
273 Il teschio che ride
-Davvero bizzarra la vicenda del giovane monaco Wonhyo. Si dice che un giorno si imbattè in un teschio che rideva. Una leggenda, immagino…
-No, non solo leggenda. Le cronache del VII secolo la riportano come realmente accaduta. Sembra anzi che quell’episodio sia stato per Wonhyo il primo grande momento di illuminazione.
-Beh, per cominciare, io non ho mai visto teschi che ridono.
-Si vede che hai incontrato solo quelli depressi… Va bene, lasciamo le battute, vediamo più da vicino la vicenda di Wonhyo. È molto interessante, forse contiene un insegnamento anche per noi cercatori moderni.
-Leggo qua: Wonhyo del regno di Silla, nell’antica Corea, era un monaco errante. È stato uno dei più grandi filosofi buddhisti dell’Estremo Oriente, ma anche un cercatore inquieto, eccentrico, fuori dalle righe. Direi un personaggio piuttosto curioso.
-Sì, Wonhyo voleva andare in Cina per studiare le dottrine buddiste nella loro forma originaria e pura. Il viaggio era lungo e, lo puoi immaginare, irto di ostacoli. Ma lui era ossessionato da quell’idea, era pronto ad ogni sacrificio pur di raggiungere la fonte prima della saggezza.
-Molti cercatori lo facevano, viaggiavano in India o in Cina, considerate le culle delle scritture buddhiste o taoiste autentiche.
-Sì. Una notte, durante il viaggio, Wonhyo fu sorpreso da un temporale. Cercando rifugio, si nascose in una piccola grotta che sembrava uno santuario di terra. Aveva una gran sete, nel buio trovò un recipiente con acqua e lo bevve avidamente. Rinfrancato, subito dopo si addormentò. Alle prime luci dell’alba scoprì che quel luogo non era un santuario, ma una tomba piena di ossa umane. E che non aveva bevuto acqua pura, bensì acqua stagnante, raccolta in un teschio umano.
-Era il famoso teschio che ride?
-Sì, il teschio rideva… o così sembrava a Wonhyo, che però all’inizio era molto meno divertito. Accortosi dell’errore, per la repulsione, cominciò a sputare e vomitare. Poi ebbe una improvvisa illuminazione, il disgusto svanì, si fermò…e una risata traboccò da lui come una sorgente che erompe dalle rocce.
-Già, ridere è sempre contagioso…
-Siamo spiritosi, oggi. Mi sai spiegare, però, questo strano finale?
-Ora torno serio… Forse Wonhyo ha visto che la situazione era tragicomica, che il teschio non aveva nessuna colpa e che, in fondo, neppure lui ne aveva.
-Per spiegare ciò che aveva vissuto, scrisse: Poiché è dal sorgere del pensiero che sorgono i fenomeni, quando il pensiero cessa, una caverna e una tomba non sono due cose distinte. E aggiunse: Poiché non vi sono dharma al di fuori della mente, perché dovrei cercarli altrove? Non andrò nella terra dei Tang.
-Non è facile capire queste sue affermazioni.
-Altrove Wonhyo ha scritto: Non è il mondo a cambiare, ma la mente che lo percepisce. Il piacere e la repulsione erano nati entrambi nella sua mente. Il bene e il male, il puro e l’impuro, non esistono al di fuori della coscienza, coesistono nella stessa esperienza. La distinzione tra buono e cattivo, bello e brutto, non esiste nel mondo esterno: è creato dalla nostra mente, dal nostro modo di vedere e giudicare le cose.
-Era questa l’illuminazione di Wonhyo?
-Sì, questa esperienza fu potente e lo trasformò in un attimo. Ed egli capì che non c’era bisogno di andare in Cina, nella terra dei Tang. La fonte della saggezza era già dentro di lui, è in tutti noi.
-E dopo, cosa accadde?
-Wonhyo tornò in Corea e cominciò a insegnare. Iniziò a predicare una forma di buddhismo più fluida, capace di unire dottrine diverse e abbattere barriere tra laico e religioso, tra filosofia e vita quotidiana. La verità, diceva, è dove tu la lasci entrare. L’illuminazione non è un luogo da raggiungere, ma un modo diverso di vedere le cose.
-Quindi rimase sempre un monaco, ma fuori dagli schemi. Non temeva di essere criticato dall’ortodossia?
-No, per lui non era un problema. La sua illuminazione non era venuta da testi sacri o rituali, ma da una nuova percezione della realtà, quella che giunge quando cadono veli e barriere mentali. Wonhyo ci ricorda che i confini che tracciamo tra sacro e profano, dentro e fuori, bene e male, sono illusioni della mente. Quando questi confini si dissolvono, una saggezza spontanea emerge in noi. Diveniamo una luce a noi stessi, come predicava il Buddha.
-Qual è la lezione che anche noi possiamo trarre?
-Oggi viaggiamo qua e là in cerca di noi stessi: libri, esperienze, conferenze, meditazioni. Ma spesso dimentichiamo che la vera trasformazione avviene dentro di noi. Come Wonhyo, possiamo scoprire che ciò che cercavamo “là fuori” è già presente, se solo impariamo a vedere senza pregiudizi. In un mondo dilaniato dalla separazione tra culture, fedi, credenze, la lezione del teschio che ride è più attuale che mai: i confini esistono solo nella mente. Invece la saggezza non conosce limiti. Ma deve essere una conquista personale, nessun luogo o libro o testo sacro può donartela.
-E capire questo ti fa ridere, o sorridere…Come il teschio della storia…
-Sì, se ci pensi è paradossale e magnifico che possa essere un teschio il tuo maestro di vita. Quando hai un’illuminazione e in te si accende una profonda comprensione la risata è di solito il modo più comune di esprimerla.
-Vorrei illuminarmi anch’io, ma ora dove trovo un altro teschio che ride?
-Può essere qualsiasi cosa, non c’è bisogno di cercare un ossario. Altrimenti cadi nell’errore di pensare che il risveglio sia determinato da una causa esterna, mentre è un cambio dello sguardo. Wonhyo ha affermato che l’illuminazione è il ritorno alla sorgente originaria: non è un’acquisizione, ma un risveglio a ciò che da sempre è in noi e con noi. Ognuno la realizza in modo unico e originale. Ogni situazione e fenomeno può essere l’occasione per scoprire quello che siamo da sempre.
-Come è finita poi la storia di Wonhyo?
-Dicevamo che era un tipo eccentrico e imprevedibile. Rientrato nella sua terra, lasciò la vita monastica e divenne uomo del popolo. Preferì diffondere la dottrina del Dhamma tra la gente comune, come laico. Insegnava che i principi del buddismo appartengono a tutti, possono essere vissuti nella vita quotidiana. Divenne famoso per i suoi scritti profondi. Ma era amato soprattutto per il suo modo di vivere libero. Pensa che ebbe perfino una storia d’amore con una principessa. In seguito si sposò ed ebbe anche un figlio. Amava stare in solitudine tra fiumi e montagne, scrivendo e meditando. Passava di villaggio in villaggio e insegnava i precetti con canti, danze e musica. Suonava il liuto e non disdegnava di frequentare le taverne. Parlava con tutti, fossero nobili, contadini e prostitute. Dormiva dove capitava, nelle case della gente comune.
-Una figura affascinante, Wonhyo. Ci insegna che la pratica spirituale non è una fuga, ma un cammino aperto e libero da dogmi.
-Sì. “Uomo comune di umile stirpe”, amava definirsi. La sua grandezza fu proprio questa: riportare la verità alla vita quotidiana, scoprire il sacro nel gesto semplice, nel canto, nella gioia condivisa. Forse è per questo che il teschio rideva: perché sapeva che nulla è impuro, nulla è perduto, e che ogni risveglio è un ritorno a ciò che siamo da sempre.
13 novembre 2025