
277 Seguire la moltitudine o seguire sé stessi
-Ho trovato questa frase del filosofo stoico Crisippo: “Se avessi voluto seguire la moltitudine, non mi sarei dato alla filosofia.” Era un pensatore misantropo?
-No, non evitava gli esseri umani. Il suo è un un invito, un ammonimento, rivolto a chiunque si interroghi sul proprio modo di abitare il mondo.
-Certo, noi oggi viviamo in una società massificata. Conosciamo i vantaggi e i problemi che questo comporta.
-Oggi la moltitudine è come un vento che spinge in una direzione, un soffio avvolgente e rassicurante. Lasciarsi trasportare è semplice e naturale, conformarsi sembra inevitabile. C’è un conforto profondo nel camminare dove tutti camminano, nel pensare ciò che tutti pensano, nel fare quello che tutti fanno.
-E Crisippo può aiutarci a uscire da questa logica?
-Non guardiamo alla semplicità delle sue parole. È un filosofo vissuto millenni fa, nulla sapeva di una società complessa come la nostra. Eppure, osservando l’individuo nella collettività, aveva colto un problema importante e oggi urgente più che mai.
-Sì. A volte viene voglia di fuggire dalla moltitudine per cercare un angolo di tranquillità dove riflettere in pace.
-Vivere in una società di massa ha i suoi vantaggi. Nuotiamo nel fiume collettivo, abbiamo tante comodità e opportunità. Ma è proprio lì il pericolo: nel frastuono della massa la nostra voce si affievolisce fino a diventare solo un’eco del pensiero dominante. La collettività agisce come una forza di gravità psicologica: ci attrae verso l’ovvio, il comodo, verso ciò che è già stato pensato da altri. Seguirla significa rinunciare al compito più difficile: essere capaci di pensare da sé.
-Quindi Crisippo ci avverte che la società tende a uniformare tutto a un unico modello.
-Arriva un momento prima o poi in cui si sente il bisogno di fermarsi. La filosofia nasce da questo arresto, da questa deviazione dal flusso collettivo. È un risvegliarsi, un gesto minimo ma enorme, che ci riporta dentro noi stessi. Crisippo non intende demonizzare la società, ma segnala un rischio: quando la moltitudine diventa criterio di verità, la filosofia smette di esistere. Perché il pensiero autentico non “segue” nessuno: scava, dubita, critica, cerca.
-Però, animati da questo empito di libertà, non rischiamo di rimanere soli? Vivere controcorrente non ci condanna a una vita di solitudine?
-Fare filosofia implica una forma di solitudine interiore. Non è isolamento sociale, ma autonomia del pensiero. È creare un luogo interiore non invaso dai “si dice”, “si fa”, “si deve”. Oggi questo spazio è difficile da conquistare. Siamo esposti a un flusso continuo di condizionamenti che, senza accorgercene, configurano il nostro modo di credere e di essere.
-Dunque Crisippo ci spinge a un gesto di resistenza. Però è un cammino difficile: significa andare contro il conosciuto, avventurarsi in un territorio inesplorato.
-È andare oltre il confine, abitare uno spazio in cui la moltitudine non può seguirci. Lì le risposte preconfezionate si dissolvono. È un sentiero più stretto, più impervio, ma autentico.
-Noi possiamo vivere questo spazio interiore, andare controcorrente. Però il mondo rimarrà come era prima.
-Certo, la moltitudine non scomparirà. E non è quello che vogliamo. Ma impareremo a porci alla giusta distanza. Ascolteremo il brusio del pensiero comune senza farci influenzare. Potremo coltivare una interiorità come luogo del riflettere e meditare. E sarà anche il migliore aiuto che potremo dare al mondo. Il primo passo per un cambiamento della realtà è sempre un gesto individuale: proteggere la propria libertà di pensiero.
-Quindi, lontano dal rumore del mondo, lontano dalla frenesia della vita sociale… la meditazione. Ne parliamo spesso. Mi puoi dare una definizione di “meditare”?
-Posso darti molte definizioni, ma poi devi trovare la tua, quella che fa per te. Meditare è un fatto individuale, esistenziale, è impossibile tradurlo in parole. Comunque ci provo, con espressioni necessariamente “di confine”. Meditare:
è sostare sul margine fra ciò che appare e ciò che è;
è un esilio momentaneo dalla narrazione di sé, per tornare al proprio centro;
è cogliere l’intervallo tra due pensieri, perché lì si apre il territorio del possibile;
è sintonizzarsi con il silenzio, con la propria presenza consapevole;
è lasciarsi attraversare dal mondo senza esserne travolti;
è dimorare nell’interiorità, non come rifugio, ma come orizzonte;
è allenare lo sguardo a non afferrare, perché solo il vuoto è libertà;
è dare tempo a ciò che è invisibile perché si riveli;
è entrare nel labirinto del proprio essere, disegnando il proprio percorso;
è abitare il confine, per riconoscere che ogni frontiera è una soglia…
-Sono immagini molto poetiche e suggestive, metafore affascinanti.
-Non si può fare altro quando si parla di spazi ed esperienze dell’interiorità. Si può solo indicare, invitare, non descrivere. È la cifra del nostro essere umani.
-È anche un invito al silenzio.
-Sì. Nel silenzio accade qualcosa. Le domande si aprono, le certezze si sciolgono, la mente comincia a respirare con un ritmo più tranquillo. Ogni cammino che tenta di andare “oltre il confine” inizia così: un passo semplice ma radicale, un movimento interiore che cambia la direzione dello sguardo.
-È quello che ci dice anche Crisippo?
-Nella sua scarna semplicità, penso di sì. Crisippo ci ricorda che il pensiero non germoglia nelle strade affollate, ma nelle fenditure del tempo, nei margini trascurati, lì dove i passi degli altri non hanno tracciato sentieri. La vera scelta non è fuggire dalla moltitudine, ma trovare la giusta prospettiva per non smarrire la propria voce. È uno spazio esile, ma è lì che il sé si riconosce. Ed è lì che la filosofia continua a nascere. Ogni giorno. Di nuovo.
25 novembre 2025