
242 Esistenza / 1
-Il tema dell’esistenza ha interessato molto il pensiero contemporaneo. Tra Otto e Novecento sono nate diverse filosofie esistenzialiste. Mi sembra un argomento intrigante, forse vale la pena di dare un’occhiata…
-Cominciamo col definire il termine: “esistere” indica il fatto concreto di esserci, in un luogo, tempo e condizioni determinati. È il porsi assoluto e innegabile di un qualcuno o un qualcosa che non può essere ridotto a concetto. Le filosofie dell’esistenza partono da qui e criticano l’astrattezza dei passati sistemi di pensiero che cercavano di cogliere e fissare le “essenze” delle cose.
-In effetti “astrarre” vuol dire estrarre, separare…
-Sì, estrarre il concetto, un’idea generale separandola dalla cosa reale. Il rischio però è che, ad esempio, mentre cerco di definire “il limone”, cioè l’essenza del limone, mi sfugga l’esistenza del limone reale che ho qua sul tavolo…
-Insomma, la vita non è nei concetti della ragione, per quanto raffinati e ingegnosi…
-Esistere, diceva il danese Søren Kierkegaard, il primo filosofo esistenziale, è un fatto reale, unico e irripetibile che nessuna teoria o idea può catturare ed esprimere in parole.
-Certo, i ragionamenti sono astrazioni, non hanno realtà né vita. Capisco quindi questa contrapposizione di concreto e astratto, l’esigenza di oggettività e di verità.
-Kierkegaard diceva: nessuno può vivere, soffrire, amare o morire al posto mio. Io non sono la copia di un modello ideale o un’essenza astratta. La mia vita è reale, unica, non è paragonabile a nessun’altra, è inimitabile e irripetibile.
-In effetti, cosa può interessarci più di questo: vivere, amare, soffrire, fare, pensare, cioè esistere… Questa filosofia ci riporta sulla terra, nel mondo vero delle cose! Solo i fatti concreti esprimono l’unicità dell’individuo…
-Sì, Kierkegaard si occupava solo dell’individuo, che chiamava “il Singolo”. Il mio amico Pietro è un “singolo” che non si confonde con nessun altro, la cui storia è personale, originale, unica e incomunicabile.
-Anche incomunicabile?
-Sì, nessuno può entrare nella nostra mente e nel nostro sentire. Ed è proprio questo che dà un valore assoluto alla nostra persona.
-Qual è il ruolo della ragione nel pensiero di Kierkegaard?
-Per lui l’esistenza si oppone alla ragione, come il singolo all’universale. Solo lì c’è la vita concreta, pulsante, individuata, vera. Ma proprio perché sempre aperta al possibile l’esistenza è segnata dall’incertezza e dall’angoscia della scelta. Con ogni azione e pensiero decidiamo chi vogliamo essere. E questo ci dà un’enorme responsabilità per tutti i rischi connessi e le conseguenze, spesso irreversibili.
-Mi colpisce il tema dell’angoscia. È per il fatto che la ragione non basta a governare la nostra vita?
-Sì, nella vita ci troviamo sempre di fronte ad alternative che l’intelletto non può risolvere. L’esistenza umana è sempre esposta al possibile, quindi anche all’errore e al fallimento. Da qui una sensazione di indecisione che paralizza e diventa angoscia. Di fronte alle innumerevoli possibilità che si aprono scopriamo di essere insicuri, incerti, combattuti, senza che la ragione possa esserci di qualche aiuto.
-È una visione negativa e pessimistica della vita?
-Sì, l’accento è sempre sulla fragilità e sulla fallibilità umana. Ma d’altra parte questo è il prezzo da pagare per avere la libertà.
-Già, un animale segue il suo istinto e non è mai angosciato, certo non conosce la libertà umana, vive nell’istante, non sceglie, non si pone il problema di cosa verrà “dopo”…
-Un animale è un individuo, ma non può essere un Singolo come Kierkegaard lo intende. Ogni cosa preziosa ha il suo prezzo, essere un uomo, un Singolo, chiede il sacrificio più alto.
-Dunque, la domanda decisiva: come essere un Singolo?
-Lasciamo Kierkegaard e le sue conclusioni, le riprenderemo una prossima volta. Adesso rispondiamo noi in prima persona…
-È così importante farlo?
-Sì, proviamo a dare le nostre risposte, procediamo da soli, senza stampelle. Torniamo alla domanda: cosa vuol dire essere un Singolo?
-Direi così: essere un individuo autentico, vero, libero, cosciente di sé. E, da quello che abbiamo detto oggi, difendere sempre la propria irriducibile individualità, accettare l’angoscia come un aspetto proprio dell’umano, superare l’illusione di una salvezza prodotta dalla ragione, avere il coraggio della scelta.
-Bene, mi sembrano punti importanti e condivisibili…
-E potrei aggiungere molto altro: essere onesti, sinceri, responsabili, compassionevoli, altruisti, ecc. Fare l’elenco è facile, poi so che realizzare tutto questo richiede un enorme lavoro. Per te invece qual è la cosa più importante?
-Che questo elenco di qualità e virtù, con cui sono d’accordo, scaturisca dalla nostra comprensione. Non perché sono cose che ci hanno detto, insegnato o che abbiamo letto da qualche parte, ma perché le sentiamo giuste, vere, sacrosante, inevitabili. Non solo sulla base della ragione ragionante, ma per un’intima convinzione che non ha bisogno di altre spiegazioni.
-Devono essere cose apprese con la propria esperienza…
-Certo, altrimenti se riproduci l’esperienza di altri come fai a definirti un Singolo libero e autentico? Se ti hanno insegnato a mantenerti gentile e rispettoso non dev’essere solo un comportamento indotto, un abito acquisito, devi far diventare tuo quel modo di essere, osservando, riflettendo, valutando, prendendo coscienza del suo senso e valore. Ma di più: la comprensione deve derivare dalla tua consapevolezza, dalla chiarezza della visione, da un’intuizione diretta e semplice, quella che ti fa dire immediatamente e con tutto il cuore: “Sì, è così”…
16 giugno 2025