151 L’albero dei desideri
-Ho trovato un’interessante metafora: la mente è come un albero dai folti rami che produce una miriade di foglie, fiori e frutti… Mi sembra un chiaro riferimento ai nostri pensieri…
-Sì, la mente produce incessantemente idee, immagini e sensazioni. È come una prolifica pianta che si ramifica e si amplia senza posa. Sono innumerevoli i pensieri che si susseguono in un solo minuto, a una velocità sorprendente.
-Ma noi non riusciamo a stare dietro a tutti, molti rimangono in secondo piano, sullo sfondo.
-Infatti osserva, in questo momento non c’è solo il pensiero di quello che stiamo dicendo o ascoltando, ce ne sono molti altri che appaiono sul limite della coscienza e che con un po’ di sforzo possiamo anche recuperare.
-Quali, ad esempio?
-Pensieri relativi alla collocazione nello spazio e nel tempo, percezioni, sensazioni fisiche ed emozioni, immagini del futuro e del passato, commenti tra sé, paure e desideri, ecc.
Eri consapevole mentre pochi minuti fa si sentiva suonare da lontano la campana della sera?
-Ora che ci ripenso, sì e no… È curioso, io in quel momento la udivo ma non la ascoltavo, ero presente e anche no, cioè…
-Ecco, questo accade per un’infinità di pensieri e sensazioni che si accavallano e si sovrappongono e si mescolano nella mente… uno zibaldone o meglio un gran carnevale.
-Cioè una grande confusione o caos. Come mettere un po’ di ordine dentro di noi?
-Bisogna partire dalla consapevolezza che i pensieri sono cose, sono un fatto che ha un potere creativo e ha sempre delle conseguenze.
-l pensieri creano la nostra realtà?
-Sì, l’avrai sentito dire tante volte. Noi siamo quello che pensiamo. La nostra mente modella la nostra realtà e il modo in cui la percepiamo e la viviamo.
-Quindi tornando all’immagine dell’albero?
-Guarda, c’è proprio una parabola per noi che viene dalla tradizione tantrica dell’antica India. È quella che ci racconta dell’”albero dei desideri”. Immagina di scoprire un albero miracoloso sotto il quale quando ti siedi puoi realizzare immediatamente qualsiasi cosa ti passi per la mente, qualsiasi capriccio o desiderio…
-Bellissimo, è come il potere di un mago! Dove si trova questo albero? Ci vado subito!
-Meglio non essere precipitoso nelle cose. Bisogna sempre agire con attenzione e considerare tutti gli aspetti.
-Beh, chi non vorrebbe una bacchetta magica che realizza immediatamente ogni desiderio?
-Prima ti racconto come va a finire la storia… Un giorno un uomo si imbatte in quell’albero, si siede lì sotto e, siccome è affamato, pensa che sarebbe bello avere qualcosa da mangiare. Immediatamente il suo desiderio si realizza, da chissà dove si materializza un cibo prelibato. Soddisfatta la fame l’uomo pensa a qualcosa da bere e d’incanto compare la sua bevanda preferita. E così succede ancora con tutto ciò che gli passa per la mente.
-Una meraviglia, è il sogno di ogni essere umano! Come un re Mida! Poter avere tutto ciò che si vuole, soddisfare ogni più folle desiderio!
-Beh, se fosse qui quell’uomo non sarebbe affatto d’accordo con te. Tornando alla sua storia, presto lui scopre che non sono solamente i pensieri consci a realizzarsi, ma anche i desideri e i pensieri inconsci. Tutto quello che ribolle nella mente e che non si riesce a vedere con chiarezza e a controllare.
-Ah, forse comincio a capire…
-Vedendo tutte quelle apparizioni miracolose, a un certo punto l’uomo teme che sia un diabolico sortilegio, l’azione di qualche fantasma o spirito maligno. E appena questo pensiero emerge nella sua mente ecco che, come in un sabba demoniaco, si materializzano tutt’intorno fantasmi e mostri spaventosi. Il povero sventurato allora è colto dalla paura di essere assalito e torturato. E naturalmente subito questo accade, tutto ciò che è pensato si realizza infallibilmente.
-Se vuoi, puoi anche non continuare la storia. Ho già capito come va a finire…
-Ormai andiamo fino in fondo. In quella drammatica situazione un ultimo pensiero si fa strada nel più assoluto terrore, la possibilità di essere ucciso, di morire. Ed è quello che immediatamente si verifica.
-Non è proprio quella che definiremmo una storia a lieto fine… Forse quell’uomo doveva capire che stava proiettando i suoi pensieri nella realtà, avrebbe cercato di controllarli…
-È accaduto semplicemente quello che lui ha desiderato o pensato grazie al potere creativo della sua mente. Avere paura di qualcosa ad esempio diventa immaginare, evocare e quindi provocare quell’esperienza.
-È vero, se ho paura di provare angoscia vivo già nell’angoscia…
-Però tieni presente che questo accade a tutti noi, anche se non in modo così estremo e istantaneo. La mente è la radice delle nostre vicende personali, della nostra storia in questo mondo.
-Ma desiderare la propria morte? Questo mi sembra esagerato. Chi lo vorrebbe mai?
-Può accadere di cercarla inconsciamente e di provocarla, magari non con un gesto improvviso e drammatico, piuttosto con una lenta rovina di sé. Già Freud parlava del fascino dell’inorganico, diventare polvere per non soffrire più… Ma questo discorso ci porterebbe lontano, lo affronteremo in un’altra occasione.
-Dunque il nostro pensiero crea la realtà… Perché è così difficile comprenderlo?
-Appunto perché i risultati non sono sempre immediati. I semi sono gettati da un pensiero o da un desiderio o paura, ma spesso passa del tempo prima che arrivi l’effetto. Un’emozione negativa come l’odio può farmi stare male subito, oppure, se diventa abituale, portare col tempo ad azioni dissennate, relazioni sbagliate, comportamenti distruttivi.
-Ma controllare il proprio pensiero non è facile come dirlo…
-La mente fugge qua e là come una scimmia che salta da un ramo all’altro senza sosta. Per cominciare allora osservati e cerca le radici dei tuoi comportamenti ripetitivi, vedi da quali semi cioè da quali pensieri sorgono. Non si tratta di abbattere la pianta, ma di coltivarla e curarla. La mente non ti è nemica, però deve essere un fedele servitore, non un padrone tirannico. Osserva cosa accade dentro di te, governare i pensieri non vuol dire reprimere o censurare, ma comprendere e diventare consapevole di ciò che in te si muove e crea le situazioni di vita. Da una meditazione incessante verranno l’equilibrio, la saggezza, il governo del proprio mondo interiore con tutti i suoi pensieri ed emozioni. Come si fa dovrai capirlo da solo con l’esperienza, nessuno può spiegartelo in parole, anche le mie sono solo indicazioni…
-…cioè sono il dito che indica la luna, non la luna…
-Ecco, proprio così, la luna te la conquisterai da solo, se non ti fermerai al dito che la indica.
-Perché a volte il proprio pensiero diventa un creatore di infelicità e si vive in un inferno?
-Pensare come un piccolo sé è l’inferno. Se sei identificato con il tuo io e con l’egoismo dei tuoi impulsi non potrai mai davvero governare la mente, sarà lei con gli istinti del corpo a prendere il sopravvento. Sarà la scimmia a dirigere i giochi e quindi immagina con quali risultati…
-Come uscire dalle maglie strette del nostro piccolo io?
-Se ti identifichi con la tua mente in disordine è finita. Se invece ti identifichi con qualcosa di più grande e, per così dire, ti sintonizzi con la coscienza collettiva, la visione si amplia e porta la chiarezza del vedere, la capacità di capire cosa accade intorno a te e l’azione appropriata. Allora sono le istanze più alte e unificanti a dettare i ritmi della vita, pur tra incertezze, errori e cadute. Non diventare il ragno che tesse la tela e ne rimane intrappolato, diventa l’ape che passa di fiore in fiore per il bene dell’alveare, cioè di tutta la comunità. Questo modo di vivere richiede un sacrificio del tuo io per l’unità del tutto, lasciando in secondo piano le istanze personali e rifuggendo dal superfluo, dall’inutile, da ciò che distrugge e arreca dolore.
-Dunque io devo impegnarmi a governare la mia mente se voglio creare un paradiso, un mondo bello per me e per gli altri…
-Si, ma ci riuscirai solo se tu non sarai al centro della scena e se il progetto di un nuovo mondo, l’Albero dei Desideri, sarà il frutto del nuovo modo di pensare di un io più grande.
15 febbraio 2024
152 Essere o non essere
Essere o non essere?
Era la domanda che lo tormentava,
il dilemma che lo dilaniava da sempre.
Finché un giorno giunse la risposta.
Osservando la natura delle cose
tutto gli fu improvvisamente chiaro.
Una comprensione balenò nella mente
mentre contemplava nella luce del tramonto
il lento appassire delle linee e dei colori:
tutte le forme vanno e vengono,
appaiono dal nulla e nel nulla scompaiono
e non si può fermare questo infinito gioco
che appartiene alla vita nella sua essenza.
Venne dunque la risposta, ma non a lui,
perché in quel momento ogni “io” era sparito.
Era il Tutto che osservava se stesso
attraverso la sua mente risvegliata
e si riconosceva nella propria verità:
l’esistenza è un’onda in movimento
tra le sponde dell’essere e del non essere;
ogni ente è un’infinitesima parte di una Realtà
che si manifesta in innumerevoli forme
che vivono e precipitano tra l’essere e il nulla.
Come umani siamo parte del gioco,
viviamo sospesi tra due mondi,
anche noi siamo e non siamo.
Come partecipi dell’esistente
siamo quel Tutto che si manifesta
e che è la sola vera ultima Realtà;
come individui, parti di un intero,
piccoli frammenti privi di autonomia,
enti transeunti ed effimeri,
in senso reale noi non siamo.
Questa è la nostra natura,
ci trasformiamo ogni istante
lasciando alle spalle spazio e tempo,
il fuoco e la cenere di ciò che è stato.
Questo è il destino di uomini e cose,
sempre in bilico fra esistenza e non,
fra tutto e nulla, tra essere e non essere,
sempre alla ricerca di ciò che manca.
Un esistere segnato dall’incompletezza
che però contiene immense potenzialità,
perché solo ciò che non è perfetto
ha mille modi di trasformarsi e rinascere.
Solo ciò che è imperfetto può divenire,
come creazione perennemente in atto,
pur mantenendo la propria essenza,
perché è sempre il Tutto la sua sorgente.
Mentre dunque osservava le cose svanire
nella dorata luce del tramonto
il dilemma di essere e non essere
si scioglieva nel più grande paradosso,
in quella incomprensibile contraddizione
che è il fondamento di ogni realtà:
l’Intero si differenzia ma senza separarsi,
l’Uno diventa i Molti senza però dividersi.
L’impossibile diventa il reale possibile
nel ciclo eterno di essere e non essere
che è il gioco senza fine della creazione.
È quello che vediamo ogni momento
accadere davanti ai nostri occhi
nelle forme mutevoli dell’apparire,
nel fuggente attimo dell’essere-nulla.
Nel tramonto i caldi colori sfumano,
le linee si sfocano e si fanno incerte,
ma non c’è rammarico o rimpianto,
non c’è solo la fine di ciò che e stato,
ci aspettano le luci e i colori dell’alba.
23 febbraio 2024
153 Vita dopo vita
Così rifletteva il ricercatore del vero
di fronte alla maestà del cielo stellato:
Se posso vedere solo un frammento
di questo universo che mi circonda,
l’interminabile volta celeste
che come un manto abbraccia ogni cosa,
cosa sarebbe vedere la totalità del cosmo
in un singolo sguardo onnisciente?
Se posso vedere solo un frammento
di questa mia vita nella sua storia,
il continuo peregrinare nel mondo
con il suo carico di gioie e dolori,
cosa sarebbe vederne la totalità
dispiegata dall’inizio senza causa
verso una fine senza un perché?
E in quella profonda meditazione
la visione giunse improvvisa:
in una lunga serie di esistenze,
vita dopo vita, nel corso del tempo,
la scintilla divina svelava la sua luce.
Nata nel luogo dell’eterno essere,
discesa poi nell’abisso del divenire
per sua imperscrutabile volontà,
la luminosità si rivestiva di forma,
assumeva le linee e i colori del mondo
alla ricerca dell’esperienza dell’io.
Ma non sapeva ancora di essere
la coscienza perfetta dell’Intero,
doveva ancora specchiarsi nell’altro
per costruirsi come individualità.
Così la ricerca dell’io creava un “sè”,
una fittizia proiezione del pensiero,
un’apparente doppio della coscienza
peregrinante per le vie del mondo.
E nel sogno a vita seguiva altra vita,
in un intreccio di storie e vicende
legate saldamente al piolo del sé,
percorse da una crescente nostalgia
per qualcosa di più grande.
Era proprio l’esperienza del mondo
a risvegliare il sentimento originale
dell’io primigenio e incontaminato:
il sé era visto come mera invenzione
di un pensiero smanioso e immaturo
e cadeva come un castello di carte
con la pesante catena del suo passato.
La scintilla si riconosceva come “io”
oltre ogni maschera dell’illusione,
riconquistando l’incrollabile certezza
della verità ultima del suo essere.
Un io che tornava soggetto assoluto,
luce che si riconosceva come Luce.
Questo vedeva il ricercatore del vero
con l’occhio liberato dalle apparenze.
E allora lo sguardo poteva spaziare
in quella totalità prima sfuggente
a contemplare lo sterminato cielo
e comprendere il mistero della vita.
Visione di una Realtà senza limiti
che non soggiace a cause o perché
e non risponde al desiderio di un fine.
Innocente creazione senza scopo
dove ogni frammento è l’intero,
dove ogni vita è tutte le vite.
28 febbraio 2024
154 La via del ritorno all’Uno
-Nelle Enneadi Plotino elabora una grande metafisica dell’Uno: tutto l’esistente sgorga dalla sovrabbondanza del Primo Principio che origina il mondo e la coscienza in un immenso ciclo cosmico di discesa dall’essere perfetto al piano materiale, quello che per noi è l’universo con tutta la vita che contiene.
-Ne abbiamo parlato. E arrivati a questo punto, come prosegue l’indagine filosofica?
-Plotino parla del ritorno all’Uno, una grandiosa conversione dal mondo materiale alla realtà spirituale che vede protagonista la coscienza singola. Il grande filosofo descrive la via della meditazione che conduce il ricercatore spirituale all’esperienza mistica della riunione col trascendente.
-È la teoria filosofica che diventa pratica di vita…
-Sì, un cammino di crescita interiore, di evoluzione della coscienza che si affranca dagli interessi materiali e risale alla sfera immateriale della Luce intelligibile.
-Da dove si parte per intraprendere questo cammino?
-Per le anime più mature che sono pronte a esplorare le supreme dimensioni dell’essere il primo passo è l’affinamento delle facoltà più elevate della mente, prima con la matematica, poi con l’arte e la ricerca della bellezza nelle cose del mondo. In seguito lo sguardo si volge alla teoria, alla visione dell’occhio della mente, ai concetti astratti e alla vita interiore. Le cose esterne perdono ogni attrattiva e significato, l’individuo cerca la bellezza che va oltre la materia, il ‘bello in sé’ come insegnava Platone. La vita si spiritualizza e le qualità dell’anima si palesano aprendo un nuovo livello dell’esistenza umana.
-Ci sono indicazioni più concrete su come si debba praticare la meditazione?
-Ti porto un esempio dalle Enneadi: devi visualizzare di fronte a te il cosmo con le stelle e i pianeti e tutti i viventi che lo popolano. Il tuo sguardo deve cogliere la totalità delle cose come un insieme e al tempo stesso ogni suo dettaglio.
-Devo quindi sentirmi come un grande Spettatore dell’intero universo…
-Sì, devi usare la tua immaginazione, vedi l’universo come se fosse tutto in una sfera luminosa e trasparente. Poi quando l’immagine nella tua mente è nitida devi rovesciare il rapporto con essa. Il cosmo devi vederlo non come una realtà esterna, ma come un universo dentro di te. Devi pensare, anzi devi sentire, di essere il creatore del cosmo, la fonte infinita e libera da cui ogni cosa scaturisce. Prova a farlo in questo momento…
-Sì… È una sensazione particolare, mi dà un senso di espansione e di potenza. Essere una divinità che crea e governa il mondo mi sembra una bella esperienza, per quanto sia solo frutto di immaginazione…
-Ecco, ora rimani in quella coscienza che comprende in sé tutto ciò che esiste. Sei nello spazio di una consapevolezza profonda e ampliata del senso di essere. Ammira la grandiosità, la bellezza e la perfezione di tutte le cose…
-Mi sento il Divino che contempla la sua creazione e la vede perfetta, fatta a sua immagine…
-Bene, ora il passo successivo è quello di lasciar svanire a poco a poco la visione dell’universo e concentrarsi sulla pura presenza, lasciando solo la coscienza, nuda e semplice. Dalla visualizzazione consapevole alla consapevolezza in sé, come presenza trascendente e incondizionata.
-Mmh, è come essere in un vuoto, di fronte al nulla…
-Ma in realtà non è il nulla, perché la coscienza rimane sulla scena, lucida e autoconsapevole, onnipotente e indistruttibile, senza limiti perché altro non c’è fuori di essa…
-…E quindi è anche oltre lo spazio e il tempo, completa e piena di ogni qualità…
-Meglio dire che è priva di forma, quantità, qualità e relazione. Riesci a spiegare perché?
-Perché queste sarebbero delle determinazioni, cioè delle limitazioni per una coscienza che è un assoluto Uno.
-Proprio così, la Coscienza (con la maiuscola per distinguerla dalle coscienze individuali e limitate dei singoli enti) è la manifestazione dell’Uno, che in sé rimane la suprema Realtà, inconcepibile e indescrivibile, al di là di forma e tempo, di azione e pensiero, di essere e non essere. Va precisato poi che per Plotino l’Uno non “crea” il mondo dal nulla, ma genera da se stesso per sovrabbondanza di essere, in modo spontaneo, rimanendo nella sua perfezione assoluta, immobile e inviolato.
-Quindi, se ho capito, con questa meditazione la nostra coscienza individuale cerca di allinearsi alla Coscienza universale per avvicinarsi all’esperienza dell’Uno…
-Sì, è la via per superare ogni dualità e ‘tornare a casa’, al Primo Principio. Non è semplice però parlare di unio mystica, la realizzazione estatica che oltrepassa ogni possibilità di descrizione. Le parole sono sempre misere e incapaci di dare significato al trascendente. Qui si entra in un mondo di tali paradossi e impossibilità che ogni tentativo di spiegare cade nel vuoto. Per questo l’ultimo volo secondo Plotino deve avvenire nel distacco e nel silenzio più radicali.
-L’ultimo volo? Cosa significa questa metafora?
-Troviamo nell’ultima pagina delle Enneadi uno dei passi più belli. Plotino descrive con queste parole il “volo” finale verso l’illuminazione: “Fuga di solo a solo – pònou pròs pònon“. È l’esperienza di spogliarsi di tutto, abbandonando ogni desiderio, attaccamento e senso di separazione per ricongiungersi con l’Uno. Un “volo” nell’estasi della trascendenza che non lascia memoria o traccia del mondo dietro di sé.
-Immagino che più di questo non si possa dire e raccontare…
-Ci siamo avventurati sul terreno di una grandiosa metafisica dell’Essere che la ragione può solo intravedere da lontano. Il ricercatore serio sa che le parole e i concetti sono solo un punto di partenza, il resto è un cammino di realizzazione interiore che ciascuno deve compiere in solitudine:
Fuga di solo a solo – pònou pròs pònon
29 febbraio 2024
155 Eros Messaggero d’amore
Fu nella notte di festa per Afrodite,
divinità di sublime bellezza e incanto,
mentre gli dei ne celebravano la nascita,
che avvenne quel fatto straordinario.
Lì fu concepito Eros, il grande demone,
sempre votato alla ricerca del Bello,
messaggero ai mortali di quell’Amore
che è fonte di gioia e piacere e tormento.
Fu l’ebbrezza dei sensi di Poros e Penia,
fu l’intima unione di Ingegno e Povertà
nel più stridente connubio di opposti
a dare la nascita a quell’essere demonico
che vive a metà tra gli uomini e gli dei.
Era nel suo destino un compito gravoso:
portare nel mondo degli uomini Amore,
la terribile potenza che tutto travolge
con l’impeto della sua forza irresistibile.
Platone ce lo descrive nel Convito:
Eros è il mago, il grande incantatore,
è il desiderio e la potenza dei sensi,
è la cieca passione nella sua follia,
è l’onda che sconvolge l’esistenza
e in un attimo può trascinare al delirio,
oppure innalzare alla più alta estasi,
a un picco che solo l’umano conosce.
Amore da sempre cantato dagli uomini,
da tutti desiderato e così tanto temuto,
porta le sembianze di miseria e ingegno,
in una perenne irrimediabile contraddizione.
Amore è desiderio di ciò che manca,
è dunque sempre spoglio e bisognoso
e vive girovago in un’eterna indigenza.
Ma è anche ricco di risorse e inventiva,
è coraggioso e audace oltre ogni limite,
sa creare situazioni e inventare trappole
e ama travestirsi di molte maschere
per ordire tranelli da abile cacciatore.
Eros vive sul confine tra due mondi,
non è del tutto umano né divino,
ma con l’ambiguità della sua doppia natura
fa da mediatore tra gli dei e gli uomini,
colmando la distanza fra la terra e il cielo.
E nulla e nessuno potrà mai sconfiggerlo,
perché è nella sua essenza demonica
la capacità di morire e rinascere infinite volte,
sempre nuovo e antico a un tempo.
Nessuno può sfuggire al fascino di Amore
e chi non ha giocato con i suoi mille volti,
chi non ha gioito e sofferto i suoi incantesimi
nulla può conoscere di ciò che è il mondo
e di ciò che conta nella vita di un mortale.
Un’esistenza senza il desiderio della bellezza,
senza l’amore che di essa si inebria e si nutre,
è una pallida ombra di ciò che è l’umano.
Perché dall’ammirazione per le cose belle,
sotto la spinta dell’irrefrenabile forza di Eros,
volti alla ricerca di una Bellezza superiore,
i mortali possono salire i gradini della scala
che porta alla conquista della Conoscenza,
a rendere la vita la più grande avventura.
Platone ci racconta di Eros che si fa filosofo
alla ricerca del Bello e della Sapienza
e ci dona un importante insegnamento:
non si dà comprensione della Verità
se non attraverso la forza di Amore,
perché solo l’amore per la Bellezza
ha la capacità di illuminare il Logos.
Eros portò il gioco e la luce nel mondo.
Nulla sarebbe bastato a rendere la vita
così gloriosa e degna di essere vissuta.
Tra le sponde di Sapienza e Amore,
là dove Eros celebra il suo trionfo,
noi viviamo il tempo dei mortali,
anche noi combattuti tra due mondi.
Come Eros moriamo e rinasciamo.
Lì scriviamo tutto il nostro destino.
4 marzo 2024
156 Sulla via di Ermete
Fu con grande emozione ed entusiasmo
che Ficino si chinò su quelle carte ingiallite.
Un’antica sapienza affiorava dai fogli
vergati nei caratteri dell’idioma ellenico.
E mentre l’occhio correva anelante
a frugare tra i sensi delle parole,
una Conoscenza di tempi lontani
veniva ad accendere la mente curiosa.
Si favoleggiava da lunghe età
della perduta tradizione di Ermete,
il Trismegisto “tre volte grandissimo”,
padre di ogni religione e filosofia,
mitico custode degli antichi Misteri.
Come lo scrigno di un prezioso tesoro
scoperto dopo una inesausta ricerca
gli scritti di Ermete erano alla fine lì,
pronti per essere tradotti e studiati.
Le dita di Ficino toccavano le pagine
con la delicatezza di un cuore riverente,
mentre l’antica dottrina si dischiudeva
e illuminava la mente avida di sapere.
Ermete parlava da un luogo lontano,
dalla leggendaria civiltà dell’Egitto,
con parole di un sapere originario,
arduo ed enigmatico, ma fascinoso
per l’anima consacrata alla ricerca.
Così si pronunciava il Sapiente
ricordando le parole del Pimandro:
l’Essere supremo, eterno e illimitato,
al di là di spazio, tempo e pensiero,
generò da sé un divino Creatore
e da quello tutto l’universo conosciuto,
confinato nell’ordine della causalità.
Fu poi generato un figlio, l’Uomo,
un androgino dotato di intelligenza,
racchiuso in un corpo materiale,
diviso per la sua duplice natura
nei due generi di maschio e femmina.
L’uomo aveva una straordinaria facoltà,
possedeva una viva intelligenza
ed era un essere dotato di coscienza,
capace dunque di indagare su se stesso
e riconoscere la propria vera natura.
Al termine di un lungo percorso spirituale,
superati i desideri per le cose materiali,
risvegliato il ricordo delle proprie origini,
l’Iniziato giungeva alla meta agognata:
il mondo e il corpo non lo incatenavano più,
ora era un’anima liberata, una con l’Uno,
cosciente di essere la Mente universale,
la stessa consapevolezza del Supremo.
La via di Ermete era quella del Risvegliato,
di chi vede il cosmo come un’illusione
e vive in uno stato che non conosce la morte
perché sa di essere sempre uno con il divino.
Furono i grandi umanisti del Rinascimento
a riportare alla luce quella sapienza antica.
Essi capirono l’importanza di rinvenire
la radice originaria di tutte le filosofie
e la trovarono nel pensiero di Ermete,
in un favoloso passato intriso di mito.
La Sapienza era vista come un fiume
diviso in mille rami ma di un’unica fonte,
una sorgente prima, pura e inesauribile,
nata nelle brume della notte dei tempi.
All’uomo era assegnato un compito,
il più arduo, il più nobile e glorioso:
essere la scintilla divina che conosce
e vive nel mondo in piena coscienza,
destinata ad apprezzare la Bellezza
e vedere la magnificenza ovunque.
Era il destino del microcosmo umano
dotato di intelligenza e di libera volontà:
essere il mediatore tra il cielo e la terra,
“copula mundi” tra le sostanze del Creato,
essere il figlio creatore di un dio creatore,
artefice di se stesso e della propria salvezza.
7 marzo 2024
157 Mentre intorno cade la neve
C’ero soltanto.
C’ero. Intorno
cadeva la neve
(Issa Kobayashi)
Esistere, essere ora, essere qui,
nel puro senso di presenza.
Semplicemente accade,
cade come il fiocco di neve.
Nell’armonia di ciò che è
ogni evento è avvinto al tutto,
nulla vive davvero isolato.
Il sentimento di esistere
va con quei fiocchi di neve,
è da essi inseparabile.
In realtà sono la stessa cosa,
un solo stesso accadere,
perché la vita è un unico “io”.
Non c’è mistero più grande,
tutto è immediato e semplice,
tutto è ovvio e trasparente,
ma impossibile da spiegare.
La vita è un gioco innocente
senza un fine fuori di essa
e questo è per tutte le cose:
noi siamo perché siamo,
la neve cade perché cade,
l’inverno arriva perché arriva,
ogni evento del mondo
si giustifica in se stesso,
per il solo fatto che è, ora.
E la verità è sempre nell’uno,
nell’unità di tutte le cose.
Se la neve è “altro” da te,
si distanzia e ti rende un “tu”,
in quella divisione c’è lotta,
c’è un abisso di lontananza.
Ciò che è diviso in essenza
non potrà mai ritrovare l’unità,
ciò che è unito in essenza
non potrà mai dividersi.
Ecco allora, scende la neve
e tu sei uno con essa
ed essendo essa, sei Quello.
Vivere è esserci nell’accadere,
come presenza assoluta,
come quei lievi fiocchi bianchi,
immacolati perché senza pensiero,
trasportati dal vento d’inverno
verso il luogo di tutti i luoghi,
nel momento di tutti i momenti,
nella pura bellezza di ciò che vive.
8 marzo 2024
158 Sapere di non sapere, sapere di sapere
-Perché Socrate riteneva così importante il “sapere di non sapere”?
-Sapere di non sapere ovvero riconoscere la propria ignoranza era per Socrate il primo passo nella conoscenza. Dobbiamo innanzitutto togliere l’illusione, la rassicurante convinzione di conoscere con certezza il vero, il giusto, il buono.
-Tutti noi crediamo di sapere tante cose…
-Credere di sapere quando in realtà non si sa è facile e gratificante, ma è un autoinganno che impedisce la comprensione e rende chiusi e rigidi nel giudicare.
-Allora cosa significa “sapere”? È solo conoscere, essere informati, accumulare dati nella memoria?
-È la domanda giusta per cominciare un’indagine approfondita. Il vero sapere non è ripetizione o erudizione, è un apprendere vivo e dinamico, è una conquista personale, non è mai meccanico, non lo puoi rinchiudere in un libro o nella memoria. Non è conoscere solo con l’intelletto, è fare proprio un evento come fatto esperienziale.
-Quindi non basta leggere, studiare e informarsi per poter dire di conoscere?
-Questo è certamente indispensabile nel processo di crescita e di formazione intellettuale. Ma non basta perché sia il vero “sapere” di cui Socrate parlava.
-Che cosa manca dunque, l’esperienza concreta di ciò che si è appreso?
-Sì, l’intelletto rimane prigioniero della teoria se non c’è l’esperienza diretta del fenomeno. Solo osservando e toccando con mano si può davvero comprendere la realtà di un fatto. Esperire significa integrare la cosa non solo nella memoria, ma nel proprio essere. E dopo da lì non si toglierà più.
-Provo a fare un esempio: io posso sapere tutto sui gatti siamesi perché ho letto l’enciclopedia e ho raccolto tutte le informazioni possibili, ma la mia conoscenza rimane astratta. Solo quando ho a che fare con un gatto siamese reale capisco davvero che cosa è…
-Solo quando assaggio lo zucchero comprendo cosa è lo zucchero. Devo fare personale esperienza del mondo, altrimenti mi perdo in fantasie, mi illudo di conoscere mentre ho solo un’idea approssimativa o distorta dei fatti, accompagnata dalla convinzione chimerica di dominare la realtà.
-Vivere nella mente senza un radicamento nel mondo concreto è come vivere in sogno…
-È vivere da dormienti, cullandosi in un idealismo velleitario. È l’illusione, il non sapere che crede di sapere, l’ignoranza che costruisce castelli in aria e vive di fatti solo immaginati o desiderati. Una persona non vedente può benissimo imparare in astratto cosa sono i colori e mettersi a discettare su di essi, può dire che il rosso è il colore del fuoco, che è vivace e pieno di energia, può dire che il verde è diverso dal rosso, che è un colore riposante e fresco, ecc…
-…ma sarà sempre un parlare a vuoto, senza un fondamento reale, almeno per lui…
-Certo, ed è ciò che accade a tutti noi ogni giorno… Ma se al non vedente viene restituita la vista, allora può dire di conoscere i colori, di sapere davvero che cosa sono.
-Immagino quel momento… Deve essere qualcosa di incredibile, fantastico, commovente. È l’aprirsi di un mondo sconosciuto…
-È quello che accade sempre quando veramente conosciamo: un brivido, uno stupore, una gioia, un senso di chiarezza e di meraviglia. È un momento di illuminazione: Ah! adesso ho capito, questa è la cosa… E nasce un sentimento di gratitudine.
-Io quindi prima parlavo per sentito dire, adesso so di cosa parlo e non c’è bisogno che qualcuno mi guidi…
-E in più sono libero di vedere quali sensazioni la cosa mi provoca e decidere il suo significato. È un cammino di libertà, è vivere non condizionati, capaci di guardare ai fatti reali, in cerca della propria verità.
-Ma tutto quello che avevi imparato prima non ha più alcun valore?
-No affatto, anzi quello che hai scoperto richiama ciò che avevi appreso come teoria e gli dà verità e pieno significato.
-Dunque, se ho conosciuto un’amicizia vera e disinteressata ora posso capire le tante cose che avevo letto a quel proposito ma che erano rimaste belle parole sulla carta.
-Sì, quelle che sembravano solo frasi poetiche o filosofiche acquistano un senso nuovo. Torni a quello che avevi letto o sentito da altri e lo riconosci come un fatto, ora sai che l’esperienza che stai vivendo è proprio quella cosa. È un momento importante. La rappresentazione mentale è divenuta un’esperienza reale. Hai portato dentro di te quello che hai visto nel mondo esterno facendolo incontrare con la tua intelligenza per farne un’esperienza significativa, un “sapere”. È quello che fa ogni persona che ricerca con serietà.
-A quel punto sei andato oltre il “sapere di non sapere”…
-Sì, allora puoi dire di “sapere di sapere”, almeno per quello che riguarda la tua certezza soggettiva nel tuo rapporto col mondo.
-La stessa cosa immagino valga soprattutto per la conoscenza di sé…
-Certo, quello è il fine cui ci spinge Socrate. Ma la sua lezione è chiara: se vuoi conoscere te stesso non puoi fermarti a quello che hai appreso dagli altri, devi fare un’esperienza che sia una tua libera scelta, una conquista personale. Puoi prendere spunto da qualcosa che hai letto o sentito, puoi ascoltare un maestro, poi però devi mettere tutto da parte e continuare la tua ricerca da solo, sul campo. Ti devi buttare nella vita e sentirla sulla tua carne mettendo in gioco emozioni e sensazioni, intelletto e intuizione, osservazione e riflessione. Tutto allora acquista significato e non rimane un sapere libresco. La vita ti viene incontro con tutta la sua forza e bellezza. E tu impari in ogni circostanza a dare senso alle cose. Solo così puoi sperare di essere una coscienza vigile e non un lieto sognatore avulso dalla realtà.
20 marzo 2024
159 Una magnifica luna
Non dire che solo l’acqua calma riflette la luna.
Anche l’acqua fangosa specchia il cielo.
Guarda, dopo che il vento si è acquietato e le onde sono calme,
Una magnifica luna, splendida come prima!
(Lin Chi)
Non solo quando la mente è in pace
noi siamo in contatto con il vero.
Anche nel turbinio dei sentimenti,
nel tumultuoso avvicendarsi di pensieri,
nel pieno di una tempesta di eventi,
quando la mente è sopraffatta e confusa,
la Realtà autentica è presente.
Chiara e luminosa la luna è sempre lì,
anche quando nel vivere la si dimentica
o ci si ferma al dito che la indica
o si cade nell’inganno dei sensi
che non sanno più guardare.
Anche in una pozza d’acqua torbida
traspare un riflesso di quella luce,
basta l’acquietarsi delle acque
perché lo sguardo si faccia limpido
a intravedere il chiarore nascosto,
a svelare l’onnipresente essere.
Lin Chi sta parlando a noi,
ci sta invitando a guardare oltre,
al di là dei piccoli drammi quotidiani,
lievi increspature sulla superficie,
che ci portano via tempo ed energie
e con essi la fiducia nell’esistenza.
In ogni dove si cela una luminosità,
in ogni cosa un senso nascosto,
ma ci vogliono occhi che vedono
e un cuore che sa comprendere.
Acque torbide si muovono intorno
e si agitano anche dentro di noi
a offuscare la visione delle cose.
È dell’umano vivere nell’incertezza,
tra i flutti della confusione e dell’errore.
La nave sballottata perde la rotta,
le tenebre nascondono l’orizzonte,
i punti di riferimento sono smarriti.
Poi una luce lontana indica la via.
Una splendida luna rischiara la notte
a dissolvere l’abisso di oscurità,
a rassicurare col suo volto gentile,
a scintillare sulla grande distesa
appena il vento e le onde si calmano.
La luna di Lin Chi con il suo chiarore
è la luce interiore che guida e risana
quando siamo persi e ottenebrati,
quando gli avvenimenti ci travolgono.
La splendida luna è sempre lì,
va solo alzato lo sguardo al cielo
per scoprire l’astro che non tramonta
e ci richiama alla nostra vera natura:
consapevolezza sempre presente,
forza interiore radicata nell’essere,
coscienza pura e incontaminata,
eterna luminosità dell’esistenza.
È ancora Lin Chi a illuminarci:
Non c’è nulla che non sia profondo e meraviglioso,
non c’è nulla che non sia liberato.
Sii padrone di te stesso, ovunque tu sia,
e fa di quel luogo la sede del tuo risveglio.
21 marzo 2024
160 Chi lo farà se non lo faccio io?
Ricordo quel giorno al ritiro di meditazione
nella comunità del maestro zen Bankei.
I discepoli erano in collera con un allievo
sorpreso in flagrante a rubare in cucina.
Non era la prima volta che accadeva
e la folla dei meditanti era in subbuglio.
Ma quando il fatto fu riferito a Bankei
con la richiesta di cacciare il reprobo
il maestro non disse una sola parola
e rimase calmo e sereno come sempre.
Anche io mi sentivo ferito e turbato,
la comunità seguiva una rigida regola,
non era ammessa una condotta indegna,
il gesto di quel fratello mi scandalizzava.
Ma ero al pari sorpreso dal mio maestro,
non comprendevo il suo atteggiamento,
il suo rifiuto di intervenire con fermezza
a stabilire il confine tra il bene e il male.
A quel tempo ero un discepolo zelante,
un difensore acerrimo della moralità,
non capivo di esser parte di un gruppo
di monaci presuntuosi e intolleranti.
Ma fu il maestro a riportarci sulla retta via
impartendo a tutti una memorabile lezione.
Di fronte alle nostre insistenti rimostranze
il maestro Bankei convocò l’intera comunità
e rivolgendosi ai presenti così parlò:
“Voi che siete dei discepoli obbedienti
sapete capire quello che è bene o no.
Ma questo fratello non è ancora capace
di distinguere ciò che è un bene o un male.
Ha bisogno ancora di un po’ di tempo
per comprendere quella differenza.
Chi glielo insegnerà, se non lo faccio io?
Chi lo farà se verrà cacciato via da qui?”
Adesso tutti noi ascoltavamo in silenzio,
qualcosa cominciava a sciogliersi in me…
“Voi potete andare a studiare altrove se ritenete,
potete cercare un insegnamento più adatto,
ma questo fratello non ha la vostra autonomia.
Quindi con pazienza gli insegnerò la dottrina,
lo terrò qui con me finché ne avrà bisogno,
anche se doveste andarvene tutti quanti!”
Il discepolo ascoltava il maestro col capo chino,
un fiume di lacrime scendeva sul suo volto.
Toccato da quel gesto di amore incondizionato
ogni impulso a rubare si era dileguato in lui
e il suo cuore sentiva una profonda pace,
una gratitudine che spazzava via ogni ombra.
E non solo il suo volto era rigato di lacrime,
noi tutti ascoltavamo Bankei a capo chino,
ciascuno di noi lasciato nudo con se stesso.
Lo confesso, in un attimo vidi la mia insipienza,
vidi tutta la mia violenza e il mio fanatismo.
Io, il perfetto discepolo della via del Buddha
che parlava ogni giorno di compassione
e recitava tutti i sutra del Dhammapada
e si gloriava di essere un esempio per gli altri,
quell’io era travolto e finalmente illuminato.
Una meditazione senza il calore del cuore,
una vita religiosa che si ferma alla lettera,
rimane solo un vacuo esercizio dell’intelletto,
una posa che nasconde il vuoto interiore.
Portar via un piatto di riso dalle cucine
non appare alla fine un fatto così grave.
È invece l’orgoglio spirituale la malattia,
l’errore più grande per un discepolo,
l’inganno più subdolo e arduo da estirpare.
Oggi sto cominciando finalmente a capire
che non stai seguendo la via del Buddha:
se giudichi gli altri senza sapere nulla di loro;
se fai che le Scritture rimangano lettera morta;
se parli della compassione senza conoscerla;
se ti crei l’immagine del perfetto discepolo
per accusare il mondo di ogni nefandezza.
Lo sguardo deve invece volgersi verso di te,
a demolire quella scorza impenetrabile,
quell’io arrogante che ti separa dagli altri.
Questa è oggi anche la mia domanda
quando incontro un altro essere umano:
Chi lo farà se non lo faccio io?
Chi potrà mai riconoscerlo nel suo valore
e vederlo nella sua unicità e bellezza
se nessuno lo ha mai davvero guardato?
Chi potrà mai accoglierlo, amarlo, aiutarlo
se lui è nel bisogno ed è lasciato solo?
Aiutare l’altro, ora lo so, è aiutare me stesso,
nulla e nessuno è separato in questo mondo.
Ora voglio vedere l’altro con gli occhi di Bankei,
con lo sguardo compassionevole del Buddha.
Sappi che nulla è paragonabile a questo,
perciò non farti ingannare dalle apparenze,
non fermarti alla superficie delle cose,
non perdere te stesso per un piatto di riso.
23 marzo 2024
sito e testi di michele losanna – michele.losanna22@gmail.com
