
299 L’elefante non dice “io sono”
-Un discorso attribuito al Buddha dice: “L‘elefante che vede la sua forma riflessa nel lago e la scambia per un altro elefante è più saggio dell‘uomo che, vedendo il proprio volto riflesso, dice: sono io. Perché il suo vero Sé non è nel mondo della mutabilità, ma in quello del Non Essere, il solo mondo al di là delle insidie di Maya. Quello solo, che non ha causa né autore, che è auto-esistente, eterno, è il vero Io, il Sé dell‘Universo.”
-Il discorso usa concetti tipici della filosofia indiana e buddhista. È probabilmente una rielaborazione successiva al Buddha, perché mescola istanze di filosofie diverse. Ma è comunque interessante, proviamo a capire il significato.
-Cominciamo dall’elefante.
-L’elefante vede il proprio riflesso nel lago e lo scambia per un altro elefante.
-Come accadde a Narciso?
-Non proprio, l’elefante non è infatuato della sua immagine riflessa. La guarda per un attimo, beve l’acqua e se ne va. Il punto che qui interessa è: l’elefante vede una figura ma non la identifica come “sé stesso”. Quindi non costruisce l’illusione dell’io.
-Il Buddha dice che l’elefante è più saggio dell’uomo.
-Sì, perché l’uomo, quando vede il proprio riflesso e dice “sono io”, crea l’illusione di una identità stabile e indipendente. Secondo il pensiero buddhista classico, credere in un io permanente e autonomo è l’errore della mente umana.
-Perché l’uomo si inganna?
-Il buddismo elenca una serie di cause che generano l’illusione dell’io e la sofferenza: ignoranza, sensazioni, desideri, attaccamento a nome e forma, ecc. Nell’universo ogni cosa dipende da qualcos’altro, nulla ha un sé autonomo. L’io è solo un’apparizione temporanea nella rete infinita delle cause.
-Il testo parla anche di Maya. Non è una divinità?
-Maya rappresenta il potere dell’illusione cosmica che fa apparire stabile ciò che in realtà è mutevole e condizionato. Essa genera la credenza nell’io come una realtà separata e permanente. Una trappola in cui l’uomo cade inevitabilmente.
-Dunque non esiste un vero io?
-Il testo parla del “vero Sé”, eterno, senza causa, il Sé del Tutto. Questa però è una concezione tipica della filosofia vedantica. Invece il buddhismo originario di Siddhartha Gautama non parla di un Sé eterno universale, ma del superamento dell’illusione del sé, il nirvana.
-Quindi il testo, come dicevi, è una reinterpretazione tarda che mescola concetti provenienti da tradizioni indiane e buddhiste.
-Sì, ma la sostanza non cambia. Il significato è lo stesso: l’errore umano è identificarsi con l’immagine di sé. L’uomo vede il proprio riflesso psicologico, costruisce l’idea di identità e si attacca ad essa. Così entra nel ciclo delle cause e delle illusioni. Qui è l’origine di desiderio, paura e sofferenza.
-Si può sfuggire a tutto questo?
-La liberazione spirituale consiste nel vedere con chiarezza che ciò che chiamiamo “io” è solo un processo, non una sostanza. La saggezza, in questa prospettiva, non consiste nel migliorare il proprio io, ma nel comprendere che esso è illusorio e mutevole, solo una forma momentanea, un riflesso nel grande fiume dell’esistenza.
-Certo è una prospettiva molto alta e impegnativa. Mettere in discussione il proprio io è un cammino impervio, che mi sembra per pochi. Scendendo a un livello più semplice per noi: c’è qualcosa che possiamo imparare dal paradosso dell’elefante per la vita quotidiana?
-Sì, una lezione importante: non dobbiamo scambiare le nostre immagini mentali e i nostri concetti per verità ultime. Siamo una realtà transitoria e in continuo mutamento. È bene non aggrapparsi ai concetti e mantenere sempre un atteggiamento di vigilanza, vivere in modo lucido e consapevole.
-E così sfuggire alle grinfie di Maya.
-Maya è sempre in agguato. È quando scambiamo le nostre immagini mentali per la realtà, quando ci aggrappiamo a un’idea ingannevole di ciò che siamo, quando dimentichiamo che ogni cosa è dipendente e in intima connessione con tutte le altre. Il paradosso dell’elefante allora diventa una piccola lezione di saggezza. L’animale vede un’ombra e se ne va; l’uomo invece costruisce un’identità fittizia e la difende per tutta la vita. Forse il primo passo del risveglio consiste proprio in questo: accorgersi che l’“io” a cui siamo così affezionati non è altro che un riflesso sull’acqua. Quando l’acqua si increspa, l’immagine scompare. Ma il fiume dell’esistenza continua a scorrere.
12 marzo 2026