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201 Il piccolo cigno sognato
In quel sogno misterioso e profetico,
là dove realtà e fantasia si mescolano,
era apparso un piccolo cigno bianco
che cantava con voce melodiosa.
Socrate lo prendeva tra le braccia,
ma quello volava via d’improvviso,
scomparendo con gran battito d’ali
nello splendore di una luce dorata.
Il maestro si era svegliato turbato,
per tutto il giorno aveva meditato
sul significato di quell’immagine,
percorso dal forte presentimento
di un evento disposto dal fato.
La voce degli dei parla per segni
e a volte ci mostra ciò che sarà
nella veste enigmatica del simbolo.
Sta a noi decifrare il messaggio
accogliendo poi quello che arriva,
consci che un destino ci sovrasta
e non è in nostro potere cambiarlo.
Ed era proprio il giorno seguente
che avveniva il fatidico incontro.
Il giovane Aristocle si avvicinava
curioso di quel gruppo di dialoganti
e ascoltava Socrate per la prima volta.
Scopriva così un mondo nuovo,
un cammino nei territori del pensiero
dove solo il filosofo si avventura
per consegnare tutto sé stesso
alla ricerca del bene supremo.
E intanto il maestro aveva sorriso,
un solo sguardo era stato sufficiente
a riconoscere in lui il cigno sognato,
il discepolo per tanti anni atteso.
Fu l’Aristocle poi chiamato Platone
a raccogliere l’eredità di Socrate
e la sua arte del dialogare maieutico.
Ma proprio come il cigno nel sogno
un giorno apriva le ali e volava via,
continuando la sua ricerca in solitudine.
Dal dialogare vivente di Socrate
che nulla aveva voluto scrivere
alla nuova scrittura filosofica
dei dialoghi vergati sulla carta:
questa era la via tracciata da Platone,
che parlava un nuovo linguaggio,
allontanandosi dal suo maestro.
Ma la grande eredità era custodita
e il messaggio socratico serbato
per schiere di ricercatori del vero.
Nelle pagine di Platone viveva
l’essenza della filosofia del maestro:
la centralità dell’indagine sull’uomo;
la necessità del costante domandare;
l’importanza del dialogare in comune;
la fiducia nella forza della ragione;
la bellezza e la profondità dei miti;
il valore supremo della virtù umana;
la verità come conquista personale;
la filosofia come via del γνῶθι σεαυτόν.
Platone, diventato anch’egli maestro,
tornava in tarda età sulla scrittura
per sottoporla a una critica radicale.
Nella VII Lettera richiamava Socrate
e il suo ammonimento ai discepoli:
la scrittura può essere un mezzo utile,
ma non potrà mai raccontare il vero,
non le cose che stanno più a cuore,
non potrà mai in ogni caso sostituire
l’indagine interiore e la via del dialogo.
Le parole di Platone risuonano nette:
sulle cose che davvero contano
“non c’è, né vi sarà, alcun mio scritto”.
Così il discepolo riabbraccia il maestro.
Il piccolo cigno bianco ormai cresciuto
ha fatto suo il messaggio più importante,
ora si alza in volo e torna riconoscente
al luogo primo e sacro della filosofia,
a quelle braccia che gli diedero i natali.
13 dicembre 2024
202 La botte di Diogene
-Ohilà, ti conosco, tu sei Diogene! Perché vai girando in quella botte?
-Se tu in questa cosa vedi solamente una botte sei corto di vista… e di più!
-Ehi, sei proprio strano come dicono… io avevo solo chiesto… Vuoi fare a tutti i costi l’eccentrico per farti notare?
-Se sai vedere, questa botte non è solo una botte, può essere tante cose, dipende dalla tua capacità di inventare. Per quel che mi riguarda è il mio vestito e la mia casa. E comunque non mi interessa destare scandalo, non ho tempo per giochi infantili.
-Sì, ma perché stai lì dentro nudo?
-Tu come stai dentro i tuoi vestiti? E poi, non nasciamo e moriamo nudi? La tua casa è come la mia botte, ma la mia è trasportabile ovunque, mi piace vivere da randagio.
-Va bene, per Zeus! Ma quella lanterna accesa che tieni in mano? A che serve? Non è inutile di giorno con tutto questo sole?
-Per che cosa usi una lanterna tu?
-Per illuminare dove c’è buio e non si vede. Magari cerco una cosa e ho bisogno di fare più luce…
-Ed è proprio quello che io sto facendo. Con la lanterna tu nel buio della tua cantina cerchi una cosa, io nelle tenebre del mondo cerco l’uomo.
-Parla più chiaro Diogene, io sono un semplice. Cosa vuol dire che cerchi l’uomo? E di quali tenebre parli?
-Guardati intorno in questa piazza di Atene. Cosa vedi?
-Tanti uomini e schiavi e qualche donna che vanno qui e là, ognuno impegnato in qualcosa…
-Guarda bene, in realtà vedi solo delle ombre, cadaveri ambulanti che si nascondono nei vestiti e recitano dietro le loro maschere. Anche loro sono nudi, ma non lo sanno. Io non vedo nessun vero essere umano e nessuna luce qui intorno, tranne le tenebre dell’ignoranza. Per questo continuo a cercare e questa lampada mi ricorda ogni momento il mio impegno…
-Senti Diogene, mi sei pure simpatico, ma forse prendi la vita troppo sul serio. Perché non fai come tutti e vivi più tranquillo?
-Ti sembra serio uno come me che si trascina in giro in una botte? Sai che risate mi faccio guardando il mondo dei cosiddetti uomini! Ma ciò non toglie che la mia ricerca sia la cosa più seria e importante. E poi, credi davvero che gli altri vivano tutti così tranquilli e felici? Tu, ad esempio? Dimmi intanto il tuo nome, non mi piace parlare ai fantasmi.
-Mi chiamo Nikos. Sono un giovane di buona famiglia, studio, faccio ginnastica, mi piace divertirmi con gli amici. Insomma, vivo come tutti senza farmi troppe domande e sì, posso dire di essere contento di me…
-Innanzitutto, dopo aver detto il tuo nome hai subito aggiunto informazioni che non avevo chiesto. Ecco, quelle sono il vero vestito con cui ti presenti agli altri, non la tunica che porti. Anzi, aggiungo che anche il tuo nome, come il mio, è parte di quella maschera che pretende di essere noi stessi.
-Mi stai confondendo le idee, Diogene, anche se il tuo discorso mi sembra interessante.
-Se è così è un bene, io cerco sempre di scuotere chi è addormentato. Ma poi… contento, mi dici? Non basta essere contenti, io ho parlato di essere felici, è tutta un’altra storia. Che cosa ti rende contento, Nikos?
-Se ottengo quello che desidero, se non mi manca nulla, se le cose vanno bene, ecco quello che mi fa contento…
-Ricorda, tu puoi essere contento per ciò che hai o hai realizzato, ma puoi essere felice solo per quello che sei. Nel primo caso dipendi dalle circostanze esterne, nel secondo caso non dipendi da nulla, da nessun evento o situazione, quindi sei felice qualsiasi cosa succeda. Cerca quella felicità Nikos, non rimanere a metà, pretendi tutto dalla vita, è un tuo diritto.
-Ma se qualcuno dovesse portarti via la botte e la lampada, tu come reagiresti?
-Se hai capito bene, io non sono la mia botte né la mia lampada, non c’è nulla che possa togliere o aggiungere a quello che sono. Posso lasciare qualsiasi cosa senza il minimo rimpianto. E questo deve valere anche per te. Non farti ingannare su questo, altrimenti vivrai nel buio come la folla di individui che vedi di fronte. Il solo fatto che ti sei fermato a parlarmi mi fa capire che sei curioso e intelligente e non ti fermi alle apparenze. Quasi tutti gli altri appena mi vedono fuggono a gambe levate o mi deridono.
-Hai ragione Diogene, l’ho visto, ti evitano e ti dileggiano, ma senza mai chiederti cosa stai facendo. È una fuga da… non so cosa.
-È una fuga da sé stessi. In realtà io non faccio nulla, ma proprio per questo divento uno specchio per gli altri, li mostro così come sono.
-Già, penso che tutti ci spaventiamo perché vediamo la tua libertà e la tua calma imperturbabile, qualità che non conosciamo e rivelano la nostra pochezza. E cercare l’uomo… forse intendi che ciascuno deve cercare l’umano, cioè conoscere sé stesso?
-Caro Nikos, sei perspicace, attento perché rischi di diventare saggio…!
-…E di finire anch’io nella mia botte?
-No, non c’è bisogno, abbiamo detto che le cose che possiedi non sono ciò che ti fa essere questo o quello. Quando sai che indossi una maschera non credi più nel personaggio che interpreti. Sei già libero, libero dentro. Puoi rimanere esattamente dove sei e continuare la vita di giovane studente di buona famiglia, ma dentro di te qualcosa è cambiato per sempre, ti sei risvegliato dal sonno in cui ti muovevi da sonnambulo.
-Perché queste cose nessuno me le ha mai dette o insegnate?
-Perché la gente comune non le sa. E comunque bisogna essere pronti a riceverle. Tu ti sei avvicinato a me, non sono stato io a chiedertelo. Dunque c’è una luce in te che è segno di una ricerca, seguila e impegnati a scoprire chi sei.
-Il ricercatore è una persona migliore degli altri? È uno che possiede la verità?
-Non è migliore né peggiore, è semplicemente più sveglio e attento e capace di comprendere. E non possiede la verità perché nessuno la può possedere, non è una cosa che appartiene al mondo dell’avere. La verità è un modo di essere, di vivere, è conquistare pienamente la nostra umanità.
-Ora che ti ho conosciuto meglio, penso che un giorno potrei diventare tuo discepolo…
-Non ho e non avrò mai discepoli perché non sono un maestro. Non c’è bisogno di cercare istruttori, siamo tutti sempre dei randagi, ciascuno deve essere una luce per sé stesso.
-Ma almeno mi piacerebbe essere un giorno un uomo di quelli che stai cercando con la tua lanterna…
-Se è per questo, stai tranquillo Nikos, lo hai già fatto. Oggi con questo dialogo hai piantato un seme che crescerà in una pianta rigogliosa. E mi hai dato la dimostrazione che cercare l’uomo non è un’impresa senza speranza. Quanto a me, riprendo il mio cammino, è nella mia natura essere un eterno viandante. Ma sono sempre a casa, perché la mia casa la porto sempre con me.
-Immagino che ora non ti stai riferendo solo alla tua botte…
-No, infatti, la mia vera casa è il mondo che ho dentro di me, è vivere senza possedere nulla, è il mio essere in pace, è il mio stare bene dovunque e con chiunque.
15 dicembre 2024
203 Verità è uscire dal sogno
-Aspetta Diogene, prima che tu te ne vada avrei ancora alcune domande da farti…
-Puoi parlare, Nikos, anche se non ho molto tempo. Sai che non mi fermo a lungo nello stesso luogo, sono un cane randagio. Per me non è possibile mettere radici da qualche parte. Seguo l’inarrestabile fiume della vita, non voglio diventare acqua stagnante. Solo così mi sento libero e felice.
-Mi avevi detto che noi uomini viviamo come in un sonno. Siamo come dei sonnambuli che girano senza sapere cosa fanno e dove vanno. Sono anch’io un addormentato?
-Non preoccuparti di questo, lo siamo o lo siamo stati tutti. L’importante è svegliarsi prima possibile, perché il sonno è pieno di sogni che possono essere dolci e gratificanti e ci fanno riposare tranquilli, ma possono diventare degli incubi. È una cosa che prima o poi accade. E solo allora nasce la volontà di uscirne.
-Quindi il problema è che noi sogniamo anche di giorno, non solo di notte.
-Proprio così Nikos. Quella è l’illusione più pericolosa cui dobbiamo sottrarci.
-Vorrei che tu mi spiegassi il perché di questo sognare collettivo…
-È semplice, ogni individuo crea una realtà onirica in base alle sue convinzioni, ai desideri, alle sue paure o speranze. È come vedere il proprio io proiettato nel mondo, in una scena teatrale di cui si è scritta la trama.
-Mi puoi fare un esempio concreto, Diogene? Così posso capire meglio…
-Se sei convinto di essere una persona incapace o se desideri essere lodato, oppure se hai paura di essere derubato o speri di diventare ricco e famoso, in ognuno di questi casi vedrai il mondo da un punto di vista diverso e ti comporterai di conseguenza. Non sarà difficile trovare fuori di te situazioni e fatti che confermeranno le tue convinzioni, nel bene e nel male. Quel sogno sarà il tuo e potrai farne quello che vorrai, ma è chiaro che sarà solo un’illusione, la tua vita sarà nient’altro che un sognare ad occhi aperti e spesso prenderà la forma del dramma o dell’incubo.
-Molti poeti hanno descritto la vita umana come un peso doloroso da sopportare. Forse è vero che i sogni rendono accettabile un’esistenza spesso grama, difficile, insulsa. Quindi, che vantaggio c’è a negarli quando sono belli?
-Caro Nikos, se vuoi cullarti in sogni piacevoli non c’è nulla di male, ma ricorda, quelli non sono la realtà, non sono la verità. Sono come dolci al miele che alla lunga possono stufare o anche nauseare. E ricorda che non di rado sono proprio i sogni più belli a trasformarsi nelle peggiori tragedie.
-Già, mi capita quando un mio grande desiderio viene frustrato. Ad esempio, volevo diventare un grande atleta delle Olimpiadi, ma il mio fisico è troppo gracile, il mio sogno di bambino si è scontrato con la realtà ed è diventato una delusione amara…
-Forse è meglio che sia finita così, è stata una lezione di vita, hai imparato che vivere in un sogno conduce prima o poi a un brusco risveglio. Approfitta di quei momenti, è la realtà vera che bussa alla tua porta. La persona saggia cerca sempre e solo la verità, non indulge in fantasie consolatorie.
-Tu insisti sempre sulla ricerca della verità, Diogene. Perché è così importante? Esiste davvero o è anch’essa una fantasia?
-Non è un discorso campato per aria, è una scelta fondamentale che riguarda ciascuno di noi. È una domanda sulla tua vita e su quello che vuoi farne, Nikos: preferisci coltivare il sogno o conoscere la verità? Scegli di vivere nella finzione o ti impegni a indagare ciò che è vero di te e del mondo?
-Penso che una persona intelligente debba scegliere la via della ricerca. Ma come iniziare il cammino? Come scrollarsi di dosso quel mondo di sogno che ci siamo costruiti?
-Comincia da speranze e desideri, che sono la più grande fonte del sognare a occhi aperti. Osservali e semplicemente lasciali andare, con il tempo spariranno. E poi fai piazza pulita di tutto quello che ti definisce, sbarazzati di ogni etichetta che ti tiene prigioniero. Liberati dalle pastoie delle convenzioni e dagli schemi sociali che ti intrappolano, vedili tutti come illusioni.
-Sì, ma quando io affermo che mi chiamo Nikos e che sono uno studente di Atene…
-Ecco, proprio quello è il sogno! Sognare è pensare di essere un uomo o una donna, uno schiavo o un cittadino, un ricco o un povero, un giovane o un vecchio, un ateniese o uno spartano. O di essere bello o brutto, intelligente o stolto, istruito o ignorante, buono o cattivo… e potrei continuare all’infinito. Sono tutte descrizioni che si sovrappongono a quello che sei realmente.
-Ma se io tolgo tutto quello che mi definisce, che cosa rimane? Chi e che cosa sono io? Se elimino il sogno vivente in cui io sono tante cose e interpreto tante parti, che cosa resta di me?
-(ridendo) Caro Nikos, questo è quello che devi scoprire da solo. Nessuno ti può aiutare, nessuno può farlo al tuo posto. Questo è il messaggio che ti lascio prima di andarmene, l’unica cosa che vale la pena di ascoltare. Col tempo la tua ricerca diventerà un fuoco che ti consuma, ma sarai felice di perderti in quella luce, perché ti riempirà di senso come nessun’altra cosa. Vedi quella nuvola bianca che passa?
-Sì, la vedo, si muove dolcemente sospinta dal vento…
-Ecco, anche tu sarai così, come quella nuvola che è trasportata dalla corrente della vita. Sarà vivere in una nuova realtà dove tutti i desideri si sono dissolti e con essi tutte le speranze e le paure. Una dimensione dove i sogni sono finiti e rimane solo la tua verità.
18 dicembre 2024
204 L’eterno ritorno dell’eguale
-Sto studiando la filosofia degli antichi Stoici. Di loro mi affascina la concezione dell’eterno ritorno dell’eguale, l’idea che l’universo muore e rinasce ripetendosi eternamente. Dicono che, come tutte le cose, anche noi uomini torniamo all’esistenza infinite volte, ma sempre nel medesimo modo, senza che cambi il più piccolo particolare della nostra vita. È come assistere a un film riproiettato da cima a fondo, sempre lo stesso, all’infinito. Non so dire se questa sia una visione bella ed esaltante o inquietante e spaventosa…
-Sai che anche il filosofo F. Nietzsche era rimasto affascinato da questa prospettiva, che definiva “il più abissale dei miei pensieri”. E pure noi possiamo interrogarci liberamente su questo tema che, come vedi, dopo millenni mantiene inalterato il suo fascino.
-Possiamo partire da un’immagine-simbolo per inquadrarlo?
-Sì, probabilmente conosci l’antico simbolo dell’uroboro, il serpente che si morde la coda. Con questo i filosofi Stoici rappresentavano l’immagine del cosmo e l’eterno ritorno dell’eguale, interrogandosi sull’universo e sull’intima ragione delle cose. Vedevano il tempo come un circolo dove tutto si ripete eternamente. Dicevano che, come per le stagioni e nel moto degli astri, così tutti i fenomeni dell’universo, tutti gli esseri della storia del mondo, vivono, si muovono e si trasformano secondo cicli vitali. E quando giunge la fine rinascono ancora e ancora e si ripetono, sempre identici a sé, insieme all’intero cosmo.
-Davvero allora è il caso di dire: “niente di nuovo sotto il sole”…
-In effetti è più o meno quello che gli antichi intendevano con la loro concezione del tempo ciclico, la grande ruota dell’esistenza dove tutto ritorna.
-Ma perché avviene questo? Ti leggo le parole di Zenone in Sull’universo e sull’essere: “Tutto termina con un fuoco primordiale, che come un seme ha tutte le ragioni e tutte le cause degli esseri che furono, che sono e che saranno“. Non credo di averle capite…
-Secondo Zenone la ragione che governa ogni cosa, la volontà del divino eterno e perfetto, è come un fuoco che crea, distrugge e rigenera. Essa produce un’infinita serie di cause e l’eterna concatenazione degli eventi. Ed essendo il mondo Dio stesso che si manifesta, nulla può cambiare nella realtà originata dalla Prima Causa. Dal seme primordiale può nascere solamente un mondo perfetto che si ripeterà necessariamente all’infinito, perché la perfezione, se è tale, non può essere in nessun modo toccata o migliorata.
-Già, come la Gioconda. È così perfetta che non saranno certo un paio di baffi aggiunti a migliorarla…
-Con quelli diventerebbe semplicemente un’altra cosa, magari una provocazione artistica, altrettanto perfetta.
-Ma tornando al punto… Dunque ogni cosa che c’è nell’universo manifesta la perfezione divina, ne fa parte. E per questo non può che rinascere identica a sé, all’infinito. Non ci può essere l’accidentale, il fortuito…
-Nell’eterno ritorno dell’eguale, nella palingenesi dell’universo, il caso non esiste, regna solo un’assoluta necessità. La catena temporale delle cause determina implacabile ogni evento, in un ciclo interminabile di mondi. Nulla e nessuno può sfuggire al suo destino.
-Se questa grande concezione degli Stoici ha affascinato gli uomini nei secoli, allora sicuramente ci interroga ancora oggi. Come possiamo formulare una nostra domanda?
-Io proverei in questo modo: come vivere questo momento, sapendo che sempre tornerà a essere, così come è ora, assolutamente identico, nel bene e nel male?
-So che la filosofia Stoica risponde con la sua etica del dovere: accettare serenamente il destino; vivere nel mondo con distacco; dare rigore e nobiltà al pensiero; dominare le emozioni inferiori; non inseguire impulsi e desideri; coltivare solo le massime virtù; vivere secondo natura e ragione, ecc. Ma sento che questo non mi basta per rispondere al nostro interrogativo…
-Certo devi comprendere il linguaggio stoico che può apparire distante dal nostro modo di esprimerci oggi. Il tono poetico della filosofia nicciana invece ti sembrerebbe molto più vicino alla nostra sensibilità contemporanea. Ma ora, prescindendo da ogni interpretazione formulata da altri pensatori, cerchiamo la nostra risposta, facciamo che scaturisca dalla nostra riflessione.
-Ecco, direi che l’etica del dovere degli Stoici mi sembra una buona guida di vita, ma personalmente non mi aiuta ad accettare l’idea dell’eterno ritorno dell’eguale, non riesce a dirmi il modo di affrontare questo momento e dare un significato al mio vivere. Perché che senso ha ripetere all’infinito la propria commedia umana senza cambiare una virgola, senza la libertà di pensare, fare o essere altro, visto che tutto è già stabilito da una volontà superiore da sempre e per sempre?
-Per gli Stoici è ovvio che la libertà è solo del divino, non degli enti individuali che sono parti infinitesimali di quel Tutto. E comunque ricorda che ogni vita è sempre vissuta come un partire da zero, puri e innocenti, senza nessuna ombra del passato, è come la comparsa del primo Adamo. Ma su una cosa hai ragione: non basta solo coltivare le virtù o il distacco dalle cose del mondo, non basta proporsi nobili ideali e governare le emozioni inferiori. Ci vuole un passo oltre l’etica. Noi vogliamo essere totalmente presenti alla vita che accade. Dunque, per accettare la prospettiva dell’eterno ritorno, la cosa decisiva è vivere la vita in piena consapevolezza.
-Basta questo per scoprire il senso del vivere? Non è una soluzione troppo facile?
-Vivere ogni istante in piena coscienza non è una cosa facile come sembra. È l’impegno di affrontare con lucidità, discernimento e comprensione ogni aspetto della vita. È mantenere attenzione e chiarezza costanti nel nostro rapporto col mondo. Questa è l’unica, vera libertà che abbiamo come uomini. Dobbiamo indagare fuori e dentro di noi, portare alla luce della coscienza la totalità del nostro essere. Solo così il significato di ogni esperienza ci si rivela. E nasce il desiderio di rivivere la propria storia, perché non si fa resistenza a ciò che è, si accoglie tutto quello che si affaccia. Si accetta di tornare qui ancora e ancora e ripetere il film, anche se ciò sarà un cammino senza fine.
-Siamo noi dunque che diamo il significato a quello che viviamo? È il modo in cui accogliamo ciò che viene?
-Sì, è proprio questo che dà un senso di pienezza e perfezione a ogni momento vissuto. E vale per qualsiasi cosa succeda, per ogni esperienza di vita, non solo per le cose belle e positive, anche per i drammi e le sconfitte.
-Sono d’accordo con te su tutto quello che hai detto. Ma questo non è quello che in fondo dicevano anche gli Stoici e Nietzsche?
-(ridendo) Sì, abbiamo solo usato un linguaggio diverso per esprimere lo stesso concetto: accettare l’eterno ritorno, l’idea di ripercorrere la nostra vita all’infinito. Le differenze tra la posizione stoica e quella nicciana sono comunque importanti: per Nietzsche il mondo scaturisce dal caos, non ci sono verità assolute né divinità, solo la vita terrena; per gli Stoici tutto viene dal logos divino, che è ragione suprema e perfettissima. Due posizioni antitetiche che però si ispirano alla stessa prospettiva del perpetuo ritornare. Da qui anche la scelta fondamentale tra vivere ritirandosi nell’atarassia oppure buttarsi a capofitto nella realtà affrontando ogni istante con lo slancio eroico dell’oltre-uomo. Ma in ogni caso l’importante è vivere in totale consapevolezza, accogliere la realtà in tutte le sue possibilità, così come si offre. Allora nasce la potente sensazione di essere liberi e una serenità che è profonda e totale apertura alla vita.
-Ma nel caso degli Stoici, se si fa la scelta di vivere secondo l’etica del dovere ritirandosi nella serenità contemplativa, non è comunque anche questa una cosa già scritta nel destino? Non è sempre una volontà del logos divino?
-Certo. E Zenone ti direbbe: perché tu pensi di essere un’altra cosa da quello?
22 dicembre 2024
205 Il cammino dei Magi
Partimmo con i cammelli prima dell’alba
sotto un firmamento brulicante di stelle,
guidati dalla scia luminosa di una cometa.
La lunga carovana si snodava nel deserto
come un sinuoso serpente colorato,
scandita dai passi e da un fermento di vita,
accompagnata dal dolce sussurro del vento
tra i profondi silenzi dei monti e delle vallate.
Quel viaggio lungo e periglioso era per noi
il più sacro dei cammini mai intrapreso.
Mossi dal richiamo di una divina voce,
da un’urgenza che nasceva imperiosa,
avevamo subito risposto senza esitazione.
C’è uno spirito immortale che vive in noi
e sempre ci parla e ci guida e ci insegna,
dobbiamo saper riconoscere la sua voce
nel frastuono confuso di questo mondo
e quando è il momento accogliere il suo invito.
Diventammo dunque tre viandanti in cammino
sulla via da Oriente verso Gerusalemme,
-noi principi persiani e sommi sacerdoti-
in cerca della fonte originaria della verità.
Eravamo esperti di tutte le arti magiche,
conoscitori di ogni sapienza e filosofia,
ma la sete di sapere non era placata,
qualcosa mancava alla nostra saggezza.
Conoscevamo ogni tipo di agio e ricchezza,
l’abbondanza e il lusso della vita materiale.
Conoscevamo il potere di questo mondo,
quello che nasce dall’avere e dalla forza.
Ma non conoscevamo quel potere supremo
che solo il Divino possiede e svela agli uomini.
Avevamo sentito della nascita di un Bambinello
che sarebbe stato il Redentore dell’umanità.
Le nostre carte astrologiche e sapienziali
davano conferma di quell’evento prodigioso,
non potevamo dunque che metterci in viaggio
per portare a compimento la nostra ricerca.
Recavamo in omaggio oro, incenso e mirra,
ma sapevamo che non sono doni che contano,
le cose materiali non riempiono le nostre vite,
non possono soddisfare quella sete di verità
che ci porta al di là del conosciuto e di noi stessi.
Guidati dall’astro luminoso e dall’intuito dell’anima
arrivammo dopo giorni di cammino alla capanna,
di fronte a quel bambino che era il vero Principe,
il Redentore del mondo, l’Agnello tanto atteso.
Lì, davanti a quella miracolosa Epifania,
capimmo che il nostro viaggio era finito.
Il Divino si manifesta quando noi lo cerchiamo,
apre le sue porte a ogni ricercatore sincero,
non rimane inaccessibile in un altrove.
Ma ci chiede in dono il sacrificio più alto,
l’offerta di sé, del nostro piccolo io smarrito,
la rinuncia a essere qualcuno in questo mondo
e la resa al supremo Principio creatore,
alla verità ultima che oltrepassa ogni ragione.
Questo fu il nostro dono, umile e semplice,
lì fummo capaci del sacrificio più grande
e da allora diventammo servitori della verità.
Davanti al Bambino scoprimmo l’innocenza
e l’affidarsi fiduciosi alla mano che ci guida,
tornando a essere anche noi come bambini.
Oggi come comete giriamo nel mondo
e se incontriamo nuovi ricercatori del vero
con la nostra piccola luce mostriamo la via.
Ma non pretendiamo di possedere la verità,
noi siamo solo i suoi umili messaggeri,
siamo gli antichi testimoni di quell’Epifania
che ha donato all’uomo un nuovo destino.
Adesso sappiamo che ogni momento di vita,
ogni evento e palpito, è sempre un’epifania,
uno svelarsi del divino -a chi ha occhi per vedere.
Non c’è nulla che debba essere disprezzato,
non c’è esperienza che non abbia il suo valore,
non c’è uomo che non sia degno di rispetto.
Tutti siamo impegnati nello stesso cammino,
principi, mendicanti, uomini e donne e schiavi.
Nessun potere del mondo è eguagliabile
all’abbeverarsi alla fonte dell’eterna verità.
Oggi che sono un vecchio con la barba bianca,
mentre l’ultimo giorno si avvicina a grandi passi,
ripensando alle vicende della mia vita trascorsa,
una sola cosa non rimpiango e tengo preziosa,
quel lungo cammino nel deserto sotto le stelle.
Ogni passo era una preghiera
Ogni parola un’invocazione
Ogni sguardo un perdono
Ogni gesto un rito sacro
Era un viaggio dell’anima, senza ritorno.
Alla ricerca del vero, alla ricerca di me stesso.
10 gennaio 2025
206 Il sogno dell’Assoluto
-Vorrei tornare su un problema dibattuto nei secoli dai filosofi: il rapporto tra l’Assoluto e il relativo, tra l’Uno e i molti, tra il Divino e l’uomo. Se l’Assoluto è uno, completo e mancante di nulla, perché genera il relativo? Perché c’è il mondo?
-Posto che un essere finito come noi non potrà mai capire le ragioni di una causa infinita, possiamo tentare una spiegazione guardando a quello che mistici e realizzati dell’Occidente e dell’Oriente ci hanno detto: l’Assoluto per conoscersi deve generare il mondo, deve dividersi, anche se solo apparentemente, entrando in uno stato di dimenticanza, di illusoria separazione. Ma penso che il discorso vada affrontato con calma, ripartendo dall’inizio…
-Sì, vorrei seguire il filo del ragionamento avanzando per piccoli passi…
-Va bene, proviamo a procedere scandendo alcuni passaggi.
-Qual è il primo passo?
-Dobbiamo partire da un assioma: l’Assoluto esiste ed è l’unica, vera Realtà. È un punto di partenza che assumiamo come vero e che eventualmente discuteremo dopo. Cosa deriva da questo assunto?
-Beh, direi, ne consegue che l’Assoluto è un essere infinito, il Tutto…
-Bene, ed essendo infinito non ha limiti, quindi contiene infinite possibilità.
-E poi aggiungerei che, essendo la totalità di quello che c’è, è un intero indivisibile, un tutto omogeneo e indifferenziato, un Uno senza secondo, privo di opposizioni…
-Sì, sono d’accordo, altrimenti sarebbe una realtà finita, limitata, non più assoluta. Ma ora ci chiediamo: l’Uno si conosce?
-Mah… direi di sì, certo. Come si può pensare altrimenti?
-Questo è il punto: essendo uno e intero, senza opposti, l’Assoluto non può conoscersi direttamente. Non essendoci alcuna distanza tra sé e sé non può vedersi per così dire “dal di fuori”, come l’occhio che non può vedere sé stesso. Essendo un intero indivisibile non può osservarsi in una sua parte, non può distinguere un suo dettaglio o un suo aspetto particolare.
-Mi sembra ovvio, l’infinito non può restringersi nel finito, l’oceano non può stare in una goccia…
-Dunque l’Assoluto può conoscersi solo indirettamente, uscendo dalla sua unità, deve dividersi creando due parti che si oppongono. Solo nella dualità di soggetto e oggetto, conoscente e conosciuto, si crea una distanza che dà la possibilità di “vedere”.
-E cioè la possibilità di conoscere sé. Ma abbiamo detto che l’Uno non si può dividere…
-Sì, a meno che la sua divisione in parti sia solo virtuale, pensata, immaginata, “sognata”. E questa realtà sognata, fatta di dualismi e opposizioni, è quello che noi chiamiamo mondo.
-Quindi l’Assoluto per potersi conoscere proietta il cosmo, la realtà che vediamo con i sensi…
-Sì, una realtà che è finita, limitata, costituita di innumerevoli parti in contrasto tra loro, un coacervo di contraddizioni, un insieme sterminato di enti, cose, individui, fenomeni, eventi, situazioni. Dove tutto può essere osservato, definito e quindi conosciuto.
-Ma il nostro universo, alla fine, è reale o no? Come si concilia il finito frammentato in parti con l’infinito che è intero e indivisibile?
-Lo dicevamo prima: il mondo è solo apparenza. Quello che viene proiettato dall’Assoluto non è reale nel senso che non è la realtà vera. È una realtà parziale, distorta, limitata, legata sempre a un punto di vista individuale, soggettivo. È come un sogno, il sogno dell’Assoluto che solo in quello stato può immaginarsi separato e “confinato” in enti e fenomeni individuali. E così conoscersi nella propria infinità.
-Quindi l’Assoluto-Uno non crea un mondo come altro da sé…
-No, tutto avviene senza che l’Uno esca mai da sé stesso. L’universo è solo un pensiero, una realtà concepita da quella Intelligenza infinita, in sé non ha consistenza, è un divenire solo apparente, come le ombre o le figure su uno schermo.
-Allora è come quando noi sogniamo mondi immaginari o fantastichiamo su qualcosa. Tutto esiste solo nella nostra mente, appare reale, ma non lo è. E ce ne rendiamo conto solo al risveglio…
-L’universo con le sue “diecimila cose” è una realtà di sogno, è la Maya del Vedanta, un’illusione cosmica, è la caverna di Platone.
-Dunque l’unica realtà vera è l’Assoluto, l’Uno indivisibile…
-La verità è sempre un intero, non può essere parziale o un insieme di frammenti. Solamente l’intero è verità, perché nulla gli si oppone, non può essere contraddetto, non è un’opinione tra le tante nella caotica lotta degli opposti. L’Assoluto nella sua interezza è l’unica verità possibile, il mondo della dualità è la realtà di sogno in cui sembra avvenire la frammentazione di quella unità originaria.
-E gli individui? Noi uomini? Quale è il nostro ruolo nel mondo?
-Attraverso i soggetti individuali l’Assoluto prende coscienza e sperimenta in modo virtuale tutte le sue possibilità. Il Soggetto universale, l’Uno, può immaginare di vivere un’infinita varietà di esperienze, belle e brutte, negative o positive, buone o cattive. Tutte queste “esperienze” sono però pura apparenza, anche se dai soggetti individuali nel sogno vengono vissute come qualcosa di vero e indubitabile.
-Gli stessi soggetti individuali però sono realtà illusorie…
-Certo, ed è esattamente come accade quando facciamo un sogno che svanisce al risveglio. Dove finiscono tutti quei personaggi che popolavano la scena onirica? Semplicemente si dissolvono, rimane solo il soggetto che sognava, il Sognatore, la coscienza che proiettava la storia. Quella è alla fine l’unica e indubitabile verità.
-Beh, è ovvio, per capire che stai vivendo un sogno devi svegliarti. Allora si rivela la verità delle cose con una certezza che supera ogni dubbio.
-In quel momento ti accade quello che succede all’Assoluto, il mondo ritenuto reale scompare o meglio si risolve in un apparire senza sostanza. Un sogno riconosciuto come tale perde ogni carattere di verità e si dilegua.
-Ma in che modo può l’Assoluto risvegliarsi?
-Quando uno degli individui proiettati nella realtà di sogno intuisce la propria irrealtà e inizia la ricerca della vera fonte del suo essere, allora si apre la possibilità che l’Assoluto si risvegli, si ricordi di sé. È come nei sogni lucidi, dove il sognatore si rende conto che sta sognando, magari perché la realtà che sperimenta gli sembra troppo assurda e contraddittoria. È una cosa che accade infinite volte negli spazi e nei tempi dell’eternità, una illuminazione, ma che nessuno può decidere, provocare o prevedere. È un gioco cosmico che va avanti senza fine, è il respiro dell’Uno che segue il suo ritmo muovendosi tra dimenticanza e risveglio, tra unità e molteplicità, tra essere e divenire.
-Ma perché accade proprio così?
-È la natura dell’Uno, che può essere contemplata e ammirata, ma non compresa da piccoli enti individuali come noi. Ma, alla fine, che bisogno c’è di comprendere le ultime ragioni del Tutto? È come voler capire perché il colore giallo è giallo e il verde è fatto in quel modo e il rosso è proprio così come appare. Godiamoci lo spettacolo del mondo finché dura, sapendo che siamo sognati dall’Assoluto e quindi siamo noi stessi l’Uno che pensando noi pensa sé stesso.
-Vorrei tornare però alla questione iniziale. Dovremmo dimostrare l’assioma di partenza: l’Assoluto esiste, è l’unica, vera Realtà. È possibile farlo?
-L’esistenza dell’Assoluto è un’intuizione immediata che non ha bisogno di dimostrazione. È una sorta di sapere diretto di cui può fare esperienza chi medita con mente libera e sgombra da preconcetti. Ma tuttavia, se vogliamo provare a spiegarlo anche su una base logica: partendo dal principio intuitivo che “nulla nasce dal nulla” e dalla constatazione che un mondo, reale o immaginario, esiste, dobbiamo logicamente accettare che “ciò che è” sia scaturito da una causa prima creatrice e che questa, per essere tale, deve necessariamente essere libera, non limitata, eterna, indipendente da ogni altra causa e condizione e quindi infinita e assoluta. Dopodiché l’Assoluto, contenendo infinite possibilità, include anche quella dell’illusione spazio-temporale, cioè dell’universo che noi conosciamo. L’Uno-Infinito rimane perfetto e immobile in sé stesso, ma contiene in sé anche l’apparenza del divenire. È esattamente come quando noi sognando creiamo mondi mentali fantastici senza però spostarci nel tempo e nello spazio, l’Assoluto può creare una realtà in movimento come pensiero virtuale, senza mai mutare, rimanendo perfetto nel suo essere.
-L’Assoluto è quindi l’unica vera realtà senza causa…
-Gli effetti derivanti da una causa appartengono solo alla dimensione dello spazio-tempo. Ciò che crea il mondo spazio-temporale è per definizione al di fuori di esso, è causa incausata che mai è stata e sarà effetto di altro.
-Sono concetti un po’ ardui per me…
-E in realtà è improprio anche questo modo di esprimermi che vorrebbe spiegare sul piano logico ciò che si pone al di là di ogni concetto. Il nostro linguaggio è puramente metaforico, non va preso alla lettera, stiamo solo usando parole e suggestioni per mettere in moto l’intuizione.
-Ci rifletterò sopra, ma penso di avere comunque intuito qualcosa. Ho capito soprattutto che le nostre parole sono un approssimarsi senza fine a ciò che non sarà mai compreso fino in fondo…
-È così. Noi parliamo sempre in termini umani. Dire ad esempio che l’Assoluto “vuole conoscere sé stesso” è solo un modo di raccontare in concetti per noi comprensibili una favoletta che pretende di interpretare il grande Mistero dell’esistenza.
-Questi nostri discorsi quindi valgono solo sul piano del relativo…
-Proprio così, ma noi viviamo in quello, è il solo mondo che conosciamo, dobbiamo dunque accettare il nostro limite. E comunque dobbiamo continuare a interrogarci. Finché forse un giorno, dopo tanto meditare, un’intuizione superiore ci metterà le ali…
14 gennaio 2025
207 La libertà del non sapere
-Caro Socrate, tu continui a dire di “non sapere”, di essere ignorante delle cose del mondo, ma noi abbiamo l’impressione che tu sai più di tutti gli altri, per questo ti consideriamo un maestro. Ma questo è il mio dubbio: come conciliare le due cose?
-Caro Simmìa, sai bene che io non mi reputo un maestro. Sapendo di non sapere nulla, cosa potrei mai insegnare? Parlo perché mi piace interrogarmi e dialogare con voi, non sulle cose divine di cui sanno solo gli dei, solo sulle cose umane che ci riguardano. Ma non pretendo di avere in mano alcuna verità. Sono solo un amico un po’ balzano che si diverte a pungolare con domande insistenti chi gli capita a tiro.
-Certo, ci dici sempre che bisogna partire dal dubbio, che dobbiamo essere consapevoli della nostra ignoranza. Eppure le tue parole rivelano una profondità e una saggezza che non troviamo altrove. Cosa è dunque questo “sapere” che sta dietro il tuo “non sapere”?
-Molti si sentono uomini di conoscenza e talvolta sono davvero esperti di un’arte. Ma al di là delle tecniche che praticano, non sanno nulla delle cose che contano nella vita. Inoltre non possono mai essere certi di qualcosa in questo mondo dove tutto diviene e i sensi sono confusi. Per conto mio, sono sicuro solo di una cosa: so di non sapere nulla. Ma almeno questa è una certezza. È un punto fermo che mi riporta alla dimensione dell’umano e mi rammenta ogni momento il mio limite.
-Beh, sapere di non sapere può essere un buon punto di partenza, ma alla fine perché è così importante per te?
-Ha un valore inestimabile per la libertà che mi regala. Il non sapere mi libera dal peso di accumulare conoscenza e dalla pena di dover difendere una mia “verità” contendendo le opinioni altrui. Che sarebbe come una disputa fra ciechi sul colore del limone. Da ignorante sono libero di ricercare e di interrogarmi. Come Socrate non riconosco alcuna autorità se non la mia e non devo rispondere a nessuno, sono responsabile di quello che penso e dico, parlo solo sulla base della mia ragione ed esperienza. E in più vivo le mie giornate con leggerezza e ironia, senza l’obbligo di portare maschere, meno che mai quella di sapiente.
-Dunque studiare non ha nessun valore? È tempo sprecato leggere Omero o Esiodo?
-Puoi leggere e studiare tutto quello che vuoi, Simmia, non c’è niente di male nel conoscere, se è una cosa che fai per dovere, per piacere o se ti è utile nella vita. Il punto è un altro: accumulare conoscenze per la smania di sapere diventa un fardello per la memoria e un velo per la coscienza. Se il tuo sapere è preso dall’esterno è un cumulo di convincimenti non fondati sulla tua esperienza. È credere di avere una sapienza sulle cose del mondo e di aver compreso il loro perché, la più sciocca delle illusioni.
-In effetti, Socrate, a pensarci bene sono davvero poche le cose che posso dire di conoscere in base alla mia personale esperienza, il resto è ricavato dai libri o da cose che ho sentito o mi hanno riferito. A volte vorrei davvero fare una bella piazza pulita di tutto quel ciarpame e ricominciare da zero…
-Caro Simmia, vedo che sei molto onesto e hai lo spirito del vero indagatore. Dunque continua la tua ricerca e chiediti sempre: cosa conosco davvero di mio? Sto solo ripetendo le parole di altri? Confido ciecamente nel pensiero comune e nelle tradizioni? Che valore ha ciò che non ho scoperto con la mia personale investigazione? E soprattutto: cosa vale la pena di cercare in questo mondo dove esisto come piccolo essere mortale?
-Già, Socrate, quali sono le cose su cui si può indagare e quali quelle su cui non si può indagare e che hanno il massimo valore?
-Noi ci interroghiamo sull’uomo. Le nostre domande sono su cosa siano il giusto, il vero, il buono, il bello, ecc. nel mondo umano. E sulla nostra possibilità di vivere bene ed essere felici. Ma sui supremi valori della verità e della bellezza non possiamo esprimerci, possiamo solo fare congetture che rimangono trastulli di bimbi. Il divino e le sue ragioni sono per noi un reame inaccessibile, non ci è dato superare la barriera che ci divide da ciò che è in alto.
-Dunque possiamo solo partire dalla conoscenza di noi stessi…
-“Conosci te stesso”, così suona il motto dell’oracolo di Delfi. L’invito è a indagare sul nostro essere, ma la ricerca non si conclude mai perché siamo un abisso senza fondo dove a scoperta segue scoperta, un cammino che non ha fine. E non potremo mai toccare le verità ultime e attingere al mistero delle cose più grandi che appartengono solo al dio. Ma accettando la nostra ignoranza e continuando a esplorare, con le nostre domande possiamo farne un cammino in assoluta libertà, da soli e con gli altri. Guarda la vita di piante e animali: credi forse che loro si chiedano perché esistono? Aspirano forse a diventare grandi eruditi? Nulla sanno e tuttavia vivono lo stesso con una grande forza tranquilla, perché seguono la loro natura e non si sognano di cercare di andare oltre se stessi.
-È vero, ma l’uomo è sempre spinto a superare i propri limiti, come ci mostra anche Omero con i suoi eroi e con la storia di Ulisse.
-Certo, Simmia, il desiderio di conoscenza è sempre lodevole e nobile e va incoraggiato. Ma tentare di andare oltre le proprie possibilità è una hybris, un tentativo di scalare il cielo che alla fine risulterà insensato e vano. Invece, interrogarsi sulle cose di noi uomini ci aiuterà a vivere meglio e a cercare qui tra noi le piccole verità che ci competono. Non è comunque poca cosa, è la via per costruire un mondo migliore e dare senso al nostro esistere. Ricorda che una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta. È la ricerca in sé che ha valore, non le conoscenze che possiamo accumulare, perché la vita non sta mai ferma, ci sorprende in ogni momento con qualcosa di inaspettato e così rinnova il dubbio e fa ripartire la domanda.
-Detto così, la via dei ricercatore mi sembra un cammino entusiasmante. È quella che anch’io voglio seguire, Socrate. Voglio diventare filosofo, anche se so che dovrò accettare la mia ignoranza e non potrò mai svelare gli ultimi misteri del mondo.
-Sei già un filosofo Simmia, non è necessaria un’attestazione delle autorità per essere una guida a te stesso. Appena poni una domanda che nasce dal tuo profondo con urgenza, se per quella ricerca sei disposto a mettere in gioco tutto di te, allora sei già sul sentiero della filosofia.
-Quindi l’ignoranza di cui parli è in realtà la somma intelligenza…
-Sì, i sensi si fanno acuti, la mente sveglia e vivi con uno sguardo fresco e nuovo, senza portarti dietro il passato, pronto a osservare con spassionato intento l’accadere della tua vita in questo mondo. Non sapere vuol dire essere innocenti e puri nel rapporto con tutto ciò che esiste. Ed è accettare che il mistero ultimo delle cose rimanga inviolabile.
-A pensarci bene, Socrate, è proprio quel mistero insondabile che ci spinge a cercare. Se tutto fosse conosciuto e scontato non ci sarebbe più nessuna motivazione a esplorare, la vita sarebbe una noia…
-E poiché la vita è movimento, fermarsi sarebbe per noi una morte dello spirito. La nostra anima è movimento eterno, è vita che si esprime, è la nostra vera natura e noi non possiamo tradirla.
-E riguardo la possibilità di essere felici, cosa dici Socrate? Il filosofo può esserlo? Basta la ricerca per riempire la vita e darle un senso?
-Dimmi tu, Simmia, come ti senti ora? Affrontare questi discorsi ti rattrista o ti fa sentire più ricco interiormente? Solo tu puoi saperlo, solo tu puoi avere la risposta. Ricorda, tu sei maestro di te stesso quando si tratta della tua esperienza. Una volta posta una domanda che ti riguarda direttamente, rispondi in base a quello che vedi e senti e comprendi…
-Quando faccio questi discorsi, ecco… mi sento bene, sono appagato, sento che questo risponde ad un mio profondo bisogno, a un desiderio insopprimibile. Mi sembra di non aver bisogno di altro nella vita per sentirmi me stesso. E se questo mi porterà solo a riconoscere la mia ignoranza non importa, per me sarà comunque una conquista, un cammino di saggezza…
-Vedi Simmia, hai dato la risposta che era già dentro di te…
9 febbraio 2024
208 L’alchimia della relazione
Cosa vuol dire essere in relazione?
Come avviene la magica alchimia?
L’io è sempre mancante di qualcosa,
è sempre insoddisfatto e inquieto.
Non può esserlo per sua natura,
la sua stessa identità è la barriera
che crea la separazione dagli altri.
Gli umani sono esseri relazionali,
non possono vivere come isole,
cercano la presenza del simile
per riempire un vuoto interiore.
Ma i rapporti sono problematici:
ci si relaziona in modo inconscio
con un “altro” che appare distante,
esterno alla propria sfera personale,
portatore di asimmetriche differenze
che spingono a difesa e isolamento.
Come gettare un ponte tra le rive?
Come creare l’incontro tra diversità?
La relazione chiede un sacrificio:
l’offerta di sé, per comporre la frattura
che preclude ai due di diventare uno.
Chi cerca l’altro per rafforzare l’io
va incontro a inevitabile frustrazione.
Il desiderio di colmare le mancanze
distoglie lo sguardo dall’altra persona,
mette al centro il proprio io bisognoso,
crea distanza e senso di estraneità,
dubbio e timore per la propria identità.
Da qui la complessità della relazione,
la sua fondamentale ambivalenza
e l’insicurezza che la accompagna.
La relazione fiorisce solo nella verità,
quando cadono i muri e le difese,
quando ci si espone senza coperture,
fiduciosi che anche l’altro farà lo stesso.
L’alchimia dell’incontro richiede l’arte
di trasformare le paure in opportunità,
lasciando cadere le barriere dell’ego
per uno scambio autentico tra pari,
illuminati dalla consapevolezza
che indica la via da seguire:
vincere le paure e le inibizioni
che creano senso di separazione;
creare in sé stessi quell’armonia
che sarà portata nello scambio;
accogliere la verità degli altri
evitando illusioni e idealizzazioni:
accettare le sfide dell’incontro
e apprezzarne l’unicità e la bellezza;
vivere la relazione come insegnamento
per farne una possibilità evolutiva.
Negli altri mi vedo rispecchiato come sono,
ogni “altro” restituisce un’immagine di me,
in lui vedo riflesso uno dei miei tanti volti.
L’incontro e lo scambio con una persona
rivelano la relazione che ho con me stesso.
Sono capace di accettare tutte le mie facce?
So riconoscere tutto ciò che mi appartiene?
Perché solo così posso ricompormi in unità,
sperare di essere pienamente chi sono.
La relazione è creazione nel momento,
apertura all’altro e a nuove possibilità,
è libertà, capacità di fluire con la vita,
è esplorazione, scoperta dell’inatteso.
Ma perché questa magia possa accadere
si devono spezzare le catene dell’io,
vivendo lo scambio in piena coscienza,
accettando l’altro in modo incondizionato.
È il passo decisivo per capire il mondo,
per essere responsabili di sé stessi,
per liberarsi della solitudine dell’ego,
per ritrovare l’unità con tutto l’Esistente.
23 febbraio 2025
209 La verità di me stesso
-Voglio conoscere la verità…
-La verità di che cosa?
-La verità di me stesso, voglio sapere chi sono…
-Perché lo chiedi a me?
-Penso che tu puoi farmi da guida. Hai più esperienza di vita, forse mi puoi dire come si fa a conoscere sé stessi…
-Partiamo da un fatto ovvio: io posso conoscere me, ma non posso sapere di te. Non posso mettermi nei tuoi panni. Anzi, a dire il vero, non so neppure se tu sei reale o frutto della mia immaginazione.
-Beh, allora lo stesso vale anche per me. In effetti, come faccio a dire con certezza che tu sei reale e non sei un miraggio?
-Accade così per tutti. E vale per ogni cosa ed esperienza. È una realizzazione semplice e innegabile. Tutto quello che vedi e conosci potrebbe essere solo un tuo sogno, completamente illusorio, pura fantasia. L’unica certezza che hai è quella di esistere, di esserci. Questa è la sola verità possibile: il fatto concreto, immediato e indubitabile della tua esistenza personale.
-Quindi il vero è l’esperienza diretta di sé, non una conoscenza, un sapere come si intende di solito…
-La verità non è una cosa che puoi trasmettere come se fosse una teoria, un concetto, un’immagine o un simbolo. Tutte queste cose potrebbero avere un opposto che le contraddice. Invece il fatto di esistere non può essere contraddetto o negato, è puro essere assoluto, privo di opposizioni.
-In effetti, tolta la percezione che ho di me stesso, che è intuitiva e immediata, tutto il resto, tutto quello che conosco, mi è derivato dall’esterno, quindi non posso dimostrarne la realtà e la verità. Posso sottoporre al dubbio tutto quanto…
-E devi farlo, se aspiri a una verità che sia davvero tale, senza infingimenti e preconcetti. Vero è ciò che è, non ciò che pensiamo che sia o dovrebbe essere. Ci vuole molto coraggio a guardare le cose come sono. La verità costa, non puoi trovarla a buon mercato su una bancarella, nelle parole di un altro o in un libro. Parti da qui: tu sei… e lo sai, senza ombra di dubbio, senza dimostrazioni, verifiche o ragionamenti.
-Mi rendo conto che davvero la mia esistenza è l’unica verità accessibile e certa per me. E capisco che nessuno può aiutarmi a conseguirla: non ce n’è alcun bisogno, perché è già mia, qui e ora.
-Nessuno può negare la tua verità, la percezione che hai di te stesso. In questa ricerca ognuno è completamente solo. Però guarda la libertà che ne deriva: ci si scopre soggetti autonomi, capaci di trovare la propria verità senza dipendere da nulla e da nessuno.
-In effetti, affidarsi ad altri per conoscere sé stessi mi sembra la vera contraddizione. Non avendo certezza dell’esistenza degli altri -poiché potrebbero essere immagini di sogno- cosa potrei aspettarmi da loro? Sarebbe un circolo vizioso: cercare il vero in chi non offre nessuna garanzia di realtà.
-Tutto torna sempre a te stesso e al tuo giudizio. Guarda, anche nelle cose ordinarie, ogni cosa che ritieni “vera” sembra tale perché tu dai il tuo assenso, sei convinto o persuaso e dici di sì. Se segui un’autorità e le dai credito è perché tu hai stabilito che quella sia una voce autorevole e degna di fiducia.
-Dunque tutto torna sempre a me stesso. È esagerato dire che il mondo che abito è vero nella misura in cui io lo ritengo tale? Che ogni verità parte da me, anzi è in me?
-Ogni verità viene da te perché tu sei la sola cosa definibile come verità -tu come coscienza di te stesso, come consapevolezza di essere pienamente presente nel qui e ora, oltre ogni sogno o immaginazione o fantasia. Il solo vero, il solo reale.
-Ma questa non è una forma di solipsismo? Sono io il solo esistente nell’universo? La sola coscienza in questa sterminata realtà? Gli “altri” non ci sono?
-Non abbiamo detto che non ci sono, ma solo che non possiamo dimostrarlo.
-Però mi inquieta l’idea che ogni cosa possa essere irreale e che anche tu sia solo una mia proiezione…
-Se tutto ciò che vedi e conosci è una tua proiezione, allora è il frutto della tua immaginazione, non è separato da te e dalla tua coscienza, appartiene sempre alla tua verità, alla verità di te stesso. E in ogni caso, anche se è solo un sogno, puoi viverlo come assoluta realtà, se vuoi. Puoi anche cambiarlo, scrivendo un’altra trama, giocando con il tuo personaggio sulla scena del mondo…
-È una visione che mi destabilizza non poco. E che mi dà una grande responsabilità…
-Sì, quella di essere te stesso fino in fondo e di farlo nel modo più alto e più bello. Così il sogno si modellerà sulla tua coscienza, sulla tua volontà, sulla tua verità.
-Ma se l’altra persona è reale, se ha veramente una coscienza come la mia? Cosa cambia per me?
-Questo devi deciderlo tu, non posso dirtelo io. Non vedermi come un’autorità, altrimenti ricadiamo nell’errore che volevamo evitare. Io ti ho solo suggerito uno spunto di riflessione, adesso continua camminando sulle tue gambe, fidati di te stesso.
-Però, voglio insistere… Se tu sei reale e la tua coscienza è come la mia, cosa ne è della mia verità?
-Rimane tale, non si sposta di un millimetro la certezza del tuo sentire. E comunque, se quello è vero, allora la mia coscienza è come la tua, è la tua, io vedo dal tuo punto di vista, sento quello che tu senti, conosco quello che tu conosci.
-Vuoi dire che noi non siamo realmente separati? Che sogno o non sogno, tutto è uno?
-Indaga su questo. Io ho fatto la mia ricerca che mi ha portato a una conclusione che è il “sentire” del mio sogno: c’è un’unica coscienza in fondo a tutto il sogno-realtà che noi chiamiamo Esistenza.
-Questa prospettiva mi attrae profondamente, anche se penso di non comprenderla del tutto. Ma giustamente, come abbiamo detto, se è davvero così o no, questo dovrò scoprirlo da solo. Nessuno può fare il cammino per me. Non posso aggrapparmi a nulla, devo trovare le mie certezze. Devo navigare a vista nel grande oceano della vita, alla ricerca della verità di me stesso…
-Beh, che dici… ti pare che ci sia qualcosa di più bello?
25 febbraio 2025
210 In questo preciso istante
Questo istante è tutto quello che c’è.
Questo preciso istante è l’unica vera realtà.
In questo istante sei tutto quello che sei.
In questo preciso istante c’è tutto quello che cerchi.
Questo momento è quello in cui hai la possibilità
di volere, essere ed esprimere la tua natura.
Il tuo potere è in questo istante, nell’adesso.
“Ora” è per te l’unico, assoluto momento di libertà
dove puoi inventarti e farti creatore del mondo.
L’unico tempo in cui puoi incontrare gli altri.
L’unico tempo in cui puoi incontrare te stesso.
Il passato non lo puoi cambiare, non dà libertà,
è un cumulo di attimi morti, frammenti senza vita.
Solo il presente è vivo, multiforme, inesauribile.
Il futuro non esiste, quindi non puoi farci nulla,
è solo vana fantasia, esiste solo in astratto.
Il presente è accadere concreto, un evento.
Solo in questo “ora” puoi agire sulle cose.
Solo in questo “ora” puoi trasformare te stesso.
Nell’istante sei il punto focale di tutto l’universo.
Tutto sorge e ruota intorno alla tua coscienza.
Come un faro la coscienza illumina il reale,
mette a fuoco la profonda verità del vivente.
Tutto l’esistente è condensato in questo adesso.
Tutto l’esistente è raccolto in questo momento.
E poiché tutto è ora, il presente è il senza-tempo.
Eternità è l’istante che si dissolve mentre appare.
Eternità è l’adesso in cui tutto accade e niente muta.
Il mutamento è illusione della memoria che rievoca,
collega istanti morti, attimi fuggevoli, brandelli di ricordi.
È illusione del pensiero che costruisce e proietta
una fittizia immagine del tempo, legata al trascorso,
un falso futuro che allontana dalla verità dell’adesso.
Tu nasci e muori continuamente, come una fenice.
Devi morire per rinascere al prossimo momento,
lasciare spazio libero a un nuovo altro te stesso.
Mancare il presente è il male oscuro dell’anima.
Vivere il presente è realizzare appieno chi sei,
la cosa più semplice e insieme la più difficile,
il fatto più reale e la decisione più impegnativa.
Nessuno può sfuggire alla forza del presente.
L’”ora” comprende tutto e nulla e molto di più.
Solo in questo preciso istante puoi vedere.
Solo in questo preciso istante puoi capire.
Solo in questo preciso istante sei vivo e reale.
Solo in questo istante puoi essere te stesso.
1 marzo 2025
sito e testi di michele losanna – michele.losanna22@gmail.com
