Filosofia oltre il Confine

Per gli amanti della Filosofia


307 Non puoi conoscere te stesso

-Da Socrate ai mistici di Occidente e Oriente, tutte le antiche Sapienze insegnano: “conosci te stesso”. Ma dicono altresì che la vera conoscenza è “non sapere”, uno stato di ignoranza. Non è una contraddizione?
-È un paradosso che tutti i cercatori incontrano: la conoscenza di sé, intesa nel modo abituale, è in realtà impossibile. Ogni sapere implica una separazione del soggetto dall’oggetto. Questo vale per le cose e i fenomeni esteriori. Ma non per te. Non puoi creare una distanza da te stesso, non puoi vederti “da fuori”, in modo distaccato. Questa è la prima difficoltà.
-Non posso osservare i miei pensieri e le mie emozioni?
-Sì, ma tu non sei quello. Mentre li osservi chiediti: chi è colui che vede? Dov’è colui che conosce? Nota che c’è una distanza tra te e i tuoi pensieri, li vedi come su uno schermo. Dunque tu non sei i pensieri, che appaiono e scompaiono davanti a te, come oggetti della percezione. È il sapere come lo intendiamo comunemente. Ma noi ci stiamo interrogando sul soggetto conoscente, su colui che si sente “io”. L’osservatore non può dividersi in due. Non può mettersi davanti a sé stesso.
-Siamo quindi destinati a non conoscerci?
-Dal punto di vista della mente, sì. Il conoscere implica parole, definizioni, si basa sul pensare per concetti.
-Pensiero e ragione non parlano del soggetto che dice “io”?
-No, parlano del “me”, che è un’idea del soggetto, una costruzione concettuale. Il pensiero non può afferrare colui che osserva il pensiero. Se intendiamo il conoscere come il ‘dire di’, non c’è possibilità di arrivare alla conoscenza di sé.
-E cosa rimane?
-Rimane il silenzio della parola, il non sapere, quella che i sapienti chiamavano dotta ignoranza. Ma questo “ignorare” è solo per la mente. Non è un’assenza. È un “conoscere” a un livello completamente diverso. O meglio, un riconoscere.
-Un riconoscere cosa?
-Il fatto puro e semplice di essere. È passare dall’intelletto alla consapevolezza. È sentire con assoluta certezza, senza ombra di dubbio, di essere “io”. Un “ri-conoscere” nuovo, immediato, che è oltre le parole. È essere sé stessi.
-Quindi il saggio giunge a essere sé stesso e, in questo senso, a “riconoscersi”?
-Il riconoscersi non è una pratica o un processo. Non ha bisogno di tempo, concetti, teorie o dimostrazioni. È la consapevolezza di quello che sei e sei sempre stato: una pura presenza cosciente, oltre i limiti del pensiero.
-E allora che cosa mi resta da fare?
-Nulla di ciò che la mente intende come “fare”. Nessuno sforzo è necessario per realizzare quello che sei. Il “fare” ti allontana da te stesso. Devi abbandonare l’idea di cercarti come se fossi un oggetto. Ogni ricerca presuppone una separazione, ma tu non sei “altro” da te. Finché ti cerchi, ti pensi come un “qualcosa”, un’immagine, un pensiero. Tu non sei nulla di tutto questo.
-Qual è la via da seguire?
-Nessuna via. Il tuo vero sé è già qui. Nel momento in cui smetti di inseguire, definire, afferrare, resta solo una presenza che non ha bisogno di essere conosciuta. Rimani in quella presenza consapevole. È tutto.
-Alla fine, il “conosci te stesso” degli antichi ha ancora un valore per noi?
-Sì. Si tratta solo di interpretarlo nel modo giusto. Non puoi conoscere te stesso come conosci una cosa. Puoi solo essere te stesso. E per esserlo non devi fare nulla. Solo accorgerti che lo sei già.
29 marzo 2026

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