
255 L’io-sono è il senza-limiti
-Porfirio: Vorrei tornare al problema dell’io-sono di cui abbiamo discusso l’ultima volta. Mi avevi invitato a osservare il fatto del mio esistere per riconoscere che non sono il mio pensiero bensì un io-coscienza…
-Maestro: Sì. E dunque hai fatto i compiti come ti avevo chiesto?
-Porfirio: Mi sono dedicato a lungo all’auto-osservazione, con risultati alterni. A volte riuscivo a concentrarmi sull’io-sono/coscienza, altre volte i miei pensieri arrivavano come cavalli selvaggi a contendere la mia attenzione. Vorrei tornare sull’ io-sono per approfondirne l’esperienza…
-Maestro: Alcune osservazioni: non vedere l’io-sono/coscienza come un “problema”, perché questo pensiero ti allontana dalla retta visione. Inoltre non devi “concentrarti” sull’io-sono, perché il concentrarsi è ancora un atto del pensiero -e noi non siamo il nostro pensiero. Meglio parlare di consapevolezza, visione diretta. Infine tieni presente che l’io-sono non è un’esperienza ma uno stato, è il manifestarsi dell’essere puro e semplice.
-Porfirio: Capisco che è errato vedere come un problema la coscienza io-sono e che il concentrarsi è un’azione della mente. Ma non riesco a capire, come mi avevi già detto in passato, che l’io-sono non è una esperienza, bensì uno stato. Posso fare esperienza di me stesso come coscienza, oppure no? Vorrei capire bene…
-Maestro: Proviamo una via semplice per chiarire la questione. Cosa vuol dire fare esperienza?
-Porfirio: Vuol dire osservare, constatare, percepire, vedere o sentire qualcosa…
-Maestro: Sì, noi facciamo esperienza di sensazioni, percezioni, pensieri, ricordi, fantasie, emozioni, ecc. Che cosa hanno in comune queste forme dell’esperire?
-Porfirio: Possono essere molto diverse tra loro, ma sono accomunate dal fatto che sono tutte sempre oggetti della mia coscienza. Un sentimento, un colore, un’idea, un’immagine, un ricordo mi appaiono di fronte sempre come un “qualcosa”…
-Maestro: Giusto. Ma questo vale anche per la stessa coscienza? Vale anche per l’io-sono? Lo puoi vedere, percepire o pensare, cioè esperire come un “qualcosa”?
-Porfirio: Mi pare di sì. Io posso osservare il mio esistere, il mio essere cosciente…
-Maestro: Beh, se è così allora prova adesso a guardarti, a scrutare questo io-sono di cui parliamo. E poi descrivilo con le tue parole. Non avere fretta, prenditi il tuo tempo…
-Porfirio: (dopo una pausa) L’io-sono è… mi appare come… anzi no, è la sensazione di… o forse invece si può descrivere… Uhm, sono un po’ in difficoltà…
-Maestro: È ovvio che sia così. Stai cercando di descrivere ciò di cui non si può fare esperienza. Il soggetto, la coscienza o io-sono, non si può ridurre a oggetto, non si può “vedere” come un evento della percezione, perché è il fondamento del percepire stesso.
-Porfirio: Non c’è proprio nessun modo di definire questo io-sono?
-Maestro: Va bene, vediamo: l’io-sono ha un colore, una forma, una qualità o una caratteristica? Al di là della parola che usiamo per indicarlo, lo puoi definire, lo puoi ridurre a un’idea, a una sensazione o a un’immagine?
-Porfirio: (dopo una pausa più lunga) No… mi sembra di no… In effetti la coscienza non rientra nel campo del percepito, perché è la base che sostiene la stessa percezione.
-Maestro: Molto bene. Non puoi definire una cosa se non puoi stabilire i suoi limiti nello spazio- tempo o predicarne qualità e caratteristiche qualsivoglia. Il tuo vero io, la coscienza, l’io-sono, è al di fuori di tutto questo, perché precede ogni oggetto percepito, ne è la condizione, è lo sfondo su cui il mondo appare, con tutti i suoi nomi, distinzioni, definizioni e descrizioni.
-Porfirio: Dunque, se ho capito, l’io-sono è uno stato, ma può essere solo vissuto senza poter dire che cosa è.
-Maestro: Proprio così, è l’essere senza-limiti, su cui ci si può pronunciare solo per negazioni, come ben sanno da sempre i mistici. “Io sono” non appartiene al dominio del finito. Ogni esperienza è segnata dal limite: inizia, si attua e si conclude. È un frammento nel tempo, un evento che appare e scompare. Il finito è la trama dell’esperienza, ma “io sono” non coincide con essa: è ciò che la rende possibile. E come la luce che illumina le cose senza appartenere ad esse.
-Porfirio: Un mistero grande. Tu hai usato il termine “finito” per indicare il mondo con tutte le sue realtà. Questo vuol dire che…?
-Maestro: Che l’io-sono/coscienza è senza limite, dunque infinito.
-Porfirio: Vuoi dire che rimanere nell’io-sono è essere nell’infinito? Che noi siamo infinito?
-Maestro: Sì, esattamente questo. Le parole appartengono al campo del finito, degli oggetti, quindi sono impotenti a descrivere l’indescrivibile. Al massimo possiamo dire che l’essere non accade nel tempo e nello spazio, ma è ciò che accoglie tempo e spazio. È lo sfondo immobile su cui si dà il mondo delle esperienze. “Io sono” non è un fatto, ma un principio intuitivo e certo: è presenza pura, senza inizio né fine, che precede ogni esperienza e la oltrepassa.
-Porfirio: Dunque noi viviamo già nell’infinito. Perché è così importante realizzare questa verità?
-Maestro: Il finito vive nell’infinito. Ogni emozione, pensiero o percezione è una vibrazione temporanea, una forma momentanea che l’infinito assume per conoscersi nel limite. L’esperienza è il linguaggio del finito, “io sono” è il respiro dell’infinito. L’infinito non cerca, non diviene, non si compie: semplicemente è. Quando mi identifico in ciò che passa sono nelle catene dell’ignoranza; quando mi riconosco in ciò che permane sono nella libertà dell’intelligenza. È una differenza decisiva da tenere presente se vogliamo sapere chi siamo e vivere in pace.
-Porfirio: Ora mi sembra che il cammino si stia facendo impervio. Sento il bisogno di fermarmi e prendere tempo per riflettere. Devo tornare nel finito e viverlo e osservarlo ancora un po’ per poter intravedere l’infinito.
-Maestro: Sì, sono d’accordo, è giusto, continueremo la nostra meditazione in un’altra occasione. Intanto continua a interrogarti, a osservarti, cerca le tue risposte. Cerca il silenzio in cui cessa il movimento dell’esperienza, allora l’infinito si svela come ciò che sempre è stato: pura presenza. In quel riconoscimento, il “fare esperienza” si dissolve e resta soltanto lo stato nudo dell’essere – l’eco immobile e imperitura dell’io-sono.
7 ottobre 2025