
265 Anassagora e l’eco del noùs
Si racconta una storia di cui i libri tacciono.
Il vecchio filosofo Anassagora negli ultimi anni
camminava ogni sera lungo il mare di Lampsaco.
Non per cercare risposte, ma per lasciarle dissolvere.
Diceva che ogni pensiero, se lo si guarda a lungo,
ritorna al principio primo, il noùs, da cui proviene.
Davanti all’acqua il pensare si faceva sottile,
non era più concetto, ma respiro con il Tutto.
Anassagora osservava le forme e i colori
di quel mare sempre nuovo e in movimento,
lo sguardo rapito dal combinarsi degli elementi.
E la meditazione man mano si approfondiva:
gli infiniti semi che compongono le cose
nel mescolarsi tra loro rivelano un ordine,
quello di un Intelletto che li separò dal caos.
“Tutto è mescolato -mormorava- come il mare,
ma l’ordine non è nei frammenti: è nel loro ritmo.”
Il nous, per lui, non era un dio che comanda,
ma un principio che respira in ogni fenomeno
e vibra attraverso le cose senza possederle.
Come la luna: illumina la notte, ma non la tocca.
La comprensione si faceva poi penetrante:
tutto si muove nell’ordine, ma senza un centro;
la Mente cosmica è una suprema intelligenza,
è causa del mondo e della sua bellezza,
ma esiste al di là di esso, pura e incontaminata;
l’uomo può ammirarla, ma non incontrarla.
Un giovane gli chiedeva cosa governa il mondo
e Anassagora: “Nulla governa. Tutto si dispone.
Ciò che chiamiamo Intelletto è solo un ritmo,
un respiro, è solo l’armonia del movimento.”
In quel dire vi era lo sguardo a ciò che è più alto.
Il vecchio filosofo stava udendo l’eco del noùs,
il Pensiero che non ha bisogno di pensatore.
Per Anassagora anche il silenzio era un maestro.
Davanti a quel mare così azzurro, così vivo,
ogni granello di sabbia era un pensiero disperso,
ogni onda una domanda che non chiede risposta.
Non era conoscere la mescolanza delle cose,
ma saper abitare il loro ordine inesplicabile.
A volte Anassagora sedeva davanti al tempio,
gli occhi chiusi, in meditazione profonda,
come se fosse in ascolto di una eco lontana,
qualcosa che non apparteneva più al tempo:
era la voce del Pensiero senza pensatore.
Alla sua morte i discepoli dissero di lui:
“Non cercò la verità: la lasciò scorrere.”
E altri: “Capì che pensare è lasciarsi pensare.”
Era questa l’eredità lasciata dal filosofo:
non il vano desiderio di possedere la verità,
ma l’austera arte di viverla senza trattenerla.
E intanto il mare di Lampsaco, così azzurro,
continuava il suo movimento incessante.
Sempre nuovo, sempre vivo e spumeggiante,
a custodire nelle acque il suo mistero.
30 ottobre 2025