Filosofia oltre il Confine

Per gli amanti della Filosofia


pag.18

171 La vita non si può raccontare
Dal Tao-Te-Ching di Lao Tzu:
Il Tao di cui si può parlare non è l’eterno Tao,
il nome che si può pronunciare non è l’eterno nome

Nel famoso incipit del Tao Te Ching
troviamo il paradosso di ogni verità,
la contraddizione di ogni ricercatore:
se la vita scorre libera nel momento
come rinchiuderla dentro le parole
che sono rigide e approssimative?
Vogliamo comunicare un’esperienza
per renderne partecipi gli altri,
ma alla fine ci dobbiamo arrendere:
la verità non si può catturare
né esprimere nel linguaggio umano,
perché non è idea, concetto o ragione,
non immagine, calcolo o definizione.
La verità è uno stato dell’essere,
qualcosa che può essere vissuto,
non però raccontato e trasmesso.

È ciò che accade per ogni esperienza
che vogliamo comunicare:
La vista sublime del cielo stellato
La profondità di un sentimento
Il mistero di una creazione artistica
Il colore delicato di un filo d’erba
Il volo maestoso di un pellicano
Il profumo intenso di un gelsomino
Il sapore di una memoria cara
Il calore di un’antica amicizia…
Non c’è limite ultimo per il possibile,
i colori del mondo sono infiniti,
le esperienze uniche e irripetibili.
Il pensiero logico e meccanico
non riesce a contenere la vita
che è sempre aperta, libera e folle.
L’ossessione di dare un significato
è la malattia della mente immatura.
Qual è il significato del cielo stellato?
Qual è il significato di un gelsomino?
Se cerchiamo di dare una risposta
il tentativo cade inane su se stesso.
Vivere il rapporto con una cosa
è già tutto il suo significato,
è sentire di quell’unicità l’essenza,
la bellezza e il mistero che racchiude.
Noi stessi in fondo siamo un mistero:
come spiegare la nostra esistenza?
Quale ragione può dimostrarla?
Quale parola può dire il significato?
Quale libro può darci la risposta?

Leggiamo il Tao-Te-Ching di Lao Tzu
e capiamo che qui le parole
mostrano il loro ultimo limite,
oltre quelle c’è solo il silenzio.
Un silenzio gravido di esperienze,
un vuoto interiore vivo e palpitante,
un ineffabile stato dell’essere:
questo è il canto del Realizzato,
voce senza parola e senza suono,
gesto che indica, suggerisce e invita.
26 aprile 2024

172 Il mercante nel tempio
Con quel gesto rovesciò il banco e la mia vita.
L’Uomo della Provvidenza apparve in un lampo
e nulla fu per me quello che era prima.
Gli affari nel tempio andavano a gonfie vele,
il mio banco di cambiavalute era affollato,
era frequentato da una moltitudine di persone
spinte dal bisogno o dalla brama di lucro.
Non mi ero mai domandato se fosse giusto
portare in un luogo sacro la più profana delle arti,
lo scambio di denaro per l’utile e il guadagno.
Il tempio era diventato un chiassoso mercato,
ma la consuetudine ci toglieva ogni scrupolo.
Poi comparve all’improvviso quello Sconosciuto.
Con furia rovesciò le nostre bancarelle di mercanti,
liberò gli animali in gabbia, gettò bilance e monete,
spazzò via tutto quel mondo come una tempesta.
Eravamo sorpresi e arrabbiati con lo Straniero,
il suo ci appariva un gesto violento di aggressione
nei confronti di noi onesti e incolpevoli venditori.
Ma nella confusione generale guardai quell’Uomo,
nei suoi occhi non leggevo rabbia e indignazione,
vedevo solo un sacro fuoco di passione e giustizia
esprimersi in un gesto radicale e definitivo.
Mentre la gente intorno rumoreggiava e inveiva
io guardavo le mie monete cadute sul pavimento
e per la prima volta le vidi per quello che erano:
simboli illusori di un potere e una felicità terreni,
falsi idoli di possesso del mondo materiale.
Le colonne del tempio ora mi incutevano timore,
le immagini sacre mi parlavano un’altra lingua.
Io frequentatore del tempio per i miei affari
sentivo di aver tradito la sacralità di quel luogo
prostituendo per denaro la mia fede religiosa.
Quando si è pronti tutto può cambiare in un attimo
e forse la mia coscienza era preparata al salto.
Fu la forza di quella Presenza a trasformarmi,
bastò incrociare per un attimo il Suo sguardo
per capire quello che ancora mi mancava.
Non sapevo allora che si chiamasse Gesù
quello Straniero apparso nel nostro mondo
a salvare un’umanità dimentica di sé.

Oggi comprendo che il suo fu un atto d’amore
per noi che non avremmo capito in altro modo.
In quel gesto estremo c’era un insegnamento:
Non sono le cose materiali che contano,
non il denaro, l’utile e l’interesse privato.
Siamo nel mondo per qualcosa di più alto,
per vivere in modo generoso e autentico.
Siamo anime in cammino per la salvezza,
non c’è cosa più importante di questa.
Aiutarsi a vicenda è giusto e necessario,
nessun uomo è un’isola, siamo tutti fratelli.
Dobbiamo rispettare la sacralità del tempio,
ma ricordare che anche il mondo degli uomini,
la natura e tutti gli esseri viventi del Creato
sono da venerare come un tempio sacro.

Sì, Gesù mi insegnò una cosa molto importante:
trasformare la mia esistenza in una preghiera.
Da allora entro nel tempio e prego a capo chino.
Sono ancora un mercante, ora vendo pane e farina,
la gente viene a comprarli nella piazza del paese.
Ma adesso guardo agli altri in modo nuovo,
vedo la persona prima della cosa che mi chiede.
E a volte mi capita di offrire a uno sconosciuto
ciò di cui ha bisogno, senza chiedere nulla in cambio.
Questa è per me la religione più vera e più grande,
ringrazio Gesù per questo amore che mi ha insegnato.

Se stai ascoltando le mie parole, ti prego, ricorda:
non farti ingannare dalle apparenze, vai sempre a fondo,
non fermarti al gesto esteriore, alla superficie dei fatti,
guarda sempre il fuoco interiore che li muove.
E accogli con benevolenza chiunque ti si avvicini,
non puoi mai sapere chi è davvero quello Sconosciuto.
28 aprile 2024

173 La vera rinuncia
-A volte vorrei vivere una vita ritirata e monacale, di rinuncia, lontano dal frastuono di un mondo precipitato nell’insensatezza.
-Ti capisco, ma forse non è il frastuono il problema. Proviamo a esaminare più da vicino la questione. Noi siamo attratti dall’idea di rinuncia quando la vita si fa difficile, allora vorremmo dare un calcio al mondo e voltare le spalle a tutto per vivere in totale semplicità, liberi da obblighi e costrizioni, solitari come eremiti, magari in una grotta sull’Himalaya.
-È un’idea che mi affascina. Via da tutto, in totale libertà…
-Tutti prima o poi agogniamo a un gesto radicale di liberazione, a vivere senza i lacci che ci chiudono nella gabbia sociale, lontani dalla lotta che ci trasforma in aridi competitori, per trovare un luogo di quiete e la pace imperturbabile del saggio.
-Non è questa una vita desiderabile? È meglio quella frenetica della città? Che senso ha correre senza sosta, senza sapere perché e verso dove?
-Certo, una vita fatta solo di obblighi e fatica non è degna di un essere umano. Liberare se stessi è quindi un’idea giusta, ma non dobbiamo dimenticare gli altri. Ritirarsi dal mondo e isolarsi non deve essere un gesto egoistico. Uno spazio silenzioso di meditazione deve servire a capire chi siamo e cosa vogliamo, pronti però a ritornare nella giostra del mondo per dare una mano a chi ne ha bisogno.
-Quindi sei contro l’idea di sparire, ritirarsi e rinunciare a tutto?
-Non sono contro nulla, ciascuno fa le sue scelte e queste sono sempre personali e rispettabili. Mi limito ad alcune osservazioni che provengono dalla mia esperienza. Vivere in quella semplicità originaria, nudi come siamo venuti al mondo, si può rivelare un sogno chimerico. L’abito sociale è ormai incollato su di noi, ci lega alle convenzioni del vivere comune e ci condiziona, anche se siamo in un ritiro monacale. Alla fine il mondo te lo porti dentro. Puoi fuggire lontano mille miglia, ma le abitudini ti seguono come un’ombra e non è facile liberarsi dai problemi e dai meccanismi psicologici.
-Quindi l’idea di rinuncia è sciocca e velleitaria…
-No, non correre, diciamo che va rimodulata, ripensata per un mondo profondamente cambiato. E rimane valida anche la scelta della grotta sull’Himalaya, per chi la ritiene desiderabile.
-Come sempre succede, sento il bisogno di chiarire un po’ meglio il concetto di rinuncia…
-Sì, dobbiamo domandarci quale sia la vera rinuncia, perché ci sono molti modi di intenderla.
-È rinunciare a tutto quello che si ha? È fare come Diogene che viveva nudo in una botte?
-Non è difficile rinunciare alle cose esteriori, perché in fondo non ci appartengono, alla fine dei nostri giorni tutto ci sarà portato via, almeno tutto ciò che è provvisorio, non nostro. Diogene gettò la sua ciotola quando un bambino gli mostrò che si può bere con le mani. Ma non è questa la rinuncia più difficile, si può andare oltre, come lo stesso Diogene certamente sapeva.
-A cosa altro si può rinunciare?
-Non c’è solo la rinuncia alle cose esteriori, c’è anche la rinuncia alla proprietà interiore, a quello che ci identifica ed è fatto di memorie del passato, proiezioni nel futuro, brame e idiosincrasie, aspetti caratteriali, manie e circuiti nevrotici.
-Uhm, in effetti, se non si fa un po’ di pulizia, non si è rinunciato a granché. C’è tutto un mondo dentro di noi da cui liberarci…
-Sì, se il mondo esterno te lo porti dietro, quale isola deserta ti salverà? Sarà un cercare di fuggire da te stesso, dai problemi che sono incarnati nella tua personalità.
-Quindi anche gli eremiti che si ritirano sulle montagne possono portare con sé i propri problemi e magari non vivono così in pace come possiamo pensare…
-La pace è uno stato interiore stabile che non deriva dal togliere le cose esteriori. Queste forme di rinuncia sono illusorie. Se anche elimini i mobili, la televisione e il pappagallo impagliato rimani quello che sei. E con quello ti devi confrontare.
-Quindi è quella interiore la vera rinuncia?
-Sì, e se vuoi si può fare un passo ulteriore. Vera rinuncia è quella a ciò che ci appartiene più intimamente: il nostro io.
-Rinunciare all’io? Come faccio a rinunciare a me stesso? Capisco di dover abbandonare il mio passato, le mie passioni e i miei desideri, ma l’io è la mia identità fondamentale, toglierlo sarebbe come annullarsi.
-Certo, l’io non può essere facilmente eliminato dalla scena. Ma dobbiamo intenderci: qui non ci riferiamo all’io-coscienza che è ciò che noi veramente siamo, ma a quella sovrastruttura costruita nel tempo dalle abitudini e dalle memorie, che noi più propriamente chiamiamo “ego”.
-Eliminare l’ego vuol dire rinunciare all’ egoismo? È la rinuncia più radicale e profonda?
-Sì, è abbandonare ogni egocentrismo e ogni riferimento a sé. È rinunciare a quel mondo confuso e insensato che manteniamo dentro di noi. È lasciar cadere la maschera che ci siamo costruiti per difenderci nel mondo.
-Vivere nell’assenza di io è il modo di vivere del saggio? È la rinuncia finale?
-L’ego è una falsa costruzione, un coacervo di contraddizioni, ma è molto difficile abbandonarlo, perché bisogna innanzitutto riconoscerne l’esistenza. Quell’ego-io è la barriera tra noi e gli altri, tra noi e tutto ciò che esiste. È soprattutto la barriera che ci separa dalla nostra vera essenza.
-E una volta arrivati a questo, che ne sarà della nostra vita nel mondo? Perché dicevi che bisogna tornare lì di nuovo…
-Pensa, essere dei monaci nel bel mezzo della piazza del mercato, che cosa fantastica! Sarebbe un’esperienza unica, vivere in pace nell’occhio del ciclone, essere soli in mezzo alla folla, essere nel mondo senza appartenervi. In effetti noi siamo qui di passaggio, nulla rimarrà di ciò che avremo costruito, porteremo via solo ciò che saremo stati, il resto sarà polvere che vola.
-E le altre persone? Noteranno qualcosa e capiranno?
-Credo che nessuno se ne accorgerebbe, tranne qualche Diogene capitato da quelle parti. I segni della vera rinuncia sono la quiete interiore, la compostezza, la gentilezza, l’intelligenza, la saggezza e l’equilibrio. Le persone ancora prigioniere nel caos del mondo non avrebbero il tempo né la capacità di riconoscere chi ha fatto quella scelta.
-Dicevi all’inizio che non è il frastuono del mondo il problema…
-È il frastuono dentro di noi il problema reale. Se riusciamo a eliminare quello il rumore esterno non ci tocca più, il mondo diventa un gioco cui partecipare con animo lieto. E alla fine non rinunciamo a nulla di quello che conta, lasciamo cadere solo l’inutile e il superfluo. In questo senso, paradossalmente, non stiamo nemmeno rinunciando, perché tutto ciò che non ha valore non ci interessa più, non ci costa abbandonarlo. La pace che viviamo allora diventa pura saggezza, una conquista di inestimabile valore.
-Qual è la prima cosa cui potrei rinunciare?
-Questa nostra discussione. Non farne un peso da portarti dietro. Dopo avermi ascoltato rifletti e decidi per conto tuo. Rinuncia è anche questo: non aggrapparsi a un’autorità, avere fiducia in sé, far diventare tutto quello che si è una propria conquista.
30 aprile 2024

174 Il volo della farfalla
La farfalla vola
senza alcun desiderio
in questo mondo

(Issa Kobayashi)

Puoi volare solo se sei leggero,
se puoi dispiegare le tue ali
e nessuna brama le appesantisce.
Come la farfalla, senza un pensiero,
percorri i confini del creato,
nessuno ti chiede dove vai e perché,
nulla frena il tuo vagabondare.
Tutto quell’infinito ti appartiene,
spazio, tempo e colori della natura,
la realtà risplende nella bellezza,
il mondo si dischiude a chi lo ama.
Ogni fiore dà un’emozione nuova,
ogni luogo nasconde un segreto
e non c’è fine a questo viaggio.
E tu voli alto, non lasci traccia,
non ti fermi ai piedi di un desiderio,
non rimpiangi ciò che è lasciato,
nessuna memoria ti può trattenere.
Un’innata sapienza ti insegna
ad avere senza possedere nulla,
un’innata saggezza ti guida
a essere libero senza lottare.
I desideri trascinano in basso
come la gravità che inchioda le ali,
vivere senza attaccarsi alle cose
dona leggerezza e libertà.
Tu sai che puoi godere il mondo
se sei distaccato e nulla vuoi,
se la mente è sgombra dal giudizio,
se non rifiuti nulla di ciò che viene,
se ti allontani sempre col sorriso.
Come la farfalla voli e non fai ombra,
il tuo occhio innocente vede il mondo
sempre come se fosse la prima volta.
Con sguardo delicato sfiori le cose:
le contempli senza toccarle,
lasci che ognuna si mostri com’è,
nella sacralità che la avvolge.
Non c’è tempo per cambiare il mondo,
la vita è troppo fragile ed effimera.
Ma ogni giorno è un giorno nuovo,
non un istante è sprecato, non un fiore.
Questo è vivere nell’ora.
Questo e vivere nell’eternità.
2 maggio 2024

175 I Misteri di Orfeo e Dioniso
Il Mistero greco viveva negli spiriti di Orfeo e Dioniso.
Dalla Tracia Orfeo portava la forza della musica,
arte psicagogica suprema, dono della divina Calliope.
In essa dimorava la magia che lo faceva maestro:
il canto della poesia e la forza soggiogante dei suoni
potevano avvincere nell’incantesimo uomini e animali
e condurre alla pace le inquiete anime dei trapassati.
Orfeo conoscitore delle oscure dimensioni degli inferi
insegnava la diversità tra l’anima immortale e il corpo,
lo iato tra il divino pneuma e la sua prigione carnale.
Con i Misteri orfici nasceva un mito della salvezza:
la ricerca della superna dimensione dell’immortale
era compito dell’uomo che riconoscendosi anima
si preparava al transito nei regni dell’oltretomba.
Trasformare la forza selvaggia delle pulsioni ferine,
rifuggire dal corpo incatenato alla ruota dei desideri,
superare la materia con una vita misurata e ascetica,
partecipare ai rituali e conformarsi all’orphìkos bìos:
ecco la via di liberazione dischiusa da Orfeo.
Con lui nasceva in Grecia una religione misterica
basata sulla purificazione e sulla contemplazione,
un cammino sapienziale legato a una pratica di vita
che avrebbe affascinato Pitagora, Platone e Plotino.

Dalla Tracia Dioniso portava la potenza della natura,
la corrente vitale che percorre tutto l’universo.
Dioniso era il dio ancestrale della vegetazione,
la divinità del caos, dell’ebbrezza e dell’estasi.
Con quel “dio notturno” enigmatico e multiforme
la vita si celebrava nel suo furore libero e selvaggio
infrangendo ogni legame, ogni regola e convenzione.
Nei riti dionisiaci l’uomo si scioglieva dai lacci dell’identità,
attraversava la follia per tornare a quel luogo originario
dove bene e male perdono i loro confini e si fanno uno.
Vivere pienamente la forza delle pulsioni animali,
accettare le passioni del corpo liberando il desiderio,
accogliere il mondo e fluire con la sua potenza smisurata,
partecipare ai culti orgiastici per trascendere l’umano:
ecco la via di liberazione che Dioniso apriva agli uomini.
Con lui nasceva in Grecia una nuova religione dei Misteri
basata sull’eccesso e sulla totale liberazione dei sensi,
una sapienza legata a pratiche mistiche ed estatiche
che avrebbe affascinato nei secoli tanti spiriti ribelli.

Noi umani siamo sempre alla ricerca del Mistero.
Cerchiamo nelle cose un significato che le oltrepassi
e ci porti ad afferrare il loro senso più profondo.
Gli spiriti di Orfeo e Dioniso vivono ancora in noi,
svelano il Mistero dell’armonia e della disarmonia.
Orfeo ci insegna l’incanto della musica e dei suoni
che riflettono la bellezza e la perfezione dell’anima.
Quando siamo in sintonia con la nostra essenza
un sentire superiore si risveglia e ci guida nella vita.
Allora non dimentichiamo mai di essere spiriti eterni,
sappiamo di avere un destino oltre la materialità,
cerchiamo la concordia, la misura e l’equilibrio.
Dioniso ci insegna la ricerca dell’unione mistica
da realizzare abbracciando la forza vitale del cosmo.
Ci chiede però di accettare le contraddizioni del vivente,
la disarmonia fra anima e corpo, fra uomo e mondo.
L’euforia e l’ebbrezza dei sensi sono il primo passo
di un cammino che conduce all’unione con il Tutto.
Noi umani siamo ora con Orfeo ora con Dioniso,
vestiamo le loro maschere, ne viviamo lo spirito,
riconosciamo in essi la nostra essenziale duplicità.
Pur essendo prospettive profondamente diverse
le due vie spirituali condividono la stessa meta:
il superamento dei limiti della condizione umana,
l’apertura a una vita superiore oltre la corporeità.
Orfeo e Dioniso ci ricordano la ricerca del Mistero
quando smarriti nel mondo l’abbiamo dimenticato,
con una musica armoniosa, con una danza sfrenata,
con la contemplazione, con il rapimento estatico.
20 maggio 2024

176 Il canto dell’allodola
L’allodola
canta per tutto il giorno,
ed il giorno non è lungo abbastanza.
(Basho)

Volare fino a esaurire ogni goccia di sé,
come l’allodola che canta tutto il giorno,
e non serba mai nulla nel ricordo.
Il giorno non è mai abbastanza lungo,
ma chi non ha desideri lo rende infinito,
perché desiderare è attendere il futuro,
è fuggire via dal presente nel tempo.
Se ti aggrappi allo scorrere delle cose
osservi con angoscia il loro finire,
vedi i tuoi progetti svanire nel nulla.
Il non-desiderio rende eterno il momento,
tutto allora è completo, colmo di sé
e tu sei pago di quello che c’è nell’istante.
La sera giunge prima che te ne accorga,
la notte ti avvolge senza annunciarsi,
ma se hai cantato tutto il giorno,
se hai riempito di suoni il tuo mondo,
se lo hai fatto rimanendo nell’adesso,
sei pronto ogni momento per ciò che sarà.
Vivere di progetti è vivere nel ‘dopo’,
è dipendere da uno scopo e dal risultato.
Vivere nell’ora è assaporare la libertà,
è volteggiare leggeri come l’allodola.
Certo la vita avrà sempre i suoi intenti,
l’esistenza è progettare e abitare il mondo.
Ma non servono piani per il nostro essere,
il nostro nucleo interiore non vive nel tempo,
è il luogo di una essenza che non muta.
Per l’allodola il giorno è sempre breve,
ma per lei il tempo non è una realtà,
non vede la sera stendere il suo manto,
non si cura dell’approssimarsi del buio.
Ogni cosa ha la sua fine, ma lei non lo sa,
non vive il tempo né può pensarlo.
Essere e non essere nel mondo è la sfida.
Essere e non essere nel tempo è la chiave.
Solo l’uomo può vivere questa duplicità.
Cercare un equilibrio sul filo del paradosso
non è impossibile per chi è quel paradosso.
L’allodola non sa di vivere, non sa di cantare
e perciò non porta alcuna pena con sé.
Noi viviamo sempre sospesi tra due mondi,
cantiamo la canzone della nostra esistenza,
ma sappiamo che tutto passa e se ne va.
Non sempre riusciamo a ricordare chi siamo,
dimentichiamo il nostro centro interiore
e la coscienza del tempo ci travolge.
Allora una pena segreta affiora in noi,
lottiamo contro il tempo che fugge
nel vano tentativo di trattenere l’attimo.
Voliamo incerti nel turbine dei desideri.
Cerchiamo un’eco per il nostro canto.
Ma il giorno non è lungo abbastanza.
22 maggio 2024

177 Il Grande Gioco
-Ci sono religioni e filosofie che descrivono la vita come un grande gioco…
-È vero, in Oriente ad esempio la vita dell’universo è Lila, il gioco divino. Ma sono davvero tanti i sistemi di pensiero che utilizzano la stessa metafora.
-Però a me non sembra che la vita sia sempre un gioco, spesso è piena di sofferenza. Vivere è un piacere, ma anche fonte di inquietudine, disagio, angoscia…
-Non possiamo negarlo. Ma vedi, dipende da come si intende il gioco e come vi si partecipa. Guarda i giochi che facciamo come passatempo. Si possono fare in maniera ordinata seguendo le regole, ma a volte ci si diverte di più a violare quelle regole, ribaltandole, riscrivendole, accettando un maggiore rischio. Questo implica timore e ansia perché infrangere la norma vuol dire avventurarsi in una direzione inesplorata. È quello che sanno fare con animo leggero i bambini, che trasformano i giochi e ne inventano sempre di nuovi.
-Beh, in effetti devo dire che un gioco piatto, ripetitivo e banale dà poche emozioni. E allora si cerca l’avventura, si va oltre il limite alla ricerca di un brivido più intenso…
-Una persona che va a fare una scalata e la vive come un divertimento sa di esporsi al pericolo. Ma perché lo fa? Perché questo per lui è un modo di vivere più eccitante. Sa benissimo di correre un rischio, ma lo fa per quelle emozioni uniche che poi lo ripagheranno della fatica e del pericolo corso. Le esperienze più alte hanno il loro prezzo.
-Sì, anch’io credo che cerchiamo il rischio per provare sensazioni più forti, per rinnovare l’entusiasmo, altrimenti la vita sarebbe troppo ordinata e monotona, priva del sale che la rende interessante. Ma c’è il gioco come piacere e poi c’è il gioco della vita che è altra cosa, perché lì sono in ballo pericoli maggiori e affanni che si vorrebbe evitare…
-Allora diamo un’occhiata più da vicino al gioco della vita che possiamo chiamare il Grande Gioco. Non è più quello ordinario dei piccoli e dei grandi, ma quello dell’esistenza che mette in palio premi più alti e in proporzione insidie, rischi e dolori maggiori. Consideriamo che in ogni gioco ci sono sempre delle regole precise, altrimenti sarebbe il caos. Ma nel giocare ci deve essere la libertà di agire e anche di seguire o non seguire le regole. Le leggi del gioco di solito le stabiliamo noi, non cadono dall’alto come un destino, quindi si possono anche violare, migliorare e stravolgere. E qui tocchiamo un punto molto importante, quello della libertà di creare, di essere artefici della propria vita.
-Certamente essere creatori è per noi qualcosa di irrinunciabile. Non vogliamo chiuderci in una cella come un monaco e vivere una vita in cui non accade nulla…
-Non so se la vita di un monaco sia davvero così grigia e priva di emozioni. Però come stavamo dicendo per essere creatori nella nostra vita dobbiamo innanzitutto essere liberi. Se non c’è libertà allora il gioco è guidato, condizionato, manovrato. Ci sentiamo delle marionette in mano a un potere superiore che decide, dispone, fa e disfa attraverso di noi. Invece noi vogliamo essere artefici della nostra destino e della nostra esistenza, vogliamo la libertà come presupposto fondamentale.
-Beh, un gioco dove tutto è già deciso non è divertente, non ci sono imprevisti né cadute o errori, non ci sono vinti e vincitori, non c’è come dici tu la capacità di riscrivere le regole e tracciare nuovi percorsi.
-Proprio così, il bello del gioco è giocare, come il bello della creatività è creare e il bello della libertà è essere liberi… Molto semplice vero? La libertà implica sempre dei rischi, però apre nuove vie e in questo si accorda con lo slancio della vita. Il gioco si può ampliare e rinnovare, può diventare anche un’altra cosa, deve permetterci di esplorare tutte le sue possibilità per capirne la bellezza. Trasgredire le regole non è detto che sia un male, spesso significa migliorarle, varcare un limite, inventare un nuovo modo di essere e di vivere.
-Hai ragione, nessuno vuole un guardiano che dirige il gioco. I bambini sono insofferenti con gli allenatori che li spingono solo al risultato.
-Certo, se poni il successo come obiettivo non giochi e non ti diverti più, stai facendo qualcosa che è un calcolo, un agire per un fine estrinseco. Il gioco invece ha di bello che è libero e gratuito, non è fatto in vista di uno scopo ma per il puro e semplice piacere di parteciparvi.
-Ma allora, tornando alla domanda iniziale sul soffrire che troviamo nel Grande Gioco della vita?
-Tutto dipende da te e dal punto fin dove vuoi spingerti. Sta a te scegliere, ma non devi fare del male agli altri e la sofferenza devi assumerla pienamente. Se ne vale la pena, se quel gioco diventa davvero interessante, se senti che ti fa crescere, allora sei disposto ad accettare la sofferenza e l’errore. Questo ti può portare a livelli di esperienza inaspettati.
-Dicono che Einstein ebbe l’intuizione della relatività mentre si trastullava con delle bolle di sapone. E così è capitato a tanti geni e scopritori che mentre si divertivano spensierati hanno avuto un’intuizione importante.
-Dobbiamo ringraziare coloro che hanno il coraggio di infrangere le regole aprendo nuove prospettive con la magica leggerezza del gioco. Comunque deviare dalla strada battuta non è facile perché non ci sono garanzie, il nuovo sentiero può essere pieno di insidie e portare anche a perdersi.
-Sì, hai ragione, è questa la paura che ci frena quando giochiamo con gli altri. È chiaro che il Grande Gioco è la nostra relazione con il mondo, con gli altri, con la natura, con tutto ciò che accade e tutto ciò che è…
-Certo. E sappiamo che a volte il gioco può diventare terribilmente serio. Però cerchiamo di vederne il lato positivo: il gioco è avventura, scoperta, invenzione, fantasia. Può essere rischioso, ma se il rischio non è incoscienza e ci conduce ad un’altezza diversa, ad una consapevolezza maggiore, allora vale la sofferenza che ci impone.
-Sì, è vero, c’è sempre in noi la tendenza a vedere “cosa accade se…”
-Le regole pur necessarie rendono la vita statica, ma l’onda della vita deve sempre andare avanti, non può fermarsi in nessun modo. La vita è un processo di espansione continua, un impulso che inventa e produce sempre il nuovo. Non potrà mai diventare una pozza stagnante, altrimenti sarebbe la morte, un deserto sterile.
-Dunque vivere è come creare il film della nostra esistenza…
-Sì, allora andiamo fino in fondo, vediamo questo film dove va a finire, vediamo se possiamo intervenire sui personaggi, sulle scene e sul suo finale.
-Quindi noi siamo gli attori del film e anche i registi e gli autori della trama…
-Sì certo, noi scriviamo il film della nostra vita e lo facciamo insieme agli altri. Se poi è vero che questo è il nostro Grande Gioco allora cerchiamo di renderlo interessante, facciamo in modo che la trama non sia banale e che non ci sia da pentirsi per avere rinunciato a occasioni e situazioni, per non avere avuto il coraggio di vivere.
-Mi sembra che non ci sia nulla di più triste di essere immersi nel Grande Gioco e non parteciparvi e ritirarsi, aspettare e morire prima del tempo.
-Se la vita è un moto di continua espansione, allora quando giochiamo assecondiamo l’onda del vivente in quella sensazione profonda che ci muove e ci fa guardare le cose con amore e senso di appartenenza. Se sai davvero giocare puoi vedere le cose in modo più limpido, puoi accogliere gli altri e partecipare a una partita dove non importa chi vince e chi perde. Ciò che conta è che il gioco sia vario e interessante, intrigante e sorprendente.
-Vorrei anch’io essere come lo scalatore della montagna che, giocando con il pericolo e l’imprevisto, scopre nuovi sentieri e apre a nuove prospettive…
-Vivere è proprio questo, altrimenti è solo un vivacchiare con quello che già si conosce. Qualcosa esiste più in là e ci chiede di andare a curiosare oltrepassando il confine. In fondo, se ci pensi, il Grande Gioco non è altro che il cammino per conoscere noi stessi. Questo lo si può fare solamente quando la relazione col mondo e con gli altri diventa profonda e siamo pronti ad affrontare anche pericoli, cadute e il dolore di perdere a volte la partita. Se partecipi a un gioco con l’idea che devi sempre vincere non stai giocando affatto. Se invece accetti le sconfitte come le vittorie perché l’importante è esserci e partecipare con tutto te stesso, nel bene e nel male, allora sì, questo è il Grande Gioco che la vita ti chiede.
30 maggio 2024

178 Anima e corpo
Caro Meneceo, persevera nel filosofare
e custodisci il cuore della nostra dottrina.
Considera la tua realtà di essere umano
con un’incessante e profonda meditazione.
Vedi d’esser composto di anima e corpo:
l’una è la tua mente pensante e il raziocinio,
l’altro il veicolo materiale delle sensazioni.
Ma ricorda, non dividere mai corpo e anima,
non pensarli tra loro estranei e in conflitto,
gravi travagli agli umani sono sopraggiunti
da quella stolta e perniciosa separazione.
Non ascoltare chi ti conduce agli estremi,
rimani saldo sulla retta via dell’equilibrio,
non rifiutare nulla di ciò che ti si approssima,
non c’è niente di inferiore in questo mondo.
Gli imperituri atomi creano tutte le apparenze,
gli infiniti mondi e la vita di innumerevoli esseri,
tutti i fenomeni che da umano puoi conoscere
e tra questi la tua stessa esistenza mortale.
L’anima e il corpo partecipano di quel gioco
come aggregati privi di propria sussistenza,
al loro nascere seguirà l’inesorabile morte,
l’estinzione della loro impermanente realtà.
Ma non c’è motivo di rifiutarli o disprezzarli,
ogni cosa è buona già solo perché esiste,
non c’è un dio che detta le regole del cosmo,
tutto è perfetto anche nella sua imperfezione.
Tuttavia permane in alcune nostre tradizioni
l’idea del corpo come buia prigione carnale
per un’anima che vuole da esso liberarsi.
Si dice che un mondo superiore ci attende
alla fine del transito nella landa terrestre,
quell’Empireo cantato come dimora degli dei.
Ma io ti parlo dall’esperienza che ho vissuto,
ti dico che tutta la realtà è qui in questo mondo.
Gli atomi indistruttibili si uniscono e si separano
e danno origine al grande spettacolo della vita,
ma nulla resta quando i loro legami si sciolgono,
non uomo o pensiero, né suono o palpito di vita.
Saranno le leggi eterne di affinità e contrasto
a muovere ancora gli atomi nello spazio illimitato
per generare nuove e stupefacenti realtà.
Dunque ricordiamoci di godere il momento
e apprezzare il nostro esistere finché dura.
E tornando all’insegnamento più importante:
non pensare il corpo come un carcere per l’anima,
soma e psiche sono due realtà dell’essere umano
indissolubili, indivisibili, legate nel loro destino,
cooperanti a creare una vita bella e felice.
Osserva con attenzione quali sono i loro compiti,
quali le prerogative, le possibilità e i limiti.
Non rinnegare i desideri e i piaceri del corpo,
solo trova la giusta misura tra gli eccessi.
Non credere di essere un puro spirito alato,
l’anima è un corpo sottile ma destinato a perire
come tutto ciò che è composto da parti minori,
secondo la legge che regola tutto l’universo.
Ricorda che il tuo corpo è un tempio sacro,
è la fonte inesauribile dei piaceri dei sensi,
nulla di ciò che lo riguarda va disprezzato,
nulla di ciò che manifesta può esserti nemico,
abbine cura come faresti per la persona amata.
Ricorda che l’anima è la luce dell’intelligenza,
fanne la guida suprema nel tuo vivere quotidiano,
ti indicherà la giusta misura in ogni circostanza,
ti farà conoscere la gioia di una vita armoniosa
e la serenità imperturbabile dell’uomo saggio.
Ma soprattutto devi ricordare che sei un’unità,
non ci sono divisioni in te, non c’è alto o basso,
quello che sei è un meraviglioso gioco di atomi
che portano dentro di sé il sapore dell’eternità.
Un giorno sarai come una fiamma che si spegne,
la morte arriverà a dissolvere il tuo simulacro,
ma se avrai vissuto in modo saggio lo accetterai,
te ne andrai senza un lamento, ringraziando.
Sarai stato anima e corpo e un qualcosa di più
che con le nude parole non si può esprimere.
E avrai scoperto il segreto di una vita beata:
comprendere la legge degli atomi e del vuoto,
indagare il mistero del tempo e dell’eterno,
conoscere te stesso oltre ogni illusione.
E da questo il miracolo per noi più grande:
avere tutto dalla vita senza aver chiesto nulla,
trovare la felicità senza neppure averla cercata.
31 maggio 2024

179 Vedere
-Si dice che “vedere” è il nostro primo rapporto con le cose, il più immediato e importante.
-È vero, di solito è il nostro sguardo che coglie la realtà in prima istanza.
-Allora ci si può interrogare su una cosa per noi così ovvia e quotidiana?
-È un argomento molto ampio e complesso. Per cominciare diciamo che vedere è un termine di significato universale. La radice indoeuropea vid è una delle parole più antiche, da essa derivano verbi greci e latini come video, per indicare il vedere in tutte le sue espressioni. Ma troviamo anche in Oriente termini derivati, ad esempio Veda, dove però è palese il riferimento a un “vedere” che non è solo quello ordinario.
-Quindi la parola si presenta in molte accezioni…
-Ci sono vari modi di intenderla e a vari livelli. Già gli antichi distinguevano il vedere semplice dal “vedere” come conoscenza, immaginazione, intuizione, illuminazione, visione, atto metafisico… Platone usa l’espressione “occhio dell’anima”e varie tradizioni religiose parlano di Terzo occhio per indicare la coscienza superiore che permette l’accesso al Vero e all’ultima Realtà.
-Capisco che il tema è davvero complesso. Io parto da una domanda più banale: la capacità di vedere è un dono o si può sviluppare?
-È una capacità che si può educare e sviluppare in vari gradi. Si può vedere senza guardare, si può guardare senza osservare, si può osservare senza contemplare. C’è un vedere immediato ed ingenuo che si ferma alla superficie delle cose, c’è un vedere in profondità, la capacità di penetrare la cosa nei suoi vari strati fino a coglierne il significato più vero, almeno quello che noi riteniamo tale.
-Noi vediamo sempre le cose così come sono? Vediamo la “realtà reale” o un suo simulacro? Se è vero che vedere è percepire con gli occhi e formare una rappresentazione nella mente, allora quella che chiamiamo realtà è una nostra costruzione?
-È chiaro che è così, qualsiasi scienziato te lo può spiegare meglio di me. Aggiungiamo poi che quello che vediamo passa sempre attraverso il filtro dei nostri pregiudizi, conoscenze, convinzioni, ecc. Nel vedere la realtà là fuori noi mescoliamo anche la realtà dentro di noi. E spesso confondiamo i due piani del soggettivo e dell’oggettivo. Bisogna liberare la visione da questo intrico per renderla limpida e chiara. È un lavoro su di sé che deve diventare quotidiano.
-Ma esiste un vedere puro, non condizionato, che colga l’oggetto nella sua verità?
-Varie vie di meditazione offrono insegnamenti per imparare a vedere la realtà nei suoi vari strati, togliendo via via i veli che annebbiano la comprensione. Il vedere ingenuo deve diventare un conoscere che va oltre le apparenze. Non conta tanto avere una vista da aquila, quanto una consapevolezza pronta e lucida. Quando si scopre che vedere è innanzitutto un atto della nostra coscienza che “intenziona” la cosa per trovarne il senso, allora si accede a un livello superiore, il vedere non è più quello ordinario che si ferma al dato. L’attenzione che si focalizza su un oggetto particolare deve diventare una consapevolezza globale, panoramica, che include tutto in un “vedere” totale. Allora la folla di pregiudizi e preconcetti che oscurano la visione comincia a diradarsi. Alla luce di una coscienza più acuta gli ostacoli al “vedere” cadono uno ad uno, la polvere sullo specchio vola via e lo lascia più limpido.
-Il discorso si fa impegnativo, forse un po’ troppo difficile per me…
-Allora possiamo fare alcune osservazioni, solo per avviare una riflessione che farai per conto tuo con calma. Lasciamo l’occhio dell’anima di Platone e la visione delle essenze, ci concentriamo su un tema più definito: sei interessato alle opere d’arte di tipo visivo come dipinti, affreschi, ecc.?
-Certo, l’arte pittorica mi sembra un luogo privilegiato del vedere, inferiore solo agli spettacoli della natura, che sono insuperabili…
-Sono d’accordo. Ma anche chi guarda un’opera d’arte lo fa sempre in base alle proprie capacità, educazione, preparazione e intelligenza…
-E in base soprattutto alla propria sensibilità… Dunque anche in questo caso non è mai un vedere senza filtri e condizionamenti, per quanto positivi possano essere.
-Certo, ognuno vede quello che può vedere. In questo senso nell’opera d’arte ci sei sempre anche tu, ti rispecchi, vedi anche colui che vede, non solo l’intenzione dell’artista e il soggetto rappresentato. È un’alchimia complessa e misteriosa, ma intrigante come poche.
-Quello che vedi lì dentro quindi è sempre anche in qualche modo tuo. È un mondo nel mondo, un senso nel senso, come un gioco di matrioske…
-Guarda, è quello che accade anche nei rapporti con le persone, nel rapporto con il mondo e le cose. È sempre un gioco su diversi piani che si intersecano, dove una cosa è vera ma lo è anche l’altra e il suo opposto e tutto è vero e falso a un tempo…
-Sono un po’ confuso da questo paradosso, ma mi sembra comunque di intuire qualcosa, perlomeno la ricchezza e l’importanza che l’arte ha per noi…
-Prova a togliere l’arte dal mondo e vivrai in un arido deserto, ti priverai di una linfa vitale che nutre gli occhi, il cuore e la mente. Ciò che ci eleva dallo stato ferino, ciò che ci fa stare meglio, ciò che è una meraviglia alla nostra vista è già di per sé bellezza artistica. Come dicevi tu prima, la natura ci insegna, è l’Artista per eccellenza, noi uomini proviamo in qualche misura a riprodurre quell’incanto.
-Però non tutte le persone sanno apprezzare un dipinto o uno scenario naturale come si dovrebbe…
-Non c’è nessun “devo”, nessuna colpa, siamo sempre liberi di gradire o non gradire. Non è una cosa che si può forzare, la sensibilità si sviluppa pian piano. Chi non ci trova niente di interessante forse si è fermato a una prima impressione superficiale o non è abbastanza educato a osservare oppure è impedito da limiti personali. È riuscito a “vedere” l’opera d’arte fino ad un certo livello e non è stato capace di andare oltre. Oppure semplicemente apprezza altre cose, è contento così ed è tutta lì la faccenda.
-Dunque, qual è l’opera d’arte che ha valore?
-Quella che sa mettere in sintonia il tuo mondo con quello dell’artista. Questo vale per tutte le arti, perché con “vedere” intendiamo un “sentire” più vasto, fatto con tutto sé stessi, più simile a un momento di illuminazione della coscienza che a una riflessione sull’opera. Se l’artista è bravo riesce ad elevarti al suo livello di consapevolezza, fa in modo che il tuo sentire risuoni col suo, esattamente come accade quando due diapason della stessa frequenza si “rispondono”.
-Stiamo forse parlando di contemplazione, visione del trascendente?
-Non importa quali termini usiamo, basta chiarire il loro significato. Se con “trascendente” intendiamo la capacità di andare oltre l’aspetto puramente fisico ed esteriore della cosa per cogliere un senso più profondo, nascosto, immateriale, allora il suo uso è legittimo. Il movimento di trascendenza è tipico dell’umano, noi vogliamo sempre andare oltre il conosciuto, non possiamo fermarci a una descrizione intellettuale, per quanto sottile e ingegnosa. Vogliamo “vedere” nella cosa ciò che va oltre la cosa stessa.
-È questo il significato più profondo della parola vedere su cui ci stiamo interrogando?
-Come sempre qui entriamo in un campo dove le parole non sono più sufficienti a descrivere. Diciamo che questo è il significato di “vedere” che ci permette di ampliare la comprensione di una fondamentale esperienza di vita. Oltre questo c’è il misterioso fenomeno per cui noi siamo capaci di “vedere di vedere”, siamo consapevoli di percepire creando una distanza tra noi e il percepire stesso. Potremmo aggiungere che a un livello ancora più alto il vedere diventa senza centro, un vedere puro senza un “qualcuno” che vede. Ma non complichiamo oltre, questo è il capitolo per una prossima volta.
-Per oggi ho “visto” così tante cose che devo darmi tempo per assimilarle e capirle meglio. Ma toglimi una curiosità, in questo momento, tu cosa vedi?
Vedo un dialogo che accade da sé tra due apparenti soggetti che cominciano pian piano a realizzare che il vedente e il visto alla fine sono una stessa, unica cosa.
2 giugno 2024

180 Il passaggio nel deserto
-La vita a volte sembra ricca di gioie e prodiga di promesse, a volte un deserto arido e vuoto…
-Sì, capita spesso di sentirsi in un deserto, ma non è detto che sia sempre un male. La traversata nel deserto è un’antica e profonda metafora della vita umana e ha significati importanti…
-I deserti non mi piacciono, mi danno un senso di desolazione e di abbandono…
-In effetti la parola deserto viene dal latino desertum cioè “luogo abbandonato”. Ma aspettiamo a giudicarlo in modo negativo, proviamo a farne uno spunto di riflessione, forse scopriremo qualcosa di interessante. Cominciamo col distinguere il deserto fuori di noi fatto di sabbie e spazi vuoti e l’esperienza del “deserto interiore”. Se di questa hai già preso coscienza sei fortunato, probabilmente non sarai tentato di fuggire da lì per rifugiarti nel conosciuto.
-Non ho capito cosa intendi, spiegami meglio…
-Cominciamo con l’immagine tipica del deserto come spazio vuoto, arido, fatto di solitudine e di silenzio. Cosa accade se ti trovi solo in quel vuoto?
-Beh, lì non puoi contare sugli altri, non ti puoi aggrappare a nulla…
-Giusto, sei solo con te stesso, devi trovare le risorse per vivere in quella natura impervia. Rimanendo in questa immagine, il deserto è il luogo estremo dove puoi capire quali sono le tue risorse, le tue abilità, la tua capacità di farcela da solo. Ma è chiaro che il vero desertum che ci interessa ora non è il Sahara, ma quell’esperienza interiore di cui parlavo prima. Arriva per tutti prima o poi il momento del “passaggio nel deserto”. Ogni essere umano conosce quell’esperienza, anche se pochi cercano di comprenderne il significato.
-Dunque il “passaggio nel deserto” è un viaggio dentro di sé…
-Un viaggio iniziatico che ha profondità proprio perché avviene in un panorama vuoto, arido, senza punti di riferimento. Lì possiamo cercare le risposte ai nostri interrogativi, in quel silenzio e in quella solitudine ci vediamo allo specchio. È un momento importante, un punto di svolta, se però resistiamo alla tentazione di fuggire.
-Il deserto, la tentazione… mi ricorda qualcosa…
-Ci sono molte tradizioni religiose che parlano del deserto come luogo di ritiro spirituale ed eremitaggio, dove il ricercatore deve spesso ingaggiare un’aspra battaglia con le tentazioni di esseri demoniaci. In quel luogo di desolazione e di abbandono l’uomo deve rivelare la sua forza e innalzarsi al divino con la purezza del suo intento. Ma scendendo a un livello più accessibile per noi: l’esperienza del deserto è una formidabile esperienza di vita che può trasformarci. Come tutti i viaggi compiuti in piena coscienza, se ci si mette in gioco davvero non si torna indietro come si era prima.
-Ma alla fine cosa puoi cercare in un deserto? Cosa ti può attrarre in quel luogo dove c’è il nulla?
-Chi fa la traversata del deserto può fare l’esperienza di una libertà conquistata. La libertà comporta sempre dei rischi, ma offre incredibili opportunità.
-Qual è la più importante?
-La possibilità di andare oltre i propri limiti. È questo il fascino del deserto, luogo di incontro con se stessi, luogo di introspezione e sconfinata libertà.
-In effetti, il deserto non ha confini definiti, è uno spazio aperto…
-…aperto a tutto ciò che può essere. In quel luogo senza barriere l’orizzonte non può mai essere raggiunto perché si sposta continuamente. Nel deserto vedi il vuoto, il nulla, non c’è direzione né via obbligata o costrizione nel tuo peregrinare. Senti la libertà più assoluta e insieme il brivido di decidere quale direzione intraprendere. Puoi anche fare un passo falso e perderti, puoi smarrirti, dimenticare perché sei lì.
-Certo, si può provare una tremenda solitudine in quel luogo dove non c’è nulla e nessuno, la paura dell’ignoto…
-Se la solitudine viene abbracciata ogni paura scompare. Nel deserto si torna al centro di sé, al centro della propria ricerca. Come dicevamo prima, a nulla ti puoi aggrappare, nulla ti può salvare, niente può sottrarti alla visione di te stesso. Ed è vero, nel deserto c’è sempre una grande tentazione, quella di fuggire e tornare nel mondo conosciuto, nel paese dei balocchi dove tutto è più facile, semplice, scontato. E dove perso nella folla dimentichi te stesso, ti crogioli nella banalità quotidiana e puoi anche raccontarti di essere felice.
-Credo di capire cosa vuol dire deserto interiore, a volte ci si sente soli in mezzo alla folla, ci si sente abbandonati nel bel mezzo di una festa dove tutti ridono e apparentemente si godono la vita. Ma in senso positivo stare nel deserto può essere una propria scelta, la volontà di non farsi intrappolare nella banalità del quotidiano.
-Naturalmente noi non condanniamo chi preferisce vivere una vita che cerca il piacere immediato e l’oblio di sé. Non siamo dei fustigatori di costumi, comprendiamo gli altri perché anche noi siamo passati per quelle esperienze. Ma la metafora del passaggio nel deserto per noi ha un significato importante proprio perché possiamo scegliere volontariamente quell’esperienza. Quando vediamo che le cose intorno sono futili e che i desideri sono una scatola vuota, allora viene l’impulso a indagare più in profondità la nostra esistenza. Nella realtà sociale è facile distrarsi e fuggire, ci sono mille occasioni e siamo in buona compagnia, deve essere un atto di volontà che ci fa decidere di vivere come “eremiti nel deserto”. Il deserto è sempre qui con noi, può essere per molti solitudine e sentimento di abbandono, per noi invece è l’azzeramento di tutto ciò che porta all’inconsapevolezza. Prima o poi tutti capiscono che quel deserto deve essere attraversato.
-Una scelta radicale per niente facile che può fare davvero paura…
-Forse, ma quando la si accetta si scopre che il deserto non è così vuoto e morto come si pensava, c’è vita anche lì, animali e piante e il vento che soffia e la sabbia che si muove e le notti e i giorni e le stelle del firmamento e il sole e la luna: tutto fa parte di un grande gioco che anima il deserto e lo riempie di vita. Prova a spostare un sasso, prova a incontrare un’oasi e vedrai la vita ovunque. Questo fa del deserto un luogo sacro.
-Quindi il passaggio nel deserto non è da intendere per forza come un momento buio, di crisi, di sofferenza…
-Può essere l’approssimarsi di una nuova alba, il riscatto della propria libertà, il risveglio della coscienza di quello che siamo. E questo porta con sé una felicità diversa, profonda, stabile, inalterabile. Alla fine gli unici confini che ci bloccano sono quelli che noi pensiamo tali. È come sentirsi in gabbia quando intorno non ci sono muri e non c’è nessuno che ci trattiene e fa la guardia. Si può credere di essere in schiavitù quando in realtà si è liberi. Gli unici ostacoli che possono frenare l’espansione della coscienza sono quelli che noi riteniamo tali, quelli che immaginiamo. L’immaginazione creduta vera diventa sempre la realtà.
-Lo spazio dell’anima libero e aperto è quindi il vero deserto interiore?
-Sì, se lo vogliamo e lo scegliamo così sarà. In quel vuoto scopriremo la maggiore ricchezza e riposeremo nella nostra verità. Se invece lo pensiamo come un inferno sarà un doloroso cammino nel buio. Ma anche questo fa parte della crescita interiore, come ogni esperienza significativa ti porterà a interrogarti su te stesso.
-È un discorso complesso, ma sento che mi attrae. Mi sembra un percorso che apre le porte a una spiritualità senza dogmi, una ricerca fatta in piena libertà…
-Facciamo un ultimo passo, il più impegnativo. Noi cerchiamo sempre un Assoluto che è oltre i confini del relativo. Ma poiché l’Assoluto è il senza-limite, sciolto da ogni vincolo, quando siamo oltre i limiti del relativo siamo di fatto nell’Assoluto. E inoltre poiché l’unico limite è solo quello che noi pensiamo, esistere confinati nel relativo è un’illusione creata dal pensiero. In verità noi siamo sempre e da sempre nell’Assoluto, anche quando pensiamo di non esserlo. Comunque anche l’illusione fa parte dell’Eterno Essere che rimane inesplicabile, insondabile, indescrivibile per il pensiero dualistico.
-Che meta lontana e affascinante! Ed eravamo partiti dal deserto…
-La meta è in realtà la cosa più vicina, è già qui con noi, ora. Ma non c’è fretta nell’eternità, prepariamoci al viaggio. Ecco dove la traversata del deserto può portare, se solo si ha il coraggio di spingersi oltre e andare fino in fondo.
8 giugno 2024

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