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121 La cosa migliore
È nota la singolare vicenda di Banzan
che ebbe un’illuminazione improvvisa
udendo un macellaio replicare a un cliente
che aveva chiesto il migliore taglio di carne:
“Ogni pezzo di carne qui è il migliore!”
Può essere un insegnamento per noi?
Possiamo anche noi pensare
che ogni momento che viviamo,
ogni situazione che affrontiamo,
ciò che sentiamo e vediamo,
tutto quello che ci accade intorno,
ciò che si presenta nel momento
sia sempre comunque la “cosa migliore”?
Quando non facciamo resistenza all’adesso
e accettiamo incondizionatamente il presente
senza chiedere di essere altro o altrove,
stiamo dando piena fiducia all’esistenza.
‘Ciò che è‘ è ciò che deve essere:
bene e male, gioia e dolore, genio e follia,
tutto fa parte della danza della vita.
Ma accettare non significa passivo fatalismo,
né rinuncia al vivere, al pensare e all’agire,
perché anch’essi fanno parte di ciò che è.
Se mi oppongo a quello che ritengo un male,
se rifuggo da quello che per me è dolore
se mi allontano da ciò che per me è follia,
se rispondo a una situazione o la evito,
ciò che mi capita di volere, fare e pensare,
tutto fa parte del ‘ciò che è’ esistente,
realtà innegabile che io accetto totalmente,
senza condizioni o recriminazioni,
senza dividere un ‘dentro’ da un ‘fuori’.
Il mondo e la vita, sub specie aeternitatis,
appaiono come un grande fluire di eventi
che scaturiscono dalla stessa Sorgente,
un’intelligenza infinita che trapela ovunque.
Tutto viene dalla stessa Perfezione assoluta,
è un divenire che si origina dal non-relativo,
dunque si può pensare come ‘la cosa migliore’
sempre e in ogni caso, anche se è dolore,
anche se non sottostà ai nostri desideri.
Il ‘meglio’ è semplicemente ciò che accade,
l’essere delle cose e il loro offrirsi a noi
con semplicità, immediatezza e innocenza.
Ogni cosa è sempre comunque ‘la migliore’.
Il pensiero che divide, confronta e giudica
può avere una sua funzione nel relativo,
ma l’accadere di un fatto, in senso assoluto,
si sottrae al pensiero separativo e dualistico
che non può comprenderne il senso ultimo.
La mente umana non può cogliere una totalità,
per sua natura può solo vedere il frammento.
Per ‘vedere’ l’intero si deve diventare quell’intero
in una visione intuitiva che accoglie ciò che è
e pur distinguendo non separa e non limita.
Perché l’esistente è il reale vero e irrefutabile,
l’essere che si pone come assoluto nel relativo.
Sì, ogni cosa è sempre la cosa migliore
se uscendo dalla prigione asfittica dell’io
incontriamo la vita nella sua totalità,
se accettiamo che ogni cosa sia ciò che è
e aprendoci alla nuova comprensione vediamo.
3 agosto 2023
122 Il sasso in mezzo al fiume
Il sasso è lì immobile in mezzo al fiume.
Comparso sulla Terra nella notte dei tempi,
agli albori di una lontana era indefinibile,
dopo cicli incalcolabili di albe e tramonti
è ancora pronto a giocare la sua parte
di antico e fedele testimone del mondo.
Saldamente aggrappato alla terra
resiste alla forza dilavante delle acque
che scorrono pure nel loro moto infinito.
L’acqua è una forza dolce e insistente
che agisce ora delicata, ora impetuosa,
a limare le asperità e i tratti irregolari.
Il sasso si è nel tempo levigato e rifinito,
i milioni di anni di vita in quel torrente
l’hanno modellato e reso tondeggiante,
l’acqua lo ha scolpito come un’opera d’arte,
con la sua azione amorevole e costante
gli ha donato una forma più gentile e raffinata.
Ma tutto è avvenuto in modo spontaneo,
senza una volontà, un progetto o uno scopo.
Ed è questo l’incanto della natura,
che continuamente trasforma e rinnova
con la sua potenza di sorgente creatrice
assolutamente libera e illimitata.
Il sasso col tempo diventerà sabbia,
sarà portato dalla corrente fino al mare,
ma non sarà davvero scomparso
se non nell’apparenza esteriore,
perché in realtà avrà solo mutato forma,
schiudendo nuove dimensioni di possibilità.
Forse diventerà parte di quella spiaggia
su cui giocano e si rincorrono i bambini.
Forse si mescolerà con il fondo marino
che dà rifugio e nutrimento a tanti esseri.
Oppure si fonderà con altri minerali
per creare nuove rocce, scogliere e coralli.
Ma sarà ancora testimone del mondo,
osserverà sempre l’accadere della vita
con la sua calma paziente forgiata nei secoli.
Ormai diviso in una miriade di frammenti
si lascerà trasportare dalla corrente,
come le nuvole bianche sospinte dal vento.
Nei cicli della Terra e dei tempi cosmici
il sasso continuerà ad esistere in tante forme,
offrendo sé stesso alla creatività della natura,
pronto a scomparire e rinascere mille volte.
In realtà nessun “sasso” esiste come tale,
solo una materia viva che gioca con sé stessa
assumendo infinite forme, acqua terra o fuoco,
diventando pietra o fiume o sabbia o nuvola,
perpetuando il grande miracolo dell’universo.
Come il sasso che si dissolve in sabbia
anche noi vedremo sciogliersi il vecchio io
per rinascere ad un nuovo modo di essere.
È un’alchimia che ha solo bisogno di tempo,
un cammino che nessuno può fermare,
un destino che appartiene a tutte le cose.
Questo ci insegna il sasso in mezzo al fiume.
6 agosto 2023
123 Prima del Big Bang
Nel non-tempo prima del Big Bang
tutto ciò che esisteva nel non-universo
era un solo singolo atomo di essere.
Una realtà assoluta per noi inconcepibile,
fuori da tempo, spazio e movimento,
di cui si può ‘dire’ solo per negazioni:
un Nulla potenziale, una prima non-Realtà,
un Essere privo di forma, quantità e qualità,
un Vuoto dalle possibilità illimitate…
Poi l’esplosione, un’Onda inimmaginabile,
per forza, vastità e potenza creatrice,
e da quel Nulla-Caos la nascita del Cosmo.
Attraverso interminabili eoni di tempo
si sono formate galassie, stelle e pianeti,
quanto vediamo nel mondo conoscibile,
fino alla comparsa della vita cosciente.
Ora noi uomini siamo qui a interrogarci,
infiammati da un desiderio insopprimibile:
sapere cosa c’era prima di quel Big Bang.
E da dove è spuntato quel seme originario,
quell’uovo cosmico da cui tutto è scaturito.
E come tutto è iniziato ad un certo ‘momento’
visto che il tempo non esisteva ancora.
Quella che si volge a indagare sul “prima”
è la domanda più semplice e tremenda.
Il “dopo” è in qualche modo spiegabile,
appartiene alla linearità di spazio e tempo,
ma il “perché” sulle origini rimane intatto,
un mistero che sfugge alla comprensione
e ci concede solo fuggevoli intuizioni.
Sorge però anche un’altra riflessione:
se tutto è nato da un primo seme cosmico,
da una realtà pura, unica e atemporale
che preesisteva al mondo e al Big Bang,
allora ogni cosa esistente è quella realtà,
è quel primo atomo che ancora si riproduce,
si divide, si differenzia e si trasforma,
manifestandosi in infinite forme di vita.
Le antiche Scritture dicono che “tutto è Uno”.
Questa verità sembra dunque confermata
dalle più avanzate teorie della scienza:
il cosmo e noi umani siamo quell’atomo
che continua a creare infiniti mondi ed esseri,
senza però mai uscire da sé stesso,
perché è l’unica sola cosa che esiste.
Il mondo è un gigantesco caleidoscopio,
un immenso movimento cosmico a spirale,
un fantasmagorico spettacolo di forme
in cui tutto si mescola incessantemente.
Ma ciò che muta è un solo unico essere,
di cui noi e tutte le cose facciamo parte.
Possono cambiare le forme esteriori,
ma la sostanza prima rimane eterna,
nulla può toccare il suo essere indistruttibile.
L’atomo iniziale prima del Big Bang,
energia intelligente infinita senza forma,
è in ogni cosa, è in verità ogni cosa
e la sua eco percorre tutto l’esistente.
Il seme dell’Unità originaria è ancora in noi,
è rimasto annidato nella memoria più antica
e continuamente riaffiora nella nostra vita
come domanda, nostalgia o desiderio.
In realtà ogni forma di vero conoscere
è solo un ricordare quell’unità perduta,
un “vedere” l’essere puro in ogni cosa
al di là di tutte le mutevoli apparenze.
E alla fine: chi è colui che conosce?
È ancora quel primo atomo di essere
che nell’entusiasmo di un infinito creare
si è perso nei suoi mondi, dimentico di sé.
Ora attraverso di noi vuole conoscere
e interrogandosi sull’origine del cosmo
è consapevole di domandare su sé stesso:
“Cosa c’era nel non-tempo prima del Big Bang?”
9 agosto 2023
124 Il fiore di loto
Ricorderò sempre finché vivrò
quella calda mattina di fine estate
che cambiò la mia esistenza.
I più grandi discepoli del Buddha
erano raccolti davanti al Maestro
per ricevere il suo insegnamento.
Io ero lì, tra quei monaci fortunati,
nella grazia della sua presenza.
Un fervore percorreva l’uditorio
in un clima di gioia e di attesa.
Le parole del Buddha erano luce
che illuminava le coscienze
e donava la virtù della chiara visione.
Quando il Maestro ci fu davanti
cadde tra noi un profondo silenzio.
Quel giorno attendevamo come sempre
di udire da lui le Nobili Verità del Dharma.
Ma accadde qualcosa di straordinario
che lasciò tutti sorpresi e stupiti.
Il Buddha si era seduto in silenzio,
tra le dita della mano un fiore di loto.
I suoi occhi irradiavano serenità,
ma quello sguardo non era per noi.
Il Maestro contemplava quel fiore
con un dolce sorriso sul volto,
come assorto in una visione estatica.
Il silenzio si fece più profondo,
si udivano le fronde delle mangrovie
e lontani richiami di uccelli nel bosco.
Ma intanto il tempo trascorreva,
un disagio cominciava a serpeggiare
tra i monaci seduti nell’uditorio.
Perché il Risvegliato non parlava?
Cosa significava quel silenzio?
Perché teneva in mano quel fiore?
Fu allora che si udì una sonora risata
levarsi dalle ultime file dei presenti.
Anch’io come tutti mi voltai indignato
verso il monaco che aveva riso,
irritato per la sua impudenza.
Era l’anziano discepolo Mahakasyapa.
Nessuno aveva mai osato tanto,
sembrava un affronto al Maestro.
Preoccupati ci volgemmo al Buddha
che era rimasto quieto e imperturbato.
E fu allora che il santo Risvegliato,
distogliendo lo sguardo dal fiore di loto,
si rivolse di nuovo a noi e parlò:
“Quello che si può dire con le parole
l’ho offerto a tutti voi in questi anni.
Quello che con le parole non si può dire
io lo dono con questo fiore a Mahakasyapa”.
Lo sconcerto aleggiava tra i presenti,
sentimenti contrastanti si agitavano in noi.
Ma in molti affiorò una comprensione.
Anch’io fui pervaso da un nuovo sentire,
una lucida consapevolezza mi illuminava.
Il gesto del Maestro aveva rimosso
antichi strati profondi della mia mente,
polvere che volava via nella vacuità
e lasciava la coscienza limpida e viva.
Vidi contenuto in quel fiore di loto,
espresso nel linguaggio del silenzio,
il cuore più puro dell’Insegnamento:
la chiara visione, l’assenza di io, il silenzio,
la compassione e la via della meditazione,
il non attaccamento e la pace interiore,
le Nobili Verità e la grazia del Maestro.
Quel fiore di loto era stato offerto a tutti noi,
ma non eravamo stati capaci di riceverlo,
tranne il vecchio monaco ora silenzioso.
La risata di Mahakasyapa era una voce
che celebrava la bellezza dell’esistenza,
era la comprensione più alta e definitiva,
il canto estatico di un altro Liberato.
Fu per me la più bella lezione del Buddha,
un dono che mi giunse certo immeritato.
Tu che mi ascolti fa’ la stessa cosa,
non fermarti alle mie misere parole,
vedi quello che si nasconde dietro
negli spazi tra di esse, nelle pause…
Un silenzio che parla dell’amore per la vita,
un canto di lode a tutto l’Esistente,
un fiore di loto tra le dita delle mani
che indica anche a te la Via del Risveglio.
11 agosto 2023
125 La Via senza ritorno
Per caso mi fu concesso dal destino
di assistere a quella scena incredibile,
anche se adesso sono convinto
che il caso non esiste nella vita
e tutto accade quando è il momento,
quando noi siamo pronti a ricevere.
Passavo di lì, al villaggio dei pescatori,
dovevo visitare la mia vecchia madre,
quando comparve quell’Uomo.
C’era qualcosa nel suo incedere
che aveva una particolare grazia,
e qualcosa nel suo sguardo
che sentii subito magnetico.
Non saprei dire cosa mi attraesse,
io sono una persona semplice,
so fare scarpe ma non bei discorsi
e non so capire sempre le persone.
Ma vidi che accadeva qualcosa
e allora da lontano osservai discreto.
Conoscevo quel Simone, il pescatore,
noto per l’onestà e la purezza di cuore,
per la sua totale dedizione alla famiglia.
Simone aveva appena gettato le sue reti
nelle acque del lago come ogni mattina
quando giunse a lui il fratello Andrea
conducendo con sé quell’Uomo.
Non so dire se già si conoscessero
o se fosse per loro il primo incontro.
Ma quello che accadde tra i due
mi lasciò sconcertato e meravigliato.
Lo Sconosciuto si avvicinò a Simone
e si fermò di fronte a lui in silenzio.
Entrambi si guardarono negli occhi
per alcuni interminabili istanti.
Poi l’Uomo pronunciò poche parole
che risuonano ancora nella mia mente:
“Seguimi e non temere
Ti farò pescatore di uomini“
Le parole colpirono come dardi Simone
che abbandonò le sue reti e lo seguì,
subito, senza neppure voltarsi indietro.
Da allora nessuno di noi l’ha più rivisto.
Questo è ciò di cui sono stato testimone,
il resto è quello che mi hanno raccontato:
Simone il pescatore se ne è andato via
e insieme ad altri segue quell’Uomo
in una missione che nessuno capisce,
perché per noi contano solo famiglia e lavoro.
Io sono un uomo semplice e ignorante,
ma sento parlare di tempi della Grande Attesa.
Molti aspettano l’Avvento di un Messia,
si dice che grandi santi circolino in Galilea,
c’è speranza e grande fermento ovunque.
Per questo ora sono lacerato dal dubbio.
Mi chiedo se quello Sconosciuto
non sia davvero uno di quei Giusti.
Quando ricordo la luce nel suo sguardo
qualcosa si muove dentro di me,
una nostalgia mai provata mi colma
e questo sentire diventa un tormento,
una dolce ossessione che mi pervade.
E una domanda ogni giorno ritorna:
quale messaggio può avere tale forza
da spingere un uomo a lasciare tutto
e a cambiare totalmente la sua vita?
Ma devo dire che dopo il primo sconcerto
ho compreso la grandezza di Simone.
Andare via senza voltarsi indietro
in un viaggio nell’ignoto senza ritorno
richiede un incredibile coraggio.
Vorrei trovare belle parole per il pescatore
che ci insegnò a vivere la vita senza paura,
facendo la scelta più difficile e coraggiosa,
per diventare pescatore di uomini nel mondo.
La luce di uno sguardo lo ha trasformato,
le parole l’hanno trafitto come frecce d’amore.
Certo deve essere stato un miracolo
di quell’Uomo che viene chiamato Gesù.
13 agosto 2023
126 Il sogno della mente
-Le grandi vie di meditazione raccomandano la pratica dell’osservazione della mente…
-Sì, perché la mente che conosce il mondo non è altro che il mondo stesso.
-Puoi spiegare meglio la tua affermazione?
-Il mondo appare sempre solo nella mente, lì si forma la sua realtà. Non può esistere un oggetto senza il soggetto conoscente.
-Quindi quello che vediamo e sperimentiamo, cioè quello che chiamiamo “mondo”, esiste sempre solo nella mente che conosce.
-Certo, tenendo presente che in quel “tutto” è compresa anche la nostra realtà interiore, cioè noi stessi e il nostro universo di pensiero.
-Ma quali sono i vantaggi di osservare la mente?
-Forse non hai ancora fatto un lavoro approfondito su di te, altrimenti sapresti già la risposta. Ma niente di male, è nell’ordine delle cose, sei giovane e hai tutto il tempo.
-Se osservo la mia mente vedo solo un grande coacervo di pensieri, immagini, sensazioni…
-…insieme a ricordi, emozioni, sentimenti, fantasie, intuizioni, che si susseguono e si accavallano, perlopiù in modo caotico.
-Ho tentato alcune pratiche di controllo della mente e delle emozioni, ma con scarsi risultati.
-In effetti servono a poco. Più tenti di dominare il pensiero più crei un conflitto dentro di te tra il controllore e il controllato… che sei sempre tu. La mente divisa in due si ribella come un animale in gabbia.
-E quindi?
-Il processo mentale va solo osservato con pazienza e distacco, poi col tempo tende ad acquietarsi perché non viene più alimentato. Allora si aprono spazi di consapevolezza ed è facile realizzare che non siamo il nostro pensiero.
-Già, la mente e i suoi contenuti se osservati ci appaiono come “cose”, oggetti tra i tanti che costituiscono il cosiddetto “mondo”…
-…mentre il soggetto, ciò che veramente siamo, non può e non potrà mai essere osservato.
-Si dice infatti che l’occhio non può vedere sé stesso. Anche allo specchio o in una fotografia non vede mai sé ma solo un’immagine.
-Sì, però quell’occhio che guarda può essere e sapere di esistere, come il nostro io-coscienza è ciò che è senza poter mai diventare un oggetto, cioè altro da sé.
-Su questo mi trovo in sintonia, mi sembra di capirlo, almeno intuitivamente. Ma tornando all’osservazione della mente, come cavarsela in quel groviglio di pensieri ed emozioni?
-Se guardi con attenzione ti accorgi che il processo mentale si muove in modo molto simile al sognare. Pensieri, emozioni e immagini si collegano, si disgiungono e si mescolano in modo disordinato e confuso, proprio come accade nelle scene oniriche, dove la regia appare di solito incomprensibile: personaggi e cose in continua metamorfosi, tempi e luoghi che si confondono, storie strane e paradossali.
-È vero, di giorno mi sorprendo spesso a seguire inconsciamente catene di pensieri che sembrano un ‘sognare’ e rasentano davvero l’assurdo. Sto studiando i logaritmi e dopo pochi minuti mi trovo proiettato in luoghi e tempi lontanissimi, senza capire perché. A volte con pazienza riesco a ricostruire il percorso del mio pensiero e trovo collegamenti casuali, voli pindarici, salti logici, scene e fantasie senza capo né coda…
-Magari un filo a volte si può anche trovare, ma qui entriamo nell’universo sterminato dell’inconscio che però ora non ci interessa. Non vogliamo analizzare i particolari di un processo di pensiero, puntiamo a vedere il fenomeno-mente nella sua globalità, per coglierne l’essenza e il significato.
-In effetti mi sembra la cosa più interessante. Cercare di interpretare una fantasia immaginativa è come interpretare un sogno: ci si dibatte tra tante intelligenti spiegazioni e non si viene mai a capo di nulla!
-(ridendo) Vedi che non ti sentano i cultori della psicoanalisi! L’approccio meditativo è totalmente diverso: non cerca di “aggiustare” o migliorare la mente e l’io, perché sono proprio quelli in sé “il problema”. Ma qui il discorso ci porterebbe lontano, per ora ci accontentiamo di tornare al focus di oggi.
-Quello del vivere e pensare come un sognare?
-Sì, sai che nella storia fior di pensatori hanno insistito su questo concetto: Platone, Shakespeare, Calderon de la Barca, Schopenhauer… solo per citarne alcuni rimanendo in Occidente. In Oriente da millenni si dà per certo che la vita sia un sogno.
-Ricordo che già Eraclito parlava delle persone non filosofe, cioè i più, come i “dormienti”, coloro che vivono e agiscono come in sonno. A volte anche noi ci comportiamo come individui addormentati.
-Sicuro, su questo possiamo metterci il cuore in pace. Nelle vie di meditazione si preferisce parlare di mancanza di consapevolezza, ma il senso è lo stesso: vivere in uno stato di confusione mentale fatto di idee distorte, emozioni mal vissute, volontà cieche, fantasie insensate, follie di ogni genere.
-Oggi lo si vede in giro molto facilmente, anche tra persone che hanno ruoli di potere e dovrebbero dare l’esempio.
-Per conoscere la mente bisogna prima osservarla a lungo. Le vie di meditazione chiedono di portare l’attenzione sui pensieri e sul loro movimento finché un fatto diviene evidente: il nostro pensare durante il giorno e il sognare nel corso della notte non sono così differenti fra loro.
-Posso confermare, la mia mente nello stato di veglia lavora senza tregua, come una corrente sotterranea, anche se posso non esserne consapevole. C’è come una voce dentro di me, un dialogo continuo, un commento su tutto quello che succede. E sembra accadere da solo senza che io possa impedirlo.
-Questo ci dice quanto siamo padroni di noi stessi! Dunque se la mente è il mondo…
-…allora ne consegue che se non sappiamo governare la mente non possiamo illuderci di poter governare il mondo.
-Sì, ammesso che questo sia il nostro obiettivo e ne valga la pena.
-Mi viene da pensare che coloro che vogliono dominare il mondo sono proprio quelli che hanno seri problemi con la propria mente. Gli farebbe bene un po’ di pratica meditativa. Glielo suggeriamo?
-Per ora rimane fantascienza. Una mente malata fugge lontano mille miglia da discorsi su meditazione e ricerca personale. Ma non credere che noi siamo così diversi: ripercorrere i nostri pensieri dell’ultima mezz’ora è assistere a un film dell’assurdo, su una trama ideata da un regista poco sobrio.
-Non può essere anche divertente?
-Sì, se non ci perdiamo lì dentro, nel Paese dei Balocchi. Ma se vogliamo capire qualcosa della vita dobbiamo andare oltre.
-Ed è qui che si apre la via della meditazione…
-Certo, prima devi essere stufo di giocare col mondo e uscire dall’infanzia. Se osservi la mente abbastanza a lungo ti accorgi che ti fa vivere in un film. Ma un film non è la realtà. Se invece di vedere il mondo reale vedi solo i tuoi fantasmi mentali come puoi dire di essere nel vero? È esattamente come essere in un sogno tra chimere, personaggi da favola, fantasie oniriche, cose che come i miraggi compaiono e scompaiono lasciando il vuoto.
-E poi, di giorno?
-Il sognare della notte continua poi durante il giorno, in altre forme ma è sostanzialmente lo stesso. Tranne rari sprazzi di lucidità che annunciano ma non sono ancora un vero risveglio.
-Curioso, al mattino ci svegliamo, ma in realtà siamo ancora immersi nel sonno della mente. Cosa fare allora per vedere il mondo così com’è?
-Bisogna liberare la mente da tutti i sogni che la obnubilano. Qui si apre lo spazio della meditazione su cui però non ci soffermiamo perché il discorso merita un’altra occasione. Per ora insistiamo sul concetto di “risveglio”.
Risvegliarsi vuol dire ripulire la mente come una lente per vedere la realtà così com’è, la realtà vera del mondo. E poiché il mondo è ciò che si muove nella nostra mente, è anche un vedere noi stessi per la prima volta in quello che siamo realmente. L’ordine e la chiarezza della mente presenteranno il mondo come un cosmo ordinato. La vera conoscenza non è altro che seguire questa via.
-Che compito immane, mi fa quasi paura!
-La vera conoscenza fa sempre paura, paura di scoprire se stessi. Ma in fondo, se guardiamo bene, anche quella non è altro che l’ennesimo sogno della mente. E ti voglio rassicurare, coloro che sono giunti al risveglio non si sono pentiti e oggi vengono considerati saggi illuminati.
-Allora la paura mi è già passata, mi sento pieno di energia e pronto all’avventura. Quando si comincia?
-Si comincia ora. Se invece rimandiamo a un ‘dopo’ non muoveremo un passo, perché il domani non arriva mai.
-Perché anche il domani fa parte del sogno…
-Bravo, vedo che hai capito! E se guardi bene, noi abbiamo già cominciato il cammino con quello che stiamo dicendo, teoria che pian piano diventa pratica. Ma visto che sei così acuto, aggiungo un’ultima cosa, la più importante: non solo la mente sogna e con quel sognare crea il suo mondo, in realtà quella che chiamiamo mente è il sognare, la mente è il sogno stesso.
-Questo concetto è davvero arduo, credo di non averlo compreso del tutto.
-Allora fallo diventare la tua meditazione finché non lo avrai realizzato…
17 agosto 2023
127 Il punto di vista
Quanti punti di vista interpretano una situazione?
E qual è quello riconoscibile come “vero”?
Immaginiamo la scena di una partita di calcio
vista da diversi soggetti in differenti modi:
le riprese delle telecamere da ogni lato,
gli sguardi dei calciatori impegnati in campo,
i punti di osservazione dei vari spettatori,
l’angolo visuale di un insetto che vola intorno,
la prospettiva di un uccello, di un filo d’erba…
Potendo esaminare tutte le vedute dell’evento
non riusciremmo facilmente a riconoscerle
come una riproduzione della stessa scena.
Ogni ‘punto di vista’ è sempre soggettivo,
perché localizzato, limitato e parziale.
Certo ha una sua qualità speciale,
porta con sé una comprensione unica,
si accompagna a un sentire incomunicabile.
Ma per sua natura è singolare e limitato,
coglie solo una delle possibilità, mai l’intero.
L’idea di riprodurre la realtà così com’è,
in modo del tutto oggettivo, è un’illusione.
Una visione oggettiva, cioè assoluta,
dovrebbe integrare tutti i punti di vista,
una miriade di eventi particolari,
in un unico “vedere” onnicomprensivo:
sarebbe quella di un Essere onnisciente.
Ma ogni punto di vista individuale
possiede in sé un valore inestimabile.
Per quanto parziale e frammentario
contiene tutta la verità del momento.
Ogni “vedere” è vero in quanto tale,
è un evento assoluto e perfetto.
La Verità non è l’esattezza di un dato,
è la totalità di quello che accade,
la pienezza dell’essere testimoniata
da ogni singolo sguardo sul mondo.
Concentrata in quel punto di vista
c’è tutta la comprensione dell’essere,
realizzata in un modo irripetibile.
È la bellezza della soggettività,
è l’incanto di uno sguardo puro
che si dà solo nella singolarità.
Nell’esperienza individuale
la vita rifulge al massimo grado.
Il singolo vive il suo punto di vista,
un modo proprio di sentire il mondo
di cui nessuno potrà mai sapere.
È la ricchezza di un’esperienza
che si pone come fatto assoluto
e si sottrae a ogni comparazione
perché completa e buona in sé.
Tutte le Sapienze della tradizione
affermano che ogni istante è prezioso
e va vissuto con consapevolezza
perché è unico e non tornerà mai più.
Il ‘punto di vista’ è un atto di coscienza
che rivela l’assoluto nel relativo,
l’eterno essere immortale nel transeunte,
la cosa più preziosa nel gesto più semplice.
Un insetto sul filo d’erba guarda il mondo.
È uno degli infiniti occhi sulla Realtà.
Non sa ancora che nel suo vedere
si riflette tutta la verità della vita.
20 agosto 2023
128 Finché solo la montagna rimane
Nel cielo gli uccelli sono svaniti
E ora anche l’ultima nuvola si dissolve
Sediamo insieme la montagna ed io
Fino a che solo la montagna rimane
(Li Po)
Le parole di Li Po non sono solo poesia,
sono il canto della sua realizzazione,
la celebrazione della bellezza del Tutto
che si svela solo quando l’io si dissolve.
L’io giudica, separa e concettualizza,
ma la vita ridotta ai concetti della mente
perde tutta la sua potenza e profondità.
Il fenomeno è inquinato dalla memoria,
ingabbiato negli schemi della ragione
non può mostrarsi nel suo puro essere.
Il soggetto pensante porta con sé
il suo greve carico di idee e memorie,
si fa sfuggire l’ovvio seguendo il banale,
non vede la vita che gli scorre accanto
come fonte perenne di fresche acque.
Guardare gli uccelli svanire in cielo
o le nuvole dissolversi all’orizzonte
è ascoltare il richiamo dell’esistenza al sé,
una lezione sull’impermanenza delle cose,
sull’importanza di cogliere l’attimo che va.
La vita si può contemplare ma non afferrare,
è libera creazione che a nessuno appartiene.
Possedere una cosa vuol dire distruggerla,
farne una preda da mettere nel carniere
come una realtà morta, priva di bellezza.
Ma le parole di Li Po vanno oltre,
toccano le corde più intime dell’anima,
aprono la via della più alta meditazione.
Quando sediamo insieme alla montagna
siamo l’esistenza che contempla sé stessa.
La montagna rimane solo una roccia
se l’io giudicante è presente nella scena.
La montagna non è solo una montagna
se si sa vedere al di là dell’apparenza.
L’esistenza è una, è un’infinita rete
di eventi interconnessi e inseparabili.
La si può contemplare solo quando
sorge un puro vedere senza centro,
senza un io che separa e divide.
Allora “solo la montagna rimane”,
-ma in realtà è tutta l’esistenza-
a mostrare la potenza della vita
e nel suo apparire a ricordarci
l’unità sacra di tutto l’esistente.
Dissolvere il roccioso sé personale,
risvegliare la coscienza meditativa,
vivere lo spazio della contemplazione
dove l’essere si rivela a sé stesso
in tutte le cose che abitano il mondo:
è il cammino che ci indica Li Po,
poeta illuminato che siede in silenzio.
24 agosto 2023
129 La rana nel pozzo
Vecchio pozzo
rana salta
plop!
C’è tutto un mondo in queste parole
che Basho ci lascia per descrivere
un suo momento di illuminazione:
la quiete silente del vecchio pozzo,
il balzo improvviso della rana,
il suono gentile del moto dell’acqua,
l’aprirsi di quell’attimo e il chiudersi
in un silenzio ancora più profondo.
Tutto è perfezione, pura bellezza,
nulla manca in quell’istante di vita
pennellato da una mano sapiente.
Ogni senso è aperto sul mondo,
la coscienza è limpida e attenta,
tutto accade in modo naturale.
Un evento semplice e spontaneo
ha dato una scossa all’esistenza,
ha rivelato una meraviglia pura,
non contaminata dal giudizio,
eterna e sacra oltre ogni parola.
Ogni momento di vita è così,
è un salto nel vecchio pozzo,
un tuffo nelle acque del tempo
per mescolarle e rinnovarle.
Là dove erano quiete e silenzio
qualcosa irrompe all’improvviso.
Sembra l’infrangersi di un’armonia,
l’uscire da un piccolo eden
già perfetto in sé e compiuto.
Ma la vita non ascolta ragioni,
è innocente, folle e imprevedibile,
ama la novità, ricombina i pezzi
come il bambino che gioca
e non sa di ri-creare il mondo.
Alla vecchia armonia segue una nuova,
ancora più intrigante e stupefacente,
ma prima deve rompersi un equilibrio:
cerchi si formano e si allargano
in quelle acque prima immobili,
suoni ed echi si diffondono
ad annunciare una nuova nascita.
Anche la nostra coscienza si increspa,
risponde all’accadere del momento,
esce dalla quiete per godere il mistero
e alla fine riconquistare la pace.
Basho sa che l’accadere di ogni evento,
anche quello più umile e ordinario,
porta con sé il significato del Tutto.
Cos’altro ci vuole per sentirsi a casa,
per abitare una coscienza illuminata,
oltre a ciò che è vissuto nell’adesso?
Di cos’altro abbiamo bisogno noi
per sentirci un tutt’uno con il mondo?
Vecchio pozzo
rana salta
plop!
…
27 agosto 2023
130 Euridice non è perduta
Orfeo non lo aveva compreso:
Euridice non poteva essere posseduta,
doveva solo essere riconosciuta
e amata come una parte di sé.
Euridice ammaliata dal suo canto
e di lui follemente innamorata,
morta innocente per infausto destino,
era caduta nel freddo e buio Averno.
Era il Femminile lasciato da Orfeo
nella separazione e nell’abbandono,
nel luogo oscuro della dimenticanza.
Accade con l’amore ancora immaturo,
intriso di ego e di brama del possesso.
Accade quando l’uomo smarrisce
la parte di sé che lo rende completo:
la donna interiore che vive in lui.
Allora la perdita si fa gorgo di dolore
e comincia una ricerca angosciosa
per riunire ciò che si era separato.
Si racconta di un Orfeo disperato
per aver perduto la donna amata
che ricorreva alla sua arte del canto,
capace di sciogliere ogni cuore,
per scendere da umano negli Inferi
e riportare alla luce del vivente
la sua Euridice sepolta nell’oblio.
La grazia era dagli dei concessa.
Ma per ricondurre l’amata alla luce
la magia della lira non bastava,
né lo poteva la bellezza dei carmi.
Un’ultima condizione era imposta,
un atto di fiducia senza riserve,
la prova decisiva per ogni uomo:
confidare nel proprio Femminile
per riguadagnare insieme la luce,
di nuovo riuniti nell’Uomo intero.
È la via della consapevolezza,
della piena coscienza dell’alterità.
Ciò che appare riflesso al di fuori
è ciò che avviene nell’interiorità,
nella coscienza dell’essere umano
che deve sapersi e volersi Uno.
Gettare sull’altro lo sguardo dell’avere
è ridurre la persona a proprietà,
disconoscendo quella Presenza
che può vivere solo nella libertà.
Il Femminile visto come altro da sé
non può integrarsi e completare
l’uomo egoico diviso in sé stesso.
Cade nel buio dell’incoscienza
ciò che non è amato senza condizioni,
perché l’attaccamento e il desiderio
creano un’insuperabile distanza,
incatenano e privano di ogni libertà.
Orfeo smanioso di riprendersi Euridice
falliva dunque nel momento decisivo:
impaziente di riavere la sua amata
si voltava per vederla e assicurarsi
di possedere il suo oggetto d’amore,
rompendo così il patto e l’incantesimo.
La perdita irrimediabile dell’alterità
significava anche per Orfeo la fine:
dilaniato da oscure forze demoniche
precipitava in una morte interiore.
Rimaneva di lui solo il canto solitario,
sempre più lontano e malinconico,
velato dal rimpianto e dal rimorso.
Ma Euridice non è ancora perduta.
Ci sarà per Orfeo un’altra possibilità.
Nulla muore nell’essenza dell’uomo
perché ogni fine è sempre un inizio,
tutto torna nel ciclo di morte e rinascita
come avviene sempre nell’eterna natura.
Orfeo incontrerà ancora una Euridice
che risveglierà in lui la donna interiore
e riproporrà la grande sfida dell’Unione,
la conquista più importante e decisiva:
l’incontro di Maschile e Femminile
che solo all’interno di sé può avvenire.
Se imparerà l’amore senza possesso
Orfeo potrà diffondere il suo canto
non più per sedurre e rapire i sensi,
ma per liberare le anime dai lacci,
per dare linfa allo spirito affamato,
per ricongiungere ciò che si era diviso.
Il compito per lui più alto e più degno.
31 agosto 2023
sito e testi di michele losanna – michele.losanna22@gmail.com
