
296 La trasparenza dell’io
-Ci sono personaggi quasi sconosciuti che hanno vissuto vite esemplari. Tra questi Evagrio Pontico, nell’Egitto nel IV secolo. È annoverato tra i grandi mistici dell’antichità.
-Sì, un personaggio singolare. Nelle torride giornate del deserto Evagrio sedeva davanti alla sua capanna di paglia e fango, non lontano dalle acque del Nilo. Era il suo eremitaggio, un confine tra sé e il mondo. Rifletteva sulla purificazione dell’intelletto e sulla dissoluzione dell’ego.
-Cercava una visione del trascendente?
-Non cercava visioni, non compiva riti o magie. Cercava solo una cosa: diventare trasparente.
-Trasparente? Voleva essere un nessuno? Un asceta che ha rinunciato a tutto?
-Sì. Ma il paradosso è che proveniva da una realtà diametralmente opposta. Era stato un uomo brillante e famoso. A Costantinopoli era un maestro di eloquenza, un fine conoscitore di teologia e retorica.
-Un grande sapiente acclamato… Allora cosa lo spinse a cambiare vita in modo radicale?
-Non era solo un dotto. Portava avanti la sua ricerca interiore con sincerità e dedizione. Gli studi erano un mezzo per avvicinarsi sempre più al divino.
-E scoprì qualcosa di interessante?
-Sì, una realtà che lo riguardava e lo lasciò scioccato: capì che non desiderava soltanto conoscere Dio, desiderava essere colui che lo conosceva meglio degli altri.
-E cosa c’era di sbagliato?
-Vide in questo presunzione e vanagloria, un tradimento della sua ricerca.
-Ma dicevi che era sincero.
-Certo, lo era. E proprio la sua onestà gli fece vedere il rovescio della medaglia: comprese che anche il pensiero più santo può trasudare egoismo. Il desiderio di essere il primo, il più spirituale, il migliore, contaminava la purezza del suo intento.
-E quindi cosa fece?
-Fuggì nel deserto. Lasciò il vecchio mondo con tutte le “sirene” che alimentavano l’immagine di sé. Divenne un eremita, senza riserve, dubbi o ripensamenti.
-Fu facile questo passaggio?
-No, Evagrio passò un momento di crisi profonda. Non perché si fosse pentito del gesto. Si rese conto di portare con sé ancora tutto il suo passato: la sua immagine di uomo colto, l’orgoglio intellettuale, il bisogno di essere ammirato. E in più un gravoso bagaglio di idee, teorie, concetti e giudizi su sé e sul mondo.
-Meditava?
-La sua meditazione era semplice: rimanere in silenzio e osservare. Voleva ripulire la mente, ma si accorse che i pensieri disturbanti non si dissolvevano, anzi diventavano sempre più invadenti, togliendogli la quiete. Li chiamava loghismòi, pensieri che si insinuano. Però proprio grazie ad essi scoprì una cosa fondamentale.
-Quale?
-Che proprio questi pensieri incessanti costruiscono il “me”, una falsa identità che si pone al centro di ogni cosa. È così che nasce quello che chiamiamo “io”.
-L’io è quindi solo un prodotto del pensiero? È un’illusione?
-Non l’io in sé, ma l’io costruito dall’identificazione. È quella voce interiore che afferma: io parlo, io comprendo, io sono migliore, io sono avanzato. Evagrio capì che la vera lotta dell’asceta non è contro il corpo, con digiuni e rinunce, ma contro quella voce interna che dice: io sono.
-Evagrio arrivò da solo a questa consapevolezza?
-No, ci fu un incontro molto importante. Un anziano del deserto gli disse che se voleva trovare Dio doveva smettere di essere “qualcuno”. Evagrio non comprese subito il messaggio. Ma per anni praticò il discernimento: osservava ogni pensiero come una nuvola che attraversa il cielo. Non lo scacciava con forza, non lo accoglieva con compiacimento. Lo lasciava passare, semplicemente.
-E quale fu il risultato di questo continuo osservare?
-Realizzò che l’io non è un monolite, ma un intreccio di abitudini mentali. Ogni volta che smetteva di identificarsi con un pensiero, uno strato cadeva. Il passato diventava un turbine di foglie secche al vento. Ma non diventava più debole, diventava più leggero, più trasparente, più libero.
-La meditazione dunque era un togliere, un sottrarre.
-Sì. Accumulare conoscenze era quello che aveva fatto per tutta la vita. Ora voleva levarsi di dosso tutto il sapere e le esperienze del passato. E accadde… Un giorno, mentre il sole incendiava la sabbia del deserto, Evagrio sperimentò un silenzio nuovo. Non una assenza di suoni, ma l’assenza di centro. Non c’era più un osservatore che dicesse “sto meditando”. C’era solo presenza, una coscienza vigile, senza desiderio di appropriazione.
-Un’esperienza di distacco.
-Evagrio chiamava apatheia lo stato di libertà dalle passioni dell’ego che nasceva dal lungo esercizio di discernimento. Aveva capito che rinunciare all’io non è distruggere la propria identità, significa non aggrapparsi ad essa, smettere di difenderla. L’io si nutre di confronto; l’anima si nutre di apertura. L’io vuole possedere Dio come un oggetto di conoscenza; l’anima vuole essere attraversata dal divino.
-Come finì la sua storia?
-Continuò la sua vita di asceta, in pace con tutto e con tutti, riconciliato con sé stesso.
-Ha lasciato un messaggio?
-Abbiamo una testimonianza. Quando qualcuno gli chiese quale fosse la vetta della vita spirituale, rispose: “È quando non c’è più nessuno che sale.” E poi aggiunse: “Allora resta solo la luce”.
-Cosa possiamo imparare noi da Evagrio?
-Il deserto di Evagrio Pontico non è soltanto un luogo geografico. È uno spazio interiore. Non viviamo anche noi immersi nei nostri loghismòi? Pensieri ricorrenti, opinioni da difendere, giudizi da sostenere. Non costruiamo continuamente un “qualcuno” da mostrare, da affermare, da proteggere?
-Sì, siamo sempre pronti a difendere il nostro io. E da lì tanti dei nostri guai.
-Evagrio comprese che l’io si alimenta con l’identificazione. Ogni volta che diciamo “io sono questa opinione, questa immagine, questo giudizio”, aggiungiamo un mattone a quel centro che poi è fonte di paure, desideri e passioni scomposte.
-Non dobbiamo quindi fuggire nel deserto.
-Il suo insegnamento non invita alla fuga dal mondo, ma a un gesto più radicale e semplice: osservare senza appropriarsi. Agire senza costruire un idolo di sé stessi. Conoscere senza voler essere “colui che conosce”. Diventare quello spazio in cui rinunciamo a essere “qualcuno” per essere presenza, apertura, ascolto.
E forse, come suggeriva il vecchio asceta, è proprio lì che resta solo la luce.
4 marzo 2026