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161 Il potere del circolo
-Il pensiero antico era affascinato dalla figura del cerchio e ad esso attribuiva spesso un significato mistico. Possiamo guardare la cosa più da vicino?
-Sì, gli antichi conoscevano bene il simbolo del cerchio e lo consideravano emblema di perfezione e del perpetuo ricominciare. Nella circolarità si esprimeva l’essenza delle cose, il movimento ciclico degli esseri nel mondo del divenire.
-In effetti il cerchio sembra la più completa e armoniosa delle figure geometriche piane…
-Se lo osserviamo e ne facciamo un oggetto di meditazione notiamo molti possibili simbolismi. Teniamo presente però che in quel guardare noi proiettiamo sempre ciò che ci appartiene come umani, ciò che è nelle corde del nostro sentire. Siamo sempre alla ricerca di simboli che possano dare un significato alla nostra esistenza e in questo le figure geometriche hanno una forza e un potere di fascinazione impareggiabili.
-Allora voglio provare a cimentarmi nell’impresa… Ecco qua sul foglio l’immagine di una perfetta figura circolare…
-Dobbiamo fare un’indagine di tipo fenomenologico, senza partire subito da ciò che sappiamo altrimenti la ricerca sarà condizionata e non libera. E dovremo affidarci alla nostra intuizione più che al pensiero analitico che frammenta e non coglie l’insieme. Il senso globale di una realtà non si può costruire un pezzo alla volta, va afferrato come totalità in un solo movimento..
-Stiamo usando quindi il lato destro della nostra mente, quello dell’intuizione poetica, dell’arte e dell’immaginazione?
-Certo, non dimenticare che simboli, immagini e miti sono un linguaggio profondo e potente. Gli antichi lo sapevano e per questo attribuivano tanta importanza a ciò che risveglia l’intuizione e la visione. La verità più profonda non è quella dell’oggettività dimostrabile, è quella di una interiorità spirituale che esprime il nostro essere, dove ogni dimostrazione è impossibile e sarebbe comunque superflua. Allora, osservando la figura, cosa noti al primo sguardo?
-Mah, non molto… Vedo solo la simmetria dell’insieme, la forma curva e il fatto che ogni punto della circonferenza è equidistante dal centro.
-Bene, per cominciare abbiamo scoperto il centro della figura e una periferia, la circonferenza, che abbiamo pensato come una sequenza di punti. Dimmi però, dove comincia esattamente la circonferenza?
-Be’, non si può stabilire un punto privilegiato che possa essere un inizio se non in modo arbitrario. Non c’è un percorso che parte da A e si conclude in B in modo lineare…
-In effetti nella circonferenza ogni punto è inizio e fine, ogni luogo può essere il cominciamento oppure la conclusione di un percorso. Nota come il circolo sia una realtà compiuta, perfetta e priva di opposizioni, senza angoli, spigoli o punti di rottura che possano alterare l’armonia dell’insieme. Ha una proporzione e un carattere di fluidità, suggerisce un moto perpetuo.
-È vero, il cerchio non appare una realtà statica, dà un senso di movimento, suggerisce un moto di rivoluzione su se stesso senza fine …
-Per questo gli antichi lo associavano agli astri del cosmo e ai loro movimenti caratterizzati da regolarità, stabilità e bellezza. L’universo, creazione divina, trovava nel circolo il suo simbolo più profondo. Anche il tempo era visto come un eterno ritornare.
-Sì, ho in mente la bellissima espressione di Platone: il tempo come “immagine mobile dell’eternità”…
-Il movimento ciclico del tempo, con le sue fasi e l’alternarsi delle stagioni, riproduce per Platone l’ordine immutabile dell’eterno essere. La sua è un’espressione mirabile che riesce a mettere insieme il divenire e la dimensione del non-tempo.
-E poi notavo: il “movimento” si può pensare alla periferia del cerchio, sulla circonferenza e nello spazio interno, ma il centro rimane sempre immobile…
-Guarda un po’, sei arrivato anche tu come Platone a mettere insieme nella figura del circolo il movimento e l’immobilità, il tempo e l’eternità.
-Forse comincio a capire meglio cosa vuol dire lasciarsi andare all’intuizione, al gioco di corrispondenze e di suggestione delle immagini.
-Allora stai davvero facendo progressi, anche perché non pretendi di dimostrare nulla, il significato che scopri ha valore per te e questo è l’importante.
-Quindi il centro non si muove mentre tutto il resto gira intorno, come in una grande ruota…
-Come la ruota del Samsara delle filosofie orientali dove tutto si ripete incessantemente e la liberazione consiste nel saltare dalla circonferenza del mondo fenomenico al centro immobile della realtà noumenica. In termini semplici e per noi più comprensibili: il centro del cerchio è la nostra coscienza, il nostro individuale punto di osservazione; la circonferenza è il divenire del mondo, sia nella dimensione esteriore sia in quella interiore. Le vie di meditazione orientali predicano la liberazione dal ciclo delle rinascite uscendo dal movimento della Ruota cosmica.
-E nelle filosofie dell’Occidente?
-Anche gli antichi filosofi greci accettavano la ciclicità del mondo, per questo usavano l’espressione “divenire” per indicarlo. In fondo, se ci pensi, è molto rassicurante sapere che tutte le cose vanno e vengono in circolo e che alla fine non c’è niente di nuovo sotto il sole. La modernità invece si è gettata nell’abisso della frammentazione, dell’insicurezza, della aleatorietà. È la cifra del nostro vivere oggi, ma non sto dicendo che sia migliore o peggiore, è il cammino della coscienza della nostra collettività umana.
-Rimettendo la palla al centro… Cosa altro si può dire?
-Il centro come metafora è anche l’anima, il luogo sacro e originario che esprime la nostra essenza. L’aspetto esteriore, la circonferenza, è invece il corpo, realtà mutevole e transitoria. Ritornare al centro vuol dire ritrovare lo spazio interiore, vivere la propria unità e completezza. È anche la “Via di Mezzo” del Taoismo, il vivere in armonia con il movimento di tutto ciò che esiste.
-Comprendo che il discorso ci può portare molto lontano perché apre tante porte. E tutto questo partendo da una semplice figura geometrica…
-Non è la figura del circolo ad essere complessa, lo è la nostra mente intuitiva che è capace di scoprire un mondo di significati in un semplice segno. Pensa a quello che puoi trovare anche nel punto, nella linea, nella croce, oppure nella piramide e nella sfera…
-Stavo infatti pensando alle figure del triangolo del quadrato: come si pongono rispetto al cerchio?
-Faccio solo un cenno su cui potrai riflettere: il quadrato presenta quattro lati, la linearità, spigoli e angoli opposti. È tutto un altro mondo che si apre: quello della realtà materiale fatta di opposizioni, lotte e dualismi. Il cerchio esprime il principio di unità del movimento universale, il quadrato rappresenta il contrasto, i chiaroscuri, la frammentazione, la perdita dell’unità. Quanto a triangolo, la sua forma suggerisce l’idea di una scala ascensionale dal basso verso l’alto, una realtà a più strati e livelli, ma nell’insieme è una figura che esprime staticità, una mancanza di movimento, una spigolosità, nonostante la simmetria e le proporzioni geometriche. A tutto questo si potrebbe associare anche il significato dei numeri, i pari e i dispari e i loro rapporti, una prospettiva filosofica fondata dal Pitagorismo che collega i numeri, le geometrie del cosmo e il destino dell’anima. E molto altro ancora che non abbiamo tempo di menzionare…
-E dire che la matematica non mi era mai piaciuta. Ora sto scoprendo un modo diverso di considerarla…
-C’è una geometria sacra che non è fatta solo di freddi rapporti numerici e che ha percorso la storia. In ogni caso però ricorda di non prendere quello che diciamo come una verità assoluta da sostenere e difendere ad ogni costo. Se ha sollecitato la tua riflessione e l’intelligenza immaginativa ha già raggiunto il suo scopo. L’importante non è aggiungere e conservare conoscenze, piuttosto mettere in movimento la coscienza e approfondire la consapevolezza. Rimani anche tu fluido e “circolare” come il cerchio, vedine la sacralità e la bellezza, scopri e fa tuo il potere del circolo, sarà una guida importante nel meditare sul mondo e su te stesso.
27 marzo 2024
162 Il frutto proibito
-Come si chiama questo frutto che mi offri, Eva?
-Non so il suo nome né conosco il suo sapore, ma sono curiosa, voglio provare ad assaggiarlo…
-No, un momento, lo riconosco, è il frutto dell’albero proibito, abbiamo avuto da Dio l’assoluto divieto di avvicinarlo! Cosa ti ha spinto a fare una simile sciocchezza?
-È stato quel serpente attorcigliato al ramo che si intravede laggiù, nascosto tra le foglie. Mi ha parlato e con le sue parole persuasive mi ha convinto.
-Ti ha rapito con discorsi sinuosi come le sue spire, dovevi stare più attenta! Non possiamo trasgredire i comandi divini, altrimenti un castigo terribile ricadrà sulle nostre teste!
-Non vivere nella paura, Adamo. So che tu sei ligio ai doveri e rispetti gli ordini del Divino, ma io mi sento animata da uno spirito diverso, una smania mi percorre, un desiderio brucia in me…
-Il desiderio di mangiare quel frutto vietato? È così importante per te?
-Non è il frutto che mi interessa, voglio spingermi oltre un limite, voglio vedere cosa accade se faccio un gesto che si oppone alla volontà dell’Altissimo.
-No, tu sei pazza, non mi farò trascinare in questo errore! Segui i miei consigli e lascia stare quel viscido serpente, cerca di usare bene il tuo giudizio.
-È quello che sto facendo ora, Adamo. Ascolta. Noi sappiamo di essere stati creati quando l’universo era già popolato di piante e animali. Ma mi dici perché siamo arrivati per ultimi?
-Perché tra tutti gli esseri viventi siamo il punto più alto della Creazione. Siamo gli ultimi arrivati perché dotati di maggiori perfezioni e più simili a Dio. E per questo noi non dobbiamo fare un torto a Colui che ci ha creato…
-Caro Adamo, l’ultimo essere comparso sulla scena del mondo, a guardare bene, sono io. Sono nata da una tua costola e quindi sono a te legata per sempre in quanto umana. Ma essendo l’ultimo essere della Creazione, seguendo il tuo ragionamento, io sono dunque dotata di qualche perfezione in più. E credo che una perfezione maggiore sia proprio questo mio animo che desidera esplorare ciò che è sconosciuto, anche se è proibito, anzi forse proprio per questo…
-Ascolta Eva, nel Grande Giardino ci sono milioni di alberi dalle forme stupende, con fiori e frutti meravigliosi. Perché andare a cercare altro e violare le regole? Che bisogno c’è di finire nei guai? Essere obbedienti è ciò che ci è stato insegnato, non è difficile ed è la cosa migliore che possiamo fare.
-Guarda cosa fa il Padre Creatore: dispone e agisce senza che nessuno possa ostacolare il suo volere. Se è vero che ci ha creati a sua immagine, non dobbiamo anche noi seguire il suo esempio e decidere noi stessi per le nostre azioni?
-Che strane idee sono queste? Non capisco dove vuoi arrivare…
-Devi sapere che il serpente mi ha sussurrato una cosa che non sapevo, mi ha detto che c’è una cosa che si chiama libertà. È la capacità di agire secondo la propria volontà e il sentire del cuore…
-È un discorso che non comprendo del tutto, ma mi sento turbato e al tempo stesso intrigato da quella nuova parola, libertà. Mi attrae, ma mi dà l’idea di un salto nel vuoto, nell’ignoto…
-In effetti lo è, Adamo, vuoi farlo insieme a me? Vuoi provare a essere te stesso come lo voglio anch’io?
-Essere me stesso… Pensavo di essere già ciò che sono, il nostro Dio lo aveva per sempre stabilito creandoci. Ma ora in me nasce un dubbio…
-Il serpente mi ha detto anche che la libertà dà la conoscenza del Bene e Male…
-Bene? Male? Cosa significano queste parole?
-Con bene e male penso si intenda ciò che è giusto o non giusto fare, ciò che ti reca danno oppure no…
-Ecco, l’hai detto, il male è proprio questo: non fare quello che Dio ci ordina, non rispettare il volere di chi ci ha creato.
-Io penso invece che il male sia fare ciò che non rispetta la nostra natura, il nostro sentire e quindi la nostra volontà. Bene e invece agire in quella libertà che ci rende degni figli del Creatore…
-Vuoi dire che anche noi, nel nostro piccolo, possiamo essere dei creatori?
-Sì, creatori della nostra vita, scegliendo ciò che riteniamo giusto e importante, senza vivere nella paura e nell’obbedienza piatta che ne consegue. Ecco allora, con questo morso al frutto proibito decido di essere me stessa! E non importa se sarò punita, l’ho fatto con cuore puro e in piena libertà! Adamo, questo gesto mi dà un brivido che prima non conoscevo, la sensazione di togliere un peso dal cuore e un’ombra che gravava su una vita troppo dorata!
-Mi sembra una follia Eva, ma qualcosa risuona in me, non riesco a trattenere un impulso, sento una forza irrefrenabile che mi spinge a… Dammi questo frutto… Ecco, è fatta! Ora il tuo destino sarà anche il mio. Se è vero che siamo fatti della stessa sostanza dobbiamo condividere tutto ciò che è e sarà.
-Adamo, ora anche io provo un po’ di paura, ma sento di avere fatto un passo importante. Sono pronta, anche grazie alle tue parole, ad affrontare tutte le conseguenze che Dio per noi vorrà.
-Saremo cacciati dal Giardino? E poi dove andremo? Cosa faremo? Chi saremo?
-Il mondo del Creato è così vasto! Ce la caveremo in qualche modo, decideremo noi chi vorremo essere, cercheremo di imparare da soli cosa sono il bene e il male…
-Vivremo in libertà Eva, ma rispetteremo comunque il nostro Dio e cercheremo di essere degni di Lui.
-Certo, ma chissà che non sia stato il nostro stesso Creatore a tessere i fili di tutto ciò che è accaduto…
-Già, mi chiedo se anche quel serpente non sia parte del gioco, di un gioco divino… D’altra parte, chi lo ha creato se non l’Altissimo? Come mai è comparso lì e ci ha suggerito cose che noi non saremmo mai stati capaci di pensare? Non può essere che questa fosse proprio la volontà del nostro Dio, che Egli volesse spingerci a conquistare la nostra libertà?
-Vedo che anche in te, Adamo, si agita uno spirito nuovo. Le tue domande sono la prova che ora sei finalmente capace di essere te stesso. Lo vedi? E una sensazione bella, ineguagliabile, che vale ogni prezzo e ogni sacrificio.
-Allora vieni Eva, prepariamoci ad affrontare con coraggio tutto quello che sarà per noi. Da esseri umani, come Dio ci ha creati…
-….
-Ok, arrivati a questo punto, come possiamo concludere la scena?
-Per me si può concludere anche così, non mi vengono altre idee.
-Allora cosa dici del canovaccio, si può proporre alla prossima recita?
-Ho qualche timore, qualcuno ci criticherà, diranno che è un’interpretazione troppo libera della Genesi…
-Be’, se è vero che anche noi siamo discendenti di Adamo ed Eva, allora ne condividiamo lo spirito di libertà, abbiamo la stessa voglia di esplorare e rischiare…
-Hai ragione, di cosa dobbiamo avere paura? Di essere cacciati dal Giardino dell’Eden? Al massimo rischiamo di essere cacciati dal teatro del quartiere. In questo caso ce ne andremo altrove, io e te…
-…e il serpente!
29 marzo 2024
163 Nell’altro vedi sempre te stesso
Il nostro io cerca di ricomporsi in unità,
ma rimane sempre diviso e frammentato.
Contraddizioni e conflitti ci attraversano,
impulsi e desideri turbano la nostra pace
in un’interna battaglia senza requie.
E se non sappiamo vedere questo fatto,
se non ne assumiamo la responsabilità,
se non portiamo alla luce i conflitti nascosti
riconoscendoli come una parte di noi,
i problemi restano irrisolti e proliferano.
Da qui il bisogno di incontrare gli altri,
il desiderio di intrecciare relazioni nel mondo
per superare la frustrazione e la solitudine,
per cercare sostegno a un vivere gramo
che non è mai un cammino di crescita,
non la vita che un uomo può desiderare.
Si apre allora una delle sfide più grandi:
la relazione con gli altri esseri umani,
formidabile specchio dell’interiorità,
esperienza che mette in gioco le energie
e l’intelligenza profonda della persona.
Qui può cominciare un lavoro su di sé,
ma solo se si accetta il confronto
ed è questo il primo difficile passo.
Il rapporto con l’altro è sempre arduo,
ci mette di fronte al nostro io reale,
spesso in modo crudo e impietoso.
Due realtà umane si incontrano
con il proprio carico di problemi,
si scrutano alla ricerca di una risposta,
un segno che possa indicare la via
per fare luce sull’enigma del vivere.
Nella relazione cerchiamo una conferma,
quella di essere individui perfetti,
uomini assennati e dotati di tutte le virtù.
Ma ben presto emerge un’altra realtà:
negli urti delle differenze individuali,
negli attriti e nei meccanismi di potere,
posti di fronte al nostro io reale,
la nostra falsa immagine viene abbattuta,
i conflitti e i problemi irrisolti si attivano,
noi giudichiamo sbagliata la relazione
e cominciamo i lamenti e le recriminazioni.
Questo è per tutti un momento cruciale:
di fronte alla crisi del nostro io illusorio
possiamo sentirci vittime e incolpare l’altro
o desistere e ritirarci nell’isolamento,
ma tutte queste risposte sono una fuga,
una rinuncia a trovare la propria verità.
Se invece non ci rifugiamo nell’illusione
e accettiamo di vedere ciò che siamo,
nello scambio di una relazione autentica
la nostra crescita interiore fiorisce,
il nostro io comincia a ricomporre l’unità.
La relazione ci ha mostrato le paure,
i blocchi psicologici che vanno osservati
e portati alla luce della consapevolezza.
Sono le relazioni l’origine dei nostri conflitti,
lì nasce la paura di affrontare il mondo.
Usciti dall’ingenua unità dell’infanzia
incontriamo la complessità del vivere
e il dramma dell’esistere come umani
con l’angoscia che sempre ci accompagna.
Ma è sempre nelle relazioni il rimedio,
perché negli altri vediamo noi stessi,
nel confronto possiamo crescere
e arrivare alla radice dei nostri problemi.
Osservando i desideri e le emozioni
e il gioco di impulsi, idee e memorie
portiamo alla luce i nostri moti interiori
e arriviamo a comprenderli e ad accettarli.
Accettarsi è compiere un’alchimia,
è trasmutare e raffinare i sentimenti,
è governare le energie dissonanti,
è trasformare il caos interiore in cosmo.
Solo così può nascere un nuovo io,
un essere umano giusto ed equilibrato,
felice di vivere e libero di amare.
Solo l’uomo che conosce se stesso
e ha esplorato i propri abissi
può conoscere e vivere nella pace.
1 aprile 2024
164 Perché tanto è lo stesso!
Diceva un antico saggio: “Vivere o morire, per me è lo stesso!”
Qualcuno gli chiese: “Se per te è lo stesso, perché non muori?”
Rispose il saggio: “Perché tanto è lo stesso!”
Si può guardare al mondo con indifferenza.
In questo caso le cose perdono ogni valore:
non vale la pena di affannarsi e angustiarsi,
tutto è banale e privo di significato,
l’esistenza intera diviene un deserto
e dunque vivere e morire “sono lo stesso”.
Oppure si può guardare al mondo con distacco.
Nulla è importante e a un tempo tutto importa:
nessuna esperienza è in sé così essenziale
da cercare di trattenerla e possederla,
però ogni cosa è piena di significato
se è vista con occhi e cuore aperti,
anche il passaggio estremo oltre la vita.
In questo senso vivere e morire “sono lo stesso”.
L’antico saggio ci offre una chiave preziosa
per non cadere in uno sterile nichilismo:
accettare l’universale legge del mutamento
che inscrive ogni cosa nel nascere e morire;
sperimentare la vita in tutte le sue dimensioni
trovando un senso in tutto quello che accade;
lasciar andare le cose quando è il momento
senza lamentarsi e inveire contro il destino,
questa è la via dell’uomo che conosce sé
e in modo consapevole può dire “tanto è lo stesso”.
Se queste parole nascono dall’amore per la vita
e non da un arido sentimento di rifiuto del mondo,
se il distacco dalle cose così mutevoli e fragili
rende l’animo equanime e imperturbabile,
allora il cammino di saggezza è compiuto.
Vivere e morire appartengono ad ogni cosa,
dunque se si è apprezzata e amata la vita
quando la morte verrà sarà la benvenuta,
non ci sarà tristezza, né rifiuto o resistenza.
Il saggio lascia che quello che accade sia,
accoglie quello che spontaneamente viene,
accetta ciò che il destino gli presenta,
impara da ogni situazione e tutto apprezza,
vivendo nella dimensione della non-scelta.
Scegliere è esprimere una preferenza,
quindi ogni scelta è sempre una negazione:
si sceglie il vivere perché si rifiuta il morire,
si sceglie il morire perché si rinuncia al vivere.
Il saggio vive senza preferire o disprezzare,
sa che i desideri sono momentanei e labili
e che ogni esperienza ha il suo significato,
anche quella che temiamo e da cui rifuggiamo.
E dunque:
“Vivere o morire, per me è lo stesso“
Frase che può esprimere un amaro cinismo
oppure la più alta realizzazione dell’uomo
quando la vita è stata vissuta pienamente
e si è amato ogni momento di quel vivere
e nulla rimane da rimpiangere o negare.
“Vivere o morire, per me è lo stesso“
Poiché ora sono vivo io continuo a vivere,
non sono io a scegliere ciò che è e sarà.
La vita umana è un viaggio entusiasmante,
ma non cercherò di prolungarlo all’infinito,
sono sempre pronto al grande balzo nell’Ignoto.
4 aprile 2024
165 Socrate e il calcio dell’asino + Apologia
Socrate ai discepoli meravigliati che egli non reagisse
alle percosse di un interlocutore:
“Se fossi preso a calci da un asino, forse che lo citerei in giudizio?”
Chi mai potrebbe rimproverare un povero asino
per avere fatto quello che fanno tutti gli asini?
Certo non lo condurremmo in giudizio,
consapevoli delle sue limitate possibilità.
Ma l’uomo è dotato di ragione e di parola,
può esprimere il disaccordo o la rabbia
mantenendo il governo dell’intelletto,
senza abbassarsi al livello animale,
dove comanda il puro e semplice istinto.
In ogni caso se accade, dice Socrate,
si deve trattare la persona con rispetto:
l’inconsapevole non sa cosa sta facendo,
non sa di perdere la propria umanità,
va quindi trattato come un infante immaturo
che va compreso e guidato, non punito;
non si può pretendere da un incapace
di andare oltre i propri limiti personali
per concepire un’altra possibilità.
E non rispondere a violenza con violenza
non è solo una scelta di carattere etico,
è anche espressione di una saggezza,
quella dell’uomo in pace con se stesso.
Apologia dell’Asino
Ci veniva insegnato già nella scuola elementare
che un asino è incapace di intendere e di volere.
C’era come sempre un asinus ex cathedra
ad istruire noi alunni sulla demenza asinina,
ricorrendo ad un ampio florilegio di esempi
per nutrire i nostri già pesanti sensi di colpa.
Ma noi conoscevamo un’altra nostra verità,
sapevamo quanta intelligenza negli asini,
a dispetto delle chiacchiere della vulgata.
La nostra intuizione ce ne dava la certezza,
con la fantasia li facevamo parlare e volare.
E osservando gli esseri umani nel mondo
notavamo insospettabili affinità e differenze
tra il mondo animale e quello degli uomini,
vedevamo l’incerto confine che li separa.
La mente degli asini è così innocente
che nessuno di loro mai si sognerebbe
di salire in cattedra a dispensare giudizi,
attribuendo agli altri patenti di intelligenza,
semmai piuttosto un calcio ben assestato
quando ci vuole perché il troppo è troppo,
anche nel caso di un Socrate destinatario,
mirabile esempio di linguaggio non verbale
per stringatezza ed efficacia.
E di sicuro Socrate per primo ne riderebbe
e questo direbbe ai suoi discepoli:
nessun asino merita di essere dileggiato
per il fatto di pensare e agire come un asino;
è l’uomo che può essere criticato o dileggiato
quando non pensa e agisce come un uomo;
ma il filosofo difende sempre l’uno e l’altro
perché per lui l’ignoranza non è mai una colpa.
7 aprile 2024
166 Una manciata di foglie
Dopo aver preso da terra una manciata di foglie
il Buddha disse ai discepoli: “Le foglie nella mia mano
sono poche, quelle dell’intero bosco sono molte di più.
Così è per ciò che riguarda i miei insegnamenti:
le cose che ho compreso e conosco sono tante,
ma a voi potranno bastare pochi semplici precetti.
Sapere una quantità di cose non sarebbe di beneficio,
non vi farebbe progredire sulla via del Risveglio.”
La nostra mente è come una fitta foresta,
un intrico di rami con innumerevoli foglie,
un luogo pieno di sentieri e insidie
in cui è facile perdere l’orientamento.
Da un pensiero nascono mille altri
in un gioco infinito di sensi e di rimandi,
un groviglio confuso di immagini e idee.
Noi vogliamo conoscere sempre di più,
siamo convinti che accumulare sapere
e riempire la mente di nozioni e teorie
sia la via maestra per conquistare la verità.
Ma il Buddha ci mette in guardia
da questa illusione del ricercatore spirituale
e indica la via che porta al risveglio:
la mente è la fonte di quello che siamo,
può essere una prigionia o una liberazione
a seconda dell’uso che ne facciamo.
Se seguiamo la via orizzontale della quantità
siamo sempre alla ricerca del nuovo,
raccogliamo innumerevoli conoscenze,
inseguiamo il bizzarro e il miracoloso
nei mondi magici creati dal pensiero.
Si può sprecare l’intera vita in una ricerca
che si muove in tondo senza progresso,
illusi che l’erudizione sia già la saggezza,
costruendo un pesante ego spirituale
orgoglioso della propria “santità”.
Questo è l’inganno della mente limitata
che si perde nell’accumulare conoscenze.
Se invece intraprendiamo la via verticale
guardiamo alla qualità del nostro pensare,
la mente diventa strumento di indagine
e apre le porte ad un’intuizione superiore.
Osserviamo l’esistenza e il nostro vivere
fino a capire che il pensiero crea il mondo
e che lì si trova la chiave della liberazione.
Il maestro Buddha parla per sua autorità
condensando la dottrina in poche regole,
partendo dalle “quattro nobili verità”:
la realtà del dolore; l’origine del dolore;
la fine del dolore; il Sentiero per giungervi.
Le istruzioni per il discepolo sono poche,
quante le foglie che stanno in una mano,
perché l’esistenza in fondo è semplice
e la liberazione è alla portata di ognuno.
La pratica costante dell’Ottuplice Sentiero
libera la mente dai vincoli del Samsara
aprendo alla pura coscienza risvegliata.
Una profonda comprensione illumina il sé,
si trasforma in una pace senza confini
e diviene il canto eterno del Beato:
Esiste la sofferenza, ma nessun sofferente è trovato
Vi è l’azione, ma non vi è nessun agente dell’azione
Vi è il Nirvana, ma nessun essere che vi entri
C’è il Sentiero, ma non vi si vede nessun viandante
10 aprile 2024
167 La banalità del presente
-È una frase che sento ripetere di continuo: dobbiamo vivere nel presente. Mi sembra ormai diventato un luogo comune, una banalità. Ma poi mi chiedo che cosa voglia dire davvero “vivere nel presente” perché forse non lo so.
-Certo, la vita è qui e ora, il presente è la sola cosa che esiste, la “realtà reale” da cui non possiamo fuggire. Il che ci sembra un’ovvietà, perché nessuno può esistere nel passato o nel futuro se non virtualmente, attraverso la memoria o l’immaginazione.
-Ma mi chiedo come mai tutti continuano a ripeterlo come un mantra, quando dovrebbe essere una cosa scontata che non ha bisogno di essere rimarcata. Per cui rinnovo la mia domanda: noi viviamo nel presente oppure no? Lo facciamo davvero? Perché comincia a venirmi qualche dubbio…
-La tua è una domanda da vero ricercatore. Non dare mai nulla per scontato è la prima regola per chi vuole indagare la realtà.
-Ho l’impressione che le cose che sembrano ovvie e banali siano proprio quelle che nascondono una verità che sfugge allo sguardo.
-E allora proviamo ad approfondire. Noi siamo convinti che quello che percepiamo nel momento presente sia la realtà vera e indubitabile. E quando i sensi ci ingannano pensiamo di dovere solo migliorare i metodi e gli strumenti di osservazione. Ma noi non vediamo mai la realtà così com’è, perché il vedere è sempre filtrato dalla memoria. A ciò che è visto si sovrappongono l’immagine del passato, le nostre conoscenze, le definizioni, le etichette che applichiamo alle cose.
-Non è un fatto naturale paragonare ciò che è visto a ciò che già si conosce?
-Capita a tutti ed è un atto spontaneo e immediato. Ma “pensare” la realtà non è la stessa cosa che “vederla” e “viverla” nel momento presente. Se io ti osservo e a quello che sei ora si sovrappone il ricordo di tempo fa quando tu mi hai recato un’offesa, allora non ti sto veramente vedendo, sto guardando un’immagine che ho di te basata sulla memoria, non te in quanto tale, come sei adesso.
-Questo mi è chiaro, ma se io ad esempio osservo questo tavolo che è qui di fronte a me e che vedo per la prima volta…?
-A questo tavolo che vedi per la prima volta si sovrappone l’immagine nella memoria che corrisponde all’oggetto che chiami “tavolo”, immagine nata dall’esperienza di tutti i tavoli che hai visto precedentemente. È proprio questa pre-conoscenza che ti impedisce di vederlo per quello che è in questo momento, in una percezione pura, libera da ogni immagine, scevra da ogni pregiudizio. È questo che ti preclude di vivere davvero nel presente, nel qui e ora. Ma comunque stai tranquillo, non vale solo per te, è ciò che accade a tutti.
-Ma se uno sta vedendo un tavolo davvero per la primissima volta?
-Allora la sua percezione è limpida e piena di meraviglia. È quello che tutti noi abbiamo esperito quando da infanti vedevamo le cose in modo innocente e aurorale. Una meraviglia che purtroppo abbiamo dimenticato…
-È vero, i bambini vivono nel qui e ora, immersi totalmente nel presente. E così anche gli animali, che sembrano vivere nel tempo dell’adesso, mai preoccupati per il passato o il futuro. Che cosa ci distingue dal mondo animale?
-Ci distingue il possesso della ragione e del linguaggio. Qui c’è tutta la nostra gloria di esseri umani e la nostra problematicità. Noi pensiamo di conoscere e dominare la realtà attraverso il linguaggio e il pensiero. Ma le parole indicano quello che per noi è l’oggetto senza mai poterlo cogliere in sé. Non ci rendiamo conto che le parole sono segni, i significanti e non i significati delle cose. L’avrai spesso sentito dire: la parola non è la cosa, come anche l’immagine di una cosa non è la cosa stessa.
-Quindi il nostro pensiero è solo una costruzione di immagini separate e distanti dalla realtà. E poiché noi percepiamo la realtà filtrata attraverso il pensiero siamo continuamente distolti dal qui e ora, non siamo davvero nel presente…
-Sì, è così e ciascuno lo può constatare di persona se ha la pazienza di condurre un’osservazione approfondita. Alla fine, al di là dell’utilità pratica, il conoscere non può “significare” niente, è solo una costruzione di schemi che cercano di ingabbiare la realtà vivente per possederla. Quelli che noi definiamo “oggetti” sono processi in atto, una realtà in movimento, un diveniente che sempre ci sfugge. Un oggetto non può mai essere definito se non a livello del linguaggio e dell’intelletto. È evidente però che la realtà viva è un’altra cosa che esula totalmente dal pensiero. E che la memoria ne è solo lo smorto simulacro.
-Quindi vivere nel presente non è un dato di fatto, non è un punto di partenza o qualcosa di già acquisito, è un esistere che deve essere ancora realizzato. Noi siamo nel presente eppure non siamo nel presente, guardiamo la realtà eppure non vediamo la realtà, perché il filtro della memoria è il passato che si sovrappone e confonde la nostra visione.
-Sì, ricordiamo però che per vivere nel presente non c’è bisogno di andare da nessuna parte. Non dobbiamo fare alcuno sforzo per andare da dove siamo adesso al “qui e ora”, andare dal presente al presente è contraddittorio e senza senso. Basta solo il riconoscimento di uno stato dell’essere che c’è già e che è obnubilato dall’ignoranza. Con una continua meditazione dobbiamo togliere il velo, comprendere che percepiamo in modo limitato e condizionato. Mantenendo questa coscienza si può col tempo imparare a vedere le cose con una percezione diretta, lasciando cadere le interpretazioni e le precognizioni che distorcono il vedere.
-È come riconquistare lo sguardo perduto dell’infanzia…
-Sì, ma in modo consapevole e comunque da persone capaci di comprendere il funzionamento e i limiti della mente. È chiaro che l’intelletto volto all’utile manterrà il suo ruolo e la sua funzione nella vita. Ma non sarà mai lo strumento che ci potrà avvicinare al sacro momento dell’Adesso.
-Dunque, in poche parole: se io sono nell’intelletto io non sono qui, non sono ora, non sono nel presente, sono altrove e vivo senza provare meraviglia per ciò che mi circonda. E allora il presente diventa banale e senza significato…
-Noi cerchiamo con l’intelletto di afferrare e dare un senso alle cose con definizioni e descrizioni mentre la bellezza ci sta sfuggendo di sotto agli occhi. Le cose sono piene di significato, sono lì di fronte e parlano, ma tutto questo va sentito, va vissuto e integrato in noi. E lo possiamo fare solo se siamo capaci di stare davvero nel presente e vivere la vita intensamente, con grande attenzione, dedizione e consapevolezza.
-Mi chiedo ad esempio come facciano a dialogare due persone che non sono mai nel presente, come possano davvero incontrarsi a scambiare se non si vedono, se sono separate da un filtro che fa da barriera…
-È chiaro che se si relazionano condizionate dal loro passato lo fanno attraverso immagini fittizie, per la maggior parte obsolete e fallaci. Ma se sono persone intelligenti e coscienti del problema possono fare un cammino di scoperta dell’altro che può trasformarle. Allora vivono nel presente come esseri umani che vogliono essere nel mondo con spirito di verità e in piena libertà.
-E immagino che questo valga per la nostra relazione con tutte le cose…
-Sì, finché siamo ingabbiati nel pensiero non possiamo assaggiare la vita vera così come è, ci perdiamo in immagini illusorie che ci allontanano dalla “realtà reale”. Comprendere tutto questo è liberatorio e ci restituisce al momento presente per riconoscere la bellezza di tutto ciò che esiste: la natura, gli esseri umani, le relazioni, i sentimenti, l’arte, il divenire e i colori del mondo. Quello che prima era una descrizione della realtà diventa un tuffo nel mistero senza fine che avvolge ogni cosa.
-Certo deve essere un cammino lungo e difficile…
-Non così arduo come puoi pensare. La meditazione però deve essere portata nel quotidiano, deve diventare un’attenzione continua alle cose che gradatamente le libererà dal gravame di uno sguardo troppo carico di passato.
-Vorrei intraprendere questo cammino. Da dove posso cominciare?
-Ci sono vie di meditazione che hanno molto da insegnare in proposito. Vedi quella che ti attira, sta a te scegliere quella più adatta nel tuo caso, se hai deciso di riappropriarti della capacità di vivere nell’adesso.
-Così, con una seria meditazione, il presente non sarà più “banale”…
-Non è mai il presente ad essere banale, siamo noi che lo pensiamo tale. E così facendo riveliamo tutta la nostra banalità.
16 aprile 2024
168 Il fiore di azalea
Oggi nel prato è fiorita l’azalea
con colori che spiccano sul verde
a rinnovare il miracolo della vita.
Guardo i cespugli di porpora e rosa
dove un’intelligenza misteriosa lavora
a creare nuove combinazioni e armonie.
Mi avvicino a un fiore e osservo intento
con lo sguardo dell’occhio interiore
che penetra oltre le forme apparenti
e con il potere dell’immaginazione
si trasforma in conoscenza intuitiva.
Inizia un viaggio tra realtà e sogno:
entro nel cuore del fiore di azalea
finché colore e forma scompaiono
e mi trovo gettato in un microcosmo
che mi porta ai confini dell’essere,
nei recessi più intimi della materia.
Il viaggio nell’infinitamente piccolo
procede veloce e sembra senza fine,
nella vertigine di quell’abisso
appaiono scenari inconcepibili,
un gioco di forze, materia ed energia
che si fa sempre più rapido e intenso,
finché tutto il conosciuto scompare,
tutte le forme e i confini si dissolvono.
E scopro che al fondo del vivente
si trova solo un puro spazio vuoto.
Al di là di molecole e atomi c’è il nulla,
non movimento, non forme, non colori,
non realtà definibili e comparabili
che esistono solo sulla superficie.
Il nulla è il fondamento del tutto.
L’essere è come un fiume perenne
che scorre fra le rive del non essere.
Ma quel nulla che sembra un vuoto
è una realtà palpitante e possente,
è una forza eternamente in atto,
una sorgente creativa inesauribile.
Non è il niente come mancanza,
è semplicemente un “non qualcosa”,
l’insondabile essere senza forma
che trascende ogni limitazione,
non definibile e non oggettivabile,
al di là di spazio, tempo e condizione.
Dunque il fiore di azalea è vuoto
come ogni esistente nell’universo,
vuoto di materia e pieno di vita.
A livello esteriore è quella singolarità,
unica, individuale e irripetibile,
nel profondo non è separato da niente,
è fatto della sostanza di ogni cosa.
Nel divenire è se stesso e non “altro”,
nell’essere è tutto ciò che esiste.
La sua natura interiore è spazio immobile,
la sua manifestazione è vita pulsante.
Le sue radici sono il senza forma,
la sua fioritura una festa di colori.
Essere e divenire non sono opposti,
sono misteriosamente legati fra loro,
un’unica realtà che appare in due modi
a seconda dello sguardo che la esplora.
Torno indietro al fiore di azalea
alla sua forma e ai suoi colori,
ne apprezzo l’incanto e l’armonia.
Ora so quale mistero racchiude,
un infinito è nascosto in quei petali.
Ho alla fine imparato come guardare
la realtà vivente che mi circonda
con occhi aperti e sempre diversi,
per amare ciò che mi si presenta,
nel suo essere e nel suo divenire.
Oggi ho capito il fiorire dell’azalea,
ho visto la sua essenza immortale.
E mentre guardo la corolla purpurea
che delicata fa capolino tra le foglie
sento che lo sguardo è ricambiato,
so che anche il fiore mi sta guardando.
17 aprile 2024
169 L’abbraccio magnetico
Quando la particella comincia a ruotare
con il suo moto rapido e vorticoso
anche la gemella lontana nello spazio
inizia subito l’identico movimento.
I due corpuscoli danzano insieme,
come riflessi in uno specchio,
vivono una misteriosa sincronicità
che li unisce in un magnetico abbraccio.
Conosciamo da tempo il fenomeno
degli elettroni che una volta separati
e allontanati a enorme distanza
restano ancora in intima connessione
muovendosi alla medesima velocità,
con uguali polarità, spin e direzione.
Chissà se quelle particelle sono due
e comunicano oltre lo spazio e il tempo
o se è uno stesso elettrone che appare
simultaneamente in luoghi diversi.
La Fisica quantistica studia eventi
che sfidano le leggi della logica.
La realtà dell’infinitamente piccolo
è un campo di fenomeni paradossali
che aprono gli scenari più sconcertanti
e arrivano a interrogare noi umani.
Troviamo già nelle grandi Sapienze
l’analogia tra micro e macrocosmo:
“Come in alto così in basso,
come in basso così in alto”
sentenziano antiche filosofie.
Le leggi di risonanza e sincronicità,
i principi del ritmo e del mutamento,
i legami di attrazione e opposizione
governano ogni evento e luogo
nella grande danza dell’universo.
Anche noi siamo parte di quel mondo
dove tutto è sempre interconnesso
e nella sincronia delle relazioni
cerchiamo il magnetico abbraccio.
Come gli elettroni ci muoviamo
creando flussi e campi di energia,
costruendo legami e simpatie.
È destino di ogni essere umano
oscillare tra unione e separazione
lottando, cadendo e rinascendo
per ritrovare la vitalità e lo slancio.
Come quegli atomi microscopici
che si combinano in infinite forme
anche noi entriamo in risonanza
creando infiniti mondi di senso,
attraverso l’amore e l’amicizia
con il pensiero, l’azione e la parola.
Lì c’è tutta l’esperienza dell’umano:
nello sguardo la sintonia con l’altro,
nei sentimenti il gioco dei contrasti,
negli istinti l’attrazione e l’energia,
nel gesto la creazione e la cura,
nella coscienza la qualità dell’essere.
Siamo sempre alla ricerca dell’unità
in ogni esperienza del nostro vivere.
Quando il sentire travalica i limiti dell’io
e riconduce il frammento dissonante
allo stato di completezza e armonia
il cammino dell’uomo è compiuto.
Ciò che nel mondo fisico era meccanico,
movimento automatico privo di coscienza,
nel mondo umano diviene atto volontario,
desiderio, progetto e scelta consapevole.
Allora la nostra coscienza si espande
e viviamo nell’unità con tutto l’esistente.
In quel momento siamo l’anima dell’universo
che si ricorda e si risveglia a se stessa.
22 aprile 2024
170 Il tizzone ardente
-Leggo questa frase del Buddha: “Tenersi aggrappati alla rabbia è come tenere in mano un tizzone ardente con l’intento di scagliarlo sugli altri. Ma l’unico che viene bruciato sei tu”. Puoi spiegarmi il significato di queste parole?
-È un’esperienza che facciamo tutti: un nostro desiderio viene ostacolato e da lì frustrazione, risentimento e rabbia. Allora siamo pronti a scagliarci contro chiunque passi nei dintorni. Se non siamo persone mature ce la prendiamo con gli altri, facendo le vittime e aggredendo il primo malcapitato.
-Già, magari lo accusiamo di averci calpestato l’ombra…
-Non è difficile trovare un pretesto per sfogare la propria rabbia all’esterno. È davvero come tenere in mano un tizzone ardente di cui ci vogliamo liberare, un fuoco che però è prodotto da noi e su di noi si ritorcerà.
-Non si può spegnere quel fuoco?
-Sì, ma non è facile. Bisogna innanzitutto chiedersi: “Di chi è questa rabbia? Perché è sorta dentro di me? E cosa c’entrano gli altri?”. Dobbiamo sempre assumerci la responsabilità di quello che sentiamo e facciamo, giudicare in modo onesto senza fuggire e giustificarci.
-È una riflessione su di sé, un percorso di autoconoscenza…
-Sì, un passaggio obbligato per chiunque voglia conoscere se stesso. Vale per la rabbia e per qualsiasi altra reazione emotiva.
-Ma se la rabbia ti travolge come un’onda e tu non riesci a trattenerla?
-Be’, innanzitutto non dobbiamo pensarla come una forza estranea che ci assale e contro cui non possiamo fare niente. Quella è la nostra rabbia, una realtà che ci appartiene, un aspetto del nostro essere. Tocca a noi farcene carico e gestirla. Accettare questa evidenza è solo il primo passo, ma è il più importante.
-Però in quel momento, quando la passione si scatena, non si ha la lucidità necessaria per vedere e capire ciò che accade…
-Certo, è una pratica da fare per gradi, una meditazione da portare nella quotidianità. E di occasioni ne abbiamo tante, quasi ogni giorno sperimentiamo la rabbia, a vari livelli e in modi diversi.
-È vero, la rabbia si può esprimere in forma eclatante, oppure viene repressa e si manifesta come fastidio, insofferenza, critica, disprezzo, insolenza, cinismo, ecc.
-Vedo che il lavoro di auto-osservazione per te è già cominciato. Distinguere con finezza le proprie emozioni è fondamentale per dare voce al nostro sentire. È un primo passo per riconoscere un sentimento e dargli un volto. Chi non sa dare un nome alle proprie emozioni è più esposto a passioni scomposte e reazioni inconsulte.
-Quindi la rabbia si può trasformare?
-Sì, come ogni nostra passione può essere trasmutata. Tieni presente che la rabbia è semplicemente un’energia che ha come scopo la difesa e la sopravvivenza. Nei momenti di pericolo una forte reazione può salvarci la vita. Ma quando oltrepassa il limite, quando è un aggredire determinato dalla frustrazione diventa come un tizzone ardente che può far del male agli altri, ma soprattutto a noi.
-È come il fuoco che può servire per scaldarci davanti al camino o può bruciarci la casa…
-E così con tutte le energie dell’essere umano. Bisogna saperle usare con cautela e maestria, allora sono al nostro servizio e non contro di noi.
-E quando noi reprimiamo la rabbia?
-Anche trattenerla e occultarla non serve, prima o poi quell’energia ti brucerà dall’interno o esploderà all’esterno distruggendo gli altri. Devi piuttosto andare alla radice del problema, ai desideri che la alimentano e all’inconsapevolezza che non ti permette di governarla. Se hai capito che è un’energia, allora puoi indirizzarla diversamente, puoi usarla per scopi positivi.
-E quindi per trasformarla da dove si comincia?
-Dobbiamo renderci conto che riversare la rabbia sugli altri è ingiusto e inutile, che degrada e fa star male noi per primi e che esprimerla in modo inconsapevole fa perpetuare il suo meccanismo.
-Perché hai sottolineato con enfasi “in modo inconsapevole”?
-Vivere un’emozione in modo consapevole è una cosa completamente diversa. È vedere con chiarezza cosa sta accadendo dentro di noi, in una prospettiva più ampia. Qui si pongono le basi per la trasmutazione. Devi vedere le passioni come espressione della tua parte inconscia, animale, quella guidata dall’istinto di sopravvivenza. Rabbia, gelosia, odio, avidità, ecc. sono meccanismi che riguardano ogni essere umano, tutti noi li conosciamo. Non identificarti con queste passioni, vedi che passano attraverso di te e capisci che non possono essere eliminate, semmai trasformate. Devi fare una sorta di operazione alchemica.
-Un’alchimia? La trasformazione del vile piombo in oro?
-Sì, se vogliamo rimanere nella metafora. Invece di negare, reprimere o manifestare la rabbia, tienila lì in piena coscienza, osservala come pura energia, lasciala essere, usa il gioco e l’ironia, rilassati e vedi che niente è così importante, nulla deve essere preso troppo sul serio. Trasformare le energie è trasformare te stesso. Naturalmente il “come si fa” devi capirlo tu col tempo, un’intuizione interiore ti deve guidare. Come ogni processo di liberazione non può essere indotto dall’esterno, deve essere fatto autonomamente, in piena coscienza e libertà.
-E quando la trasformazione avviene?
-Allora la rabbia diventa energia creatrice, luce che illumina i tuoi angoli oscuri invece di alimentare i tuoi mostri interiori. Quell’energia da distruttiva si tramuta in voglia di vivere, gioia di essere, entusiasmo, forza di cambiamento. Col tizzone ardente invece di bruciare gli altri accendi un fuoco in te che è come quello del camino che dona luce e calore. Quando l’energia-rabbia cambia di segno può trasformarsi nei sentimenti più amorevoli: amicizia, cura, comprensione, calore umano.
-Dunque il tizzone ardente non si spegne, da energia negativa diventa forza positiva…
-Sì, è la stessa energia della vita che ritrova il suo flusso naturale e ora scorre libera. Il tizzone ardente, nella tradizione indiana, esprime l’attaccamento dell’ego al mondo materiale. Se non superi questa illusione rimani intrappolato nelle emozioni negative, quelle al servizio della personalità egoistica, capace solo di possedere e distruggere. Ma quando ti liberi di un’emozione negativa diventa più facile liberarti anche delle altre, perché in fondo il meccanismo che le produce è lo stesso.
-E come cambia il tuo rapporto col mondo?
-Impari ad accettare che le cose non vanno sempre come vorresti, che tu non sei il centro dell’universo, che anche gli altri sono un groviglio di passioni e desideri e a volte ti tagliano la strada, come tu stesso fai con loro. Uscire dalla prospettiva ristretta dell’io è un grande sollievo, è svegliarsi da un’illusione che crea infelicità. Allora, quando accade, la rabbia non ha più ragione di esistere e lo stesso vale per tutte le altre emozioni negative e disturbanti.
-Si diventa quindi uomini perfetti?
-No, magari non perfetti, ma profondamente umani sì. Il punto non è cercare una perfezione che sarebbe un vivere monotono e senza colori, ma essere consapevoli di quello che si è e di ciò che si può essere e agire di conseguenza. Conoscere se stessi in fondo non è altro che questo.
24 aprile 2024
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