Filosofia oltre il Confine

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256 Il pianto dell’asino

Nella luce dei colori del tramonto
giaceva nudo sulla nuda terra,
il grembo che lo aveva generato,
in serena attesa dell’ultimo viaggio
verso le luci dell’alba eterna.
Non più parole, non consolazioni,
solo il lieve tocco della polvere
che lo accoglieva come una madre.

I frati pregavano per Francesco,
lo assistevano nella sua ultima ora,
in un silenzio ora mesto ora febbrile,
pervasi da una profonda tristezza.

Fu allora che qualcuno si avvicinò
condotto dai frati nella stanza:
un asinello che aveva servito Francesco
come fedele compagno in tanti viaggi.
Di fronte al santo prossimo alla fine
l’asino rimaneva silenzioso e immobile,
gli occhi pieni di un dolore innocente.
Poi all’improvviso emetteva un suono,
non il suo raglio impetuoso di sempre,
ma un lamento flebile e sommesso,
un suono dolce e rotto come di pianto.
I frati si stupirono, ma poi compresero
che quel verso era un’antica preghiera,
un estremo saluto all’amico morente,
un addio che non ha bisogno di parole.

Francesco allora si aprì in un sorriso:
“Lasciatelo stare, fratello asino,
ché anche lui mi ama nel Signore
e piange per il mio partire.”

E poi cadde il silenzio. Tutto taceva.
Ogni palpito di vita si faceva preghiera.
Il vento sembrava un canto all’Eterno.
Lacrime ricadevano nel cuore del mondo.
E una luce illuminava il volto di Francesco
mentre in un attimo tutto si compiva.
Così Francesco se ne era andato,
verso il cielo e insieme dentro la vita stessa,
lì dove anche il più umile essere è sacro
per il cuore semplice che sa comprendere.

Racconta frate Leone ancora di quell’asino
che non volle più mangiare per giorni
e di lì a poco, in silenziosa pace, morì.
L’asinello si era fatto custode del mistero,
testimone di quella sapienza originaria
dove spirito e materia si incontrano,
dove sfumano i confini tra uomo e creature,
dove l’amore non conosce gerarchie né nomi.
Dove rimane solo l’essere, nudo, fragile, infinito.
17 ottobre 2025

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