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101 Il sonno della ragione
Il sonno della ragione può generare mostri,
ci ricorda Goya nel suo celebre dipinto.
Quando abdichiamo alla nostra ragione
per inseguire una fantasia malata
messa al servizio degli istinti più efferati
il cieco impulso prevale sull’intelligenza,
esiliando la razionalità e il buonsenso.
Le grandi mostruosità nascono sempre
dalla rinuncia al bene dell’intelletto.
Allora regnano la violenza e l’ignoranza
orientate all’egoismo e all’oblio di sé.
Ma c’è un altro sonno della mente
altrettanto pericoloso e distruttivo.
È quando la ragione si addormenta
in uno stato di inconsapevolezza
e agisce nell’illusione e nell’orgoglio,
piegata ai rigidi meccanismi dell’ego.
La ragione si sente padrona del mondo,
convinta di poter tutto sapere e controllare.
Si ferma all’idea che non esista altra realtà
oltre a quella conosciuta dai sensi
o costruita sulla logica dell’astrazione.
Allora il pensiero non e più luogo di libertà,
restringe il suo raggio e diventa una barriera
che preclude l’esplorazione di altre dimensioni
al di là dei confini della realtà sensoriale.
Perché non esiste solo la ratio ragionante
e ciò che le sta sotto nella forma di impulsi,
desideri scomposti e brame insaziabili.
Ci sono realtà al di sopra della ragione,
dimensioni che oltrepassano i cinque sensi
e richiedono un’altra capacità di vedere,
una disposizione all’ascolto non arrogante,
un’apertura al nuovo, semplice e naturale.
Quando l’intelletto si crogiola nell’apatia
certo di possedere già tutto lo scibile,
il vero e sano spirito di ricerca è perduto.
La scienza comincia a creare i suoi dogmi
e ciò che trascende la realtà dei sensi
è svalutato o guardato con sospetto.
È il sonno di una ragione che rinuncia,
si assopisce e perde ogni vitalità.
Ma quando un’altra intelligenza si muove
nuove porte si aprono alla percezione,
nuove realtà irrompono nell’esperienza.
Oltre la razionalità ci sono molti modi
di conoscere e vivere l’esistente
e altrettanti mondi che si dischiudono:
l’intuizione, i sentimenti e le emozioni,
le arti, la poesia, la musica e la danza,
l’immaginazione, i sogni, la creatività,
sono portali che aprono altre dimensioni.
Ma soprattutto le conquiste dello spirito
che si elevano al di sopra della ragione,
nelle più svariate forme di intelligenza:
sentimento della natura, senso dell’infinito,
pratiche religiose, sciamaniche e magiche,
vie di meditazione e di autoconoscenza,
ampliamento dello spazio di coscienza,
viaggio nei reami inesplorati dell’essere,
intuizione di realtà e dimensioni sottili,
esperienze metafisiche e transpersonali.
L’esistenza è molto più ampia e varia
di quello che la ragione può immaginare.
Realtà inconcepibili e sempre nuove
ci lasciano nello stupore e nella meraviglia,
con il desiderio di vedere e sapere di più.
Non un sonno dunque, ma un risveglio,
un cammino senza fine dentro e fuori di sé
attraverso e oltre i confini della razionalità
alla ricerca delle segrete fonti dell’essere.
2 marzo 2023
102 Vita anonima, vita senza nome
Nessuno vuole vivere una vita anonima
che lo veda essere un semplice numero.
Ogni individuo è sempre unico e speciale,
vuole manifestare le sue qualità personali,
ciò che lo rende riconoscibile nel mondo.
La vita frenetica della contemporaneità
lascia milioni di persone nell’anonimato.
Da qui il disperato desiderio di contare,
di apparire sulla scena, di essere qualcuno,
per conquistare quel minuto di notorietà
che faccia spuntare dalla massa amorfa
dove il destino è rimanere nell’oblio.
Ma a volte capita l’imponderabile.
Dopo aver lottato per dimostrare agli altri
di esistere, di essere qualcosa, di valere,
di fronte alla frustrazione e al vuoto
che accompagnano sempre quel tentativo,
alla fine può emergere una scelta radicale:
accettare di essere nulla e passare
dalla vita anonima alla ‘vita senza nome’.
Vivere senza nome è rifiutare le etichette
che ci sono state imposte dalla società,
significa rigettare tutte le identità fittizie
che vorrebbero definirci e imprigionarci.
Vita senza nome è vivere nella libertà,
affrancati dal peso del dover essere,
liberati dal bisogno di approvazione altrui,
sciolti da dipendenze e condizionamenti.
Molti mistici cristiani di lontani secoli
affermavano la bellezza di essere nulla.
Non possedere niente e annullarsi
era la via diretta per ascendere al Divino.
Vivere senza nome per elevare l’anima
alla visione più alta, dove perdersi
per ritrovarsi nell’unione con l’Eterno.
Questa era la scelta estrema del mistico
che nella rinuncia realizzava sé stesso,
vivendo il più grande dei paradossi:
spogliarsi di ogni cosa e avere il Tutto.
Ne Il Nulla divino Meister Eckhart
ci conduce su l’impervia via dell’ascesi:
Tutto il tuo essere / deve annullarsi,
allontana ogni qualcosa e ogni nulla!
Lascia il luogo, lascia il tempo, e anche
le immagini! / Procedi senza strada /
sullo stretto sentiero e troverai
la traccia del deserto.
Parole potenti di uno spirito libero
che non teme il sacrificio ultimo di sé
e scioglie l’anima in un canto d’amore:
O anima mia, esci, che Dio entri!
Affonda tutto il mio essere nel nulla divino,
affonda nel flutto senza fondo!
Parole piene di silenzio e di gloria
dove non arrivano il chiacchiericcio,
la superficialità, l’urgenza di apparire,
la smania di possedere e dominare.
Il mistico sa che rinunciare a sé è la via,
si deve diventare un nulla per fare spazio,
per far sì che il divino possa irrompere
con tutta la sua potenza e la sua luce.
Perché non ci possono essere “altri”
se il divino è uno ed è tutto ciò che è.
È la grande lezione che ci lascia Eckhart.
Vivere senza nome è il dono più grande
per un essere umano che cerca il vero.
È abbandonare ogni identificazione
per tornare al proprio sé autentico.
È spazzare via dalla propria coscienza
ogni egoismo e senso di superiorità,
ogni negatività e pensiero di separazione.
È ritrovare l’innocenza e la semplicità,
la fiducia, la compassione e la quiete.
È vivere appieno la propria libertà
e la propria manifestazione nell’umano.
Non importa avere un nome o una fama,
queste sono cose esteriori che cadranno
con la morte e non lasceranno traccia.
Il fine ultimo della vita è essere uno con l’Uno,
solo a questo si volge il vero spirito religioso
nella ricerca di ciò che non muore,
di ciò che non passa e non tramonta,
di ciò che non si coprirà della polvere del tempo.
6 marzo 2023
103 Sulla scacchiera
Sui quadri bianchi e neri della scacchiera
si combattono le più accanite battaglie.
I pezzi del gioco si muovono inesorabili,
in perfette ed eleganti geometrie
dove nulla è lasciato al caso,
perché affidare le sorti alla fortuna
sarebbe votarsi a sicura sconfitta.
Due intelligenze si confrontano
su un infido campo di battaglia,
in un gioco sottile di strategie
dove ciò che conta è la salvezza.
Saranno l’astuzia e la perspicacia
a decretare il vincitore della contesa,
non l’improvvisazione scomposta
che sempre soccombe all’avvedutezza.
Ecco allora i pezzi schierarsi sul campo
e comporre l’esercito in ogni reparto.
Sono tutte figure maschili, tranne una
che però risulta essere la più importante
e decisiva per l’esito della battaglia:
Il Cavallo imprevedibile nelle sue mosse
L’Alfiere micidiale e sempre in agguato
La Torre rocciosa a presidiare il territorio
I Pedoni combattenti umili e affidabili,
temibili quando agiscono insieme.
Ma è la Regina il pezzo più potente,
che esprime l’energia del movimento
e le scelte della strategia più fine.
Il Re è la sovranità da proteggere,
l’estremo baluardo da difendere
per il quale vale ogni sacrificio.
La vittoria sarà alla fine conquistata
con l’azione di due principi-forza,
gli elementi del maschile e del femminile:
estro e razionalità, prudenza e azione,
calcolo e fantasia, attesa e rapidità,
irruenza, sacrificio, inventiva, dono,
calma, disciplina, astuzia ed eroismo
-tutte le possibilità della vita umana-
protagoniste di uno scontro esiziale
tra le sponde della vita e della morte.
Le regole del gioco sono ferree,
ma rendono la contesa vera e leale.
Quando la battaglia si infiamma
non sono ammesse iniziative individuali,
fughe, rinunce o capricci narcisistici.
La forza è sempre nell’unità di gruppo,
ciascuno al servizio di tutti gli altri,
per un bene più grande e collettivo.
Non si deve sbagliare una mossa,
ogni errore è punito in modo impietoso
e ricade sulla strategia generale.
Ma non sempre c’è lo sconfitto,
a volte una situazione di stallo
o una posizione di equilibrio decretano
la parità finale, senza vinti né vincitori.
Accade anche che un semplice pedone
possa diventare una nuova regina
e capovolgere le sorti della battaglia
quando tutto sembrava perduto.
Innumerevoli sono le situazioni
e le scelte possibili su quel quadrato,
infinite le varianti che ad ogni passo
offrono nuove aperture e soluzioni,
moltiplicandosi in modo esponenziale.
Gli scacchi sono una metafora della vita
con tutte le sue gioie e i suoi drammi,
raccontata su 64 riquadri bianchi e neri,
percorsi in ogni direzione immaginabile.
Nel grande gioco dell’esistenza
si dà anche il momento della lotta,
per una causa, per un fine di giustizia,
per una volontà, un desiderio, un’idea.
Quando lo scontro si fa inevitabile
dobbiamo prepararci a interpretare
tutti i possibili ruoli nella battaglia,
di re o di regina, di torre o di pedone,
di eroe, di sconfitto o di vincitore.
Importante non è però solo la vittoria
quanto l’aver combattuto lealmente,
con correttezza e rispetto per l’avversario,
con intelligenza, saggezza e senso del limite,
accettando anche la sconfitta, se accade,
come parte del grande gioco esistenziale,
come inevitabile esperienza dell’umano.
14 marzo 2023
104 Ipazia
Nella mirabile architettura del cosmo
contemplava le perfette geometrie degli astri
e il loro camminare lungo la volta celeste
secondo leggi di una ragione superiore
che sfugge alla comprensione dei mortali.
E nel movimento regolare dei pianeti
scandito dai numeri dell’aritmetica divina
vedeva l’intreccio dei destini degli uomini
e tutto il senso del loro esistere.
Lo spettacolo del firmamento pieno di luci
conquistava il suo spirito e lo nutriva,
ispirando le più alte meditazioni filosofiche
sull’uomo e sulla verità del conoscere.
La matematica si faceva scienza suprema
della vita cosmica e delle sue meraviglie,
ma con essa una sapienza innocente
di spirito filosofico sempre in ricerca,
in quella disposizione al sapere
che sola può dare all’uomo la dignità,
non come dono, ma come conquista.
Si chiamava Ipazia quell’anima inquieta
volta a scoprire i segreti del mondo.
Osservando le forme della realtà vivente,
indagando le leggi e i moti del cielo,
Ipazia voleva cogliere l’Idea che li governa
e ne dà ragione nei termini umani.
Ma il sapere non doveva essere disgiunto
dalla saggezza, da una composta serenità,
dallo studio paziente che sembrava riflettere
l’equilibrio e la quieta armonia dell’universo.
Ipazia riassumeva in sé la grande eredità
delle antiche filosofie dello spirito greco:
il Numero e l’Idea, la Materia e la Forma,
Il Divenire e il Logos, l’Uno e i Molti
erano i fondamenti di una visione
che apriva all’uomo la via per comprendere
ciò che trascende l’opaca vista dei sensi.
Erano gli anni di un’indagine appassionata,
offerta a chiunque, nella scuola e nelle piazze,
con libertà di discorso e bellezza di parola,
sulle orme di Socrate maestro di saggezza,
nella sacra aura della visione neoplatonica.
Gli antichi saperi assumevano un respiro nuovo,
una trasfigurata aspirazione interiore,
la volontà di raggiungere con l’assidua ricerca
una sapienza da trasformare in stile di vita.
Ma un’anima pura dedita alla ricerca del vero
non è perdonata dalla coscienza comune.
Il messaggio di Ipazia era troppo alto e nobile
per un mondo avvolto nelle infime trame
della politica e del dogmatismo religioso.
Furono la violenza e il furore cieco le armi
con cui si tentò di cancellare il suo nome
dalla gloriosa storia del pensiero umano.
Nulla però poté fermare quell’intelligenza
al servizio del sapere che Ipazia incarnava
con dignità, fierezza e profonda umanità.
L’ammirazione e l’amore dei suoi discepoli
che vedevano in lei la Guida al vero filosofare
trovano nelle parole del poeta Pallada il sigillo:
“Quando ti vedo mi prostro,
davanti a te e alle tue parole,
vedendo la casa astrale della Vergine.
Verso il cielo è rivolto ogni tuo atto
Ipazia sacra, bellezza dell’eloquenza,
astro incontaminato della sapiente cultura“.
28 marzo 2023
105 Fermare il tempo
Nella mente scorre un fiume inarrestabile di pensieri.
È un processo spontaneo, un movimento incessante.
Immagini e scenari si mescolano e si accavallano,
emozioni e sentimenti fanno irruzione nell’adesso.
Il pensare si struttura in un ‘prima’ e in un ‘dopo’
come sequenza di percezioni, idee e memorie.
La mente vive nel tempo, crea il tempo, è il tempo.
Non può esistere l’una senza l’altro, l’altro senza l’una.
Ma se le immagini svaniscono e la mente è silenziosa,
quando cessa il lavorio inesauribile del pensare,
si arresta quel fluire ininterrotto che ne è l’essenza.
Allora si ferma anche il tempo come è conosciuto:
non più corpo, non più mente, non più mondo,
non più cose, né fenomeni o identità e descrizioni.
È un ritorno alla sorgente originaria degli eventi
che in sé non muta e non vive nella temporalità.
Ciò che rimane è un vuoto creativo atemporale,
l’eternità come istante di un tempo non-tempo
in cui lo scorrere delle cose è pura apparenza.
In quell’istante c’è tutto quello che è stato, è e sarà,
in esso ogni cosa sorge, vive e si dissolve.
È lo stato di colui che cerca nello spazio interiore
un diverso e più alto livello di consapevolezza.
Quando il senso di presenza si fa più intenso
il flusso di pensieri si acquieta e si estingue
in modo semplice e naturale, senza sforzo,
come il diradarsi delle nuvole all’orizzonte.
Nella quiete silente di un vuoto senza confini
per la prima volta riluce un riflesso di eternità.
Il corpo e la mente continuano nel tempo
come fenomeni apparenti della realtà sensoriale,
ma colui che osserva rimane imperturbato.
Nel momento in cui emerge la coscienza di sé
colui che vede è già al di fuori di quello scorrere.
La foglia trasportata dalla corrente del fiume
non si accorge del fluire perché vi partecipa,
ma il sasso immobile in mezzo al torrente
può vedere il movimento delle acque.
Così è per chi osserva ogni cosa con distacco,
realizzando la verità del sé e l’illusorietà del mondo.
Meditare è la via maestra per fermare il tempo.
La coscienza atemporale emerge vivida e luminosa
solo quando la mente è immobile, silente e pura.
Allora il frastuono del mondo si perde lontano,
di là dai confini di un tempo che si scioglie nell’eterno.
31 marzo 2023
106 Religione
-Mi stavo interrogando sul significato del termine ‘religione’…
-L’etimo viene dal Latino religare. Deriva dalle parole res e ligare.
-Quindi potremmo tradurla come “legare le cose”, raccoglierle, metterle insieme.
-Ci sono diversi significati che possiamo esplorare. Il primo è legare le persone in una comune prospettiva spirituale. Religione è ciò che unisce gli esseri umani in uno stesso cammino di ricerca…
-…la ricerca di un senso, di un perché, di un fine ultimo per la nostra vita terrena.
-Sì, con lo sguardo che si volge alla trascendenza, a ciò che sta al di là della realtà ordinaria, una Realtà che oltrepassa i nostri sensi.
–Religare è quindi creare una comunità che si riconosce in una figura religiosa, in un testo sacro, in una tradizione e in un destino ultimo.
-È un fenomeno che troviamo in ogni civiltà e cultura umana. Nasce dal bisogno di stabilire un rapporto con una Realtà superiore, nell’orizzonte di valori spirituali e principi morali condivisi.
-Qual è il compito di una religione?
-Fine delle religioni è affratellare, unire gli uomini nel sentimento comune di una fede, superando le barriere e le differenze. È offrire la prospettiva di un destino oltre la vita terrena, un senso ultimo. È predicare l’amore, la concordia e la pace universali.
-Certo, anche se poi, nel corso della storia, nel nome delle fedi religiose si sono scatenate guerre, crociate e crimini orrendi. Perché il dialogo è così difficile tra credenti di diverse confessioni?
-Ogni religione offre una verità suprema e assoluta che il credente non deve mettere in dubbio, almeno nei suoi fondamenti dogmatici. È chiaro che la difesa di un Libro sacro può produrre negli stolti un atteggiamento di intolleranza e fanatismo, con tutte le conseguenze che conosciamo dai disastri del passato.
-Già, quante guerre al grido “Dio e con noi!” abbiamo visto nella storia… Mi chiedo se colui che uccide un suo simile ‘nel nome di Dio’ abbia davvero letto le parole e seguito gli insegnamenti del Testo sacro che difende con tanta veemenza. Ma come uscire da questo gorgo?
-Dobbiamo vedere le religioni come sentieri diversi che conducono alla stessa meta. Gli insegnamenti fondamentali delle varie fedi non appaiono così dissimili, perché si parla sempre del divino e di amore, compassione, altruismo e pace. Le differenze tra confessioni sono più esteriori e riguardano i riti, i linguaggi, le tradizioni storiche, gli aspetti organizzativi e gerarchici.
-Non sembra così difficile da comprendere…
-Quando una fede è usata come arma di offesa entrano in gioco molti aspetti e problemi di tipo culturale, sociale, politico, psicologico, identitario, ecc. La situazione è sempre molto complessa, al punto che la motivazione religiosa sembra spesso scavalcata e strumentalizzata da altre istanze.
-Certo, capisco che il discorso qui ci porterebbe molto lontano. Lo affronteremo più a fondo in altra occasione. Ora ritorniamo ai significati della parola religione.
-Mi pare molto bello il significato di religare come ‘raccogliersi”, ricomporre i pezzi sparsi della propria esistenza nella direzione del Trascendente. Diceva il grande Agostino “In interiore homine habitat veritas“. Qui c’è una chiave importante: nello spazio dell’interiorità, nella coscienza meditante, nel silenzio di una profonda comunione con il divino, lì siamo tutti uguali, siamo tutti cercatori del vero, oltre le differenze esteriori di ritualità, simboli, parole sacre, usi e costumi religiosi.
-È quindi un cammino molto individuale, dove ciò che conta è lasciato alla responsabilità e alla serietà del singolo.
-Quando le fedi si istituzionalizzano e diventano organizzazioni rischiano di perdere il loro spirito originario. Le ragioni del gruppo e dell’identità spesso prevalgono sulla purezza del messaggio.
-Si crea spesso una relazione dialettica tra l’individuo e la struttura religiosa basata su ruoli, regole e vincoli. Nasce un conflitto tra l’obbedienza e la libertà, tra la forma e la sostanza.
-Alla fine è comunque sempre la persona che compie il suo cammino spirituale. È sempre il singolo, come affermava Søren Kierkegaard, che vive, soffre, medita, prega, cerca il divino. Il momento collettivo può essere la cornice, ma la realizzazione più alta è sempre solo dell’individuo, nella sua libertà di coscienza, nella sincerità del suo proposito.
-Spesso si distinguono la via delle istituzioni religiose e quella del misticismo come realtà contrapposte: rituale esteriore e ricerca interiore, religione collettiva e religiosità individuale, fede e ascesi…
-Sì, religione e religiosità, troviamo sempre nella storia questi due modi di vivere l’esperienza spirituale, ma non sono necessariamente in contraddizione. Molti santi hanno vissuto esperienze estatiche non descrivibili nei termini delle religioni tradizionali, tuttavia non per questo il loro misticismo li ha portati ad abbandonare la tradizione religiosa cui appartenevano.
-Va detto che i grandi santi erano di solito controcorrente rispetto alla mentalità dei loro tempi, a volte hanno fatto una brutta fine perché proponevano una religiosità troppo alta e incomprensibile per la massa.
-Ma è così che hanno portato una nuova coscienza nel mondo, favorendo l’evoluzione spirituale dell’umanità, al di là di confini nazionali, geografici e culturali. Così come possiamo essere ispirati dai testi sacri e dagli insegnamenti delle tradizioni religiose di ogni tempo e di ogni parte del mondo.
-Il termine religare mi fa pensare anche al significato di relegare, rinchiudere, confinare…
–Religare si può intendere effettivamente anche come riconoscere i confini del sacro, il recinto del numinoso, l’olimpo degli dei. Un confine invalicabile che stabilisce le distanze fra gli esseri umani e una Realtà superiore perfetta, ineffabile, inviolabile, quello che chiamiamo ‘il divino’.
-Mi viene in mente anche il significato di ‘legarsi al cielo’, stringere un legame con ciò che è lassù…
-E dunque come desiderare, da de sideribus, partecipare di quella realtà che immaginiamo di vedere tra le stelle, in un cielo o paradiso o luogo del sublime.
-Quindi vuol dire elevarsi oltre la condizione umana, aspirare all’eterno, sentirsi parte di un destino comune più grande e glorioso.
-E se vogliamo significa anche abbandonare tutti i desideri mondani per mantenere un solo, estremo desiderio, quello di sapere chi siamo, perché siamo qui e se per noi c’è un ‘dopo’. Un mistero che racchiude tutto il senso del nostro esistere.
-Non pensavo di trovare così tanti significati nella parola religione – e so che non sono tutti. Ciascuno di essi apre nuovi orizzonti di comprensione e mondi di esperienza.
-È così un po’ per tutte le cose che conosciamo, la ricerca è senza fine, il rigagnolo diventa un fiume possente che si ramifica senza che si possa vedere un termine.
-Sento che dobbiamo concludere, anche se nessun dialogo si può mai dire davvero concluso. Alla fine vorrei tornare sul significato che amo di più: religare come sentimento di amore universale, legame spirituale e unio mystica…
-…ricordando che la parola amor si può intendere liberamente come a-mors, non morte, vittoria sulla transitorietà della vita, sguardo nell’Oltre, speranza in un dopo, in una giustizia superiore, in una ri-unione con chi è scomparso prima di noi, amore per tutto ciò che è e sarà…
-Discorso profondo, senza fine, come lo è l’esperienza religiosa…
-Certo, come potrebbe mai esaurirsi lo sguardo che cerca l’Infinito?
2 aprile 2023
107 Il punto di equilibrio
Tra due estremi c’è sempre un punto
che è il luogo mediano di equilibrio.
Non è facile individuarlo e rispettarlo
nelle esperienze del vivere quotidiano.
In un mondo fatto di opposti e dualismi
ci muoviamo sempre tra due sponde,
tra gli estremi poli di ogni situazione.
È come per l’acrobata in bilico sul filo
che deve in ogni momento guadagnare
il bilanciamento che non lo fa cadere.
Il punto di equilibrio è il giusto mezzo,
è il luogo di stabilità, misura e armonia
che porta al compiersi di un’esperienza
nel suo significato e nella sua pienezza.
Come la corda che solo alla giusta tensione
può produrre un suono puro e definito,
così ogni esperienza deve modularsi
nella giusto rapporto tra il poco e il troppo.
Digiunare o abbuffarsi, tacere o straparlare,
afferrare o rinunciare, attaccare o fuggire,
tante sono le situazioni con gli opposti
che confliggono e si negano a vicenda.
Il poco crea insoddisfazione e chiusura,
è fonte di aridità, inibizione e rinuncia.
Il troppo crea tensione e irrequietezza
è fonte di ansia, eccesso e distruttività.
Non è saggio indulgere in un’esperienza,
ma neppure privarsi di una nuova possibilità.
Individuare il punto esatto di equilibrio
non significa raggiungere un compromesso,
non è un adattarsi o un rimanere a metà,
è cercare quella che i saggi dell’antichità
insegnavano come ‘giusta misura’.
Dopo aver conosciuto i due estremi
nella loro forza trascinante e distruttiva
siamo pronti per seguire la via di mezzo
che richiede grande consapevolezza,
intuito, cura e fine osservazione.
Allora è possibile trascendere la dualità:
non più esperienze estreme ed eccessi,
non più rinunce che bloccano e puniscono.
La via dell’equilibrio supera le polarità,
le accetta senza riserve e le fa incontrare.
Giocando con grazia tra le due sponde
si intrecciano i colori di tutte le diversità,
sempre però tornando al punto di quiete,
il più stabile, elegante, bello e armonico.
Il punto di equilibrio è il luogo neutro
che dà la prospettiva più ampia e limpida,
è riposo, riflessione, visione imparziale.
È il punto medio tra i due piatti della bilancia,
lo zero da cui si diparte ogni possibile scelta,
il luogo dove le due polarità si toccano,
ma senza scontro, conflitto e distruttività.
Quanto più si frequentano i limiti estremi
tanto più diminuisce il livello di coscienza,
tra caotiche passioni e disordine interiore.
Per arrivare a scoprire il luogo di quiete
i poli estremi vanno però conosciuti,
direttamente nella propria esperienza,
indirettamente nell’esperienza degli altri,
oppure attraverso l’immaginazione creativa
e la rappresentazione nelle forme dell’arte.
Non c’è bisogno di andare in battaglia
per comprendere i dolori della guerra.
Non c’è bisogno di una pace stagnante
per vedere che l’inerzia è rinuncia a vivere.
Per capire bastano l’osservazione, l’empatia,
l’immedesimazione e la saggia riflessione,
oppure il raccontare e il rappresentare
con il gioco, l’arte, la fantasia, il dialogo.
La vita è sempre là dove c’è equilibrio,
dove il movimento è fluido e armonioso.
La via di mezzo non è fare le cose a metà,
è integrare gli estremi a un livello più alto,
superando la loro parzialità e limitazione.
È vivere con la calma serena del saggio,
nello sguardo indulgente che accoglie,
nella moderazione che lascia appagati.
Una volta fatto nostro il segreto
possiamo diventare punto di equilibrio
per gli altri nelle varie situazioni di vita.
La vicenda umana diventa un’avventura.
Allora tutta l’esistenza ci viene incontro.
Come l’acrobata ci muoviamo sul filo
perdendo e ritrovando l’equilibrio,
grati di poter sentire il brivido di vita
che in quei passi incerti ci percorre.
7 aprile 2023
108 La realtà del Tutto-Nulla
-Molte vie di ricerca spirituale affermano che ciò che esiste è una sola Realtà. Le espressioni usate per descriverla sono Uno, Primo Principio, Assoluto…
-Ogni termine e solo un povero tentativo di definire l’esistere di tutte le cose. Quale tra i diversi nomi ti attira di più?
-Mi attrae e mi sconcerta l’espressione Tutto-Nulla, che appare paradossale, contraddittoria, ma al tempo stesso seducente per l’intelletto.
-I paradossi sono sempre estremamente intriganti e ricchi di implicazioni. Tutto- Nulla è una coppia di opposti che appaiono incompatibili perché dovrebbero escludersi a vicenda.
-In effetti sembra un’espressione vuota che non serve a descrivere il reale. Come fa un Tutto ad essere Nulla? Come fa il Nulla a coincidere col Tutto? Forse è una burla filosofica, un sofisma o un termine fumoso inventato da persone che non sanno niente.
-Vediamo allora se il concetto è pensabile, proviamo a prenderlo sul serio, senza precipitarci alle conclusioni.
-È molto difficile pensare il Tutto-Nulla come una realtà effettiva, concreta e descrivibile.
-Sì, accade per molte cose della vita che non si possono spiegare con le parole, nella logica della ragione. Ma in alternativa possiamo usare delle metafore, oppure esempi, analogie, suggestioni.
-Bene, allora mi piacerebbe un esempio concreto di come si possa concepire un Tutto-Nulla.
-Immagina un oggetto che si muove nello spazio a velocità crescente e che tu puoi osservare quando ti passa davanti. Man mano che aumenta la velocità sempre più difficilmente tu riesci a distinguerne i particolari, il colore o la forma o un qualsiasi dettaglio.
-Be’, se si muove con la rapidità di un fulmine credo di non poter vedere davvero come è fatto. Oltre un certo limite sarà come se non lo vedessi più…
-Bene, facciamo che quell’oggetto possa raggiungere una velocità infinita muovendosi in uno spazio senza limiti. Allora dove sarà quel ‘qualcosa’?
-In questo caso si troverà in infiniti luoghi contemporaneamente, sarà ovunque in quella infinità…
-E quindi?
-Quindi dobbiamo pensare che sarà dappertutto e al tempo stesso… in nessun luogo!
-Perché ogni luogo sarà raggiunto istantaneamente e l’oggetto sarà in tutti gli infiniti punti reali e pensabili dello spazio. Dovunque e da nessuna parte.
-Dunque questa è una metafora per raffigurarci il Tutto-Nulla: qualcosa che è in tutti luoghi, ma al tempo stesso non si trova in nessun luogo preciso perché è impossibile dire dove è in un certo momento…
-Sì, diciamo che potrebbe essere la soluzione del paradosso. L’essere si mostra dovunque, è ovunque, ma al tempo stesso non si trova da nessuna parte, non è realmente né qui né là. Quindi è… e non è! È un Tutto-Nulla.
-Questo però solo nel caso che il movimento di quel ‘qualcosa’ si dia ad una velocità infinita…
-Sì, perché una velocità finita, cioè misurabile, rimarrà sempre un nulla rispetto all’infinito. Se io viaggio a miliardi di chilometri al secondo, rispetto all’infinità dello spazio è comunque come sé stessi fermo. La distanza di miliardi di chilometri rispetto all’infinito è un niente. Eoni di tempo rispetto all’eternità non sono neanche un battito di ciglia.
-Ma Einstein ha dimostrato che non si può superare la velocità della luce, è una legge fisica assoluta.
-Certo, è un limite insuperabile… per la luce!
-Perché, c’è forse qualcosa che può infrangere quel limite?
-Sì, un principio immateriale che non soggiace alle leggi fisiche del cosmo materiale: la Coscienza. Immagina una luce che può illuminare simultaneamente ogni angolo di uno spazio. La luce non è solo nello spazio, è quello spazio. Allo stesso modo la coscienza può essere istantaneamente ovunque e dà una realtà a quel vuoto. Perché senza la coscienza non ci può essere alcuna realtà.
-Be’, io posso immaginare un mondo lontanissimo nello spazio che non è e non sarà mai percepito da alcun essere cosciente…
-Non direi, in questo momento la tua coscienza lo sta raffigurando, lo sta concependo, lo sta creando, anche se solo come idea. Un oggetto di fantasia ha sempre bisogno di un qualcuno che lo vede.
-Quindi la coscienza non è nel mondo, ma è il mondo stesso…
-In questa prospettiva, la coscienza e il mondo sono la stessa cosa.
-È una visione che mi dà la vertigine. È come vedere la realtà dissolversi, perdere ogni concretezza…
-Se andiamo alla fisica delle particelle della realtà subatomica troviamo il famoso principio di indeterminazione della Fisica quantistica, che afferma l’impossibilità di stabilire la posizione esatta di una particella in un dato istante. Se l’elettrone si muove a velocità relativistiche in uno spazio infinitesimale, dove puoi trovarlo e come puoi definirlo se non in termini probabilistici?
-La realtà scivola via davanti ai nostri occhi, come il divenire di Eraclito. Se penetriamo nella profondità della materia, in quel brulicare pazzesco degli atomi ogni cosa diventa incerta, indeterminata, sfuggente, indefinibile…
-Tutto si muove a una tale velocità che possiamo dire che è e non è al tempo stesso. È la manifestazione microcosmica di quel Tutto-Nulla di cui stavamo parlando.
-Dunque nulla sta mai fermo, in questo senso non si può mai determinare la struttura di una cosa come una sostanza perché tutto diviene, tutto muta incessantemente passando dal nulla al nulla, pur essendo qualcosa…
-E avendo una velocità infinita il Tutto-Nulla accade in un momento, senza un prima e un dopo. Non ci può essere tempo o distanza che non siano immediatamente superati.
-Quindi, se consideriamo l’esistenza nella sua totalità, tutto è già compiuto, nulla accade realmente… da sempre e per sempre…
-Se guardi bene, tutto l’esistente è una sola cosa che accade in un singolo momento, anche se, nella percezione della mente individuale, tempo e spazio si dilatano, si srotolano come mondo, nella forma dell’universo come noi lo conosciamo.
-È una forma di panteismo?
-Lasciamo le etichette, non servono molto quando vogliamo descrivere la realtà. Sono concettualizzazioni limitanti, che creano solo contrapposizioni e fraintendimenti.
-Dunque il Tutto-Nulla che è Coscienza rallenta la sua velocità infinita, frena la sua corsa, per…?
-…Per percepire sé stesso nel gioco di tutte le sue infinite apparizioni, nella indeterminatezza del divenire, nel contrasto e convivenza di tutto e nulla che è l’essenza di ogni ente reale.
-E la nostra individuale coscienza?
-Fa parte di quel gioco cosmico, di cui rappresenta un frammento, una visione parziale, un livello più basso di frequenza in cui percezioni, memorie, pensieri, emozioni prendono forma e svaniscono un attimo dopo in quel nulla da cui sono spuntati. Oppure, se preferisci, la coscienza singola è separazione, limitazione, punto prospettico, ente individuale che per un attimo sembra reale.
-“Sembra” reale o lo è davvero? Noi esistiamo realmente o siamo solo un ‘sogno’ di quella infinita Coscienza Tutto-Nulla? Confesso che ho timore a trarre la conclusione…
-(ridendo) Da quello che abbiamo visto fino ad adesso, tu cosa dici?
12 aprile 2023
109 La prima volta
C’è sempre una prima volta per ogni cosa:
un’esperienza, un dramma, un incontro,
un viaggio, un ritorno, un evento fortunato.
Quando succede tutto è nuovo e intrigante.
Rapiti dalla novità viviamo il momento
con un intenso desiderio di sperimentare.
Anche le vicende dolorose ci insegnano,
possiamo scoprire un aspetto della vita
o qualcosa di noi stessi che non sapevamo.
Poi inevitabilmente le esperienze si ripetono
perché non sempre si presenta l’inatteso:
stessi luoghi, persone, fatti e situazioni,
tutto sembra già conosciuto e scontato.
Allora insorgono noia e senso di vuoto
e la ricerca dell’emozione della ‘prima volta’
sembra destinata al fallimento.
Ma è così solo in apparenza…
In realtà ogni esperienza è sempre nuova,
l’esistenza non ripete mai sé stessa,
anche se così sembra a chi ha perso
la capacità di meravigliarsi e di vedere:
il dettaglio che prima era sfuggito;
la sfumatura che dà un nuovo gusto;
l’angolatura che cambia la prospettiva;
la visione d’insieme che dona il senso;
il suono non ancora davvero udito…
Nulla è mai banale e insignificante
se riusciamo ad affinare la percezione
per vivere appieno l’istante che giunge.
È il compito di ogni essere umano:
ritrovare lo sguardo della ‘prima volta’
dove tutto è fresco e pieno di vita;
guardare il mondo con occhio limpido,
libero da pregiudizi e condizionamenti;
assaporare la vita in tutti i suoi colori,
con animo appagato e riconoscente;
mantenere il senso di meraviglia
e la voglia di esplorare e scoprire;
sentire riverenza per i misteri del cosmo,
dei quali conosciamo solo un frammento;
ammirare il miracolo della creazione
che in ogni momento ci accade intorno.
È la via di una nuova consapevolezza,
un risvegliarsi alla vita che sboccia.
Possiamo ancora una volta ripercorrere
le tracce di un’esperienza conosciuta,
scoprendo che è sempre comunque nuova:
ascoltare una musica, incontrare un amico,
visitare un luogo amato, godere della natura,
dedicarsi all’arte, alla scienza, alla ricerca,
conoscere, esplorare, fare e viaggiare,
sarà sempre un’esperienza coinvolgente,
senza traccia di grigiore e monotonia.
Se sapremo rimanere vivi e curiosi
il nostro occhio sarà sguardo innocente
perché ogni cosa riveli sé stessa
nella sua bellezza unica e incomparabile.
Vediamo lo sguardo della ‘prima volta’
nello stupore del bambino, nel gioco,
nella contemplazione mistica e poetica,
nel sentimento di meraviglia e gratitudine.
Guardare senza il fardello del passato,
senza il giudizio che impone concetti
coprendo di polvere l’esperienza viva:
questo è l’imperativo di un uomo nuovo
che sa vedere in ogni cosa che accade
un miracolo che si rinnova ogni giorno.
Il mondo è nuovo se noi siamo ‘nuovi’,
se lo guardiamo liberi dal passato,
come se fosse sempre ‘la prima volta’.
14 aprile 2023
110 La solitudine di Eco
Ci siamo dimenticati della ninfa Eco?
Ammaliati dalla figura di Narciso,
al pari di lui ci siamo affacciati al fiume
per contemplare la nostra immagine,
perdendoci nel riflesso di quelle acque.
Abbiamo col tempo dimenticato
l’altro volto che dentro di noi si cela,
quello incarnato dalla figura di Eco,
la ninfa che per amore di Narciso
si consuma lentamente e muore,
nascosta nella profondità del bosco.
Eco si strugge per l’amore non corrisposto,
spera e soffre persa nella sua solitudine.
La dipendenza dall’amato non le concede
di avere una voce, una propria parola,
ma solo di poter ripetere quella altrui,
di vivere per l’altro obliando sé stessa.
È la condanna e insieme la gloria di Eco:
totalmente dedita al suo folle amore
non chiede niente per sé, annulla il suo io,
vive per il suo amato e dà tutta sé stessa,
senza riserve, lamenti o recriminazioni.
Due destini tragici quindi si intrecciano.
Il bel Narciso contempla solo sé stesso,
comunica solo con la propria immagine
incapace di riconoscere un altro da sé
-e in quell’inganno troverà la sua morte.
Eco è simbolo del sacrificio, della fiducia,
dell’amore puro e incondizionato,
ma rimane prigioniera di un sogno,
non vede la bellezza che è dentro di lei
fatta di grazia, sensibilità e incanto,
non vede il suo volto nello specchio
-e in quell’illusione troverà la sua fine.
La bellezza può avere un tremendo potere,
è una forza di trasformazione dirompente,
può creare le realtà più esaltanti,
può essere anche una pozione venefica
per chi cade nella sua trappola mortale.
Narciso ed Eco sono figure speculari,
due estremi che si sfiorano,
due solitudini che non si incontrano
e per questo destinate alla catastrofe.
Sia l’amore di sé sia la rinuncia a sé
sono espressione dell’incomunicabilità,
la malattia mortale che consuma l’io
e lo condanna alla solitudine.
Narciso ed Eco sono due parti di noi.
Come Narciso a volte ci illudiamo
di poter bastare a noi stessi,
viviamo nel mito di un’indipendenza
che non permette di creare relazioni.
Come Eco cadiamo nell’illusione
che l’altro debba completarci,
che non bastiamo a noi stessi,
vivendo nel mito di una dipendenza
che non può creare una vera relazione.
Un rapporto maturo tra esseri umani
è sempre uno scambio fra persone
libere, autonome, aperte e sagge,
lontane da solipsismi egocentrici
e da ogni forma di dipendenza
che possa minare la propria libertà.
Rimane alla fine l’immagine di Eco,
il femminile che sa accogliere e amare,
destinato a soffrire in silenzio.
Perduta nell’infelicità di un amore
che potrebbe dire milioni di cose
Eco è condannata a restare muta,
non consolata da sguardo o parola
in una solitudine senza rimedio.
Abisso senza fondo dentro di sé
che inghiotte ogni senso e speranza,
mentre intorno la natura fiorisce
con i colori e i profumi della primavera.
16 aprile 2023
sito e testi di michele losanna – michele.losanna22@gmail.com
