
302 Seguire la luce
-Dicono che Proclo, il grande maestro neoplatonico, fosse solito alzarsi all’alba per intonare un inno al sole nascente. Cosa strana per un filosofo. Il saluto al sole sembra essere più un rito religioso…
-Per lui non era un rituale religioso, era un atto filosofico. Il sole era l’immagine visibile dell’intelligenza divina. La sua non era una preghiera, ma un riconoscimento della realtà del primo Principio.
-Quindi era un’espressione della metafisica dell’Uno, tipica del neoplatonismo.
-Sì, però devi sapere che anche un suo discepolo gli chiese il perché e gli fece un’obiezione: stava rendendo onore a un’immagine sensibile; non era invece compito del filosofo elevarsi oltre il visibile? Sappiamo che i neoplatonici vedevano la materia come limitazione, oscurità, il grado più basso dell’essere.
-Conosciamo la risposta di Proclo a quel suo allievo audace?
-Sembra abbia detto così: “Il mondo materiale è una soglia. Il filosofo non si ferma alla luce: la segue fino alla sua fonte.”
-Mi pare una risposta ermetica.
-Proclo distingue la luce materiale del cosmo da quella immateriale dell’Uno. Ma, al contrario di altri neoplatonici, ritiene che anche la realtà sensibile partecipi alla bontà del divino, per quanto in modo imperfetto e limitato. Il cammino del filosofo è un’ascesa dell’anima, che si eleva gradatamente dall’ombra alla luce dell’Uno.
-Mi sembra comunque un insegnamento piuttosto difficile.
-Un altro discepolo di Proclo la pensava così e gli chiese: “Perché la verità è così difficile da raggiungere?”
-E lui cosa rispose? Che era un giovane troppo impaziente?
-Nessun rimprovero. Sorrise e gli disse: “Non è la verità a essere difficile. È l’anima che deve diventare capace di sostenerla.” E aggiunse: “Se fosse semplice, non trasformerebbe nulla.”
-In effetti, una verità facile da conquistare sarebbe troppo ovvia e banale. E non servirebbe a migliorarsi.
-Forse la verità non è così difficile da raggiungere, siamo noi a essere complicati. Ciò che vogliamo scoprire è davanti ai nostri occhi, dobbiamo solo aprirli.
-Ci sono altri particolari su Proclo? Vorrei conoscerlo meglio.
-La biografia di un filosofo per noi non è semplice curiosità. Può dirci tante cose su di lui.
-Già, penso a Socrate, che conosciamo solo attraverso testimonianze da fonti disparate.
-Il che rende la sua figura poliedrica, enigmatica e inafferrabile. Ma torniamo al neoplatonico Proclo. Era apprezzato da tutti per la sua gentilezza e la sua intelligenza. Da piccolo era stato molto malato e aveva rischiato di morire. Poi era stato investito da una misteriosa luce ed era guarito. Da allora il ricordo di quella luce era diventata una inesausta ricerca dell’Uno divino.
-Hai ancora qualche aneddoto su di lui?
-Ti racconto un episodio singolare: durante una lezione sul primo Principio il maestro improvvisamente tacque. Il silenzio nell’aula si protrasse a lungo, tanto che gli allievi iniziarono a guardarsi preoccupati e confusi. Alla fine Proclo concluse: “Se avete sentito, questo è ciò che le parole non possono dire.”
-Bello. Un insegnamento senza parole. Forse il più profondo.
-Arrivati a un certo punto, di fronte al Principio supremo e all’impossibilità di descriverlo e definirlo, la parola tace. È il silenzio che parla. Per Proclo il vertice della filosofia non era un discorso o una dimostrazione, ma un oltrepassamento. Era spingere lo sguardo oltre il confine del mondo sensibile, nell’immateriale, nell’ineffabile, là dove il linguaggio è impotente a descrivere.
-Il silenzio a volte è più eloquente di qualsiasi spiegazione.
-Nei momenti più alti le parole appaiono insufficienti rispetto al sentire. Comunque Proclo non si atteggiava a grande sapiente, benché tutti lo considerassero tale.
-C’è qualche episodio anche su questo?
-Sì. Una notte fece un sogno. La sera prima si era arrovellato su un problema, senza venirne a capo. Poi si era addormentato e aveva sognato una figura luminosa che gli mostrava la soluzione. Il giorno dopo raccontò il fatto ai suoi allievi, dicendo: “Non tutto quello che insegno viene da me. Alcune verità si lasciano incontrare solo quando smettiamo di inseguirle.”
-Direi un bell’esempio di modestia.
-Forse non era modestia. Proclo era onesto, affermava una profonda verità. Quando abbiamo un’intuizione, questa sembra scaturire da un luogo “altro”, da una dimensione sconosciuta. È come dire: la verità non appartiene a nessuno, si manifesta in modo inaspettato.
-Comunque era un filosofo dal sentire profondo.
-È così. Un giorno, durante una passeggiata ad Atene, un discepolo gli chiese cosa rendesse una città veramente grande. Proclo indicò gli edifici, i templi, le strade, poi scosse il capo: “Tutto questo è solo la sua ombra.” E concluse: “La vera città è fatta dalle anime che sanno elevarsi. Tutto il resto è solo scenografia.”
-Sembra che la filosofia di Proclo sia stata guidata da un’idea fissa: seguire la luce.
-Bravo, questa espressione è molto adatta. Tutto il neoplatonismo è una metafisica della luce, un’ascesa dell’anima al divino. Questo però non significa che Proclo si ritirasse dal mondo, rifuggendo dalla vita materiale delle attività quotidiane. Diceva ai suoi discepoli: “Il filosofo non fugge dal mondo, impara a leggerlo.”
-Un insegnamento che vale anche per noi.
-È una visione che attraversa molta filosofia neoplatonica: il mondo sensibile non è un ostacolo, ma un passaggio. Non è qualcosa da negare, ma da interpretare. Ogni forma visibile è una traccia, ogni luce riflessa un segno e un invito. Unire l’alto e il basso, l’umano e il divino; vivere il mondo come un attraversamento; coltivare le virtù dell’anima per elevarsi: è il messaggio che da Proclo è arrivato a noi. Con le sue parole e i suoi silenzi.
19 marzo 2026