
288 Restare sulla soglia
-Come si fa a diventare filosofi?
-Non si diventa, tutti noi lo siamo già.
-Capisco cosa vuoi dire: ciascuno di noi si interroga, riflette, ha una sua visione del mondo. In questo senso è già a suo modo filosofo. Ma io mi riferisco specificamente al “fare filosofia”.
-Filosofia non è una cosa che si può “fare”, non è una materia, un compito da svolgere. È una cosa che accade.
-Sì, ma intendo: quando puoi dire di essere filosofo nell’accezione classica, in senso pieno?
-È difficile stabilirlo. La filosofia è indefinibile, è un mondo di paradossi che ti elude appena credi di averlo capito e afferrato.
-Fammi un esempio di questi paradossi.
-Il più importante: sei filosofo quando non sai di esserlo. Se lo pensi non lo sei ancora davvero. È una cosa sottile e paradossale, ma è così. Quando ti dimentichi di te e ti perdi nel processo dell’indagare, quando rimane solo la domanda e tu non sei più al centro, allora sei filosofo. Vivi la sensazione di uno spazio dove tutto è in cammino. Contano solo l’indagine sul sé e la ricerca del senso delle cose. Ti stai interrogando senza interferenze del tuo io psicologico.
-Sono concetti un po’ ardui per me. Ma concordo sul fatto che la filosofia non è un semplice gioco intellettuale.
-Sì, è così. Un gioco serio. Solo col tempo capisci cosa significa, ma non puoi mai tradurla compiutamente in parole.
-In effetti ci sono tante definizioni di filosofia, ma nessuna sembra soddisfare. Però, se anche è così, quale definizione potrebbe valere per l vero filosofo?
-Va bene, mettiamoci nei panni del “vero filosofo” che da ora sarà il Filosofo, con la maiuscola. Naturalmente lo facciamo come un gioco, con leggerezza e ironia. Per il Filosofo la filosofia non è divulgazione o conoscenza accademica. È una realtà esperienziale. Non spiega il mondo: lo disvela, come fanno il mito e la parola poetica. A seconda dei casi può assumere le forme di sapienza narrativa, via di contemplazione, pratica di meditazione. Sempre sul confine tra pensiero e silenzio, io e mondo, sapere e non-sapere.
-Che ruolo ha per il nostro Filosofo la parola?
-La filosofia non è informazione o analisi di testi. Le parole non conducono per argomentazione, ma per risonanza. Puntano all’intuizione, a lasciare un’immagine che possa lavorare in chi legge o ascolta. E il linguaggio si adatta allo scopo: non convincere, ma aprire spazi, suggerire, invitare, meditare.
-E cosa dice il Filosofo sul tema della verità? Filosofia e verità coincidono?
-Quando parla di verità il Filosofo non impone nulla, invita alla ricerca, provoca, apre orizzonti di senso, con tono meditativo, non assertivo, on ideologico, radicalmente non moralistico. Egli sa che solo l’assenza di dogmatismo apre la possibilità di cercare il vero.
-Ma comunque il procedimento è sempre razionale, filosofare è interrogarsi, usare l’intelletto per cercare una risposta.
-Il pensiero del Filosofo non procede in linea retta, ma in cerchio, a spirale. Va avanti e ritorna, togliendo strati, approfondendo simboli, destrutturando concetti e ricostruendo sensi. Punta alla libertà dal concetto, al vedere senza nominare, cioè al superamento di sé stesso. La conoscenza autentica nasce quando il pensiero si arrende.
-Su questo dovrò riflettere a lungo, non so se ho capito fino in fondo. Ma è qui che ritorna il tema dei paradossi?
-Il paradosso non va inteso come qualcosa che va contro la ragione. Porta oltre la logica ordinaria, ma non vuole negarla o sminuirla. La contraddizione non deve spaventare, può essere molto stimolante e creativa. E spaziare “oltre il confine” non è dottrina metafisica, ma esperienza possibile.
-Chi è il lettore o l’ascoltatore ideale per il Filosofo?
-Colui che sente che la filosofia non è solo teoria ed è stanco delle risposte pronte; colui che intuisce che il problema non è il mondo, ma il modo in cui lo guardiamo. È una via per chi è in cammino, non per chi cerca certezze. Il compito del Filosofo è disarmare, rallentare, creare uno spazio di silenzio pensante. Non aggiunge nulla, toglie il superfluo che offusca la visione, non tocca la libertà di chi dialoga con lui.
-Si possono descrivere le prime fasi della ricerca filosofica?
-Sempre per gioco, possiamo provarci. Il primo passo è il risveglio dello sguardo: stupore, prima visione, immediatezza. È la fase in cui lo sguardo si accorge del mistero del mondo. Qui la filosofia è ancora estetica, quasi contemplativa. Il pensiero non problematizza: osserva, senza ancora pretendere di capire.
-E poi?
-Poi il pensiero arriva, inevitabilmente. Interroga, distingue, problematizza. La filosofia smette di essere contemplazione e diventa interrogazione. Ma se il pensare è autentico, a un certo punto tocca il suo limite e si ferma.
-Perché si ferma?
-Perché ha visto e indagato abbastanza da sapere che non può possedere ciò che cerca. La filosofia non culmina in una risposta ultima, ma in uno sguardo che non ha più fretta. Diventare filosofi non è giungere a una meta, ma imparare a restare sulla soglia. Oltre il confine del sapere, la domanda continua a camminare da sola.
16 gennaio 2026