
300 Quando l’io scompare
-Vorrei tornare su un insegnamento del Buddha: l’idea che l’io sia solo un’illusione. È un’idea radicale e confesso che faccio fatica ad accettarla.
-Innanzitutto, per il Buddha l’inesistenza dell’io non è una teoria, ma un’esperienza reale, il riconoscimento diretto della propria natura che lui chiama nirvana o risveglio. Inoltre, non devi accettare nulla prima che non sia una tua personale realizzazione. Se un’idea ti intriga e ti attrae, porta avanti la tua ricerca con mente libera.
-C’è qualche storia o discorso del Buddha che torna su questo tema?
-Sì, nel Bahiya Sutta. Si racconta che un asceta chiamato Bahiya venne dal Buddha e gli chiese di insegnargli la verità. Dopo un lungo silenzio il Maestro disse: “Nel visto ci sia solo il visto. Nell’udito solo l’udito. Nel percepito solo il percepito. Nel pensato solo il pensato.” E poi aggiunse: Quando per te ci sarà solo il visto nel visto, solo l’udito nell’udito, solo il percepito nel percepito e solo il pensato nel pensato, allora non sarai “in esso”. E quando non sarai “in esso”, non sarai né qui né altrove né tra i due.” Questa, concluse il Buddha, è la fine della sofferenza.
-Parole piuttosto oscure, anche se mi sembra di intuire qualcosa del significato: nell’esperienza del mondo l’io deve farsi da parte.
-Sì. Noi non facciamo semplicemente esperienza dei fenomeni. La mente interviene continuamente, aggiungendo una rete di interpretazioni: “sono io che vedo”, “mi piace”, “non mi piace”, “questo suono è piacevole”, “questo sapore è troppo aspro”. Ricordi, preferenze, identità e aspettative colorano ciò che percepiamo.
-E quindi dov’è il problema?
-Tu cosa dici? Che cosa compare invariabilmente in tutte le interpretazioni dell’esperienza?
-Ora, a pensarci… le idee possono essere infinitamente diverse, ma c’è un denominatore comune: il mio “io” è sempre implicato, “io” sono sempre presente.
-Ecco, secondo questo insegnamento è proprio qui che nasce l’illusione dell’io. Il Buddha dice che l’esperienza, nella sua forma più immediata, non contiene ancora questa costruzione. C’è semplicemente il vedere, il sentire, il percepire, il gustare, il toccare.
-E come si forma l’io?
-L’idea di un soggetto stabile che fa l’esperienza appare solo dopo: è una specie di commento mentale. Prima c’è il vedere. Solo dopo appare colui che vede. Ci raccontiamo di essere un soggetto separato dall’oggetto, un io che osserva il mondo. Ma secondo questo insegnamento quella separazione è una costruzione: nasce dal pensiero che interpreta l’esperienza.
-Cerco di capire… Se il commento mentale si interrompe, cosa ne è di me e dell’esperire?
-Se il commento si ferma, rimane una forma di esperienza diretta, immediata, non filtrata dal senso di “io” e “mio”. Un “vedere” puro, un “ascoltare” puro, un “sentire” puro, ecc. Si dissolve la separazione tra soggetto e oggetto. C’è il vedere, non “colui che vede” e “ciò che è visto” come due cose distinte.
-Sembra un insegnamento troppo radicale, quasi improponibile al giorno d’oggi.
-La filosofia occidentale ne ha ricalcato le tracce secoli dopo, esplorando questi problemi. La fenomenologia, ad esempio, tenta di descrivere l’esperienza così come appare prima che intervengano le interpretazioni concettuali. Ma con il Buddha troviamo qualcosa di ancora più radicale. Non abbiamo solo una teoria della percezione, ma una trasformazione concreta e totale del modo di percepire.
-Percepire senza un “io”.
-Sì, vedere senza aggiungere un “io che vede”, sentire senza un “io che ascolta”, pensare senza identificarsi con il pensiero.
-Però l’esperienza del mondo rimane.
-L’esperienza rimane semplicemente ciò che è: vedere, udire, percepire, pensare. Allora non si è più “dentro” quell’esperienza, né “fuori” da essa. Non si nega la realtà dell’esperire, ma si osserva come il pensare costruisce continuamente un centro immaginario che ne diventa il soggetto.
-E realizzare questa intuizione dove ci porta?
-Quando questa costruzione comincia a cadere, il rapporto con il mondo cambia. L’esperienza diventa più semplice, più immediata, meno prigioniera del conosciuto. E soprattutto meno carica di tensione. Un vedere spontaneo senza ansia, aspettativa o paura. Per questo il Buddha afferma che questa intuizione è la fine della sofferenza. Non perché il dolore fisico scompaia, ma perché la mente smette di costruire continuamente una storia intorno a ciò che accade.
-Da dove partire per fare questo cammino?
-Osserva attentamente ciò che accade nel percepire: l’esperienza si presenta prima come un evento semplice: un colore appare, un suono emerge, una sensazione viene avvertita. Solo una frazione di secondo dopo la mente introduce il pensiero: “io vedo”, “io sento”, “questo è mio”. Il soggetto sembra apparire all’interno dell’esperienza come una specie di descrizione mentale. Con il tempo poi si vede qualcosa di sorprendente: ciò che chiamiamo “io” non è il centro dell’esperienza, ma una costruzione concettuale che la mente sovrappone a ciò che accade. Il Buddha non ci chiede di credere a una teoria, ma di osservare con attenzione e porre una semplice domanda: che cosa rimane quando nell’esperienza c’è soltanto il vedere?
-Il suo insegnamento è una sorta di metafisica dell’esistenza?
-Il Buddha non propone una teoria metafisica sull’esistenza o la non- esistenza del sé. Invita a guardare l’esperienza prima delle teorie. E a chiedersi: se nel vedere c’è semplicemente il vedere, dove si trova il soggetto? È qualcosa che appare nella percezione stessa, oppure è un’interpretazione che la mente introduce dopo? In questo senso il suo è un rovesciamento di prospettiva: invece di partire dall’idea di un soggetto che osserva il mondo, si parte dall’esperienza stessa. E dentro quell’esperienza l’io appare come una costruzione narrativa, un centro che organizza ciò che accade.
-E quando questo “io” molla la presa è la fine della sofferenza?
-Sì, perché l’esperienza diventa meno centrata sull’idea di un io che possiede, controlla o difende il percepito. La sofferenza umana nasce dal continuo tentativo di proteggere e rafforzare questa identità costruita. Quando l’esperienza non viene più interpretata costantemente attraverso la lente dell’“io” e del “mio”, la tensione si allenta. Allora rimane soltanto il semplice vedere, sentire, gustare, toccare. Senza un io che se ne appropria. È questo che il Buddha chiama risveglio. È questo che chiama nirvana.
15 marzo 2026