
289 Filosofia è continuo superamento
-Dunque il filosofare non arriva mai a una conclusione?
-No, è un cammino di continua scoperta. Se arrivasse davvero a una conclusione cesserebbe di essere filosofia. Sarebbe un sistema chiuso, una dottrina, un sapere morto.
-Ma, come accade per ogni percorso, non dovrebbe avere una meta?
-Filosofare non ha una meta, ha delle soglie. Ogni volta che ne attraversi una lo sguardo si amplia, la consapevolezza si approfondisce, ma ciò che si apre davanti a te è sempre nuovo. La vita non conosce conclusioni definitive, è corrente continua, movimento incessante. La filosofia, se vuole restarle fedele, deve seguirne il ritmo.
-Quindi non può essere una scienza esatta.
-No. Una scienza cerca stabilità, leggi, esperimenti ripetibili. La filosofia, invece, vive nel cambiamento, nell’inatteso. Non fissa in schemi il reale, lo sfiora, lo accompagna. Quando si separa dalla vita diventa esercizio sterile. Quando smette di superare sé stessa diventa ripetizione di concetti senz’anima.
-Eppure la filosofia lavora proprio con i concetti…
-Sì, ma li usa senza assolutizzarli, sapendo che sono solo tappe provvisorie, ponti verso l’inedito. Gioca con essi per non diventarne prigioniera. Li attraversa, li mette in discussione, li ringrazia e va oltre. Il concetto è uno strumento, non un punto di arrivo. Serve per orientarsi, ma deve essere un tramite, non un luogo di verità definitive.
-In questo senso filosofare è un’esperienza sempre viva.
-Esatto. Non è mai una volta per tutte. È nuova ogni volta che accade, perché si muove sempre dentro la vita concreta, dentro un sentire che muta. Per questo la filosofia non può essere fredda, astratta, disincarnata.
-Stai dicendo che deve tenere conto anche dei sentimenti?
-Deve integrarli. La ragione che ignora il sentire diventa rigida, giudicante. Filosofare non è giudicare, ma comprendere. Non è separare, ma includere. Non è prendere posizione contro, ma fare spazio e ospitare altre possibilità.
-Questo richiede una grande apertura e innocenza…
-Sì, innocenza dello sguardo e una disponibilità a ricominciare sempre e sempre. La filosofia autentica è creazione continua, come la natura. Non replica modelli, non si limita a interpretare il già noto. Crea senso, allinea il pensiero al movimento creativo del reale. Per questo cerca il bello, non come ornamento, ma come risonanza profonda tra il pensare e il vivere.
-Dunque filosofare non significa accumulare sapere.
-No. Significa alleggerirsi. Togliere il superfluo, lasciare cadere ciò che non serve più, permettere allo sguardo di rinnovarsi. Ogni superamento non cancella ciò che è stato, lo integra in una visione più ampia.
-Dunque cosa possiamo imparare?
-Filosofare è una pratica di libertà. Libertà di usare i concetti e lasciarli prima che diventino gabbie. È un esercizio di consapevolezza che chiede attenzione, ascolto, silenzio. Non è accumulare nozioni, ma lasciare emergere il senso. Non è afferrare la verità, ma farle spazio. E proprio perché la filosofia non conclude e non si chiude in una forma definitiva, rimane giovane e inquieta. Come la vita, che non chiede di essere spiegata una volta per tutte, ma di essere vissuta, assaporata, continuamente riscoperta.
-E quando tutto questo finisce?
-Nulla finisce. Il filosofare cambia forma, non conclude, apre orizzonti. Non promette certezze, ma presenza alle cose. Non offre risposte finali, ma la capacità di restare in cammino. È questo il suo dono più grande: insegnarci a vivere senza cessare di interrogare, e a interrogare senza dimenticare di vivere.
17 gennaio 2026