Filosofia oltre il Confine

Per gli amanti della Filosofia


244 Esistenza / 3 / Il giudice Wilhelm

-Ho fatto un sogno stanotte: Don Giovanni non finisce tra le fiamme dell’inferno, si pente, cambia vita e sposa una brava ragazza…
-Una scena piuttosto inverosimile, ma la vita è strana e impredicibile. Kierkegaard direbbe che in questo caso Don Giovanni ha fatto il “salto”.
-Il salto in che cosa, verso dove?
-Nello stadio successivo, quello che Søren Kierkegaard chiama “stadio etico”.
-Già, mi spiegavi, per il filosofo è il secondo livello dopo lo stadio estetico, una nuova possibilità di esistenza…
-Dunque, secondo il tuo sogno, Don Giovanni è diventato un pantofolaio, un bravo marito che lava i piatti attorniato da un nugolo di marmocchi urlanti. Ti piace questa sua nuova immagine?
-Mah… non so, così non è più lui. Diventa il buon Giovannone, marito esemplare che pota le rose e va a lavorare in ufficio. Un uomo inserito nella società, ma sicuramente più grigio e noioso. Prima era un personaggio fuori dai ranghi, stravagante, ma almeno era imprevedibile, più interessante…
-Vedi? Hai spiegato perfettamente qual è il fascino della vita estetica. E comunque, conoscendo il soggetto, mi pare del tutto improbabile che questa trasformazione possa avvenire. Infatti Kierkegaard non si sogna di prospettare questa mutazione antropologica di Don Giovanni. Per descrivere il mondo della vita etica propone altri personaggi.
-Me ne dici uno rappresentativo?
-Il giudice Wilhelm. Uomo tutto d’un pezzo, integerrimo, stimato, anche temuto. È un perfetto rappresentante della dimensione etica, prova a spiegarmi tu il perché, non è difficile.
-È un giudice, quindi lo immagino come un uomo serio, responsabile, di saldi principi, ben inserito nella società e rispettato da tutti.
-Certo, la persona che deve giudicare gli altri deve essere un esempio di integrità, osservanza delle regole, equilibrio e ponderatezza. Non ci aspettiamo che si comporti in maniera eccentrica, è un personaggio pubblico, conosciuto, inquadrato nel suo ruolo. La vita etica ha una sua stabilità e continuità, non cerca come l’estetica la sensazione goduta nell’attimo, costruisce la sua identità nel tempo, si realizza nella società e nelle istituzioni, cura le relazioni sociali, il lavoro, il matrimonio, la politica, la legge, ecc.
-Dunque una vita da ammirare, il modello perfetto di uomo civile, virtuoso, responsabile delle sue azioni… e quindi immagino anche felice.
-Sì, ma solo apparentemente, dice Kierkegaard. L’uomo estetico va incontro prima o poi a un senso di noia e vuoto esistenziale. Ma anche l’uomo etico non ha vita facile, sperimenta ben presto quello che Kierkegaard chiama “pentimento”.
-Pentimento? Pentito di che?
-Della sua vita, non così bella e perfetta come sembra in apparenza. Wilhelm si rende conto che il peccato, l’errore, la caduta sono sempre dietro l’angolo.
-Anche il bravo e rispettato giudice è un peccatore? Possibile?
-Sì, un cattivo pensiero, una tentazione, un vizio, un atto egoistico, un gesto impulsivo… sono cose che accadono a tutti, per quanto si tenti di reprimerle per lucidare la patina di perbenismo che fa da biglietto da visita. Il problema, dice Kierkegaard, è che nessuno stato di perfezione può essere realizzato dall’uomo, che è strutturalmente fragile, fallibile, esposto agli impulsi, alle tempeste dei sentimenti, gettato nel mare della vita dove ogni cosa è mutevole e ingovernabile.
-Anche noi dunque siamo mutevoli e ingovernabili?
-Sì, per questo mettiamo una maschera e fingiamo di essere perfetti, splendidi, sempre padroni di noi stessi. Immagina Wilhelm che in tribunale giudica Don Giovanni: quello del seduttore è un modo di vivere che lui non può capire, che disprezza e condanna nel modo più assoluto. Il giudice non vede l’ora di portare alla sbarra il reprobo per fare giustizia come vuole la collettività. Ma la sua è anche una vendetta personale, che forse nasconde un desiderio, una segreta invidia.
-Un’invidia per la vita dissoluta di Don Giovanni? Per la sua libertà licenziosa?
-Certo, per quello che Wilhelm vorrebbe ma reprime. Egli odia il seduttore perché vede in lui quello che gli manca: una parte di sé che è negata, soffocata, quella che conosceva prima di diventare così serio e importante, quella che amava il gioco, la gratuità, la leggerezza, l’immaginazione e la poesia, quella che non si curava dell’immagine esteriore e sapeva godersi la vita.
-Povero Wilhelm, sembra vivere in una condizione peggiore di Don Giovanni. Non lo stiamo criticando un po’ troppo?
-No, ricorda che alla fine la vita etica è uno stadio superiore a quello estetico, perché è la scelta di una libertà più matura, dove la consapevolezza delle proprie limitazioni e insufficienze comincia ad affiorare. Si fa più acuto il sentimento del possibile che accompagna la vita dell’uomo in tutti gli stadi di esistenza e che qui prende la forma di pentimento: l’angoscia.
-Quindi Wilhelm… Ma Don Giovanni è angosciato?
-Sì, anche se non lo sa, perché vive in uno stato di coscienza limitato, crepuscolare. L’angoscia tende ad affiorare come noia, senso di nullità e disperazione, ma non è ancora manifesta come lo sarà nello stato etico. L’uomo estetico, col passare del tempo, può maturare e uscire dall’incoscienza diventando un “io”, ma perché questo accada ci vuole un evento traumatico che crei la svolta. Di regola però le persone raggiungono uno stadio di esistenza e lì rimangono per tutta la vita.
-Ma alla fine, chi vive la vera libertà? Don Giovanni l’esteta libertino o Wilhelm, il serioso giudice difensore della moralità pubblica?
-Il seduttore non conosce la vera libertà, perché non sceglie e non dà una continuità alla sua vita. Sono le occasioni che incontra a “sceglierlo”, poi tutto si esaurisce lì, nella sensazione subito svanita che lascia un vuoto disperato. Il giudice vive una libertà più alta e matura, ma proprio per questo è costretto a ripensare i suoi comportamenti e i suoi errori e alla fine si trova “colpevole”. Questo è lo scacco finale della vita etica e da qui il pentimento che, in alcuni casi, può portare al salto verso la vita religiosa. Questo è l’ultimo stadio possibile dell’esistenza umana, il più impegnativo, perché l’angoscia si presenta nel modo più lacerante. Qui si apre il mondo della fede.
-Dopo quello che abbiamo detto mi trovo comunque ancora a parteggiare per il giudice Wilhelm. Per quanto tormentato mi appare in fondo un uomo onesto e giusto…
-Certo, Wilhelm è un buon marito e padre di famiglia, va a messa tutte le domeniche, fa la carità ai poveri, morirà onorato e rimpianto da tutti. Ma ciò non toglie, secondo Kierkegaard, che la sua vita sarà stata un totale fallimento.
-Non è un giudizio troppo spietato? Povero giudice, stavolta è lui ad essere giudicato!
-Per capire bisogna conoscere il filosofo Søren Kierkegaard e la sua storia, cosa che faremo una prossima volta. La sua posizione è di una radicalità assoluta. Non a caso, la sua opera più importante si intitola “Aut-Aut”. Nessun compromesso, nessuna via di fuga, l’uomo guarda a sé stesso con totale sincerità, si mette a nudo. E soprattutto si interroga sul suo destino in questo mondo e sul suo rapporto con il Dio.
-Credo di capire quale sarà il punto di arrivo. Ma insisto: una vita onesta come quella dell’uomo etico, diciamo il buon marito o la brava moglie, per quanto segnata da errori e peccati e da tutti i limiti dell’umano, non può essere un’esistenza comunque degna e completa?
-Kierkegaard risponderebbe di no, perché è mancata la cosa più importante, la ricerca dell’Assoluto. E ti direbbe: va bene, sei un uomo onesto, e poi? Sei un bravo marito, e dunque? Sei rispettato da tutti, e allora? E così via… puoi essere famoso, ricco, istruito, caritatevole, buono, affidabile, competente, bravo a giocare a scacchi, ecc. ecc. Ma poi? Se non riconosci i limiti della tua condizione umana, se non arrivi a farti le grandi domande che contano, se non vai al di là di te stesso, tutto quello che hai fatto è una bolla di sapone e un giorno la disillusione sarà amara, capirai che la tua vita è stata sprecata.
-Allora non sprechiamola, diamoci da fare! Su questo sono d’accordo con Kierkegaard. Abbiamo una sola esistenza da giocare, non perdiamoci in cose futili, occupiamoci di quello che conta davvero. Se abbiamo la possibilità di vivere un’esperienza più alta mettendoci al servizio della verità, perché accontentarci di una vita grigia e scolorita? Questo mi sembra il richiamo e il leitmotiv di tutte le grandi filosofie…
-Sì, Søren Kierkegaard sarebbe d’accordo, è il punto in cui la filosofia e la vita si incontrano…
18 giugno 2025

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