
292 Sunīta l’intoccabile
-Chi era Sunīta?
-Un umile spazzino. Un “fuori casta”, un emarginato dell’India antica. Il suo compito era raccogliere rifiuti e pulire le strade. Viveva con la convinzione, inculcata dalla tradizione, di non essere degno di avvicinarsi alle persone di casta più elevata.
-La società indiana di quei tempi era molto chiusa.
-Sì, il sistema delle caste poneva barriere invalicabili. Sunīta viveva ai margini, ignorato e disprezzato dalla collettività. E lui stesso si sentiva “impuro”, per le sue origini nella casta più bassa e povera.
-È la cosa più dolorosa: sentirsi indegno, senza aver colpa.
-Siamo quello che pensiamo di essere. Se un’idea è penetrata in profondità viviamo e ci comportiamo di conseguenza. Sunīta era convinto che la sua vita valesse nulla, che fosse già stata decisa dal caso o dal destino.
-E dunque cosa accadde?
-Un giorno passò di lì il Buddha con alcuni suoi monaci. Sunīta si ritrasse in disparte, per non “contaminare” con la sua presenza il Sublime e la sua comunità. Rimase immobile, in silenzio. Non osava alzare lo sguardo. Sapeva qual era il suo posto.
-Voleva scomparire. Si vergognava di esistere.
-Ma il Buddha si fermò. Non tirò dritto. Non lo evitò. Non lo ignorò. Gli rivolse invece parole impossibili da immaginare per un “intoccabile”: “Vieni, monaco.” E con queste sole parole, lo ordinò nella Sangha.
-Non un giudizio, non una parola più del necessario. Non una domanda o una spiegazione. Un gesto semplice, che abbatteva ogni confine.
-Sì. Non miracoli né parole di compassione o conforto. Il Buddha semplicemente si fermò. Un gesto radicale, che sovvertiva in un istante l’ordine di un mondo profondamente ingiusto.
-E Sunīta?
-Dicono che rimase senza fiato. Nessuno lo aveva mai guardato come essere umano. E l’invito del Buddha… era qualcosa di inaspettato e inconcepibile. E poi furono lacrime, quelle di un uomo che per la prima volta sentiva di avere valore, di essere degno di vivere.
-Dunque Sunīta l’”intoccabile” fu accolto nella comunità del Buddha.
-Non solo accolto. Il Buddha non “includeva” Sunīta, perché l’inclusione presuppone che resti valido il sistema che discrimina. Era qualcos’altro: la distinzione stessa tra puro e impuro, alto e basso, degno e indegno perdeva ogni significato. Se guardiamo l’uomo dall’esterno vediamo azioni, errori, mancanze. Quando lo sguardo si volge all’interno, il giudizio cade. In profondità c’è una coscienza che non appartiene a nessuna storia, nome o ruolo.
-E in seguito?
-Accolto tra i discepoli, Sunīta si dedicò alla meditazione con l’intensità di chi ha conosciuto una vita di esclusione. E alla fine raggiunse l’illuminazione diventando un arhat, un essere liberato.
-Ha lasciato qualche testimonianza?
-Di lui rimangono nel Theragāthā pochi versi che raccontano la sua trasformazione: “Inferiore tra gli inferiori ero, disprezzato da tutti. Ma il Beato, colmo di compassione, mi vide e mi chiamò a sé.” E ancora: “Ora, con la mente liberata, cammino come un re tra gli uomini.”
-Una storia significativa. Quando cadono le barriere diventiamo pienamente umani.
-Sì. È un esempio di compassione che annulla ogni confine. Il Buddha non predicava solo la liberazione interiore, ma anche la fine di ogni discriminazione sociale e spirituale. Questa è la vera spazzatura: etichette, gerarchie, giudizi interiorizzati che ci separano e ci rinchiudono in gabbie.
-Viene dunque messa in discussione quella che chiamiamo identità.
-Per il Buddha ciò che chiamiamo identità non ha consistenza propria: muta, dipende da cause, non è mai definitiva. L’“io” è una costruzione fragile. Se accettiamo questa visione non abbiamo nulla da difendere: status, reputazione, ruolo, ricchezza… nulla di tutto questo è essenziale.
-Quindi la liberazione non è diventare qualcuno.
-No. È liberarsi da ciò che si credeva di essere. Siamo ciò che resta quando ogni definizione è caduta. In quella assenza di attaccamento si apre un vuoto. Liberi da ogni vincolo possiamo approfondire la nostra ricerca. E allora tutto può accadere. Anche il risveglio.
23 gennaio 2026