere sempre in viaggio, in un inesauribile ciclo di trasformazione e rigenerazione.
-Dunque dobbiamo incontrare la vita con tutte le esperienze e le possibilità che ci offre. Non c’è mai un punto di approdo in questo viaggio? Non c’è un fine ultimo che lo rende compiuto?
-Finché viviamo nel mondo e nel tempo dobbiamo accettare l’andamento ciclico delle cose. Non possiamo aggrapparci a nulla, se cerchiamo la sicurezza il risultato sarà frustrazione e dolore. Nella struttura del reale è insita la logica del movimento e del mutamento. Dobbiamo quindi creare un ritmo, vivere in quella oscillazione, accettare l’instabilità di tutti i sistemi e l’imprevedibilità dei fenomeni viventi.
-È come dirigere un’orchestra per combinare gli strumenti nelle loro varie funzioni, voci e colori musicali, equilibrando e armonizzando tutte le diversità…
-Sì, il paragone è bello, ma nella realtà gli strumenti a disposizione sono meno docili e spesso non rispondono al comando, nonostante la bravura del direttore. Nella vita c’è sempre l’imponderabile in agguato.
-E per quello che riguarda i rapporti interpersonali?
-Il gioco è ancora più sottile, complicato e intrigante. Con le persone ci vuole grande attenzione, sensibilità e capacità di invenzione. Dobbiamo diventare esperti del gioco degli opposti.
-Puoi farmi degli esempi concreti?
-Certo. Non so se ti è mai capitato nella vita:
Dialogando hai usato toni troppo accesi e parole di Fuoco
Hai fatto un discorso inconsistente che manca della solidità della Terra
Non hai saputo usare l’intelligenza con la mobilità dell’elemento Aria
Hai trascurato il messaggio dell’elemento Acqua ignorando i sentimenti altrui
Oppure:
Non sei passato all’azione quando era il momento di farlo
Sei intervenuto quando non era il caso e non ti era richiesto…
Ora dimmi, come si potrebbe applicare la legge compensativa dell’opposto in questi casi?
-Direi che si dovrebbe scegliere per ogni elemento la qualità positiva che è stata dimenticata e che dovrebbe fare da contrappeso…
-Bene, allora prova a proporre una possibile soluzione per ogni caso…
-Riprendendo nell’ordine gli esempi del tuo elenco, direi:
Con l’energia del Fuoco trovare parole piene di calore e cura per l’altro
Con la virtù della Terra dare concretezza alle proprie argomentazioni
Con la mobilità dell’Aria dare elasticità e spaziosità al pensiero
Con la fluidità dell’Acqua empatizzare e accogliere i sentimenti altrui
E ancora:
Con la forza dell’Azione superare la pigrizia e l’indifferenza del non fare
Con la qualità della Quiete saper attendere il momento giusto per agire
-Vedo che hai le idee chiare, hai capito già tante cose della vita. Poi naturalmente si tratta di mettere tutto questo in pratica. È la prova più difficile, ma anche un compito che ogni essere umano deve sentire come un dovere.
-Sì. E alla fine, se saremo capaci, lo faremo per noi ma anche per il filosofo Empedocle, perché la sua preziosa eredità non sia dimenticata e la sua parola non si perda nella polvere del tempo…
29 novembre 2024
197 L’Eden perduto
-Mi ha sempre affascinato la storia biblica della Caduta dell’uomo, il primo Adamo, esiliato per una colpa dal Giardino di delizie. Mi colpisce la sostanziale affinità con la vicenda di Prometeo, che ruba il fuoco agli dei per donarlo agli uomini e subisce la collera di Zeus, come ci racconta il mito greco. In entrambi i casi abbiamo un atto di ribellione nei confronti della divinità, un gesto di trasgressione che viene punito e produce conseguenze per tutto il genere umano…
-Sì, può essere interessante rileggere le due storie in parallelo per coglierne il significato profondo. Possiamo ripassarle brevemente, tenendo presente che la nostra è solo una riflessione libera e non aspiriamo a stabilire nessuna verità indiscutibile. È l’approccio che vogliamo mantenere sempre di fronte a narrazioni di tipo mitico o religioso: cercare liberamente segni e sensi che ci aiutino a comprendere meglio noi stessi e il mondo. Le storie di Adamo e Prometeo ci offrono intuizioni importanti sulla condizione umana.
-Direi di partire da un concetto capace di interpretare entrambe le vicende. Ma quale?
-Cominciamo così: devi abbandonare l’Eden se vuoi sapere che cos’è la vera libertà. L’uomo Adamo e il titano Prometeo fanno una scelta che è il loro primo gesto di ribellione al comando divino. Si può dire paradossalmente che “scelgono di scegliere”, conquistano così una nuova libertà, diventando individui in piena autonomia.
-Già, perché prima vivevano in un Paradiso, in perfetta armonia con il divino, ma la loro era, per quanto bella, una vita sottoposta a comandi e proibizioni, era una libertà solo apparente, vigilata e limitata. E chi mai vorrebbe un’esistenza dorata, ma con la catena al collo?
-Ti vedo audace. E allora andiamo oltre nel ragionamento. Se quella non era vera libertà, allora era necessario un atto di trasgressione per conquistare un’altra dimensione dell’essere. Non certo per diventare come Dio, non essendo degli enti creatori, ma per avere la possibilità di scegliere, entro i propri limiti, nel bene e nel male.
-In effetti a quella scelta seguiranno l’allontanamento dal cielo, sensi di colpa, sofferenze di ogni genere e, nel caso di Adamo, la mortalità per sé e per tutti gli uomini della sua discendenza…
-La libertà costa cara. Ma quello che sembra una caduta, un decadere dalla condizione di perfezione, può essere visto come il passaggio dall’innocenza originaria inconsapevole di sé a una maturità nuova, una volontà conquistata con la nascita del proprio “io”. Adamo e Prometeo si scoprono improvvisamente fragili, nudi, esposti al dolore e alla morte, lontani dal divino, ma felici di aprire all’umanità un orizzonte di libertà mai concepito prima.
-Prometeo è un titano, ruba il fuoco agli dei per darlo agli uomini e con questo offre ad essi una possibilità prima sconosciuta. Cosa rappresenta il dono del fuoco?
-Significa la conquista del linguaggio e della tecnica, che danno all’uomo potere, libertà di scelta, capacità di organizzarsi in un mondo che va oltre i confini del naturale. È così che nasce un essere umano finalmente affrancato da ogni tutela, con l’esilio e la riconquista di sé, nella dimensione sia personale sia collettiva.
-L’uomo quindi esce dallo stato di natura dove è un buon animaletto obbediente ai comandi e ignaro di sé per approdare al mondo della civiltà, della cultura e del dialogo…
-…Con tutti i pericoli che questo comporta. È facile che l’uomo rimanga abbagliato dalla volontà di dominare la natura e l’universo, che dimentichi le sue origini e la sua condizione segnata dal limite, per coltivare una hybris distruttiva. In questo caso è certo che si troverà di nuovo punito, ma questa volta da se stesso, dalla sua smania egoica. Rimane sempre concreto il pericolo di una nuova “caduta”.
-Certo, la perdita dell’innocenza fa correre gravi rischi ma, fatto il salto, ormai non si può tornare indietro…
-Sarebbe come tornare bambini ingenui e inconsapevoli di sé, cosa impossibile. Si deve invece coltivare la maturità conquistata conservando l’innocenza propria dell’infanzia. Se questa alchimia riesce la vita diventa una benedizione, per sé e per gli altri.
-Mi colpisce il fatto che, secondo i miti antichi, sia stato un atto di ribellione e di trasgressione a costruire il soggetto umano. Ma in effetti, a pensarci, la libertà si sperimenta appieno solo quando ci si scontra con un’autorità e la si scrolla di dosso…
-Sì, è il momento in cui un “io” fa sentire la sua voce e sceglie la sua strada, superando paure e inibizioni. E da quel momento il soggetto diventa anch’egli un creatore. Non certo un dio, ma simile al divino nella sua capacità di inventarsi la vita forgiando il proprio essere, costruendo una realtà interiore e una vita collettiva. La libertà va sempre insieme alla possibilità di creare. Ma alla fine anche qui rimane un’insidia…
-La caduta nella hybris, come dicevamo prima?
-Non solo. Una volta diventato libero soggetto, l’uomo deve badare a non perdere di nuovo la libertà conquistata. Uscito dall’Eden -quel Giardino delle meraviglie che era nonostante tutto una gabbia dorata- non deve cadere dal livello di umano creando per sé altre prigioni.
-In questo caso qual è il pericolo più grande?
-Quello di trasformarsi da soggetto creatore in un oggetto, dominato dalla società, da costumi e tradizioni, da abitudini, manipolazioni e false credenze. Un soggetto creatore non può mai essere posseduto come lo è un oggetto. L’uomo deve sempre rimanere all’erta, non può gettare al vento la libertà conquistata. L’Eden ormai è perduto, lì non si torna. Un nuovo Eden va costruito qui, sulla terra, nel mondo umano, per quello che è possibile a un io che crea e conosce i suoi limiti.
-È come nel passaggio dalla fanciullezza alla maturità, c’è la coscienza che il mondo dell’infanzia è ormai perduto e con esso l’ingenuità e la protezione degli adulti, con tutto il corollario di paure. Ma al tempo stesso c’è il brivido di una nuova libertà, la gioia di poter fare qualsiasi cosa, di potersi inventare ogni giorno…
-Uscito fuori dal mondo del divino e della natura dove il comando veniva dall’esterno, l’uomo è investito di una tremenda responsabilità. Non c’è più l’istinto a guidarlo, non più la voce di un dio che controlla e ordina, adesso è nudo davanti a se stesso, dovrà tracciarsi da solo la via, dovrà fare scelte a volte difficili e sa che pagherà in prima persona per tutti i suoi errori.
-Non si può dunque tornare indietro. Ma quando capita di cadere di nuovo, è sempre un male?
-No, a guardare bene ogni caduta è sempre anche una rinascita. Il vecchio sé muore e lascia il posto a una nuova identità. L’inciampo nell’errore è spesso l’inizio di un nuovo cammino e un salto di qualità, è la conquista di libertà più ampie. Continuamente usciamo dagli Eden che abbiamo raggiunto e ne costruiamo di nuovi. È per forza così, l’impulso alla libertà nell’uomo prevale su ogni considerazione e calcolo. Non basta trovare un angolo protetto per convincersi a rimanere chiusi in un piccolo bozzolo rassicurante. Sarebbe ancora una volta una prigione dorata, la peggiore, perché costruita con le nostre stesse mani.
2 dicembre 2024
198 Un vedere libero dal concetto
-Ho letto alcune pagine di J. Krishnamurti che parla di un “vedere libero dal concetto”. Mi sembra un tema intrigante, vorrei discuterlo insieme per capire meglio…
-Dobbiamo innanzitutto stabilire in quanti modi Krishnamurti intende il “vedere”, perché secondo lui c’è un vedere ordinario che si ferma alla superficie delle cose e uno più profondo, libero dal concettualizzare, che coglie direttamente la verità di ciò che è. Bisogna liberare la percezione sensoriale dal pensiero che ne costituisce una limitazione, superando quello che lui chiama il “mondo del conosciuto”.
-Uhm, per ora non ho capito molto di più. Allora riparto da una domanda più semplice: conosciamo davvero il mondo? O è solo una nostra credenza?
-Secondo Krishnamurti, noi ci affidiamo ai sensi convinti di conoscere le cose nella loro verità. Pensiamo che il vedere sia sempre puro e incondizionato, ma proprio questa è l’illusione. I sensi sono dei filtri che limitano la percezione, ma lo è ancor più il pensiero, che rielabora i dati e crea il mondo del “conosciuto”, un cumulo artificioso di memorie di ciò che abbiamo visto, osservato e sperimentato.
-Beh, mi sembra che non possiamo evitarlo, per noi è l’unico modo per avere un’idea delle cose del mondo.
-Sì, certo. La nostra esperienza parte sempre dai sensi, ma ciò che risulta è un ammasso confuso di percezioni, eventi, fatti e situazioni. Il soggetto cerca di mettere in ordine questa sterminata quantità di dati per creare una conoscenza stabile e un’immagine del mondo comprensibile e praticabile. Ma non può andare oltre una visione parziale, si deve fermare a una descrizione approssimativa della realtà.
-Perché ritieni così fallace il nostro conoscere? Anche se i sensi sono limitati possiamo organizzare le nostre esperienze usando la ragione. Da lì poi le idee e definizioni, teorie, conclusioni. Non saranno la verità assoluta, ma perlomeno conoscenze soggette a continua osservazione e verifica.
-Per Krishnamurti l’unica cosa che dobbiamo cercare è sempre e solo la verità, non vale la pena di sprecare la nostra vita dietro qualcosa di inferiore o illusorio. Ma il fatto è che tutte le esperienze fanno capo a un “io” pensante che cerca di trasformarle in conoscenze organizzando il percepito secondo i propri schemi, cioè condizionamenti derivanti dall’educazione, dalla cultura, dalle tradizioni, dai sistemi di credenze. Il soggetto pensante è anch’esso un coacervo di filtri costruito dalle esperienze vissute. In questo senso possiamo dire che l’io è il conosciuto stesso. Ma così la pura percezione è condizionata e distorta da un “conosciuto” che è un fardello di memorie, una barriera invalicabile che preclude di vedere il mondo per quello che è. Se siamo alla ricerca della verità, ovvero di qualcosa che dobbiamo ancora scoprire, il conosciuto diventa il principale ostacolo e la più grande illusione.
-Quindi, se ho capito bene, il “vedere” come lo intende Krishnamurti è una percezione delle cose non condizionata dal pensiero, una visione svincolata dal passato, libera da pregiudizi, dogmi, costumi e tradizioni. Il conosciuto è dunque quello che si indica con il termine “concetto”?
-Sì, il “concetto” è qui il processo di pensiero che costruisce un mondo fittizio, immaginato e ridotto a descrizione, riferito a ciò che è stato visto, udito, toccato, ecc. Una realtà lontana dal presente, da ciò che è, dal vero, da ciò che accade ora e qui. Il pensiero concettuale ci separa dall’adesso e condiziona il modo in cui i sensi vagliano e percepiscono le cose. Dobbiamo liberare i sensi dal pensiero che fissa le esperienze e catalogando, definendo, calcolando si lascia sfuggire la freschezza e la novità del presente.
-Ma noi siamo comunque quell’io che pensa, siamo inevitabilmente quel “conosciuto”…
-Noi siamo il soggetto cosciente che ha smarrito la pura visione e si è trasformato in un io imprigionato nelle memorie del passato. L’utilità pratica del conosciuto è ovvia e innegabile, per il funzionamento delle cose un sapere tecnico è indispensabile, come potresti altrimenti guidare una macchina? Ma per ciò che riguarda la ricerca della verità è necessario un approccio saldamente ancorato al presente, aperto al nuovo, liberato dalle maglie del pensiero che vive di schemi ripetitivi.
-Mi sembra di aver capito che alla fine la domanda decisiva riguarda se e come si può andare oltre i limiti del conosciuto…
-Secondo Krishnamurti ci vuole un continuo lavoro di osservazione di ciò che accade fuori e dentro di noi. Dobbiamo diventare consapevoli dei condizionamenti che costruiscono la nostra realtà personale, dei concetti che creano un’immagine fittizia di noi stessi e del mondo. E vedere come i modelli nati nel passato si sovrappongono alla visione di ciò che è nel presente impedendo di indagare ed esplorare in piena libertà. L’osservazione costante può liberare i sensi e la mente da quella prigionia. Ma per abbattere tutte le barriere e “vedere” ci vuole un ulteriore passo decisivo: prendere consapevolezza che ciò che esiste è un Tutto senza divisioni. Là dove il concettualizzare separa, frammenta, divide in parti, il vedere totale ricompone ogni cosa nell’Uno, nella verità ultima dell’essere. Allora non rimane altro che una percezione pura, una visione liberata da pregiudizi e paure. È la visione totale del saggio illuminato.
-Si deve quindi rinunciare del tutto al pensiero ordinario per lasciare spazio a questa visione totalizzante?
-No, come dicevamo il pensiero concettuale manterrà la sua funzione e il suo valore nella vita pratica. È inutile fare ancora degli esempi perché è una cosa scontata. Ma il pensare non potrà mai aprire le porte del non-conosciuto, terrà l’io rinchiuso nel recinto delle sue piccole, fragili certezze. Nella vita c’è molto di più, c’è un ignoto che ci sfiora ogni momento e supera di gran lunga ogni teoria e conclusione. Se lo manchiamo è perché preferiamo rifugiarci nel noto, per un po’ di sicurezza rinunciamo alla ricerca e ci accontentiamo della banalità del quotidiano.
-Certo, ciò che è nuovo e sconosciuto fa paura. Ci vuole coraggio a disfarsi di abitudini e modi di pensare consolidati negli anni…
-Ma la verità secondo Krishnamurti appartiene inevitabilmente alla dimensione del non conosciuto. È quella che dobbiamo esplorare se vogliamo una conoscenza del mondo e non solo una conoscenza sul mondo. Possiamo riempirci di parole e di teorie, di infinite
conoscenze tramandate dalla storia e tuttavia non sapere nulla di noi stessi e della nostra relazione con l’esistente. Il grande imperativo per noi è ritrovare la nostra libertà, spingerci oltre i confini del conosciuto, restituirci a un “vedere” finalmente liberato dal concetto.
5 dicembre 2024
199 Ascoltare per imparare a vivere
-Mi sembra che non siamo più capaci di ascoltarci l’un l’altro. Vedo nella società una continua e spesso feroce battaglia di opinioni dove quello che manca è la voglia di incontrarsi per dialogare, rispettando idee e posizioni divergenti dalla propria. Ti confesso che la cosa mi lascia un po’ sgomento…
-La forma mentale prevalente oggi è quella che cerca la competizione, la lotta e la polemica. È una struttura disfunzionale che rispecchia la cultura dominante e che vediamo nella maggior parte delle persone. È il derivato di un ego immaturo che non non è capace di assumersi le sue responsabilità e tende ad accusare e aggredire piuttosto che a comprendere e condividere.
-Già, gli altri sono sempre i colpevoli, i reprobi, i cattivi cui rinfacciare le proprie frustrazioni. Le risposte sono sempre un “sì, ma…, sì, però…”, trasudano spesso violenza e intolleranza. Non so come potremo uscire da questa spirale negativa.
-Naturalmente sappiamo che non è sempre così, ci sono tante persone che sanno vivere con equilibrio e contribuiscono a elevare il livello di coscienza. Sarebbe però lungo indagare per capire le cause di questo degrado collettivo. Proviamo un altro approccio, ricordando che dobbiamo sempre esporci in prima persona e, dopo la giusta critica, concentrarci sul positivo. In questo caso, per mantenere un atteggiamento costruttivo, direi di cominciare col farci una domanda sul significato di “ascoltare”. Quando possiamo dire di essere capaci di un ascolto reale, vero e profondo? Ora lo chiedo proprio a te…
-Beh, penso che un ascolto degno di questo nome non possa prescindere da una relazione basata sulla sincerità e sull’empatia…
-Certo, ci deve essere innanzitutto un canale di comunicazione, deve stabilirsi un rapporto di fiducia tra persone dialoganti che si impegnano ad affrontare insieme un problema e cercare una soluzione o un punto di accordo. Come dici tu giustamente, la relazione deve nascere da un sentimento comune di appartenenza, da una risonanza di intenti. Uno scambio intellettuale che non coinvolga la persona anche a livello emotivo rischia di rimanere sterile.
-Vedo che di solito le persone sembrano più interessate a prevalere nella discussione che a cercare sinceramente la verità. Parlano ma non si ascoltano, hanno menti scaltre e polemiche preoccupate solo di difendere rigidamente la propria posizione. Non mi sembra quello che i grandi pensatori del passato ci hanno insegnato. Socrate ci ha dato l’esempio di un dialogare che è ricerca comune, arte maieutica. E dunque, come realizzare quell’ascolto profondo che è la quintessenza del vero dialogo?
-Finché rimaniamo aggrappati al nostro ego roccioso non possiamo sperare di comunicare davvero con gli altri. Ascoltare significa accogliere, accettare, dare spazio alla diversità di idee, atteggiamenti, modi di essere. L’altro ha sempre qualcosa da mostrarci o da insegnarci, deve potersi esprimere, rivelare ciò che è senza essere subito bersagliato da critica o giudizio.
-Non dobbiamo giudicare chi dialoga con noi?
-Possiamo certo giudicare le sue idee e discutere animatamente, ma solo dopo averlo ascoltato con attenzione e rispetto. Se la nostra mente è piena di pregiudizi, se è offuscata dall’orgoglio intellettuale, non c’è spazio per l’altro. L’ascolto profondo richiede innocenza, disponibilità, pazienza e comprensione. Altrimenti nella conversazione stai ascoltando solo te stesso, l’interlocutore si riduce a uno specchio della tua immagine, una stampella per la tua autostima.
-Forse è la paura che ci frena nel rapporto con le persone e ci rende incapaci di ascoltare…
-Sì, ma la paura può essere anche una protezione contro le idee altrui che rischiano di metterci in crisi e costringerci a un cambiamento. Il meccanismo di difesa entra subito in azione, così evitiamo di mettere in discussione la nostra visione del mondo e il nostro modo di vivere. E da qui il dialogare degrada spesso in critica astiosa, contraddizione sterile, stroncatura senza appello, chiusura a ogni mediazione.
-Quindi possiamo dire che l’ascolto non è solo un atteggiamento, ma una qualità del nostro essere.
-Sì, se riesci a farti da parte e a rimanere in un silenzio carico di attenzione entri in contatto con l’altro su un piano che non è quello dell’intelletto. Le idee, i giudizi e le opinioni verranno dopo, prima ci deve essere un reciproco riconoscimento che prescinde dall’oggetto e dal fine della discussione. È un via libera all’interlocutore perché possa partecipare, parlare e mostrarsi per quello che è. È un’accettazione incondizionata, un presupposto fondamentale perché lo scambio dialogante abbia inizio.
-Noi siamo continuamente in ascolto durante il giorno, abbiamo mille voci che ci fanno da maestri: le persone, gli amici, la televisione, una miriade di soggetti della nostra società. Però mi sembra che il rapporto personale e diretto io-tu rimanga sempre il più importante e prezioso.
-Certo, è la relazione che più ci soddisfa, perché coinvolge tutti i livelli del nostro essere. Può interessarci la tv o la voce amica di un’intelligenza artificiale, ma il contatto vivente con un altro essere umano è e sarà sempre insostituibile. È parte di quel processo di apprendimento che ci trasforma e dura tutta la vita. Quello che impariamo non sono solo dati, tecniche o nuove idee, sono soprattutto modi di vivere e di interpretare il mondo.
-Dunque, in un certo senso, il vero ascoltare è ascoltare il mondo…
-È mettersi in ascolto degli altri, della natura, dell’universo. È far tacere l’ego per diventare un grande spazio silenzioso che tutto accoglie. È un’attitudine spontanea nel bambino, una capacità di assorbire la realtà che si può recuperare solo uscendo dalle maglie dell’intelletto calcolatore.
-Si può davvero ascoltare senza giudicare?
-Il vero ascolto è sempre un arricchimento del proprio essere, ma richiede una costante auto-osservazione per smontare i meccanismi di difesa che impediscono di aprirsi alle persone e creare una sintonia. Se riusciamo ad ascoltare, l’altro diventa parte di noi e la nostra coscienza raggiunge una prospettiva più ampia. Allora cade ogni desiderio di criticare e giudicare, il rapporto con chi ci parla diventa più importante di ogni dialettica o contraddittorio. La ricerca del vero è l’unica cosa che conta. Alla fine i dialoganti comprendono che il conflitto non conduce mai alla verità. Solo una ricerca fatta in comune e un vero ascolto possono avvicinarci ai significati profondi dell’esistenza.
-Per concludere, in questa conversazione siamo stati capaci di ascoltarci l’un l’altro? Come facciamo a capirlo?
-Se ti senti arricchito di idee che prima non avevi, se hai potuto esprimerti liberamente e non hai prevaricato, se hai avuto la pazienza di ascoltare senza l’urgenza di ribattere, se hai creato una risonanza, se senti di aver fatto la cosa giusta e ti senti meglio, allora forse il nostro è stato un vero ascolto. Non è così difficile aprirsi all’altro e imparare a dialogare, non è difficile imparare a vivere.
8 dicembre 2024
200 La tunica non fa il filosofo
(Nell’agorà di Atene)
Fedone: Guardate laggiù! Non è quello Aristippo?
Glaucone: Sì, è lui, lo vedo vestito con una logora tunica piena di rammendi e buchi. Tiene nella mano destra il bastone del filosofo. E l’atteggiamento poi… l’incedere è grave, il viso pensoso, quasi corrucciato. E uno stuolo di curiosi lo segue e accompagna ogni suo movimento.
F.: Già! Vedo molti ateniesi guardarlo incantati, quasi adoranti…
Socrate: A che questa commedia? Io non vedo il filosofo, vedo solo il suo orgoglio!
G.: Sei sferzante Socrate, ma aspetta, ecco, si sta avvicinando! Forse vuole rivolgerti la parola…
Socrate: Lo farò io per primo… (rivolgendosi ad Aristippo a gran voce) Oh, Aristippo! Attraverso i buchi della tua veste vedo solo la tua vanità…!
F.: Uhm… Deve essersi risentito, Socrate, perché ha subito cambiato strada e se ne va senza pronunciar parola…
G.: Penso che tu abbia colto nel segno, maestro, ma forse sei stato un po’ troppo diretto. Vedo Aristippo allontanarsi cupo, mi sembra che barcolli…
Socrate: Le mie parole sono state franche e forse hanno inferto un duro colpo al suo amor proprio, ma era l’unico modo per scuoterlo dal sogno che si è creato e in cui recita la parte del perfetto filosofo saggio e umile. Non sono i segni esteriori che contano, non sarà certo una veste a renderti ciò che non sei. Se sei un vero filosofo non hai bisogno di atteggiarti e di esibirti di fronte al mondo.
F.: Devo confessare che anch’io per un momento sono stato attratto da Aristippo. Sembrava la bella immagine del filosofo che noi tutti vorremmo incarnare.
Socrate: Se Aristippo è una persona intelligente, come io credo, saprà capire e perdonerà la mia veemenza. Ma dobbiamo ricordare che la tunica non fa il filosofo, i rammendi non fanno l’umiltà, il bastone della filosofia non fa la saggezza. Perdersi in queste fantasticherie è il più grande delitto per un ricercatore.
G.: Dunque, Socrate, che cosa ci fa riconoscere un vero filosofo? Quali segni lo contraddistinguono?
Socrate: Caro Glaucone, ricorda che tu non sei la tua veste, né il tuo sapere, né il tuo ruolo nella società o la tua ricchezza, non sei la tua istruzione o fortuna. Tutto ciò che è acquisito va e viene, può mutare e perdersi in un momento. È qualcosa che hai, non quello che sei. Ignorare questo può essere un’illusione che ti devia dal cammino di ricerca.
F.: Capisco, noi però vediamo uomini dal retto giudizio non disdegnare incarichi pubblici e ricchezza e fama. Sono sempre in errore?
Socrate: No, non è questione dell’aspetto esteriore, come dicevamo. L’abito logoro o la veste sontuosa non bastano a fare il filosofo, ma neanche possono essere la prova che un uomo non sia un saggio. Chi può dirlo? L’apparenza non conta sia nel bene sia nel male.
G.: Ma allora, Socrate, questo vale anche per Aristippo. Potrebbe essere il migliore dei filosofi, invece tu l’hai dileggiato pubblicamente…
Socrate: Osserva bene, Glaucone. Se Aristippo fosse un vero filosofo non avrebbe reagito con stizza, rabbuiandosi e allontanandosi, non si sarebbe preoccupato di far brutta figura davanti alla gente, ma si sarebbe fatto una bella risata e, gettata la veste, avrebbe usato il suo bastone per percuotere me e gli sciocchi che lo attorniavano. E qui siamo al punto: ciò che distingue il vero sapiente, i segni che lo identificano, sono il distacco, l’ironia, la mancanza di ogni orgoglio e falsa umiltà. Invece Aristippo, appena punto sul vivo, è uscito di scena fuggendo. Avrebbe dovuto mandarmi a quel paese, sarebbe stato un gesto da vero saggio e avremmo riso insieme della situazione.
F.: Però tutta l’agorà sarebbe rimasta di sasso, penso che nessuno avrebbe capito quello che succedeva…
Socrate: Lo so, i più non avrebbero colto il significato della situazione. Ma alcuni avrebbero compreso e sono coloro che hanno l’intelligenza per essere filosofi. È a loro che soprattutto ci rivolgiamo con i nostri discorsi. Quello che per gli uni è un fatto incomprensibile per altri può essere un evento che cambia la vita.
F.: È vero, Socrate. La prima volta che ti ho avvicinato sono rimasto sconcertato e sono fuggito. Ma quell’esperienza mi è tornata in mente più e più volte, finché ho vinto le mie resistenze e ho cominciato a vedere con occhi nuovi. E ora sono qui con te ogni giorno.
Socrate: Tutti avete visto il giovane Platone. Passava di qua con i suoi carmi per andare a un concorso di poesia e si è fermato ad ascoltare i nostri discorsi. Nel tempo di una clessidra la sua vita era totalmente cambiata, aveva gettato alle ortiche i suoi scritti e il suo sogno di diventare poeta. La sua anima aveva risposto al richiamo. E in un istante era rinato filosofo.
G.: Anch’io Socrate sono stato lento nel comprendere il significato della tua ricerca, la tua ironia e l’insistenza delle tue domande mi mettevano in difficoltà. E se anche ripeti di non essere un maestro e di non sapere nulla, per me sei una guida saggia e illuminata.
Socrate: Confermo il mio non sapere e ribadisco che non ho discepoli, solo compagni di viaggio. Ma vi lascio liberi nel vostro sentire, potete vedermi come volete. Un giorno capirete che ognuno è maestro di sé stesso, come diceva l’Oracolo di Delfi.
G.: E comunque io faccio ancora fatica a cogliere i segni che rivelano la saggezza in un uomo. C’è un modo per farlo che mi sfugge?
Socrate: Caro Glaucone, devi esser capace di vedere, ma vedere con l’occhio dell’anima. Oltre i segni esteriori ci sono quelli interiori che pochi riescono a cogliere. Il simile richiama il simile, solo l’anima predisposta alla filosofia può riconoscere un altro filosofo. Chi si ferma al sensibile non può penetrare nel mondo del sovrasensibile. Ma è là che risiede la nostra essenza più vera, lì è rivelato il nostro destino di umani.
F.: Dunque, da quello che ho capito, se è vero che la tunica non fa il filosofo, posso vestirne una rammendata o una sontuosa, non sarà questo a influire su ciò che sono. La mia anima non si cura delle cose che appartengono al mondo materiale…
Socrate: Sì, non penso che la tua anima immortale si preoccupi di vestire alla moda. Però non devono essere solo parole, devi davvero sentire di essere più del tuo vestito, di avere un compito nella vita così grande e bello che ogni altra cosa appaia una frivolezza per menti infantili. Continua la tua ricerca Fedone. E anche tu, Glaucone, non è lontano il momento in cui l’occhio della tua anima si schiuderà sul mondo.
11 dicembre 2024
sito e testi di michele losanna – michele.losanna22@gmail.com
