Filosofia oltre il Confine

Per gli amanti della Filosofia


pag.19

181 La quarta metamorfosi
-Ho letto il brano Le tre Metamorfosi dallo Zarathustra. Mi sembra che Nietzsche con le immagini del cammello, del leone e del fanciullo riesca a rappresentare in modo efficace le tappe fondamentali dell’evoluzione umana.
-Le tre figure possono essere viste come modalità esistenziali legate al tempo: passato, futuro e presente. Cominciamo da quella che rappresenta il passato.
-Beh, mi sembra evidente che l’uomo-cammello sia la figura orientata al passato, perché conosce solo l’obbedienza e la sottomissione, sopporta umilmente i pesi, non sa opporsi e dire di no, fa solo quello che gli è stato comandato, soprattutto non riesce a concepire un altro modo di vivere…
-Sì, nel significato che il filosofo propone il cammello è il servo fedele che accetta il “tu devi” senza ribellarsi e porta il suo carico nel deserto arido e desolato.
-Siamo a volte tutti un po’ cammelli, non è vero?
-Certamente, è una realtà che tutti conosciamo. Lo siamo quando viviamo nella paura, quando siamo privi di autonomia e di coraggio, dipendiamo dagli altri, vogliamo essere guidati e non siamo capaci di reagire all’ingiustizia.
-Ma di cosa abbiamo paura? Di vivere?
-Abbiamo paura di essere liberi, di assumerci delle responsabilità. Le regole della tradizione in fondo ci rassicurano, meglio quelle piuttosto che il salto nel buio che un gesto di libertà comporta. Essere schiavi a volte è la posizione più comoda, basta obbedire ed eseguire gli ordini, alla fine potremo sempre dire di non essere noi i responsabili di torti ed errori.
-Un modo di vivere limitato e misero, mi sembra…
-Sì, ma guarda che questo accade ed è accaduto a tutti noi. Per mancanza di coraggio o di volontà preferiamo soffrire piuttosto che affrontare una situazione che richiede una scelta. A volte ci illudiamo che accettare e dire sempre di sì sia un merito e magari ci sentiamo uno spirito superiore. In realtà quel “sì” è solo un gesto di impotenza, indica scarsa consapevolezza e mancanza di immaginazione.
-Non è comunque necessario a volte farsi carico di un peso e sopportarlo per il bene nostro e di tutti?
-Sì, certo, dobbiamo darci da fare, lavorare e a volte sacrificarci per qualche situazione. Ma non è questo il punto. Nietzsche in realtà vuole stigmatizzare lo spirito di dipendenza e di sottomissione, la paura di vivere liberi e fieri. Tutto questo si riassume nella figura emblematica del cammello che è la prima metamorfosi.
-Però il cammello è un animale buono, paziente, affidabile…
-Sì, lo riconosciamo, ma noi vogliamo che anche lui un giorno possa liberare la sua anima prigioniera. Non ci piace vivere in un mondo di schiavi, perché se qualcuno è ridotto a schiavo ci sentiamo anche noi oppressi e sconfitti.
-Quindi, perché il cammello possa emanciparsi deve trasmutarsi e diventare un leone…
-Questa è in effetti la seconda metamorfosi. Secondo Nietzsche il leone rappresenta il futuro. Mosso da un’incrollabile brama di libertà trova nel motto “io voglio” la sua vera essenza. È la figura del ribelle che vive fiero e indipendente, in un indomabile spirito di libertà.
-L’immagine tradizionale del leone è quella della forza e dell’orgoglio, quella del dominatore del territorio che non teme nessuno e non si arrende mai… l’opposto del cammello, direi… A volte anche noi siamo dei leoni e tiriamo fuori insperate energie…
-Accade quando siamo capaci di dire di no, assumendoci tutte le responsabilità e le conseguenze del gesto. Succede quando vogliamo liberarci da vincoli e prigionie, quando vogliamo fare piazza pulita del passato per immaginare un nuovo futuro. È quando rivendichiamo la nostra dignità di esseri umani, quando ci ribelliamo ad ogni schiavitù, nostra o degli altri.
-È una scelta di vita che però ha i suoi rischi…
-La libertà comporta sempre dei rischi, laggiù ci aspetta l’ignoto e le cose possono anche andare storte, si possono creare conflitti di volontà per una fierezza che diventa orgoglio smisurato, senso di onnipotenza.
-Dunque il cammello e il leone sono due polarità estreme, due possibilità esistenziali completamente differenti, una rivolta al passato, l’altra al futuro.
-Sì, ma Nietzsche preferisce la figura del leone perché è dinamica, forte e volitiva, è capace di spazzare via tutto il ciarpame del passato con un gesto imperioso. È la vita dell’uomo che non sopporta le ipocrisie e agisce senza paura. Risoluto e incurante delle regole della tradizione l’uomo-leone disprezza i deboli che chinano sempre il capo.
-Ma questa non è l’ultima metamorfosi, c’è ancora quella del fanciullo, la più intrigante e direi la più difficile da capire… Perché essere un leone non basta?
-Nella metafora nicciana il leone è capace di distruggere il passato e guardare al futuro, ma non sa costruire nel presente, manca di quell’immaginazione che permette di edificare il nuovo, manca di quella forza creativa che è solo di un essere nello stato primigenio. È dunque il fanciullo ad incarnare la figura dell’uomo che vive totalmente nel presente e costruisce il mondo con la sua fantasia.
-Come terza metamorfosi mi aspettavo l’avvento dell’Oltreuomo…
-È proprio questo l’Oltreuomo, l’uomo che è andato oltre se stesso. Il fanciullo è un sacro dire di sì, un sì alla vita e a tutto quello che offre, al di là del bene e del male. Il fanciullo non si preoccupa di distruggere le regole come fa il leone perché non le conosce, viene prima di ogni norma, prima di ogni considerazione e obbligo sociale, prima di ogni vincolo materiale o morale. Da qui la sua innocenza e il suo fascino.
-Il fanciullo è anche gioco e immaginazione, tutti noi lo sappiamo perché l’abbiamo vissuto, abbiamo costruito castelli sulla sabbia…
-Sì, il bambino è un piccolo dio che crea. Il gioco è creazione della vita e di modi di esistenza, è apertura al nuovo, è assoluta fiducia in ciò che è. È un inizio, è invenzione, è utopia, ma rimane sempre ancorato al presente, all’istante, perché solo questo momento per lui esiste. Guarda i bambini come sono concentrati in quello che fanno, nell’attimo assoluto del vivere. Nel fanciullo non troviamo la sottomissione triste del cammello né il velleitarismo esasperato del leone, troviamo invece la gioia e la purezza di un’anima libera che vive la vita mentre la sta modellando con la sua potenza creativa. Questo secondo Nietzsche è la vetta più alta che lo spirito umano può raggiungere nel suo cammino in questo mondo.
-Sento dire spesso che dovremmo essere capaci di tornare ad essere come dei bambini…
-Sappiamo che diversi testi sacri e poetici usano questa metafora. Ma naturalmente non si intende il ritornare ad un modo di vivere infantile. Anche per Nietzsche l’immagine dell’uomo-fanciullo non è quello di un bambino inconsapevole, ma quello di un uomo che, giunto al più alto vertice della coscienza umana, sa conservare l’autenticità, la purezza e la voglia di vivere ed esplorare che è del bambino.
-Certo, una meta affascinante, ma per ora sono attratto di più dalla figura del leone, dalla sua forza e dal suo coraggio impavido…
-La forza del fanciullo è di un tipo superiore, è una forza spirituale, interiore, quella che nasce dalla purezza dell’intento, da una mente sgombra del passato e libera dalle insidie dell’ego. Non è la libertà di chi recalcitra, si oppone e lotta contro le regole o gli altri, ma la libertà che non conosce il bene e il male e quindi è sempre fresca, spontanea, totalmente aperta alla vita.
-Volevo chiederti se le tre metamorfosi di Nietzsche ti convincono…
-Quella di Nietzsche è una pagina affascinante, piena di suggestioni e intuizioni preziose. Ma visto che stiamo giocando anche noi con il pensiero filosofico, che ne dici di proporre una “quarta metamorfosi” che troviamo nelle filosofie dell’Oriente?
-Interessante, qual è allora la prossima figura?
-Nessuna figura, la quarta metamorfosi è il passaggio dalla forma alla non-forma. È uno stato dell’essere ineffabile e indescrivibile, è quando la forma si dissolve e rimane solo una pura coscienza senza qualità, oltre ogni definizione e caratteristica. È Turiya, il “quarto stato” di colui che è andato definitivamente oltre il relativo e sperimenta la verità ultima dell’assoluto.
-E le prime tre metamorfosi che fine fanno?
-Sono superate e assorbite nel quarto stato dell’essere. Ogni forma è sempre per definizione limitata, ha precise caratteristiche che diventano vincoli e barriere insuperabili. Il cammello e il leone sono vecchie pelli ormai abbandonate, il fanciullo è cresciuto e sperimenta una libertà piena e consapevole. Solo trascendendo ogni limitazione la coscienza si fa pura e incondizionata e la vita può diventare libera creazione.
17 giugno 2024

182 La Prima Causa

Non è nulla di ciò che noi o qualche altro degli esseri conosce,
e non è nessuna delle cose che non sono e delle cose che sono;
né gli esseri la conoscono secondo ciò che ella è,
né Ella conosce gli esseri nel modo in cui essi esistono.

(Dionysios)

La Prima Causa di tutto non è conoscibile,
nessun termine o concetto può definirla,
nessun attributo, sia esso positivo o negativo.
Ogni affermazione implica una negazione:
se diciamo che il Primo Principio è luce
subito è richiamato il concetto di oscurità,
se diciamo dell’Uno che è vita nell’eternità
subito sono contemplati la morte e il tempo.
L’Essere perfetto è al di là di tutti gli opposti,
al di sopra di tutte le cose che sono e non sono.
Possiamo vedere un oggetto illuminato,
ma non conoscere la Luce nella sua essenza.
Possiamo vedere ovunque la Prima Causa
sempre in atto nella sua manifestazione,
ma non conoscere quel Primo Principio
che elude ogni movimento del pensiero.
Secondo Dionigi il vero Essere è ineffabile,
la povertà e la limitatezza del linguaggio
ci impediscono di rapirlo nel concetto,
resta solo la possibilità di accennare,
lasciando all’intuizione dello spirito
il presentimento della Trascendenza.

Ma se noi non possiamo attingere all’Uno,
l’Assoluto non può conoscere il relativo.
Il Tutto non può confinarsi in una sua parte
restringendosi in un particolare limitato,
riducendo il suo essere allo spazio-tempo
o a una forma-pensiero condizionata.
La Prima Causa è pura coscienza di sé,
inconsapevole di ciò che da essa procede.
Da essa tutto scaturisce senza un perché,
come manifestazione di una Fonte eterna,
Causa Prima che origina senza intento,
Primo Immobile che nulla sa del mondo,
nulla sa del suo essere causa dell’infinito.

Ma ciò significa che ogni ente dell’universo
vive di una sua propria inviolabile libertà,
una libertà nel relativo, nel non-permanente,
illusoria come lo è il mondo del divenire,
ma concreta, reale per l’essere che la vive.
Nella necessità dell’Uno che non trascorre
si manifesta e vive la libertà dei Molti,
una libertà che però ha il suo prezzo:
ogni azione, ogni sentimento e pensiero
avrà conseguenze, nel bene e nel male,
la volontà del singolo traccerà la direzione.

Per l’ascesa al divino l’uomo ha due strade,
la via dell’affermazione o della negazione.
La via negativa è la più diretta all’Assoluto:
la sottrazione di ogni attributo dell’Uno
porta l’anima a ritirarsi sola nel silenzio,
nella contemplazione del Principio ineffabile.
Non sarà mai conoscenza della Prima Causa,
perché il Limite non può concepire l’Illimitato,
ma slancio di uno spirito affamato del Vero
che nel trascendimento di sé stesso
vuole intravedere un barlume di Quello.
Dionigi ci offre la sua “teologia negativa”
come via di liberazione e illuminazione,
ma ci ricorda altresì con parole potenti
il confine invalicabile tra uomo e Trascendente:
Se uno, avendo visto Dio,
ha capito ciò che ha visto,
non ha visto Dio…

21 giugno 2024

183 Gli allegri paperi sono tornati
Gli allegri paperi sono tornati ad allietare le nostre giornate.
Da tempo li aspettavamo per apprezzarne la compagnia.
Ma oggi si offre un inopinato, sconcertante spettacolo,
i paperi sono impegnati ciascuno in una performance:
il primo saltella su una zampa, il secondo intona uno yodel,
il terzo dipinge con il becco, il quarto si rotola nel fango,
il quinto sventola bandierine, il sesto siede in posizione di loto,
il settimo e l’ottavo raccontano barzellette da taverna,
il nono e il decimo fingono di darsele di santa ragione…
E appena finito, firmano autografi a una folla plaudente!
Cosa mai è successo? I paperi sono cambiati, irriconoscibili.
Perché tutto questo attivismo, questa smania di apparire?
La risposta è semplice: i palmipedi hanno imparato dagli umani,
frequentando la società degli uomini e studiando i loro gesti
si sono trasformati, hanno perso la loro naturale simpatia,
diventando degli astuti, egoisti, goffi e cinici pennuti.
E non bastano le loro esibizioni ad occultare la tragedia:
diventando ridicoli replicanti dell’uomo si sono snaturati,
hanno perso la grazia che il loro istinto magicamente donava.
Nel tentativo di essere altro da ciò che sono si sono smarriti,
hanno imparato tutte le ipocrisie e gli inganni del mondo,
hanno tradito se stessi dimenticando la propria bellezza,
allontanandosi da quell’Eden senza macchia che li ospitava.
La loro innocenza, la spontaneità, la loro innata eleganza
erano il dono che offrivano agli altri semplicemente vivendo.
Dopo essere stati per qualche tempo a contatto con gli uomini
hanno imparato il piacere del successo e della fama,
hanno imparato a fingere, perdendo la fiducia in se stessi,
abbandonando il loro cuore di piume e la gioia di esistere.

È ciò che accade a tutti noi uomini nel processo di crescita:
la gioia e la purezza dell’infanzia devono incontrare il mondo,
il bambino deve lasciare il suo Eden per l’autocoscienza,
deve diventare uomo, secondo l’ordine naturale delle cose.
Accade poi che da adulto debba inserirsi negli schemi sociali,
sviluppando l’intelletto e interpretando diversi ruoli e identità,
intrecciando relazioni e scambi sul palcoscenico del mondo.
E accade anche che la convenienza e il calcolo prevalgano,
che l’innocenza perduta lasci il posto alla contesa sociale,
alle basse pulsioni, alla separazione e al conflitto con gli altri.
Obliata la propria natura, la gioia infantile è dimenticata,
rimane solo qualche fugace piacere in una vita monocorde.
Si pone allora il problema di recuperare il proprio essere,
l’essenza originaria che è la cifra della propria umanità.
Come ritrovare la gioia semplice di essere ciò che si è?
Come tornare all’innocenza senza ritornare bambini?
Come ricostruire il legame con la propria vera natura?
E così si cerca un’ispirazione, un’intuizione, un’utopia…

Ma adesso, cosa accade? I paperi si sono radunati insieme.
Dopo avere incontrato un anziano e con lui a lungo parlato,
illuminati forse da una saggezza che ancora mancava,
hanno gettato via tutti i trucchi, i giochi e le maschere,
hanno chiuso per sempre il Carrozzone delle Meraviglie
congedando gli spettatori, loro sì rimasti a becco asciutto.
I paperi si sono semplicemente ricordati di essere paperi,
gli occhi si sono aperti e con essi la consapevolezza di sé.
La loro comunità ha recuperato lo spirito di un tempo
e ora sguazzano felici e starnazzanti nello stagno.
È bastato un gesto di liberazione coraggioso e radicale
per recuperare la propria dignità e l’orgoglio perduto.

Tutto nel mondo è uno specchio per la nostra coscienza.
Anche un semplice pennuto può insegnarci a vivere,
ricordandoci che tradire se stessi è il più grande delitto
e che non è necessario fare grandi cose per essere felici,
basta essere ciò che si è in accordo con la propria natura,
confidando nell’innata saggezza che da sempre ci appartiene.
22 giugno 2024

184 Come una falena sulla fiamma
D. Mi par udir cosa molto nuova: volete forse che non solo la forma dell’universo,
ma tutte quante le forme di cose naturali siano anima?
T. Sì.
D. Sono dunque tutte le cose animate?
T. Sì…
D. È comune senso che non tutte le cose vivono…
T. Il senso più comune non è il più vero. Sia pur cosa quanto piccola e minima si voglia,
ha in sé parte di sostanza spirituale… perché quello spirito si trova in tutte le cose.

(Giordano Bruno)

Le parole di Bruno sono della più alta sapienza.
Se usciamo dalla prigionia del senso comune
e ci affidiamo alla nostra intuizione interiore
riusciamo a liberarci e a contemplare il mondo
non solo con gli angusti mezzi dell’intelletto,
ma con una visione interiore che ci illumina,
uno slancio dell’anima che sa cogliere il vero
senza che un dubbio possa frenarne il volo.
Uno sguardo profondo si volge alle cose
e le scopre tutte animate e piene di vita.
La sostanza spirituale dell’inconcepibile Uno
percorre tutto il reame dell’esistente
come materia-forma che vivifica e crea,
popolando di innumerevoli esseri l’universo.
Il panteismo bruniano ci ispira e ci affascina,
è una sapienza che non conosce il tempo
e da cui possiamo imparare molte cose.
Se tutto l’universo è un solo grande Essere
ogni esistente ha un assoluto valore e dignità,
nulla è da considerarsi inferiore o indegno,
anche nel più piccolo granello dimora il divino.
Se l’universo è infinito come il Primo Principio
allora nel Tutto non c’è centro né periferia,
il grande cosmo è aperto in ogni direzione,
esclude qualsiasi confine, limite o gerarchia.
L’infinità dell’Uno come Mens super omnia
si rivela nella produzione di infiniti mondi:
la materia ha una sua vitalità intrinseca,
è la matrice divina che opera nel fenomenico
manifestandosi in tutta la sua forza creativa.
E se in tutte le cose vibra un’unica coscienza
allora ogni cosa ha una sua ragion d’essere,
in accordo con il principio dell’Uno-Sapienza
che permea tutto della sua sostanza spirituale.
Le cose che vediamo sono “ombre delle idee”,
sono il pensiero divino attuato nell’immanenza,
nei limiti della necessità dei fenomeni naturali,
non ci sono quindi sostanze ma solo apparenze,
forme mutevoli dell’unica materia vivente.
Tutte le cose del mondo sono vive e animate,
non solo le piante, gli animali e gli uomini,
pure la terra e le rocce si trasformano
anche se ciò avviene in tempi lunghissimi
ed è difficile vedere il loro movimento.
In questo cosmo vivente si compie il viaggio
che l’uomo intraprende per esplorare l’infinito.
E l’ultima comprensione per Bruno decisiva:
se come ogni cosa noi siamo l’infinito-Uno
per trovarlo non dobbiamo andare altrove,
basta cercare e scavare dentro noi stessi,
nel nostro spazio più intimo Esso è presente.
È poi lo slancio d’amore dell’Eros filosofico
a condurci nell’ultimo tratto del cammino:
nel sacro fuoco della passione amorosa
bruciamo come una falena sulla fiamma,
ogni tratto dell’individualità si dissolve,
rimane solo Quello, l’Uno-Tutto Inviolato,
l’Innominabile Perfetto, Luce di Luce.
24 giugno 2024

185 La musica racconta il mondo
-Quando ascolto un brano musicale nella mia mente si formano vivide immagini e le sensazioni si aprono a una dimensione meditativa…
-Ascoltare un brano musicale può essere sì una meditazione, se siamo capaci di entrare con tutto noi stessi in quel misterioso mondo di suoni.
-È come assistere a scene di vita, a una rappresentazione tra il reale e il fantastico…
-La musica ci racconta il mondo. Non c’è più grande metafora dell’umano vivere in ogni suo aspetto. Avrai notato che nella musica ci sono armonie e disarmonie, contrasti ritmici e melodici, proprio come nella vita dove si alternano luce e buio, gioie e affanni.
-È vero e forse nessun altro linguaggio è così efficace nel descrivere il nostro mondo. Stavo ascoltando il Secondo movimento della Nona Sinfonia di Beethoven: il travaglio interiore dell’uomo e le sue passioni sono narrate in un crescendo e in un gioco di chiaroscuri che lasciano senza fiato…
-Se la musica vuole raccontare il mondo ci devono essere tutti gli ingredienti della vita, le contraddizioni e le riconciliazioni, il pathos e la quiete, il dolore e la redenzione. Beethoven crea disarmonie e dissonanze per raggiungere un’armonia più alta e complessa. Le sue note cercano strade impervie per aprire a nuove esperienze e sfide. Quanto più la vicenda narrata è complicata e piena di contrasti, tanto più la musica si fa interessante e coinvolgente. Come accade nella vita.
-Ma alla fine tutti i drammi vengono superati e l’armonia è ristabilita…
-Il linguaggio musicale cerca sempre di uscire dagli schemi, vuole rompere gli equilibri per ricrearne di nuovi, a un livello superiore. Nel caso del Secondo movimento di Beethoven l’incipit melodico si sviluppa e si espande come un essere vivente, la complessità ritmica e la varietà armonica raccontano le più profonde dimensioni dell’umano. È vita in atto che anche noi sentiamo sulla nostra pelle. E quando alla fine, dopo un accidentato percorso, l’equilibrio si ristabilisce il Caos è ridiventato Cosmo, non però quello ingenuo e semplice dell’inizio, ma quello carico di esperienze vissute, conquistato attraverso il dramma, la tragedia e infine la riconquista della pace.
-Non pensavo che la musica potesse insegnarci tante cose!
-Potremmo dire che la musica ci insegna a vivere musicalmente. Noi tutti cerchiamo l’equilibrio, la serenità e un’armonia superiore, li intravediamo grazie a quest’arte meravigliosa, spesso unita a poesia e danza, un vero dono delle Muse.
-Forse per questo mi piace la musica, sento che mi aiuta a trovare un equilibrio…
-La musica ci insegna che l’equilibrio non può essere indotto dall’esterno. Il brano musicale deve trovare un bilanciamento al suo interno, contando sulle sue risorse, giocando con i suoi elementi e sviluppando le potenzialità latenti. Così anche noi nella vita dobbiamo trovare la giusta armonia con un continuo, profondo lavoro interiore.
-Amo molto anche la musica jazz. Ascoltavo ieri un brano di be-bop con Charlie Parker e Dizzy Gillespie, un incredibile ed entusiasmante profluvio di note con ritmi vertiginosi, armonie complesse, dissonanze…
-È un linguaggio musicale moderno che ci dà un’altra intuizione importante: se ci fermiamo alla prima dissonanza perché temiamo ciò che non rientra negli schemi armonici del passato il nostro gusto musicale rimane povero e noi rinunciamo a una possibilità di espressione nuova e originale. Così è anche nella vita, se rifuggiamo dai contrasti e dai problemi per aggrapparci a ciò che conosciamo per avere sicurezza la nostra vita si impoverisce.
-…E di solito succede che i problemi ci saltano addosso comunque…
-Sì, si tratta quindi di scegliere tra una vita tiepida e segnata dal timore e una vita coraggiosa che non fugge via dai contrasti. Alla fine dovremmo dire: affrontiamo quello che si presenta e vediamo che succede…
-E se i contrasti e le disarmonie non si risolvono?
-Allora, se possiamo, cambiamo lo spartito e suoniamo un’altra musica. Se ad esempio la relazione con una persona proprio non funziona è inutile continuare a farsi del male. È meglio chiudere e volgersi da qualche altra parte. Il mondo è incredibilmente grande e vario, c’è posto per tutti. Le possibilità di variazioni musicali sul tema sono infinite.
-Mi chiedo spesso se quello che “leggo” in un brano musicale è solo una mia invenzione, una mia fantasticheria. Magari l’artista nel comporre aveva tutt’altra idea e intenzione…
-Può essere benissimo così. Spesso non sappiamo cosa l’artista volesse esprimere. Ma non importa, conta quello che noi sentiamo in quella musica, quale viaggio ci fa fare dentro, quale idea di mondo ci suggerisce, che cosa ci insegna, anche al di là delle intenzioni dell’autore. Molti musicisti rimangono stupiti e divertiti dalle recensioni delle loro opere: non pensavano di averci messo tutti quei significati che gli altri trovano!
-Mi piace molto l’improvvisazione dal vivo. Mi sembra che lì ogni musicista possa esprimere il meglio di sé, è musica che nasce nel momento, fresca, originale, imprevedibile…
-Sono d’accordo, con buona pace di Beethoven che non prevede l’improvvisazione nelle sue sinfonie, ma è comunque un gigante! Nell’improvvisare si inventa sul momento, si parte dall’esperienza ma cercando la frase, il riff melodico, lo spunto originale che rendano quel momento pura creazione in atto. La vita, se ci pensi, è proprio questo, anche noi scriviamo in ogni momento il nostro spartito musicale, a volte più a volte meno riuscito.
-Mi piace l’idea di fare della propria vita un’opera musicale, come artisti del vivere…
-Questo è il compito più importante per noi. Musica non è solamente la ricerca del piacere e della bellezza, è anche ricerca di una verità che si esprime nei suoni e che non necessita di filtri razionali per raggiungerci. I suoni agiscono su di noi e ci trasformano, se siamo pronti ad accoglierli e siamo sensibili alla loro magia. In questo senso la musica è meditazione, riflessione profonda, visione. È una linfa che sgorga dalla misteriosa sorgente della vita a nutrire il nostro spirito. È l’arte sublime che più si avvicina al nostro vivere e sa raccontarlo in tutte le sue espressioni, con i colori dei suoni, con i timbri degli strumenti, con la bellezza delle voci, con le armonie e le dissonanze, con le pause e i silenzi. La musica è il linguaggio dell’anima.
25 giugno 2024

186 La visione della bellezza
Fu posando gli occhi sui colori del mondo
che scoprì per la prima volta la bellezza.
La grande pianura si offriva allo sguardo
sfumando nel folto dei boschi sui declivi
mentre un cielo di un intenso azzurro
rifiniva il quadro di un eden vivente.
E là, in mezzo al verde più tenero,
una fantasmagoria di fiori e di colori
che si offrivano come dono e sacrificio
agli occhi di un risvegliato sentimento.
Tutto sembrava vibrante e trasfigurato,
ogni cosa si mostrava in una nuova luce,
carica di un significato prima sfuggito,
rivelando la propria anima nascosta.
In quella visione si dileguava ogni parola.

Tante volte aveva visto quello scenario,
ma gli assilli del mondo lo avevano distratto
velando la visione della mente e del cuore.
Ma quel giorno lo sguardo era innocente,
la percezione si era fatta acuta e limpida,
non segnata dalla brama o dal bisogno,
non assoggettata al rapinoso sentimento
che solo nell’utile trova lo scopo di esistere.
E la bellezza apparve come una rivelazione.
Si può riconoscere il bello solo nella libertà,
quando per un attimo si sciolgono le catene
e non più avvinto alla pressione dei desideri
l’animo è imperturbato e libero nel sentire.
Allora si produce il miracolo della bellezza
e una nuova possibilità si apre all’umano:
contemplare la forma delle cose nel mondo,
ammirandone l’armonia e la proporzione,
la composta misura, la grazia e la leggiadria,
le qualità che destano il piacere dei sensi.

E dopo aver frequentato le vie del mondo
e avere assaporato a lungo le sue delizie
apparve all’uomo un altro tipo di bellezza
che solo un animo sensibile può cogliere.
L’occhio pago di aver conosciuto la forma
scopriva la sottile bellezza della non-forma,
là dove non operano i sensi nella dualità
e svanisce ogni separazione dall’oggetto,
dove restano solo l’unità e la completezza
e lo splendore sublime di una luce incorporea.
Il bello che prima era visto fuori nel mondo
ora era compreso come un riflesso di sé.
Quando il bello va al di là del conosciuto
l’uomo si libra sulle ali dell’intuizione
a esplorare ciò che i sensi non vedono
fino a farsi uno con la bellezza stessa.
12 luglio 2024

187 L’intervallo
Nell’intervallo tra essere e dover essere
si cela tutta la miseria dell’umano.
L’essere è la nostra natura più vera,
la realtà della nostra essenza primigenia,
ma non c’è bisogno che essa sia realizzata,
non deve essere raggiunta in un altrove,
perché è da sempre già viva e presente,
così vicina da sfuggire allo sguardo,
così luminosa da abbagliare la mente
-la realtà di noi ultima, vera e insondabile.
Nell’intervallo tra essere e dover essere
domina la forza irresistibile del desiderio.
Nulla può rimanere mai quello che è
nel mondo tumultuoso del divenire,
tutto appare in costante cambiamento.
Il fiume scende impetuoso a valle
spinto dalla gravità che cerca il basso,
inesorabile voglia di vita che arde di sé
nella frenesia dell’attesa di un dopo.
Le cose del mondo si trasformano,
ma non possono vedere e non sanno
del loro mutare nel reame dell’apparenza,
vivono l’istante nel cieco desiderio,
trascinate qua e là dalla corrente,
in un’inconsapevole dimenticanza,
senza memoria, rimpianto o pena.
Ma l’essere umano è lo strano ente
che sa e può pensare il suo esistere.
In quella coscienza sorge la mente
e con essa lo sdoppiarsi della realtà
in un inarrestabile gioco di opposti.
Da lì lo scarto tra essere e dover essere
che diventa per l’uomo fonte di angustia.
Il desiderio adesso non è solo istinto,
diventa una propria scelta consapevole
che porta con sé il carico del dubbio
e il senso di una penosa mancanza
e il dolore di una volontà frustrata
e il tormento della sete non placata
o l’effimera gioia che presto svanisce
lasciando cenere là dove era piacere.
Riposare nel proprio essere primevo
è la fine di tutti i giochi del desiderio,
visto ormai come tensione e conflitto,
svelato come essenza del divenire.
Quando l’uomo dimentica il suo essere
e si lascia ammaliare dal transeunte
vive nel divario tra il presente e il futuro,
tra ciò che è e ciò che è immaginato,
abita un luogo illusorio di finzioni,
il mondo dell’apparire e della irrealtà.
Con il tormento del desiderio cosciente
la vita diventa ciò che deve ancora venire,
mentre l’essere si oscura e rimane obliato.
Vivere nel futuro è vivere nell’illusione,
è non accettare la realtà di quello che si è,
è aspettare invano ciò che dovrà arrivare,
vivendo nel sogno che distoglie dall’ora.
Nell’intervallo tra l’essere il dover essere
la vita umana cade nell’inconsapevolezza.
Non puoi riconoscere ciò che sei da sempre
se pensi di dover ancora diventare te stesso.
1 novembre 2024

188 Oltre l’uomo-macchina
Finché vivi come una macchina
non sei ancora diventato un uomo.
Trascinato dalle abitudini di vita,
condizionato dai pensieri ripetitivi,
costretto da impulsi, brame e bisogni
come umano ti riduci a meccanismo,
a funzionare come una rotella dentata
nella matrix sociale che tutto pervade.
Finché non vedi di essere una macchina,
finché non lo hai davvero compreso,
non hai ancora scoperto chi sei in verità.
Fai parte di una grande scena teatrale
di cui altri hanno scritto il copione,
inconsapevole pedina di quel gioco,
ingenuo interprete di un canovaccio
dove il finale della vicenda è la morte,
la fine di una triste storia senza storia.
Se non ti accorgi di vivere una non-vita,
ghermito dal meccanismo del sistema,
non puoi aspirare a una vera libertà.
Lo schiavo può sognare di essere libero
o sperare che lo diventerà un domani,
ma se non sa come spezzare i ceppi
il suo rimane un pensiero consolatorio,
un inganno e la condanna più atroce.
Tu nasci come essere umano potenziale,
con la possibilità di realizzarti in essenza,
ma questo non basta per diventare uomo,
serve un cammino lungo e appassionato,
un arduo percorso nel labirinto sociale.
La prima necessità è la difesa del corpo,
segue lo sviluppo di una mente razionale
per l’acquisizione di conoscenze e capacità
e l’inserimento nella vita della collettività.
Quindi le scienze, le morali e religioni,
lo studio di arti, metodi e sistemi di pensiero
per la struttura di una società complessa
che richiede disciplina e specializzazione.
È un processo necessario e obbligato,
ma per diventare te stesso non basta.
Rimanere al livello del corpo e della mente
è vivere una vita limitata e meccanica,
quella di un essere umano incompiuto
che resta una promessa mancata.
Devi fare il salto in una nuova dimensione,
risvegliarti a una nuova consapevolezza,
solo così puoi trascendere la meccanicità.
Se capisci di vivere come una macchina
hai già fatto il primo passo fuori dal gioco.
La coscienza non è mai un fatto meccanico,
svincolata dalla materialità e dal bisogno
ti può illuminare con uno sguardo profondo
a demolire le maschere dei ruoli sociali,
svelando gli automatismi inconsapevoli,
dissolvendo sogni, inganni e illusioni,
restituendoti al tuo essere autentico.
Non c’è nulla di male nelle macchine
se rimangono al servizio dell’umano,
ma se l’uomo vive come una macchina
si degrada e viene meno al suo compito:
diventare l’essere che conosce la libertà.
Per dare dignità e gloria alla tua esistenza
devi volgere la coscienza a te stesso:
indaga con costante attenzione chi sei;
osserva tutto quello che fai, senti e pensi;
riconosci ciò che non è una tua scelta
ma solo frutto di abitudini e condizionamenti;
prendi le distanze da ciò che non approvi
anche se devi navigare controcorrente;
rimani comprensivo e umano nel gioco sociale;
vivi da individuo sveglio e autonomo,
sarà il miglior contributo alla società
e l’azione appropriata seguirà da sé…
Non c’è bisogno di spiegare oltre,
le parole possono solo indicare e invitare,
tocca poi a ciascuno intraprendere il cammino.
E non fare di queste parole un comandamento,
tieniti sempre saldo nella tua consapevolezza,
essa è già tutto quello che serve per vivere,
è la fonte di ogni reale vera comprensione,
è il principio di libertà che illumina e trasforma
e fa sì che l’essere incompiuto diventi uomo.
4 novembre 2024

189 Il passato non è mai un problema
-Si dice che siamo noi stessi a creare i nostri problemi. Sei d’accordo con questa affermazione?
-Sì, ma in un modo particolare, per cui vanno chiarite alcune cose. Cominciamo col dire che un “problema” lo puoi creare solo riferendolo al passato, altrimenti ci sono solo situazioni di vita da affrontare nel presente. I nostri cosiddetti “problemi personali” sono sempre collegati al passato, mentre nell’adesso c’è solo ciò che si pone come una situazione, un fatto che richiede una risposta e un agire.
-Non è giusto andare a cercare nel passato l’origine dei nostri problemi per risolverli? La psicoanalisi e le psicologie in genere affermano con forza che questa è la strada da seguire.
-Sì, possiamo esplorare problemi risalenti a tempi trascorsi, all’infanzia, alle esperienze vissute. Puoi riflettere su un problema, ricercarne le cause, la genesi, per cercare di sradicarlo dalla mente come una pianta infestante. È la via dell’analisi che si volge al passato, ai ricordi, alla tua storia personale. In parte può essere d’aiuto, ma non è la vera soluzione.
-Se non si torna al passato, a quello che siamo stati e a quello che abbiamo vissuto, come ci muoviamo?
-Dobbiamo innanzitutto comprendere che ogni problema si intreccia con infiniti altri, in una catena senza fine. Un episodio ne richiama un altro, cause ed effetti si moltiplicano in mille direzioni. È un labirinto da cui non uscirai mai, se vuoi esplorare un problema nei dettagli ne vedrai spuntare infiniti, rimarrai intrappolato in un dedalo inestricabile.
-In effetti devo confessare che spesso mi capita: quanto più cerco di analizzare un problema tanto più questo sembra ingarbugliarsi, perché vengono fuori mille risvolti, sfaccettature, collegamenti con altre situazioni. Più provo a sciogliere i miei problemi, più sono nei guai, mi ritrovo sempre al punto di partenza…
-Sei acuto nelle tue osservazioni. In effetti è così che si comincia a studiare le cose, guardando con onestà e senza pregiudizi ciò che accade, per vedere se il nostro approccio alle cose funziona o no.
-Quindi guardare al passato è una falsa via di uscita, dobbiamo rassegnarci e tenerci in eterno i nostri bei problemi…
-No, possiamo partire da questo fatto irrefutabile: il passato è passato, è una cosa morta, andata, finita. È impossibile tornarci e farci qualcosa, non ha più alcuna realtà, è solo una pallida memoria, un fantasma che ci segue come un’ombra.
-È quindi questa la fonte dell’errore?
-Osserva bene. Di ciò che è stato rimane solo un ricordo incerto e frammentario e perlopiù distorto. Non puoi tornare indietro a riparare o modificare le cose avvenute, se ci provi vivi solo frustrazione e senso di impotenza. Quando ti rendi che non ci puoi fare più niente, rimani deluso e amareggiato, puoi solo rimpiangere, interpretare, ripercorrere il passato con mestizia. L’errore è proprio nel fatto di identificarsi con il proprio passato, di convincersi -nel presente- di essere il risultato di ciò che è stato.
-Ma in fondo non facciamo così?
-Certo, lo facciamo tutti ed è proprio questo l’unico, reale problema, il fatto che poi diventiamo sempre quello che pensiamo di essere. Se pensi di essere un individuo pieno di problemi come risultante del tuo passato, alla fine quello diventerai. In realtà tu rinasci ogni momento, sei sempre nuovo, non sei mai l’individuo di ieri o di dieci anni fa.
-Come dire che l’uomo di ieri è morto col suo passato?
-Sì, quindi a che pro trascinarsi dietro una zavorra di ricordi di un tempo che fu? Quelli lasciali nel museo della tua memoria, come anticaglie inutili e impolverate, da rivisitare ogni tanto.
-Dunque, se ho capito, non devi pensare, o peggio sentire, di essere i tuoi problemi. Devi vivere nel qui-ora e da lì partire per l’azione. Però non è facile rinunciare all’idea che analizzare il passato sia utile per comprendere le cause dei problemi personali…
-Allora metti alla prova quel metodo e vedrai: la via del sezionare, esaminare, scandagliare il proprio passato non risolve mai i problemi. Finisci solo per nutrirli, accrescerli, drammatizzarli, ne fai la causa di tutti i tuoi difetti, mancanze, negatività e desideri frustrati. Questo ti impedisce di vedere cosa sei ora e quali sono le tue potenzialità. Non sentirti mai condannato dal passato a una vita grama e infelice, è ciò che accade quando ti identifichi col “problema” e cerchi di attaccarlo nel modo sbagliato. Ci può essere una situazione difficile e drammatica che stai vivendo nel presente, ma devi vederla come un fatto da affrontare con mente libera e coscienza vigile. Lascia andare il passato con tutti i suoi drammi, non stare lì a piangere, non perderci tempo, lascia ciò che è morto a se stesso.
-Allora qual è la chiave per venirne fuori? Una volta capito che quella via non funziona, cosa fare dopo?
-La via da percorrere è sempre la più semplice: diventare consapevoli. Rimani nella tua consapevolezza e guarda cosa succede. Non identificarti con i problemi del passato, guardali con distacco, sono solo ectoplasmi, liberatene subito, ora. È vero che essi sono nella memoria e ci condizionano, ma solo a livello della mente. Non credere di essere la tua mente, tu sei coscienza libera e pura. La consapevolezza rimane sempre fresca e incontaminata ed è la parte di noi più vera, reale, inviolabile. Quando sei stabile nella tua coscienza vedi i problemi dall’alto, da una prospettiva più ampia, allora è facile capire la loro inconsistenza e la futilità del tentativo di andare a risolverli uno per uno. Si può solo spazzarli via tutti con un gesto radicale, vedendo che sono solo una costruzione fittizia, proiezioni della mente, una zavorra inutile che ti trattiene in basso, invischiato nel pantano.
-Quindi la comprensione deve avvenire tutta d’un colpo?
-I problemi devono cadere alla fine tutti insieme, come un castello di carte, alla luce della consapevolezza, come quando ti rendi conto che ciò che vedevi era solo un sogno o un miraggio. Tu sei reale solo nel presente, quindi cosa puoi fare del passato se non lasciarlo andare e svanire? Però non ti puoi disfare di quei problemi con la stessa mente che li ha creati, il pensiero è sempre rivolto al passato o al futuro, mentre tu esisti nel presente, solo nell’adesso puoi veramente agire, con la coscienza chiarificatrice che è ora.
-Ma se anche non la chiamiamo più “problema” rimarrà sempre una qualche situazione che sarà estrema, irrisolvibile, come la morte…
-Certo e noi affronteremo anche quella, comunque sia. Se non è un problema ma solo una situazione presente da affrontare, cosa possiamo fare se non cercare di comprenderla e agire nel modo che riteniamo appropriato, illuminati dalla nostra consapevolezza?
-Mi chiedo se gli uomini possano vivere davvero senza problemi, perché a volte ho l’impressione che in fondo non possano farne a meno, che li coltivino per sentirsi vivi…
-Hai ragione, per la maggioranza delle persone è così. I problemi sono una stampella che sorregge il loro vivere minato dall’insignificanza. Col distacco della consapevolezza ti libererai dal peso di infiniti problemi e da un modo di vivere immaturo. Lascia perdere tutto questo e domandati chi sei tu. Sei il tuo carico di problemi o qualcosa che sta oltre? Se dai un calcio al tuo passato pieno di drammi, perdi qualcosa o la tua vita si fa più leggera? Una situazione può essere dolorosa, ma, priva della sofferenza psicologica che la accompagna se vista come un problema del passato, una volta osservata con distacco e compassione sarà solo ciò che accade nel momento, una sfida che l’esistenza ti pone davanti. Niente più rimpianti, lamentele, rabbia, angosce, malinconie, risentimenti, pensieri di autocommiserazione. Sarai un essere umano sano e autentico, non malato del passato, ma vivo nel presente.
-In questo momento da dove posso cominciare il mio cammino?
-Qual è un problema che sei convinto di avere come persona?
-Sono sempre stato troppo timido nei rapporti con gli altri. E la causa forse…
-Lascia stare le cause, non ci interessano e non contano. E guarda: il fatto che sei consapevole di ciò, il fatto che puoi prenderne le distanze, vuol dire che già non sei più identificato con la tua timidezza, hai fatto il primo passo al di là di essa, per liberartene. Lavora su questo “problema” osservandoti con costanza e vedrai, in breve tempo lo vedrai dissolversi. La timidezza rimarrà una situazione che sarà solo un aspetto, magari il più intrigante e il più bello, del tuo modo di essere. Non ci sarà però sofferenza, accettandoti per come sei vivrai in pace. Accadrà che la timidezza sarà il tuo dono prezioso al mondo.
-In effetti, a ben vedere, cosa c’è di male nell’essere timidi? Perché non posso essere come sono? E poi, se vedo la mia timidezza vuol dire che ne ho già preso le distanze. Prima ero timido, ora lo sono ancora, ma me ne importa qualcosa? L’unico vero problema è che scioccamente me ne facevo un problema…
-(ridendo) Ti vedo già sulla via della guarigione… Poi, quando con la pratica la tua consapevolezza si sarà rinforzata, potrai fare la stessa cosa con gli altri tuoi problemi. Un giorno li prenderai tutti insieme e li butterai nel fosso… e passerai oltre, camminando col sorriso di un cuore lieve.
5 novembre 2024

190 Siamo quello che non muta
In un mondo dove tutto si trasforma
anche noi siamo in costante cambiamento.
I pensieri e le azioni si susseguono
in una lunga catena senza fine,
le emozioni e i sentimenti si alternano
in un incessante girotondo interiore.
Gli esseri umani sono un flusso,
non una realtà statica e definita,
vivono il momento creando se stessi,
modellando e mutando la propria identità.
Ma la realtà dell’uomo è duplice:
da una parte la continua metamorfosi,
l’aspetto diveniente della personalità;
dall’altra un’essenza permanente,
una coscienza che rimane stabile
e non soggiace alla legge del tempo.
C’è in noi un nucleo che non muta
e rimane sempre identico a se stesso
in mezzo al vorticoso cambiamento,
nel fiume delle azioni e dei pensieri.
Siamo un incomprensibile paradosso,
una realtà che vive in due dimensioni,
sempre in bilico tra il divenire e l’essere.
È quello che rende l’uomo speciale,
imprevedibile, sfuggente ed enigmatico,
non riducibile ai calcoli della logica.
Da qui gli inestricabili problemi e i dubbi
quando vogliamo esprimerci sull’umano:
Si può davvero giudicare una persona?
Quale verità si può scoprire di un uomo?
E da quale punto dobbiamo cominciare?
Cosa rappresenta la nostra vera identità?
Possiamo guardare le azioni compiute
e giudicare un uomo dal loro risultato,
ma nulla sappiamo delle vere intenzioni,
vediamo dell’altro solo l’aspetto esteriore,
la realtà interiore rimane inaccessibile.
Azioni ispirate dai propositi più elevati
spesso producono risultati disastrosi,
azioni spinte da motivazioni egoistiche
possono produrre risultati esaltanti.
Finché noi giudicheremo dall’esterno
la persona rimarrà sempre un mistero,
potremo solo costruirne un’immagine
che non sarà mai la sua ultima verità.
Ma l’essere umano ha una vita interiore,
una realtà profonda e incontaminata,
un suo centro inalterabile: la coscienza.
Quando volgiamo ad essa lo sguardo
entriamo in sintonia con le persone
su un piano che non è più del divenire.
Le diversità esteriori allora non contano,
lo sguardo che va oltre la superficie
percepisce quel nucleo immortale
che è l’ultima, vera realtà di ciascuno.
L’uomo diveniente giudica il bene e il male,
è subito pronto a emettere verdetti,
si sente crociato di una giustizia terrena,
ma non vede oltre l’apparenza esteriore.
L’uomo interiore non conosce il giudizio,
non si ferma alle azioni cattive o buone,
non pronuncia mai sentenze definitive,
sa che le cose vanno, vengono e cambiano,
e così gli umani con le loro contraddizioni.
In superficie tutto è un gioco di bene e male,
in profondità tutto è immobile e perfetto,
le onde sono in incessante movimento
ma il fondo del mare è calmo e silenzioso.
Le domande sull’uomo possono avere risposta
solamente nella prospettiva dell’uomo interiore,
dove l’intelligenza si fa capacità di vedere
che punta sempre solo al cuore delle cose,
uno sguardo che si volge a ciò che non muta
e sa cogliere la verità più alta dell’umano
e osservando la purezza interiore dell’essere
riconosce la sacralità dell’intera esistenza.
7 novembre 2024

Home pag.20

sito e testi di michele losanna – michele.losanna22@gmail.com