
293 Rohitassa il viandante cosmico
La notte era quieta come l’acqua di un lago.
Il Buddha sedeva sotto il banyan, in silenzio.
D’improvviso una luce apparve all’orizzonte,
un chiarore dalla forma di un vivente.
Un essere divino si presentò al Maestro,
il corpo radioso sfolgorante di luce,
il volto segnato da una malinconia antica.
Era Rohitassa, il deva.
Raccontò d’essere stato un tempo un uomo,
un asceta dotato di un potere straordinario:
la capacità di muoversi ovunque nello spazio.
E di aver vissuto con un solo desiderio:
raggiungere la “fine del mondo”,
il limite oltre il quale nascita dolore e morte
non possono più toccare l’essere umano.
Così aveva intrapreso un viaggio titanico.
Con i suoi poteri aveva varcato i continenti,
pianure, monti, oceani, ogni angolo del mondo.
Aveva viaggiato per anni, con volontà indomita,
nell’intero cosmo, come un eroe epico.
Ma nonostante il peregrinare e gli sforzi
non era giunto al confine agognato,
il luogo della cessazione di ogni sofferenza.
E la morte lo aveva colto all’improvviso,
lasciando irrealizzato il suo desiderio.
Dopo averlo ascoltato, il Buddha disse:
“Amico Rohitassa,
la fine del mondo non si raggiunge
viaggiando nello spazio.
Eppure, senza raggiungere la fine del mondo
non c’è liberazione dal dolore.”
Rohitassa rimase confuso a quelle parole.
Un grande paradosso, una sfida al pensiero.
Ma il Beato aggiunse la chiave:
“È in questo corpo lungo un braccio,
piccolo, fragile e mutevole,
con la sua percezione e i suoi pensieri,
che si trova il mondo: la sua origine,
la sua dissoluzione e il sentiero
che conduce alla sua fine.”
Il messaggio del Buddha era chiaro:
non parlava del mondo come luogo fisico,
ma dello spazio interiore dell’esperienza:
quel mondo di desideri, paure e proiezioni
che ci confina nella gabbia del dolore.
Rohitassa aveva attraversato il cosmo,
ma non aveva attraversato sé stesso.
Comprese allora che gli spazi solcati
erano la distanza che lo separava da sé;
che il confine del mondo non è un luogo,
ma un segreto custodito nella mente;
che la soglia non si oltrepassa in volo,
ma con un atto di visione interiore.
La luce di Rohitassa si accese,
come una fiamma che rinasce
a un improvviso alito di vento.
Si inchinò al Buddha con gratitudine.
Poi, senza pronunciare parola,
svanì nel buio vellutato della notte.
Restò solo il silenzio.
La risposta più bella e più vera,
quella che nasce dalla quiete
di un’anima che ha ritrovato sé stessa.
23 febbraio 2026