
284 Solo nella solitudine incontri te stesso
-“Gran parte dell’infelicità umana nasce dall’incapacità di restare soli in una stanza“. Sono parole di B. Pascal. Si può scavare nel loro significato?
-Partiamo da questo punto: solo nella solitudine puoi incontrare te stesso. Quando siamo lontani dal rumore del mondo e dalla banalità quotidiana la nostra realtà interiore viene messa a nudo. Paure e desideri, progetti e frustrazioni, tutto emerge nella coscienza, senza veli.
-È un ritirarsi dal mondo?
-Sì, ma non per disprezzo. È sospendere i giochi che ci ingannano, interrompere la furia del vivere per riscoprire un volto che abbiamo dimenticato. Serve coraggio per esporsi senza fuggire, per restare davanti a ciò che siamo.
-Siamo sempre in fuga?
-Sì, in fuga da noi stessi. Cerchiamo nel fare e nell’avere le strategie per distrarci e non affrontare la nostra verità interiore. Pascal lo dice con lucidità: la distrazione -che lui chiama divertimento– è una fuga continua, un modo elegante per evitare le domande essenziali.
-Quindi essere soli ci permette di iniziare la ricerca?
-Sì. La solitudine non consola e non intrattiene: ci porta allo scoperto. Toglie appigli, smaschera abitudini, mette a nudo ciò che evitiamo. È uno spazio di verità in cui non possiamo più nasconderci dietro i soliti ruoli, relazioni o impegni sociali.
-È come attraversare un confine…
-Un confine che raramente osiamo valicare: quello della solitudine scelta volontariamente. Non l’isolamento, ma la sospensione del caos esterno che ci frastorna. Nella solitudine torniamo a noi stessi. È un movimento dal fuori al dentro. Solo lì, dice Pascal, comincia qualcosa che somiglia alla verità.
-Tutto questo deve diventare una filosofia pratica?
-Si, una pratica e un’esperienza esistenziale. La solitudine produce una cesura in cui accade qualcosa di raro: la coscienza smette di essere continuamente sollecitata dall’esterno e torna a rivolgersi verso di sé. Il soggetto allora si interroga invece di perdersi in una sequenza infinita di occupazioni.
-Mi chiedo però se tutto questo sia possibile nel mondo frenetico di oggi.
-Il mondo moderno ha raffinato l’arte della distrazione fino a renderla una virtù. Essere sempre connessi, sempre visibili e aggiornati è diventato sinonimo di esistenza piena. Ma a quale prezzo? L’attenzione dispersa produce identità frammentate. Senza spazi di solitudine non costruiamo un io: lo degradiamo. Creiamo conflitti invece di pensare, invece di comprendere.
-Quando vivo la solitudine, davanti a quel vuoto sento un po’ di sgomento.
-Ti capisco. La solitudine è una soglia e oltrepassarla significa accettare il rischio di incontrare ciò che normalmente evitiamo: il nulla, l’inquietudine, la mancanza di senso immediato. Ma è proprio da lì che nasce ogni domanda autentica. Pascal lo sapeva bene: l’uomo è sospeso tra grandezza e miseria. Solo nel silenzio questa tensione si rivela. La distrazione addormenta questa consapevolezza, la solitudine la risveglia.
-Alla fine sento riecheggiare ancora una volta l’antico insegnamento: “conosci te stesso”.
-In effetti è così. Ma questo richiede tempo e un’attenzione e un ascolto non finalizzati alla ricerca dell’utile e del piacevole. Richiede di non partecipare da sonnambuli allo spettacolo del mondo. Soli con sé stessi, le maschere cadono perché non sono più necessarie. Lì siamo ciò che siamo, non ciò che mostriamo.
-Quali sono dunque i passi in questo cammino di conoscenza di sé?
-La via indicata da Pascal è quella di un cristianesimo autentico, ma possiamo optare anche per altre pratiche, vie di meditazione o della filosofia antica, come ad esempio lo stoicismo.
-Lo stoicismo mi ha sempre attratto, è una filosofia che cerca l’essenziale.
-Sì. È una forma di ascesi laica che dà grande importanza alla solitudine. E offre strumenti concreti: l’esame di sé, la scrittura, la distinzione tra ciò che dipende da noi e ciò che non possiamo scegliere. Ci insegna a restare imperturbabili di fronte al mondo, a non essere travolti dal suo correre frenetico.
-Capisco, si tratta di recuperare profondità nella nostra vita.
-Sì, la via di Pascal è anche un’etica del limite. Significa ridurre volontariamente stimoli, opinioni, urgenze. Così la ricerca diventa un gesto quotidiano: non disperdersi nelle cose futili, creare lo spazio interiore che solo la solitudine, praticata con disciplina, può aprire.
-Però, un ultimo dubbio: la solitudine non rischia di separarci dal mondo?
-Solo in apparenza. In realtà accade il contrario. È proprio lì che il mondo smette di essere rumore e torna a essere linfa per la nostra anima. Se non siamo continuamente proiettati fuori di noi, l’attenzione si affina: le cose e le persone riacquistano spessore e il tempo densità.
-Dunque la solitudine non ci chiude in un bozzolo, ci prepara a vivere più intensamente.
-Proprio così. Non è una fuga dal mondo, è un modo diverso di abitarlo. Liberati dal velo del divertimento possiamo finalmente vedere. Viviamo non solo per possedere o consumare, ma per comprendere. Il mondo non è più uno spazio che ci inghiotte, ma la vita stessa che ci interpella.
-E gli altri? Le nostre relazioni?
-Solo chi ha attraversato la solitudine può davvero incontrare l’altro. Perché non lo usa più come riempitivo del vuoto, né come conferma di sé. La relazione diventa allora autentica: non compensazione, ma autentico incontro. Non baccano insensato, ma parola che arricchisce. In questo senso, la solitudine è una soglia: conduce oltre se stessi. Non verso un isolamento sterile, ma verso una presenza più intensa e reale. È da qui che il mondo torna a essere mondo. E noi, finalmente, torniamo al nostro vero io.
9 gennaio 2026