Filosofia oltre il Confine

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291 Nella quiete il canto delle cicale

Oh, quiete —
nella roccia penetra
il canto delle cicale

(Bashō)

Il satori giunge sempre all’improvviso.
Un lampo dischiude la percezione
e il mondo non è più quello di prima.
Tutto si arresta nella contemplazione.
Un istante sospeso nel tempo.

Questo ci dicono le parole di Bashō.
La natura invita lo sguardo del poeta
a posarsi con levità sulle cose,
a vederle come fosse la prima volta.

Nella luce accecante del meriggio
ogni vita riposa nella quiete.
L’atmosfera vibra, quasi irreale,
apertura a un oltre senza nome.

Ed ecco, accade:
si leva improvviso il canto delle cicale.

Vite effimere, inconsce di sé,
fragili come tutte le cose che vivono.
Vite innocenti, senza progetto,
a cantare il loro tempo breve.

La cicala canta senza saperlo.
Un gesto semplice, privo di scopo,
che nasce dal silenzio e lì ritorna.
Vita che si offre così com’è.

La roccia, immobile, risponde.
Non viene scalfita dal suono, lo accoglie.
Il canto delle cicale la attraversa,
ma non è forza dirompente, è grazia.
Perché l’eterno essere non resiste,
accoglie in sé ogni cosa che passa.

Poi d’improvviso: è il satori.
Il mondo non è più quel mondo.

Nell’impermanente l’eterno.

Il canto della cicala e la roccia
non si oppongono più tra loro.
Contemplati nella quiete della mente
si fondono in un’unica realtà.

Cadono i confini:
tra materia e spirito,
tra alto e basso,
tra istante ed eternità.
Ogni separazione è svanita.
Solo l’accadere, semplice, compiuto.

Osservare senza nominare,
restare in ascolto, senza parola:
è la via di una mente pura.

Il canto delle cicale si fonde col silenzio.
È la soglia di una dimensione interiore,
dove ogni cosa è al suo posto,
dove il mondo non è più un problema.

Tutto è semplicemente ciò che accade.
In quell’innocenza lo sguardo si libera.
Lì può nascere un sentire nuovo.
20 gennaio 2026

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