
274 Il Buddha e il serpente
Ci sono storie che non vanno credute, ma ascoltate.
Sono quelle che non gridano, non chiedono nulla:
si limitano a posarsi nell’anima del cercatore
come una goccia di pioggia su una foglia.
Questa è una di quelle storie.
Io ne sono testimone.
Eravamo con il Buddha nei pressi di Savatthi.
Pioveva. Il sentiero era un nastro di fango.
Camminavamo in silenzio dietro il Maestro
accompagnati dal suono della pioggia,
inebriati dal profumo della terra bagnata.
Fu allora che d’un tratto lo vedemmo:
sul sentiero giaceva un serpente ferito.
Il corpo, lacerato da un morso, tremava piano,
come una corda d’arpa sfiorata dal vento.
Noi monaci ci tirammo indietro, intimoriti,
ma il Buddha si avvicinò e si sedette accanto.
Non recitò preghiere, non compì miracoli.
Restò lì, quieto. Solo silenzio. Solo presenza.
Attese l’ultimo respiro del serpente, poi disse:
“Anche questa forma ha cercato la felicità,
come voi e come me”. Poi aggiunse:
“Chi non ha compassione per le forme che soffrono,
non comprenderà mai l’origine del dolore.”
Noi monaci eravamo lì silenziosi e confusi,
poi qualcuno diede voce al nostro turbamento:
“Maestro, perché restare accanto a un essere
che non poteva essere salvato?” E il Buddha:
“Non sempre si resta con il sofferente per salvare.
Talvolta si rimane accanto a lui per ricordare
che la vita di ogni essere è una sola corrente.”
Riprendemmo il cammino sotto la pioggia,
ma qualcosa in noi, nel profondo, era cambiato.
Avevamo compreso la lezione del Maestro:
aveva vegliato sul serpente non per guarirlo,
non per salvarlo con un gesto miracoloso,
ma per mostrare le vie della compassione.
Quando non è possibile cambiare un destino,
compassione è non distogliere lo sguardo,
non fuggire davanti al dolore del mondo,
ma restare, senza desiderio di controllo o rifiuto.
Il Buddha non predica, non agisce, ma accoglie.
Non abbandona il sofferente, chiunque egli sia.
Quel “rimanere” con l’altro non salva, non redime,
ma diventa saggezza, comprensione del cuore.
Oggi vedo ovunque il dolore di esseri senzienti
e quando è possibile agisco con sollecitudine.
Ma a volte il destino del sofferente è segnato,
come un corso d’acqua che nessuno può fermare.
Allora ricordo l’insegnamento del Buddha:
compassione è fermarsi, rimanere con l’altro,
accogliendo quel destino nel suo compiersi.
Essere risvegliati è essere interamente umani.
E lì, nel punto in cui vita e morte si incontrano,
svanisce ogni distinzione tra il sé e il non sé.
La sofferenza di uno diventa dolore di tutti
nella corrente unica e indivisa dell’esistenza.
16 novembre 2025