Filosofia oltre il Confine

Per gli amanti della Filosofia


141 Se due diventano uno
-“Conosci te stesso”… Faccio mio questo antico motto, ma il problema è: come e cosa devo fare?
-Devi solo fermarti e guardare. Vedere te stesso è conoscere te stesso. Non devi “fare” nulla, perché il fare è tensione, è puntare a un risultato. Fare è sempre un movimento per qualcosa, diretto a un ‘dopo’. E se tu ti proietti in un futuro non sei qui ora e non puoi vedere quello che sei. Rimani rilassato e silenzioso, non muoverti da qui sporgendoti in un altrove, osserva con totale
attenzione. Questa è la via.
-Quindi devo rinunciare a ogni tipo di azione…
-Non fare non vuol dire solo non agire. È anche rimanere al di qua di pensieri ed emozioni. In uno spazio vuoto dove solo l’attenzione consapevole rimane.
-Spiegami meglio…
-Dallo strato esterno più superficiale ti muovi verso l’interno. Dai sensi e dalle sensazioni distraenti ti ritiri in te stesso. Nello spazio interiore c’è quiete, ma ancora non basta. Devi ritirarti da tutto: dalle emozioni, osservandole come non tue, poiché vanno e vengono e quindi non ti appartengono; dai pensieri,
osservandoli come non tuoi, poiché vanno e vengono e quindi anch’essi non ti appartengono.
-I pensieri e le emozioni che provo non sono miei?
-Guarda da dove vengono, scava a fondo e vedrai che è proprio così. Sono abitudini acquisite, moti istintivi, meccanismi inconsci, idee che vengono dall’educazione e da una particolare cultura. Pensiamo pensieri già pensati dall’umanità infinite volte. Anche quelli che sembrano nuovi nascono da quelli precedenti in una catena senza fine.
-E poi, una volta che ne hai preso le distanze?
-Devi arrivare al centro di te dove semplicemente esisti, dove la coscienza-consapevolezza è pura e luminosa. Lì hai la prima percezione chiara di ciò che sei veramente.
-Che tecnica si deve usare?
-Il senso di esistere non può essere insegnato, non è una tecnica, una pratica, non è un metodo. Io so di esistere… punto. Chi me lo deve dimostrare? È la cosa più naturale del mondo, quindi non ha bisogno di essere appresa. Al tempo stesso, proprio perché è la cosa più ovvia e immediata, è molto difficile da realizzare.
-È vero, accade spesso che ti sfugga la cosa che hai sotto gli occhi. Cerchi affannato gli occhiali che hai sul naso…
-Siamo condizionati fin da piccoli a guardare fuori, non sappiamo più guardare dentro.
-È quello che viene chiamato meditazione?
-Se vogliamo proprio darle un nome… Ma detto così sembra una tecnica, quindi di nuovo un fare… e siamo daccapo nella contraddizione.
-Non riesco a capire come si può meditare senza che ci sia un “fare qualcosa”…
-La vera meditazione non è un aggiungere, è un togliere tutto, spogliarsi di ogni cosa. È come lo sfogliarsi di una cipolla.
-Sì, ma alla fine al centro della cipolla non c’è nulla, ciò significa che non rimane più niente di noi…
-Non rimane più niente a livello di forma, qualità e descrizioni. Rimane uno stato dell’essere. In realtà non è neanche esatto dire che rimane, è uno stato che c’era già, era da sempre lì, non si raggiunge e non si conquista.
-Una sorta di vuoto comunque simile al nulla.
-La nuda coscienza come tale può apparire vuota, ma non lo è in realtà. È l’essere puro senza qualificazioni, cioè senza limitazioni. È come lo schermo vuoto su cui può apparire qualsiasi immagine. È un assoluto che non dipende, non ha causa o scopi, è non condizionato, non generato, libero e cosciente di sé.
-Ehi, questa mi sembra la definizione dell’essere divino!
-Lasciamo anche qui categorie ed etichette che ci riportano nel mondo del fare. Puntiamo al puro e semplice esistere. Il resto si rivelerà da sé, senza sforzo.
-Ma come faccio a non fare se devo fare qualcosa per…
-Capisco la difficoltà di addentrarti in questo cammino. Comincia a osservarti quando fai o senti o pensi e lascia cadere il tutto, come un castello di carte. E riportati qui di nuovo e di nuovo, senza arrenderti, finché ti sarai liberato di tutto… Non sarà un processo breve perché dovrai sciogliere vecchie incrostazioni fatte di abitudini, paure, desideri, circuiti emotivi e di pensiero.
-E che ne sarà delle mie facoltà? E delle mie capacità di raziocinio?
-Non preoccuparti, non perderai affatto la capacità di pensare, anzi avrai maggiore chiarezza perché diminuirà la confusione mentale. Non ci sarà l’ansia di fare, conoscere, conquistare, ottenere, che è ciò che ti allontana da te.
-Spiegami ancora questo punto…
-Cosa succede se un soldato è convinto di essere la sua armatura?
-Beh, direi che guarda alla superficie di se stesso, crede di essere ciò che non è.
-Appunto, e se si toglie l’armatura? Si conoscerà meglio, giusto? Ma per togliere il vestito con cui ti sei identificato non è necessaria l’azione concreta. Basta la comprensione di non essere il vestito.
-Dunque, arrivato al nucleo di te hai scoperto chi sei… ma così non sei più tu, non hai più nulla che ti distingua come individuo…
-Infatti, in quel centro di coscienza sei oltre l’individualità. Sei anche oltre lo spazio e il tempo, eppure sei tu, un “io” più grande, non limitato da nulla e pienamente consapevole di sé.
-E gli altri io esistenti nel mondo che fine fanno?
-Quando arrivano a realizzare se stessi si trovano anche loro lì, nello stesso stato di consapevolezza, nell’essere vero, unico e reale.
-Ancora non capisco…
-È chiaro che stiamo usando un linguaggio figurato e limitato, perché quando si parla di coscienza non ci sono un qui o un lì, un realizzare o un raggiungere, né qualità o quantità. Per noi è come cercare di descrivere i colori dell’ultravioletto di cui non abbiamo alcuna percezione.
-Le parole non sono mai l’esperienza reale, lo sappiamo…
-Ma dobbiamo provare comunque a dire qualcosa: chi raggiunge quello stato non è un’altra coscienza, ma la medesima, unica Coscienza che si riconosce in un’altra forma. Non ci sono mai state in realtà due o più coscienze.
-Questo mi sconvolge… allora è vero che in essenza siamo tutti Uno?
-Non è quello che dicono tutte le vie della meditazione? Non si tratta solo di una metafora poetica. È il fatto più vero, reale e direi davvero… sconvolgente.
-Ma per il Realizzato che ha conosciuto sé stesso la forma esteriore rimane comunque…
-Sì, sarà ancora il suo veicolo per vivere nel mondo e comunicare. Ma le forme esteriori non potranno più ingannarlo. E in quello stato di esistenza sarà in contatto con gli altri oltre la forma, oltre le parole, oltre ogni barriera fisica e mentale.
-Una sorta di comunione…
-Se vogliamo usare questa parola impegnativa… È come per due amanti che diventano uno nello spazio interiore dove possono incontrarsi e fondersi.
-Conoscere se stessi e amare il mondo sono quindi la stessa cosa?
-Non può essere altrimenti, si diventa amanti del mondo, amanti di tutto ciò che esiste.
-E si ama anche se stessi…
-Certo, abbiamo detto che cadono tutti i confini, quindi tutte le distinzioni tra sé e l’altro si dissolvono.
-Allora il Realizzato non potrà mai far del male, essendo consapevole di essere ogni cosa.
-Come tratti questa mano se sai con certezza che è la tua?
-Capisco, in questa comprensione ogni violenza è eliminata alla radice…
-Sì, così vive il Realizzato. Quando agisce, il suo è un “fare” spontaneo, più simile a un non-fare e all’amare senza condizioni, che nasce dalla consapevolezza di essere il tutto. È un vivere in pace, in equilibrio, in armonia con ogni cosa, in unità con tutta l’esistenza.
-Voglio concludere il nostro dialogo con una provocazione… Se noi siamo tutti uno, perché siamo qui a parlare in due?
-(Ridendo) Questo è quello che appare a te… perché guardi quello che accade dal punto di vista del fare, che ti proietta subito nella mente e porta a separare le cose.
-Ma in questo momento non stai anche tu usando la mente?
-Proprio così, l’hai detto, sto usando la mia mente, ma so di non essere la mia mente. Se non mi identifico in ciò che non sono e guardo a ciò che accade dallo stato di pura coscienza non vedo più due persone qui… È solo così che posso dire di conoscere me stesso.
16 ottobre 2023

142 Krisis
È il momento delle scelte difficili
quello che i Greci chiamavano κρίσις.
Quando tutto sembra crollare intorno
nel turbine della vita che si rigenera
inizia una profonda trasformazione
che riscrive il rapporto tra io e mondo.
Krisis demolisce le vecchie strutture,
crea nuovi paradigmi esistenziali,
apre a nuove scale di valori.
Krisis non è una divinità o un destino,
nel conflitto tra l’individuo e la realtà
è la potenza creatrice del divenire
e insieme la capacità di giudicare,
la volontà di operare una scelta,
l’intelligenza che cerca un equilibrio
nella situazione che si presenta.
La legge universale del mutamento
è un fatto naturale e ineludibile.
È vano il tentativo di bloccare o evitare
ciò che viene dalla fonte dell’essere,
la vita non può mai fermarsi e ristagnare,
deve scorrere libera come un torrente.
Mille paure trattengono nel bozzolo
del rassicurante mondo conosciuto,
ma la vita è un continuo sviluppo
volto a liberare le infinite potenzialità
che sono l’essenza dell’essere umano.
Quando le strutture dell’io si cristallizzano
e tutto diventa statico e ripetitivo
è l’esistenza stessa a dare uno scossone
nei modi più impensati e imprevedibili.
Se l’individuo si oppone al cambiamento,
se non sa allinearsi e scorrere fluido
con gli eventi e con i nuovi scenari,
arriva krisis a portare sconvolgimento.
Come una tempesta si abbatte sull’io
travolgendo abitudini, barriere e difese,
costringendo a rimettere tutto in gioco,
identità, convinzioni e modi di vita.
La metamorfosi è spesso dolorosa,
ma se l’individuo non si sottrae,
se accetta di affrontare i suoi problemi
liberandosi da falsità, contraddizioni,
emozioni e comportamenti distruttivi,
allora si crea un nuovo equilibrio.
Krisis porta sempre con sé un messaggio,
un significato profondo da decifrare.
Se la coscienza risvegliata lo comprende
la crescita interiore si fa più armoniosa,
ciò che accade rivela un senso nuovo,
la prospettiva si fa più ampia e integrata.
Krisis è per l’uomo una forza amica:
è distruzione di tutto ciò che è vecchio
e superato dalle nuove sensibilità;
è apertura alla possibilità di riprogettarsi
rinnovando il proprio mondo interiore;
è il sentirsi responsabili di ciò che si è
accettando con fiducia il cambiamento;
è battere nuove vie cercando soluzioni
senza aspettare la fortuna o il destino.
È un lavoro personale di introspezione
che prepara a nuove e più alte sfide
e offre una chiave per affrontarle:
nuotare nella corrente della vita
forti della nuova comprensione;
non resistere a ciò che si presenta
perché la resistenza è il problema;
non temere l’arrivo della tempesta,
ma preparare la nave, i remi e le vele
per far fronte ai marosi più severi,
sapendo che di là attende un approdo.
19 ottobre 2023

143 Per conoscere una cosa
Non puoi conoscere una cosa
se non conosci il suo opposto.
Ogni polo si nutre del suo contrario,
da lì trae la sua energia
e la sua ragione di essere.
È un movimento a spirale
che muove da un lato all’altro
per completare il cerchio,
per creare una realtà vivente
dove nulla viene rifiutato
come sbagliato o superfluo.
Aggrapparsi a una cosa
rifuggendo da ciò che la nega
è restare nell’incomprensione,
in una visione sempre parziale
dettata dalla paura di affrontare
le cose per quello che sono.
Se vuoi conoscere una cosa
conosci anche il suo opposto,
quello ti renderà trasparente
la loro profonda connessione.
E ancora…
Non puoi conoscere una cosa
se non la sai nominare,
perché solo con la parola
ne puoi segnare i confini.
Non puoi conoscere una cosa
se non ci passi attraverso,
perché solo in quel contatto
ne realizzi l’assoluta verità.
Non puoi conoscere una cosa
se non l’hai assaporata a fondo,
perché è solo sulla tua pelle
che essa fa sentire la sua realtà.
E infine…
Non puoi conoscere una cosa:
Se non superi la paura di guardarla
Se non l’hai conquistata da solo
Se non l’hai integrata in te
Se non ne riconosci il valore
Se non hai sofferto per essa
Se non ti sei esaltato scoprendola
Se non superi l’attaccamento
e non l’hai alla fine trascesa
1 dicembre 2023

144 La canzone eterna dell’Essere
Shenzam meditava da molti anni.
Totalmente dedito alla ricerca interiore
non risparmiava tempo ed energie,
ma qualcosa rimaneva incompiuto,
mancava ancora un ultimo passo.
Nonostante l’impegno e la disciplina
il mondo con le sue storie quotidiane
lo tratteneva nella prigione del banale,
nella ripetizione vuota di gesti e pensieri
e il lavoro su di sé sembrava languire.
Dunque Shenzam prese la decisione
di portare fino in fondo la sua ricerca
per conoscere la propria ultima verità.
Senza nascondersi, fuggire o mentire
doveva scendere intemerato in se stesso
a scoprire il volto del proprio io reale.
Al di là di ogni disperazione e speranza,
praticando l’attenzione senza giudizio,
aggrappato alla pura coscienza di sé,
Shenzam affrontò il compito più arduo.
E molte cose cominciarono a rivelarsi.
Così, alla luce della consapevolezza,
meditando in uno spazio senza centro,
sporgendosi oltre i limiti del pensiero,
Shenzam si aprì alla chiara visione:
il mondo e gli altri e le cose esterne
apparivano come un film nella sua mente,
un intreccio di pensieri, idee, sensazioni
che sembrava uno spettacolo dell’assurdo,
la narrazione senza senso di un folle.
Si alternavano scene buffe e drammatiche,
mescolanze di ricordi, emozioni e desideri,
una giostra sconcertante di volti e situazioni
che lo scuoteva alle radici del suo essere.
Era questo il suo vero mondo interiore?
Questa la sua realtà di grande meditatore?
L’immagine di sé che aveva costruito
come uomo di profonda spiritualità
cominciava a sgretolarsi inesorabilmente
in quel groviglio inestricabile di bene e male.
Ma Shenzam si manteneva impassibile
e continuava ad osservare distaccato,
fermo nel proposito di non fuggire
e di puntare al vero senza compromessi.
Tutta la sua follia stava venendo alla luce,
i suoi rapporti con il mondo, gli altri e le cose
e insieme la sua realtà di essere umano,
le sue paure, la sua fragilità e i suoi limiti.
Ma intanto la mente e il cuore si purificavano.
Perché non si può raggiungere la pace
se dentro di sé si agita un fiume in piena,
ma non si può sapere cosa sia la luce
se non si è prima conosciuta l’oscurità.
Davanti a Shenzam testimone silenzioso
il “mondo reale” cominciò a dissolversi
e con esso tutti gli affanni e le domande.
Man mano che scendeva dentro di sé
aumentavano il silenzio e la quiete,
pensieri e problemi come foglie morte
cadevano nel vuoto della consapevolezza.
Come le onde che increspano un lago
i pensieri in superficie andavano e venivano,
ma in profondità tutto era immobile e silenzioso.
La meditazione aveva fatto uscire dall’oblio
tutto il passato accumulato nella memoria.
Come frotte di animali fuggiti dalla gabbia
i sentimenti erravano qua e là senza meta,
ma poi qualcosa si acquietava, si riallineava
ed emergeva potente una nuova sensazione
di pace e di stabilità, di forza e chiarezza.
Si svelava il vero Sé non schiavo dell’illusione,
luce autorisplendente, coscienza illuminata.
E con esso una dimensione senza tempo,
dove ogni residuo del passato era dissolto,
mentre l’io frammentato scompariva
con il carro dei suoi deliri e i suoi fantasmi.
Shenzam scopriva che al centro di sé
rimane solo la pura consapevolezza,
una coscienza trasparente senza confini.
Era il dissolversi dell’io di fronte al Reale
di cui aveva letto nelle parole dei Saggi,
ma quella verità di sé non lo spaventava,
una volta accettata era una benedizione,
era la fine e il compimento di ogni ricerca.
Era una beatitudine senza motivo e causa,
la morte dell’io e la sua rinascita nel Tutto,
lo svelarsi del grande mistero della vita
sulle note della canzone eterna dell’Essere.
5 dicembre 2023

145 Il film della vita
-In che modo possiamo pensare la realtà per comprenderla come un intero?
-Prova a pensare la realtà come se fosse la pellicola di un film che si svolge davanti a te.
-Non è difficile, mi piace andare al cinema davanti al grande schermo.
-Poniamo ora due possibilità: vedere il film come si fa di solito, come una serie di scene che si srotolano nel tempo e si dipanano raccontando una storia…
-Oppure…?
-Oppure vedere tutti i fotogrammi della pellicola in uno sguardo d’insieme, in una visione totalizzante, dove le scene e i personaggi appaiono già tutti lì in un attimo senza tempo, dove non c’è nessun “prima” e nessun “poi” perché tutto è già accaduto, dove la trama, le situazioni, le figure, l’inizio e la conclusione convivono in un solo, unico, assoluto momento di pienezza e di totalità.
-Una metafora piuttosto strana…
-Per ora prova a mantenerla nell’immaginazione. Presto diventerà per te un’esperienza vera e reale. Nella ‘visione totale’ la coscienza coglie tutto e niente, pieno e vuoto, azione e non azione. È una coincidenza di opposti immediatamente fusi tra loro nell’Intero, un Caos primordiale che contiene già tutto e non conosce nulla, perché la consapevolezza totale non può afferrare il particolare. Se vedi la totalità di un panorama non puoi concentrarti sul dettaglio.
-In effetti io “vedo” qualcosa solo quando la ritaglio, per così dire, dall’intero, dallo sfondo in cui appare mescolata con tutte le altre cose del mondo.
-Sì, solo quando la consapevolezza si restringe e diventa limitata può focalizzarsi e “vedere” una singola scena o una sequenza del film. Quando la consapevolezza non è totale e si concentra su un punto specifico perde la vista d’insieme, ma compare il tempo con il prima e il poi, compaiono lo spazio, i colori, i significati, gli individui e le storie. Solo allora si può parlare di sequenze di fatti, di cause ed effetti, di collegamenti e concatenazioni che creano quello che definiamo il “mondo reale”.
-Certo, se mi fermo a un fotogramma o a una scena del film posso cominciare a capire qualcosa e magari posso sperare di ricostruire pian piano una storia generale…
-Ogni fotogramma del film porta ad un altro e ad un altro ancora, e così per le sequenze, creando una storia di tante storie sovrapposte e intrecciate tra loro, in una rete di corrispondenze logiche e di relazioni causali di infinita complessità.
-Quindi la “nascita” della realtà nello spazio-tempo si deve alla nostra coscienza che seleziona, divide, collega, definisce, afferma e nega, ricostruisce storie. È come un fascio di luce che fa risaltare una cosa ma, mentre lo fa, nasconde tutto il resto…
-E quel “resto” è il Tutto, il Mistero inconoscibile che non sarà mai svelato dalla limitata coscienza individuale.
-Quindi la nostra coscienza non potrà mai cogliere la Totalità?
-La coscienza che vede lo svolgersi delle cose nel tempo è parziale, infinitamente piccola rispetto al Tutto. Tieni presente che il restringersi su un particolare è cadere in un’illusione, è guardare le cose da un angolo limitato, in una forma angusta, dove la determinazione del particolare costringe a smarrire la visione d’insieme.
-La prospettiva dell’individuo è dunque sempre un’approssimazione, una rappresentazione povera e fallace dell’Intero inconoscibile…
-Sì, nessuno potrà mai vedere il film della vita nella sua interezza, nessuno potrà mai cogliere la totalità degli eventi del mondo, nessuno potrà mai abbracciare le infinite visioni sul Tutto. Il senso e la realtà di Ciò che è saranno sempre inattingibili.
-Non ti sembra una visione un po’ deprimente?
-No, è una visione che ci restituisce la dimensione dell’umano e ci ricorda i nostri limiti.
-È per noi una barriera insuperabile?
-No, può essere oltrepassata, come d’altra parte ci hanno sempre insegnato le grandi Sapienze del mondo. La visione della realtà rimane frammentata finché rimani nel punto di vista di un “io”, una coscienza individualizzata che di fatto è una restrizione, una limitazione della percezione.
-Dunque l’io è il problema, cioè noi stessi siamo la limitazione. Come fare ad andare al di là del limite, cioè al di là di noi stessi?
-La ristretta visione individuale può essere oltrepassata nello sguardo che rompe le barriere di spazio e tempo, nel superamento del principio di causalità e del senso di singolarità. Allora la totalità torna ad apparire, anzi rivela di essere sempre stata, una coincidentia oppositorum: causa ed effetto, libertà e necessità, essere e non essere, vita e morte si presentano come le facce di una Realtà unica, indistruttibile e senza tempo.
-È un lavoro su di sé per eliminare l’io? È possibile? E poi cosa rimane?
-Quando parliamo di “io” intendiamo quella realtà fittizia creata dal pensiero che si sovrappone alla vita che scorre in piena libertà. L’io e il principio di frammentazione e di individuazione che rompe l’unità dell’Intero separando il mondo in enti, persone, fatti e storie. Almeno in apparenza, perché alla fine è una sorta di costruzione mentale, un miraggio, una chimera destinata a dissolversi appena viene indagata.
-È la via della meditazione?
-È la via dello sguardo che va oltre le apparenze e rimane saldo nella coscienza-unità che non conosce separazione. È il riconoscimento del fatto che le ‘diecimila cose’ del mondo sono epifenomeni transeunti senza alcuna sostanza, mentre l’unica cosa che sempre è e permane, il Ciò che è, è il vero fondamento su cui tutto appare, lo schermo invariante su cui si proiettano infinite storie e personaggi e situazioni.
-Quelle storie e situazioni sono quello che noi chiamiamo vita…
-Esattamente, sono il film visto da un io dormiente, un sogno ad occhi aperti che può essere meraviglioso o drammatico, ma che non è la Realtà. Prima o poi lo spettatore si risveglia dall’ipnosi, si ritrova sulla poltrona con lo schermo bianco di fronte e comincia a distinguere il reale dal non reale. Ovviamente questa è una metafora che non può rendere in modo adeguato l’idea del Risveglio, che è vedere Ciò che è nella sua purezza e assolutezza, la Realtà percepita per la prima volta nella sua totalità. Qui si apre un lungo discorso sulle vie che sono la pratica del Risveglio, della Rimembranza e del Ricongiungimento. Ci vorrà un’altra occasione, i passi vanno fatti uno per volta, anche se realizzare l’Intero è un riconoscimento che non avviene nel tempo, anzi è la fine del tempo come noi lo sperimentiamo…
-Voglio impegnarmi in questo cammino perché qualcosa risuona in me quando sento questi discorsi. Ho sempre la sensazione che nella realtà che conosco qualcosa mi sfugge, un ultimo senso mi elude. E la vita è breve, voglio capire la trama del film che interpreto e vivo ogni giorno.
-Se parti da questo fermo proposito il cammino per te è già cominciato. E comunque lo sai che dovrai farlo da solo, nessuno potrà muovere un passo al tuo posto.
-In quel caso non sarei libero…
-E in più, l’idea che qualcuno possa aiutarti a liberarti rafforzerebbe la convinzione di essere schiavo di qualcosa. La libertà non è mai un risultato, non è alla fine, ma sempre solo all’inizio, viene prima del primo passo.
-In effetti io mi sento e sono libero, chi mai dovrebbe donarmi ciò che ho già?
-Bravo, è il sentimento giusto per iniziare una ricerca senza pregiudizi e paure.
-Vorrei finire su una nota scherzosa… Potrò ancora sgranocchiare popcorn e godermi il film della vita davanti allo schermo?
-Potrai assaporare la vita meglio di prima, perché anche nel mezzo dell’illusione sarai la Realtà che produce se stessa e si guarda e si ama senza filtri, barriere e divisioni. Il Reale è sempre l’Intero. Il frammento è un riflesso cangiante che va e viene. Godiamocelo pure, ma lasciamolo andare e venire, sapendo che la nostra vera natura è oltre ogni definizione, oltre ogni esperienza, oltre ogni limitazione che l’io rappresenta.
8 dicembre 2023

146 Pensare senza il pensatore
-Mi chiedo se siamo sempre consapevoli di pensare e soprattutto se siamo del tutto coscienti e padroni di quello che pensiamo…
-Il pensiero è un processo spontaneo che avviene al di là del volere cosciente. Puoi vedere tu stesso, l’esperienza diretta ci testimonia che nella mente ogni cosa appare da sé: percezioni, volizioni, immagini ed emozioni appaiono sullo schermo mentale senza che si possa riconoscerne l’origine, senza la decisione di un “io” al comando.
-Un pensare senza “io”? Come è possibile? È una cosa che mi suona molto strana…
-Osserviamo allora quello che accade: il pensiero che si presenta nella tua mente in questo momento è spuntato da solo e apparentemente dal nulla. Non è difficile constatare questo fatto, è una cosa così ovvia che non ci facciamo mai caso.
-Ma io posso decidere in questo momento di pensare una certa cosa, posso creare un’immagine nella mia mente e proiettarmi nel passato o nel futuro. E questo è certamente un atto della mia volontà…
-No, guarda con attenzione. Anche l’atto di volontà compare come un pensiero tra gli altri. Che tu decida una cosa o un’altra, che tu ti pronunci per il sì o per il no, tutto questo appare sullo schermo della mente in modo automatico. E tu semplicemente lo accogli come un fatto nella tua coscienza.
-Pensavo di essere un soggetto padrone del suo pensiero!
-Se così fosse potresti decidere di nutrire la tua mente solo con pensieri di felicità e di pace, ma così non è. Chiunque di noi sa quanto è difficile cacciare via i pensieri ripetitivi, sensazioni e sentimenti negativi. E quello che vale per i pensieri vale anche per le immagini, i desideri e le paure. Sappiamo come sia difficile e spesso impossibile governare i nostri fantasmi interiori. Tutta la psicologia moderna insiste sul fatto che noi non siamo padroni neppure in quel luogo che è la nostra mente.
-Già, c’è tutto il lavoro dell’inconscio che si muove sottotraccia. Per questo l’agire dell’uomo appare spesso così mutevole e irrazionale.
-La psicologia moderna ha ripensato profondamente la definizione di quello che noi chiamiamo io, senza però scalzarlo dal centro del nostro essere e mantenendolo come sinonimo della nostra coscienza. Qui invece lo stiamo mettendo in discussione radicalmente, ci interroghiamo sulla realtà della sua stessa esistenza.
-Se è vero, allora quello che noi chiamiamo io e che rappresenta la nostra persona e noi stessi, in che modo deve essere concepito?
-Quell’io che crede di volere e pensare e si sente sempre padrone di sé in realtà è un fenomeno illusorio, è anch’esso solo un pensiero che si produce come tutti gli altri, una costruzione mentale falsa e chimerica. Ci può essere un pensare anche senza che ci sia colui che pensa.
-Il pensiero dunque si attua senza un soggetto che che lo governi o lo diriga? È un fenomeno che accade senza l’intervento di un “qualcuno”?
-Certo, guarda quello che succede quando due persone conversano con foga animata parlando velocemente. Si vede chiaramente che prima di pronunciare le parole le persone non hanno avuto il tempo di pensarle, perché lo scambio è troppo immediato e rapido. Il pensare e il parlare sono un unico fenomeno non separato. Potremmo dire che le parole sono il pensiero in azione e che il pensiero sono quelle stesse parole articolate nella mente. Non c’è tempo, non c’è spazio per un soggetto pensante.
-Ma la scienza cosa dice di questo “io fantasma”? La neurofisiologia e gli studi sulla mente si pronunciano su questo fenomeno?
-Certo, e in modo sorprendente. Gli studi più avanzati confermano con strumentazioni scientifiche che ogni idea e atto di volontà appare nel cervello qualche secondo prima che questo diventi un pensiero cosciente o un’espressione del linguaggio o un’azione.
Prima che la coscienza operi tutto è già dato e compiuto, quindi non possiamo parlare di un pensiero o una decisione davvero consapevoli. L’”io” arriva sempre dopo…
-Scioccante, ma allora la domanda diventa: chi pensa? Il pensare scaturisce dal caso, dal caos, dal nulla?
-Chiediamoci se sia possibile concepire il pensiero senza un soggetto che pensa, come atto che non si deve riferire per forza ad un centro pensante.
-Questa prospettiva mi sembra destabilizzante, toglie la terra di sotto ai piedi, crea un vuoto: noi non pensiamo, siamo invece “pensati”…
-Be’, se come soggetti noi non ci siamo più, nessun problema! Chi dovrebbe mai rimanere destabilizzato o scioccato?
-E quindi cosa resta, alla fine?
-Rimane tutto ciò che è, tutto ciò che avviene e si presenta nella mente e nel mondo da essa pensato nella sua assoluta e semplice verità, l’essere senza limiti che è ogni cosa.
-C’è per caso qualche filosofo nella storia che ne ha parlato e concorda con questa prospettiva così radicale?
-Il filosofo Spinoza ce lo ha spiegato con una metafora: il sasso scagliato in aria dalla mano ricade in basso con una parabola, ma, supponendo che possa pensare, è convinto di avere deciso in autonomia e di aver fatto quel volo in piena coscienza. Così succede anche per l’essere umano che cade nell’illusione, convinto di essere padrone di volere e di autodeterminarsi nel suo vivere, nell’agire e nel pensare, quando in realtà è anch’esso una costruzione del pensiero.
-Il pensiero di…?
-Di ciò che Spinoza chiama l’Assoluto, perché solo Quello esiste… Un principio infinito, inconcepibile, indescrivibile, che è tutto ciò che è.
-E l’essere umano? Ha ancora un ruolo e un senso nella storia del mondo?
-Ogni uomo è uno sguardo dell’Assoluto che vede se stesso da un punto di vista limitato e particolare. Ognuno di noi è quell’Uno che vuole conoscersi e lo fa manifestandosi in forme individuali che vivono ciascuna un’esperienza unica e irripetibile.
-Dunque in questo senso esiste solo Quello, noi siamo solo uno degli infiniti punti dai quali il Tutto vede se stesso. Ma in quanto individui autonomi non esistiamo realmente…
-Direi che hai compreso molto bene. Noi siamo un’illusione data dalla limitatezza del pensiero che si restringe nell’identità di un corpo e proietta un io fantasmatico, una sorta di ombra chimerica che sembra avere una sua autonomia. L’Intero si guarda attraverso un suo frammento e dice “io”. Ma c’è solo Quello, “noi” siamo nulla…
-Allora forse riesco a capire anche il linguaggio dei mistici quando si rivolgono a Dio e dicono: io sono nulla, esisti solo Tu… Come Meister Eckhart e tanti altri. Non sono solo parole poetiche dettate dall’entusiasmo religioso…
-No di certo, stanno parlando di una vera esperienza oltre il limite. Quei grandi uomini (apparenti) non perdono tempo in espressioni superficiali. E usano le parole fin là dove possono arrivare, il resto è lasciato al silenzio…
-Non pensavo saremmo arrivati così lontano nel nostro dialogo. È un cammino impegnativo. Ora devo darmi il tempo di riflettere sui temi emersi.
-Sì, prendi tutto il tempo che vuoi, nessuno vuole costringerti a credere ciò che non è tuo. Ma sappi che la realizzazione del “pensiero senza io” si dà in un solo sguardo intuitivo che, quando il tempo è maturo, si rivela da sé in un istante. Allora quello che chiamiamo io si guarda nello specchio, si cerca e vede solo il vuoto…
2 gennaio 2024

147 Il colle dell’infinito
Nelle limpide notti saliva su quel colle
dove l’immensità si apre allo sguardo
e muto ammirava miriadi di stelle
punteggiare tremolanti il firmamento.
Sospeso in un silenzio profondo,
di là dei suoni e delle luci del borgo,
osservava gli immensi spazi neri
mentre indecifrabili parole dal nulla
tracciavano segni nella sua anima.
E come goccia si scioglieva nel tutto,
perduto in quella vastità senza nome
dove l’incontaminato essere si rivela
oltre i limiti di ogni umano intendere.
Era un dolce naufragare nell’infinito
che non conosce causa e fine
e non pretende ragioni o scopi,
interminato spazio senza origine
dove tutto e ogni cosa nasce e vive
in un eterno peregrinare nella luce.
Là il Poeta aveva trovato l’eden perduto,
dove ebbe i suoi natali il primo uomo.
In quel luogo c’è solo innocenza
perché bene e male non si conoscono,
non giudizio o pensiero che divide,
solo pura coscienza di ciò che è.
Il pensiero errava in sovrumani silenzi
oltre la siepe e il colle dell’infinito,
poi lo sguardo diventava più acuto
e contemplava l’ultimo orizzonte
nella quiete, tra lo stormir di fronde.
Una visione oltre lo spazio e il tempo
che è presenza del tutto in ogni cosa,
consapevolezza che tutto abbraccia,
coscienza che frange i limiti del sé.
4 gennaio 2024

148 L’onda di fuoco
Lingue di fuoco accendono la coscienza
quando dalla proiezione nel mondo
spoglia del sapere si ritrae in se stessa,
facendo cenere di ogni immagine
e delle seducenti forme dell’oblio.
È luce di un’energia senza limiti,
raggio purificatore che illumina
e si alimenta via via come un’onda,
creazione pura che solo può nascere
nell’irrimediabile sacrificio del sé.
Nel nudo spazio del non-sapere
dove nessuna conoscenza ha accesso
lo specchio attende un primo brillio
di quella coscienza che si fa vivida.
Lo specchio non vede mai se stesso,
può solo riflettere all’infinito una luce
che si offre come un timido raggio
a portare un primo chiarore nel buio.
Allora non c’è più immagine riflessa,
l’io-coscienza liberato risplende di sé
come consapevolezza onnicomprensiva
in un vasto non-luogo della quiete
ove il tempo cessa di divorare le cose.
È una inconcepibile ultima realtà
che a nulla e nessuno appartiene,
ma che è tutto e molto più di quello,
una presenza che nella non-azione
custodisce la sacralità del suo potere.
Per accedere a quel fuoco interiore
si deve calcare le vie del paradosso
nel reame della contraddizione,
oltre i muri dell’arida logica calcolante
che restringe lo sguardo al conosciuto.
Ciò che esula dai limiti del pensiero
può essere solo indicato per negazioni,
mai afferrato o posseduto dalla mente
che si dibatte tra le sponde degli opposti
e non può elevarsi alla visione dell’intero,
là dove ogni contraddizione si scioglie
perché nessuna opposizione è mai esistita
se non nell’illusione di un piccolo io.
Alla fine lo specchio non rimanda più nulla,
consapevole che non vi è altro da sé
si fonde nella coscienza che tutto abbraccia.
Il gioco delle illusioni è finito per sempre
perché ciò che non è mai stato si dilegua:
riconosciuto nella sua totale inconsistenza
si dissolve alla luce del vero di ciò che è.
8 febbraio 2024

149 Cavalcando l’onda della vita
-Ogni realtà ha lo stesso destino, Filandro:
nascita, maturazione, declino e morte.
Il ciclo della vita procede inesorabile
a stabilire i tempi del nostro passaggio,
come un’onda che si espande e si ritrae,
segnando i confini del nostro esistere.
-Come il movimento ritmico del respiro…
-Sì, un respiro cosmico muove ogni cosa
con l’eleganza di una sacra geometria
dove ogni numero trova il suo posto,
finché il grande disegno è compiuto.
-Il numero è la forma del movimento,
ma lo zero è non-forma, cioè il nulla,
è quindi negazione del moto e del ritmo?
-Il valore dello zero non è un assoluto,
dipende dalla sua posizione e relazione.
È il numero che ha una possibilità unica,
una natura straordinaria e plurima,
il potere di essere e di non essere.
-Essere o non essere? È un problema?
Sembra una sfida insuperabile per il logos!
-La contraddizione non è un problema,
nel creato è la prima legge del vivente,
solo il logos la considera inaccettabile,
perché il pensiero sempre divide e separa.
Separare vuol dire escludere, chiudere,
rigettare ciò che sembra illogico e assurdo.
Ma è lo zero a portare il divenire nel mondo,
nel suo combinarsi con tutti gli altri numeri.
È il vuoto che infine dà forma alla forma.
-Ma allora non dobbiamo aborrire il nulla?
Se la realtà è la negazione del vuoto
non dobbiamo tenerci attaccati ad essa
come naufraghi aggrappati alla tavola?
-Non temere la contraddizione Filandro.
Senza il contrasto tra l’essere e il nulla
la realtà sarebbe statica e morta,
non ci sarebbero vita e conoscenza,
né saggezza né amore e bellezza.
-…E non ci sarebbe il mutare delle cose
né la volubilità amabile dei sentimenti,
non il ciclo delle stagioni e la natura,
non la possibilità di attendere il nuovo…
Io voglio che non ci siano mai questi “non”!
-È per questo che sei qui nel mondo,
per imparare ad abbracciare ogni cosa
senza però mai aggrapparti a niente.
Allora, quando non possiedi nulla
tutto è lì per te e puoi riempirti i sensi.
-Credo di avere compreso il messaggio:
devo saper cavalcare l’onda che viene
senza rimanere abbarbicato a una tavola,
paralizzato dalla paura di vivere.
Devo cogliere il senso di ciò che accade
tuffandomi con coraggio nel grande mare.
-Sì, è il grande spettacolo della creazione:
forma e non-forma creano infinite realtà
mescolate nel conflitto e nella quiete,
partecipi di un infinito gioco dell’apparire,
attori di una storia che si viene svelando
nell’architettura di un supremo disegno.
Nel movimento vita e morte si alternano,
creazione e distruzione si susseguono
nelle cose più grandi e in quelle più piccole,
perché la staticità sarebbe la fine eterna
che preclude la rinascita nel nuovo.
-Già, cavalcare l’onda… ma come spiegarlo?
-Le cose importanti non si possono spiegare,
si può solo viverle e afferrarle d’un colpo,
nel lampo di intuizione dell’occhio interiore.
-Ho timore dell’onda perché è un fluttuare,
è un oscillare tra bene e male, gioia e dolore,
è vedere nascere e spegnersi le cose più care
e questo suscita un sentimento intollerabile.
Il divenire con il suo movimento a pendolo
dà un senso di instabilità e di precarietà,
è come cavalcare un cavallo selvaggio
rischiando in ogni momento la caduta.
-Cavalcare il divenire è l’arte suprema,
richiede abilità e forza d’animo e pazienza.
Chi non la conosce dovrà soccombere,
sarà travolto dalla potenza degli eventi
che segnano le vie di questo mondo.
-Se fluisco con le cose mi perdo in esse,
le onde mi sballottano di qua e di là,
mi trovo ora sulla cresta, ora nella valle,
non mi sento padrone di me stesso,
tantomeno padrone delle cose del mondo.
-Questo accade a tutti, è il prezzo da pagare
se si vive pienamente come esseri umani.
Ricorda però che la nostra intelligenza
apre una possibilità che è solo dell’umano:
se impariamo a seguire l’onda della vita
senza opporci alla realtà di ciò che è
alla fine diventiamo l’onda stessa,
cioè la vita come è nella sua essenza.
Allora ci solleviamo in una posizione
al di sopra di ogni oscillazione duale
osservando imperturbati gli accadimenti,
in una equanimità che non sente scosse,
nella profonda quiete della saggezza.
-È questa la vera libertà dell’uomo?
-Sì, è l’affrancarsi dal ciclo dell’onda
superando la schiavitù delle influenze.
È elevarsi sulla meccanicità del tempo,
è essere capaci di essere e di volere
non condizionati dalla forza di gravità.
Vita che chiama vita, cioè pura libertà.
-Dunque, se io posso diventare l’onda
sono la vita stessa che si presenta
nella sua pienezza e bellezza…
-…E sono anche qualcosa di più:
sono il mistero che permea ogni cosa,
sono lo zero e tutti gli infiniti numeri,
sono l’essere e il non essere,
sono la creazione e la distruzione.
E sono anche ciò che è indistruttibile
perché al di sopra delle cose del mondo,
pronto a cavalcare le vie dell’esistenza
per diventare l’esistenza stessa,
senza un pensiero per ciò che sarà…
-E poi? C’è infine una conclusione?
-Poi nell’azzurro l’onda si guarda intorno,
distende lo sguardo oltre se stessa
abbagliata da un’intuizione improvvisa
e si rende conto di essere l’intero mare…
10 febbraio 2024

150 Yugen sentimento dell’indefinito
Sorge nella penombra dell’indefinito
quel particolare sentimento:
quando la bellezza trapela dalle cose
e si mostra e si sottrae allo sguardo
velata nel suo profondo mistero,
quando la grazia nascosta del mondo
affiora ed elude ogni comprensione,
quello è allora il momento di yugen.
Yugen è il sentimento più antico,
è la vista delle cose nella loro verità,
nelle loro forme fragili e sfuggenti.
Yugen è lo sguardo che accoglie
una sensazione, una visione, un’idea,
è il fascino del bello vestito d’ombra.
Le cose che toccano i nostri sensi
parlano per segni e allusioni,
custodiscono i riposti segreti
dietro il velo del crepuscolare.
La loro natura è indecifrabile,
non può essere del tutto compresa,
muove a una ricerca senza fine.
Come in una scena del teatro No
la natura si maschera e si svela,
assume i lineamenti della forma
per dischiudere i reami dell’Oltre.
È la bellezza dell’indefinito insondabile,
dell’incompiuto che attrae e seduce,
della grazia che ammanta il bello
in ogni sua specie ed espressione.
Quell’indefinito che è anche in-finito
rispecchia la nostra umana natura
anch’essa indefinita e mutevole,
pura creazione in atto e in-finita.
E quando ci accettiamo come umani
si desta in noi il sentimento di yugen,
un sentire che trasfigura le cose
e apre la mente all’inconoscibile.
Chi mai toglierebbe dal mondo
il mistero e l’incanto dell’occulto?
Chi mai vorrebbe trascorrere una vita
dove tutto è risaputo e prevedibile?
Chi potrebbe accettare di vivere
senza il brivido dell’indescrivibile?
È nel lampo di intuizione di yugen
ciò che nessuna parola può esprimere,
ciò che solo il sentimento può sfiorare.
Un particolare contiene tutto l’universo,
tutti i sensi e i significati del mondo,
non è dunque possibile conoscere
ciò che da sempre non ha fine né inizio,
possiamo solo arrenderci al mistero.
Lasciamo che yugen ci indichi la via
e ci accompagni nel nostro cammino,
nell’imperscrutabile si cela un segno,
nella incerta penombra c’è la chiave.
12 febbraio 2024

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