
271 Socrate: la morte è un inizio
Ricordo ancora la luce di quel mattino.
Era limpida come lo sguardo di Socrate
seduto nel freddo carcere di Atene,
innocente e pura come la sua anima.
Ascoltavamo il maestro parlare, calmo,
mentre il momento estremo si avvicinava.
Ci sono parole che sfidano il tempo,
si imprimono nella memoria per sempre.
Accade quando sono parole di verità.
Socrate viveva la serenità del giusto,
di chi non ha colpe e nulla da difendere.
Era in attesa di un viaggio nell’ignoto,
verso quel mondo che i mortali temono,
il luogo dove si compie il nostro destino.
Lo guardavamo con un nodo alla gola,
il pensiero della sua morte ci straziava.
Ma in lui non c’era paura, né esitazione.
E anche in quell’ora così tragica
non rinunciava al suo insegnamento.
Ricordo come fosse ora le sue parole:
“Se è vero che l’anima è immortale,
bisogna prendersi cura di essa
non solo per questo tempo che noi chiamiamo vita,
ma per tutto il tempo, e per sempre.”
Diceva che il vero filosofo si esercita a morire,
che tutta la vita è una preparazione al distacco.
Io, discepolo insipiente, tra me pensavo:
come può la morte essere maestra di vita?
Ma Socrate, guardandoci dritto negli occhi:
“Bisognerebbe che ognuno, durante la vita,
si preoccupasse il più possibile non di vivere per il corpo,
ma di vivere per l’anima, e di renderla buona e saggia.
Ecco perché il vero filosofo si esercita a morire,
e la morte per lui non è qualcosa di temibile.”
Poi solo silenzio. Ma parlavano i suoi occhi.
C’era in essi una luce che non è di questo mondo,
la quiete di chi ha già oltrepassato la soglia.
Socrate bevve il veleno, senza un tremore.
Nel suo volto sereno vedevamo un sorriso,
la pace di chi sa che la morte è solo un inizio.
Un altro regno lo attendeva nella luce.
Da allora, quando il sole tramonta su Atene
e il vento porta l’eco lontana della sua voce,
mi vengono in mente le sue ultime parole.
Ora so che la morte non è scomparire,
è solo lasciar andare il corpo materiale,
abbandonare ciò che non appartiene all’anima.
Ogni giorno anch’io imparo a morire:
al desiderio di possedere, alla paura,
all’orgoglio, allo stupido egoismo,
alla corsa affannosa senza meta,
all’illusione di essere solo corpo.
Morire è ritornare all’essenziale,
ritrovare il proprio centro dimenticato.
È il gesto radicale che libera dal superfluo
e crea il vuoto in cui l’anima si ricorda di sé.
Oggi desidero solo conoscere me stesso,
vivere da giusto, alla ricerca della verità,
voglio essere degno di Socrate, il Maestro.
Ogni giorno in me vita e morte si toccano.
E quando medito e la mia anima si eleva,
sento dentro la sua voce che mi parla:
“Abbi cura della tua anima, Fedone,
è la sola cosa che in te vive per sempre.”
10 novembre 2025