
287 Filosofia oltre il confine
-Perché Filosofia oltre il confine?
-La filosofia qui non è un sapere, è un vedere, una pratica dello sguardo. Non è un cumulo di concetti o teorie, non il desiderio di possedere una verità per confezionarla come un prodotto.
-Il filosofo non dovrebbe spiegare il perché dell’esistenza?
-Qualcuno ci è mai riuscito? Un pensiero libero non pretende di spiegare il mondo: spazia in esso, lo attraversa. Spostare lo sguardo, abbracciare più prospettive, fluire con le cose e i loro sensi è un gioco intrigante, un’esperienza dello spirito. Ogni concetto vale se rimane aperto e non separa dalla vita. Un sapere già conchiuso spegne ogni ricerca.
-Quindi ciò che pensiamo va messo alla prova nella nostra esistenza concreta. Ma il confine… andare oltre… dove?
-I significati di “oltre il confine” sono diversi. La filosofia qui non è esposizione di dottrine, ma ascolto, invito, visione, transito, apertura. Il confine non è una barriera: è una soglia, un orizzonte in movimento.
-Un confine del pensiero?
-Sì. Il pensare si spinge fino al confine per intravedere qualcosa di là da sé, dove si aprono forme di esperienza che trascendono la parola e la logica. “Oltre” significa anche superare i dualismi: vero e falso, bene e male, io e mondo, sacro e profano.
-Non dobbiamo distinguere il bene dal male, il vero dal falso?
-Certo. Qui però si tenta una prospettiva più ampia, ci si interroga su schemi e confini del pensiero. Non si negano le differenze, si cerca di scoprire ciò che le precede, ciò che fonda il gioco degli opposti.
-E le filosofie della tradizione? Sono superate?
-No. Il riferimento a filosofie occidentali e orientali è continuo. Sono un patrimonio vivo da cui attingere per dialogare e riportare domande antiche nel presente.
-È dunque un cammino in equilibrio sul confine…
-Sul confine, sì. Sempre in bilico sul crinale tra idea e immagine, parola e silenzio, sapere e non sapere, Occidente e Oriente, caos e mondo, essere e nulla. Non per raggiungere una sintesi definitiva, ma per mantenere una tensione creativa.
-Nel blog compaiono spesso miti della tradizione e figure di filosofi: Socrate, Dioniso, Orfeo, Diogene, Icaro, Narciso, ecc.
-Sì, ma non sono oggetto di studio, sono specchi dalle mille sfaccettature, a volte veri enigmi viventi. Il mito poi non è un relitto del passato: parla a noi e di noi, ora.
-Vedo alternarsi diverse forme di scrittura.
-A seconda dei casi si usano il dialogo filosofico, il racconto simbolico, la prosa poetica, la parabola, ecc. La forma espressiva non è ornamento esteriore, ma un modo di pensare. La metafora e il simbolo aprono a significati profondi. I temi trattati sono strumenti per accedere a livelli di senso che il discorso concettuale non esaurisce.
-Vedo usato spesso il dialogo filosofico.
-Certo, siamo tutti figli di Socrate. Dialogare è sempre un pensare con gli altri. Il vero non si possiede, emerge nello spazio tra un io e un tu, nel rapporto e nell’ascolto reciproco.
-Si raggiunge quindi una verità?
-Nessuna verità definitiva, tutto resta in cammino, in divenire. Nessun sapere può esaurire la ricchezza e il mistero dell’esistente. Per questo si rifiutano dogmatismi, imperativi etici, sistemi chiusi, risposte ultime. La filosofia è esercizio di libertà, non costruzione di certezze.
-Hai parlato di imperativi etici. Non c’è una finalità etica nei testi del sito?
-Pensare, riflettere, indagare, dialogare sono già un atto etico. Ogni pensiero produce mondo, ogni interpretazione è un atto creativo. La filosofia non si separa dalla vita: il mondo è costruito dal nostro sguardo, noi ne siamo responsabili.
-La scrittura è lo strumento centrale. È sempre intesa come un andare oltre?
-Scrivere è attraversare il confine, superare il limite tra dire e tacere, tra conoscere e intuire. I testi sono un invito a sostare sulla soglia e affacciarsi. Il tono cerca di essere meditativo, a tratti poetico, ma senza forzature e oscurità nel linguaggio. Si punta a scrivere non per dire di più, ma per scavare fino in fondo e lasciare spazio a ciò che non può essere detto.
-Capisco che la parola qui mi interpella, mi invita a cercare delle risposte, per quanto provvisorie. Il mio io è messo in gioco.
-L’io come “confine” è una domanda, non una risposta. È uno spazio in divenire dove l’intelligenza si muove. Non è un’entità fissa, anzi è messo continuamente in discussione. Viene osservato, smascherato, indagato a fondo per vederne la realtà e liberarlo da ruoli, schemi e condizionamenti.
-Dunque il lettore partecipa, non è solo uno spettatore.
-Questo è l’auspicio. I testi non mirano a spiegare o insegnare, ma a smuovere, provocare, aprire uno spazio di riflessione personale, in piena libertà.
-Libertà da…?
-Da quello che non siamo. Pensare può essere un gesto di affrancamento da abitudini mentali, identità rigide, narrazioni accettate senza esame. La filosofia è un cammino, non una meta da raggiungere. Non offre mappe definitive, ma orientamenti sempre discutibili e ampliabili. Non promette risposte, ma accompagna nella ricerca. Qui non ci sono maestri, discepoli o dogmi. Nessuna dottrina o idea che pretenda di chiudere il pensiero. Chi legge non è chiamato a credere, ma a fare esperienza del pensare. E dell’andare oltre il pensare.
-Oltre il pensare… è un concetto difficile.
-Forse, ma significa solo questo: sporgersi oltre l’intelletto calcolante per aprirsi ad altre possibilità: intuizione, immaginazione, consapevolezza, esperienze meditative. C’è tanto da scoprire di noi e del mondo, molto più di quanto vediamo. E “oltre il confine” non vuol dire un altrove: significa abitare più profondamente questo mondo, con la consapevolezza di una coscienza risvegliata.
13 gennaio 2026