Filosofia oltre il Confine

Per gli amanti della Filosofia


297 Pregare Dio di liberarci da Dio

-Mi affascinano le figure dei mistici di ogni tempo. Possiamo dire qualcosa sulla loro ricerca del divino?
-Ci sono mistici che cercano Dio. E altri che hanno il coraggio di andare persino oltre questa parola.
-Andare oltre Dio? Un’idea inconcepibile per un mistico.
-È un paradosso sorprendente. Eppure questo è il cuore del pensiero di Meister Eckhart, frate domenicano del XIII secolo. Uomo colto, predicatore brillante, professore a Parigi. Ma soprattutto, un esploratore dell’interiorità.
-Come orientava la sua ricerca?
-Non cercava nella spiritualità consolazione o facili credenze. Indagava il fondo dell’anima, quel luogo in cui l’uomo non è più diviso e si volge totalmente al divino.
-E quale fu la sua scoperta?
-Arrivò a questa conclusione: il più grande ostacolo tra l’uomo e Dio è l’idea che l’uomo ha di Dio.
-Non riesco a capire…
-Ogni volta che pensiamo Dio lo trasformiamo in un oggetto. Può essere l’oggetto più alto e perfetto, ma resta qualcosa di fronte a noi. Rimane una distanza. C’è sempre un “io” che contempla Dio come separato.
-È quello che accade nella fede. La devozione può diventare un limite?
-Sì. Eckhart arriva a una conclusione sconcertante: bisogna pregare Dio di liberarci da Dio.
-È una frase impegnativa, quasi blasfema.
-Così sembra. Ma il significato è questo: bisogna essere liberati dal Dio che l’io possiede come concetto o immagine. Finché Dio è un prodotto della mia coscienza, la visione resta limitata, è solo una proiezione dei miei desideri.
-E dunque, qual è la via di uscita?
-Eckhart propone ciò che chiama Gelassenheit: abbandono, lasciar- essere. Non è passività, ma totale rinuncia alla pretesa di possedere.
-Rinuncia a cosa, esattamente?
-A tutto. Non solo alle cose materiali, non solo all’immagine di sé. Anche al merito spirituale, al desiderio di ricompensa, all’idea di poter definire il divino. Ma soprattutto rinuncia al bisogno di sentirsi “uniti a Dio”.
-Mi sembra un cammino molto più estremo di quello di un asceta comune.
-Sì. Perché qui non si tratta di migliorare l’io, ma di svuotarlo. L’io deve farsi da parte per lasciare spazio al divino che, nel fondo increato dell’anima, nasce continuamente.
-Quindi che ne è del rapporto uomo-Dio?
-Non c’è più un uomo che ama Dio e un Dio che viene amato. Non c’è più il due. C’è un’unica realtà che riconosce sé stessa. Un’assoluta unità, una luce che annulla ogni separazione.
-E questo il picco dell’esperienza mistica?
-È un’esperienza assolutamente semplice, ma anche la più difficile. È prendere coscienza di una realtà che è sempre davanti agli occhi, ma sfugge continuamente per la smania dell’io di possedere. È un morire prima di morire. Non nel senso fisico, ma nel senso di estinguere ogni desiderio di appropriazione.
-Sono curioso di sapere: come viveva Meister Eckhart?
-Nessun fatto eclatante. Esteriormente era un frate come gli altri: predicava, insegnava, viaggiava. Interiormente, cercava il punto in cui nessuna immagine potesse alimentare il suo io, dissolvendo la separazione tra sé e l’Assoluto.
-Era questa per lui la vera libertà?
-Sì, libertà era essere così vuoti interiormente da non possedere nulla e nessuno, nemmeno sé stessi.
-C’è qualcosa nel messaggio di Eckhart ancora valido per noi?
-Oggi costruiamo identità, profili, puntiamo a versioni abbellite di noi stessi. Eckhart ci porrebbe una domanda scomoda: chi siamo, se smettiamo di raccontarci? La rinuncia dell’io non è diventare invisibili, non è fuggire dal mondo. È togliere sé stessi dal centro della scena. È lasciare spazio a ciò che accade, a ciò che è.
E forse proprio allora, nel fondo dell’anima, può nascere qualcosa di più semplice e più vero: l’esperienza di un essere umano intero.
6 marzo 2026

Home Articoli