
305 Il significato della vita
-Discepolo: “La vita ha un significato?”. È una domanda che mi perseguita e mi inquieta.
-Maestro: È una delle domande più antiche e universali. Come uomini non possiamo fare a meno di interrogarci sul senso della nostra esistenza. Tutti noi la incontriamo prima o poi. Ma più cerchiamo un significato, più sembra sfuggirci. Un paradosso che può togliere la pace.
-Discepolo: Sì. Sembra difficile spiegare cosa è la vita. Il significato tradotto in parole appare vuoto, artificioso, inconcludente.
-Maestro: Magari non è così importante trovarlo. Guarda la bellezza della natura, la sua armonia: c’è bisogno di ridurla in spiegazioni? Il bello può essere goduto così com’è, non deve necessariamente “significare” qualcosa. Così è anche per il nostro esistere.
-Discepolo: Quindi siamo noi a voler tradurre tutto in significato. Perché lo facciamo?
-Maestro: L’essere umano non si limita a osservare il mondo, lo interpreta. È nella sua natura spiegare i fenomeni per dare un senso a quello che vede. Vuole dare ordine a una realtà diveniente che non può governare e che teme.
-Discepolo: La ricerca del significato nasce dalle nostre paure?
-Maestro: Non solo. Si origina anche dai desideri, dai bisogni, dalle nostre convinzioni e speranze. E soprattutto dalla nostra identità personale, dal fatto che ci percepiamo come un “io” separato.
-Discepolo: Vorrei capire perché il ruolo dell’io è così importante.
-Maestro: Il senso che attribuiamo alle cose si riferisce sempre a noi stessi, a quello che siamo e desideriamo. In questo non c’è nulla di male, è un fatto naturale. Quando però ci poniamo la domanda sul significato della vita il gioco si interrompe. Il significato diventa un limite. Dare un senso vuol dire delimitare, definire, chiudere qualcosa di vivo in un concetto. La vita invece appare come qualcosa di aperto, vasto, imprevedibile, inafferrabile.
-Discepolo: Forse ho capito. Si può dare significato ai singoli fenomeni, ma non all’esistenza nella sua totalità.
-Maestro: Sì. C’è una sproporzione insuperabile tra il pensiero umano incentrato sui desideri di un piccolo io personale e l’immensità della vita nelle sue infinite forme e possibilità. È come cercare di costringere il mare in un bicchiere.
-Discepolo: Quindi, nel tentativo di capire, rischiamo di ridurre la vita a…?
-Maestro: …a una cosa tra le altre, a un frammento, quando invece è un intero senza confini.
-Discepolo: L’idea che della vita non si possa trovare il senso mi spaventa non poco.
-Maestro: Cerca di vederlo come una liberazione, non come una perdita. Senza un significato imposto dall’esterno: non c’è un modo “giusto” di vivere; non c’è un fine da inseguire a tutti i costi; siamo liberi di dare al nostro vivere tutti i significati che vogliamo, o anche nessuno.
-Discepolo: Dicevi che la vita è un intero. Mi spieghi meglio?
-Maestro: È un intero indivisibile, non qualcosa da sezionare o spiegare. L’esperienza precede sempre il concetto. Vivere significa partecipare, con uno sguardo diverso: senza frammentare o interpretare.
-Discepolo: Mi dai un’indicazione pratica?
-Maestro: Osserva la vita, sentila, apprezzala, senza cercare subito il “perché”. Davanti a un tramonto, in un momento di silenzio, lascia che tutto possa scorrere senza precipitarti a una spiegazione. Se vorrai, quella verrà dopo. E forse non ce ne sarà più bisogno.
-Discepolo: Dunque, potremmo dire che il vero senso è non cercare un senso.
-Maestro: Hai espresso bene il paradosso. Il senso della vita non è qualcosa da trovare, ma infiniti modi di vivere da sperimentare senza ridurli a schemi e concetti.
-Discepolo: Voglio provare a vivere la vita senza preoccuparmi di “spiegarla”.
-Maestro: Bene. Però ricorda quello che dicevamo: quando ti poni la domanda “La vita ha un significato?” metti da parte il tuo io, sentiti l’intero, diventa quella vastità che guarda sé stessa. Allora, in quel silenzioso sguardo, può arrivare la risposta. O forse, semplicemente, nessuna risposta sarà più necessaria.
27 marzo 2026