
261 La voce del daimónion
-Epigene: Un daimónion?
-Apollodoro: Sì, è così. Il maestro parlava proprio di un daimónion.
-Epigene: Un demone, dunque. È così sottile il confine tra gli uomini e il divino? È così che avviene la comunicazione con le potenze superiori?
-Apollodoro: Ricordo le parole di Socrate mentre si difendeva dalle accuse di fronte al popolo di Atene: “Mi è accaduto, sin da fanciullo, qualcosa di divino e mirabile: una voce che si fa sentire in me.”
-Epigene: Dunque una voce… Era una guida? Che cosa diceva?
-Apollodoro: Socrate la definiva così: “Ogni volta che essa si manifesta, mi distoglie sempre da ciò che sto per fare, ma non mi spinge mai ad agire.”
-Epigene: Non capisco. Se il divino ci parla non deve indicarci il modo migliore di vivere e di agire? Chi altro può essere per noi una guida infallibile?
-Apollodoro: Anch’io mi sono interrogato a lungo sulle parole del maestro e sull’essere demonico che lui descriveva come una voce interna. Solo ora che gli anni sono passati e la mia età non è più verde posso dire di avere afferrato il messaggio di Socrate. Un tempo ero un discepolo inesperto e impaziente, le parole di lui più profonde non mi arrivavano. Poi la vita e la ricerca mi hanno forgiato e fatto maturare.
-Epigene: Hai quindi capito il significato di quelle parole del maestro?
-Apollodoro: Forse… Sai che nessuno è mai certo di aver colto davvero il pensiero di Socrate. Era estroverso e aperto al dialogo, ma al tempo stesso enigmatico e difficile da inquadrare.
-Epigene: Tanti hanno cercato di farlo, invano. Ora ciascuno di noi ha il “suo” Socrate. Ci siamo rispecchiati in lui e ognuno ha colto un aspetto del suo essere multiforme.
-Apollodoro: È quello che lui voleva: essere uno spirito libero. Per questo non voleva essere chiamato maestro e ripeteva di essere ignorante, di “sapere di non sapere”.
-Epigene: Già, quanto si è discusso su questa sua affermazione! Ma tornando al demone: dunque era un richiamo interiore che lo tratteneva dal compiere azioni ingiuste…
-Apollodoro: Sì, una sorta di segno divino che lo tratteneva dal compiere azioni contrarie alla sua missione. E aggiungeva: “È la voce che mi ha impedito di occuparmi di politica, perché, se l’avessi fatto, sarei morto da tempo, senza aver potuto essere utile né a voi né a me stesso.”
-Epigene: (ridendo) Qui riconosco il mio Socrate, un ribelle del pensiero, un cavallo indomabile. Che ironia pungente! Che lezione ai politici ateniesi così boriosi e pieni di retorica!
-Apollodoro: Certo, ma ammira anche il coraggio. Socrate ha detto queste parole davanti ai giudici che stavano per condannarlo. E ha proseguito così: “E anche ora, in questo momento, mentre sto per affrontare la morte, quella voce non mi ha fermato. E questo, per me, è segno chiaro che ciò che mi accade è un bene. Infatti, non è possibile che per un uomo giusto avvenga un male, né da vivo né da morto: né gli dèi si disinteressano della sua sorte.“
-Epigene: Belle parole. Ma insisto: perché il daimónion non lo spingeva ad agire, non lo indirizzava e non lo obbligava a compiere l’azione migliore?
-Apollodoro: Per Socrate il daimónion non era un oracolo esterno, ma una voce divina interiore, un’intuizione superiore. Era una presenza silenziosa che non comanda, ma trattiene; non impone, ma avverte; non costringe, ma illumina la mente. Per questo diceva: se il demone non mi trattiene, allora ciò che accade è giusto e ciò che faccio è conforme al bene.
-Epigene: È una fiducia profonda nella provvidenza divina e nella bontà del destino dell’uomo giusto…
-Apollodoro: Sì. E devo dirti: ho scoperto che anche noi possiamo cercare quella voce. Meditando a lungo ho imparato a riconoscerla nel frastuono della vita quotidiana.
-Epigene: Uhm, la cosa mi interessa molto. Parlami di questa tua esperienza…
-Apollodoro: È quello che Socrate ci insegnava senza atteggiarsi a maestro: cercare quella voce che non ordina, ma trattiene. È come una luce che rischiara nel momento dell’azione. Ogni qualvolta sto per precipitarmi in un gesto affrettato, lei frena il mio slancio e sussurra: “Aspetta”. Io la ascolto, le do fiducia. E così, mi fermo…
-Epigene: Forse saggezza è più un aspettare che il fare forzando l’azione per piegare la realtà al nostro volere…
-Apollodoro: Sì, così mi insegna il mio daimónion. Non mi spinge mai ad agire, non mi inganna con false illusioni, mi frena nel punto dove l’azione potrebbe tradire il bene, quindi tradire me stesso.
-Epigene: E cosa ne è ora della tua vita? È cambiata profondamente?
-Apollodoro: La voce interiore mi ha tenuto lontano dalle piazze rumorose, dove le parole diventano armi e la giustizia si perde tra i numeri. Mi ha insegnato che il vero servizio non è gridare più forte nel rumore del mondo, ma custodire un ascolto limpido, fedele al bene che non si nota. Ma soprattutto la voce non forza mai nulla, non mi toglie la libertà di sbagliare e di ravvedermi. Posso sempre scegliere di ascoltarla o no. E se la seguo non lo faccio per paura, ma perché riconosco in lei il linguaggio del divino che mi insegna la misura. Con quella guida ho imparato a capire il limite. Prova anche tu ad approfondire l’ascolto, il silenzio e l’indagine su te stesso e ci arriverai.
-Epigene: Sì, vorrei trovare quella voce, ma ho l’impressione di non esserne capace. Forse sono ancora immaturo, devo approfondire la mia meditazione, ho bisogno di tempo…
-Apollodoro: Non è detto. Guarda, voglio farti una domanda: dove eri stamattina?
-Epigene: Ero al mercato, avevo bisogno di alcune cose e le ho comprate.
-Apollodoro: E perché invece di spendere soldi non le hai semplicemente portate via rubandole?
-Epigene: Che strana domanda! Non avrei mai potuto farlo. Come potrei arrivare a un gesto del genere?
-Apollodoro: E che cosa ti trattiene?
-Epigene: Mi trattiene… è una precisa sensazione interiore che me lo impedisce. Sì, una specie di voce dentro di me che… Ehi, ma perché stai ridendo? Vuoi dire che… per Zeus! È il mio daimónion?
23 ottobre 2025