Filosofia oltre il Confine

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262 Il vino del risveglio

-Manjushree: L’avevano trovato di nuovo ubriaco di vino di palma. Come altre volte, aveva bevuto fino a cadere in deliquio. I monaci protestavano, dicevano che era una vergogna, andava subito cacciato dalla comunità, non si poteva accettare una cosa del genere da un discepolo del Buddha.
-Giovane monaco: Un caso davvero singolare. E il maestro?
-Manjushree: Molti confratelli erano andati da lui a lamentarsi per quel comportamento che recava disonore a tutti. “Perché non lo mandi via?” gli chiedevano in coro. Noi sappiamo che secondo la regola chi ha preso i voti deve comportarsi in modo retto e non tradire il Dhamma.
-E cosa aveva risposto il Risvegliato?
-Manjushree: Il Buddha aveva ascoltato le rimostranze, ma era rimasto sereno come sempre e poi aveva risposto: “Osservatelo, ma non giudicatelo. Dategli tempo, aspettate. Un giorno capirete.”
-Che cosa dovevano capire? La situazione mi sembra molto chiara, i discepoli avevano ragione a lamentarsi di quel monaco vizioso… Oppure no?…
-Manjushree: Tu sei giovane e capisco il tuo spiccato senso di giustizia. Ma le cose non sono sempre come appaiono. Per questo definiamo “Samsara” il nostro mondo, perché è fatto di fenomeni transeunti e ingannevoli. Bisogna seguire questa buona regola: non correre, non affrettare il giudizio, aspettare la prova dei fatti. Alla fine possono esserci delle sorprese.
-Giovane monaco: Cosa accadde poi? Ora sono molto curioso…
-Manjushree: Dopo qualche tempo arrivò un periodo di carestia. La comunità fu messa a dura prova. Alcuni monaci non riuscivano più a mantenere la pratica, altri abbandonavano il cammino, altri si disperavano o si allontanavano dalla comunità.
-Giovane monaco: Tremendo! Pensavo che un bhikkhu sapesse mantenersi saldo e forte in ogni circostanza, anche la più estrema…
-Manjushree: Non siamo tutti illuminati, giovane amico, siamo esseri umani, sempre in viaggio, portiamo con noi ancora il nostro fardello karmico.
-Giovane monaco: E poi come finì la vicenda?
-Manjushree: Accadde qualcosa di sorprendente e impensato: il monaco ubriacone smise improvvisamente di bere. Nel clima generale di sconforto seppe affrontare la situazione come nessun altro. Si prese cura dei malati, condivise il suo cibo, aiutò la comunità a uscire dalla carestia lavorando con energia inesauribile. E in tutto questo continuò la pratica della meditazione, mantenendo una calma degna di un Risvegliato. Tutti erano stupiti e commossi dalla dedizione di quel monaco tanto vilipeso e disprezzato. Intanto il Buddha da lontano osservava lo svolgersi dei fatti. E sorrideva.
-Giovane monaco: Ora mi vergogno per avere giudicato da stolto. Mi rendo conto che il pensiero salta subito alle conclusioni con accuse affrettate e ingiuste. Quale fu il seguito della vicenda?
-Manjushree: Presto la carestia finì e tutto tornò alla normalità. Allora il Buddha radunò i suoi monaci e disse: “Vedete, anche una mente che appare torbida può avere un fondo limpido. Non c’è nessuno da espellere dal Dhamma: c’è solo chi ancora non ha compreso.” E sembra che abbia detto poi ad alcuni discepoli: “Meglio un ubriaco che un giudice del cuore altrui.”
-Giovane monaco: Una bella lezione per tutti e anche per me. Puoi approfondire il suo significato?
-Manjushree: Possiamo intendere le parole del maestro in tanti modi. Ho sentito le più diverse interpretazioni. Tu cosa ne dici?
-Giovane monaco: Penso che il Buddha ci dia questa lezione: la mente impura non è perduta, anche colui che è caduto nell’errore conserva in sé un germe di consapevolezza. Per il Dhamma sono importanti la disciplina e la purezza della condotta, ma prima di condannare gli altri bisogna sapere e vedere come stanno le cose.
-Manjushree: Bravo, riflessioni degne di un monaco serio e perspicace. Poi tieni presente quello che dicevamo prima: viviamo nel Samsara, nel mondo dell’illusione.
-Giovane monaco: Forse questo significa che se tutto è mutevole e impermanente anche vizi e virtù lo sono. Il santo può divenire peccatore… e viceversa.
-Manjushree: Ottimo, hai colto un aspetto importante del messaggio del Buddha.
-Giovane monaco: C’è altro da capire?
-Manjushree: Torniamo al monaco ubriaco. Come viveva in quella condizione?
-Giovane monaco: Era stordito dal vino di palma, non era certo lucido e padrone di sé…
-Manjushree: Bene. Credi che coloro che lo accusavano fossero più sobri di lui?
-Giovane monaco: Uhm, non me lo ero ancora chiesto così. Erano tutti ricercatori, monaci dediti alla meditazione. In effetti, però, di fronte alla carestia molti di loro erano crollati, non erano più così lucidi e padroni di sé. È anche questo frutto dell’impermanenza? Significa che tutto cambia, si trasforma, si può capovolgere in un attimo?
-Manjushree: Vedo che la tua comprensione procede veloce. Dunque, perché il Buddha non punisce un monaco ubriaco?
-Giovane monaco: Perché sa che ogni comportamento è transitorio e che anche il vizio può diventare un risveglio. Quando la carestia ha messo tutti alla prova, colui che sembrava un vizioso irrecuperabile ha dimostrato la vera compassione. Mentre quelli che lo giudicavano duramente hanno ceduto, invece di aiutare gli altri pensavano solo a sé stessi.
-Manjushree: Sì, ricorda che nel Dhamma non contano solo la forma esteriore, le regole, i voti e l’apparenza virtuosa, ma la qualità del cuore, che si rivela nel momento delle difficoltà.
-Giovane monaco: Dunque questa è la nostra interpretazione dei fatti accaduti. Mi sembra giusta e corretta. O c’è altro?
-Manjushree: Guarda, possiamo azzardarne un’altra più sottile e intrigante. Il monaco vizioso in realtà era un bodhisattva, venuto ad aiutare la comunità nelle vesti di un povero ubriacone.
-Giovane monaco: Oh, non mi aspettavo questa interpretazione. Allora tutto cambia di nuovo, si aprono nuove prospettive…
-Manjushree: Perché, non è così la vita? Non è sempre una novità e una sorpresa?
-Giovane monaco: Sono sempre stato affascinato dalla figura del bodhisattva, di colui che, a un passo dall’illuminazione, decide di rinunciare e aspettare per dedicarsi agli altri e aiutarli a progredire nel cammino di risveglio.
-Manjushree: Il monaco ubriaco può essere un bodhisattva nascosto, che agisce al di là delle convenzioni morali per scuotere le coscienze addormentate e rivelare il senso della vera compassione.
-Giovane monaco: E forse la sua ubriachezza è una metafora per indicare il Samsara…
-Manjushree: Certo, la confusione e lo stato di sonno che è di tutti gli esseri non risvegliati alla buddhità. La sua dedizione al vino è solo una maschera per suscitare scandalo e portare alla luce la mediocrità e l’ipocrisia di molti nella comunità. Non basta stare con il Buddha per essere una persona speciale e “illuminata”. Quando il monaco- bodhisattva smette di bere per prendersi cura degli altri mostra in modo meraviglioso che anche dal fango può nascere un fiore di loto.
-Giovane monaco: È una lezione dura, ma di una bellezza incomparabile. Vale anche per me e la accetto pienamente…
-Manjushree: Sei molto onesto. Dicendo così mi dimostri di essere un vero cercatore, nonostante la tua giovane età. La tua saggezza è quella del Buddha che, lasciando fare senza intervenire, mostra la sua fiducia nel fatto che ogni essere possiede la natura di Buddha e questa può rivelarsi in ogni momento.
-Giovane monaco: Dunque, l’insegnamento adesso è ancora più chiaro: anche l’errore fa parte del cammino, non esiste peccato irrimediabile, perché la natura risvegliata è già presente in tutti gli esseri, anche quando sembra oscurata.
-Manjushree: Sì. Il gesto del Buddha è di lasciare che la verità emerga da sola. Questo è quello che noi chiamiamo upāya, “mezzo abile”: la saggezza che sa quando agire e quando non agire. Il Buddha non difende il monaco e non lo accusa: lo lascia essere. Perché solo ciò che è lasciato essere può cambiare e rivelare sé stesso. La vera compassione non è attaccamento a rigidi precetti morali, è una fiducia totale nell’altro, nella sua natura fondamentale, già perfetta e illuminata.
25 ottobre 2025

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