Filosofia oltre il Confine

Per gli amanti della Filosofia


224 Non piangete, insetti, amanti e stelle

Non piangete, insetti
–gli amanti, persino le stelle
devono separarsi

Kobayashi Issa (1763-1827)

-Che cosa ci insegna il pianto degli insetti? Perché lo sentiamo nostro?
-Perché anche noi siamo come loro e come gli amanti che si scoprono lontani. O come stelle che si ritrovano a vagare sperdute nel cosmo.
-Conosciamo la separazione, ma è la condizione del nostro vivere, perché siamo individui, singolarità irriducibili…
-Separazione è dolore, sofferenza, angoscia. Che sia riconosciuta o no, rimane in sottofondo nella nostra vita, come una nota di bordone che ci accompagna.
-Gli amanti non sono felici?
-Gli amanti vogliono completare un vuoto e sono per ciò stesso destinati all’infelicità. Il desiderio di unità li spinge a cercarsi per diventare uno. Ma la separazione rimane comunque, anche un millimetro è una distanza infinita. E da qui frustrazione, insoddisfazione, sentimento di incompiutezza.
-Si può superare questo? C’è un rimedio al male di vivere?
-Ogni separazione produce desiderio dell’altro e prelude al ritorno. Ma il momento della riunificazione è una gioia momentanea che non dura. La nostra realtà di uomini riemerge presto a ricordarci che siamo fondamentalmente soli.
-Siamo soli… Non è una visione sconsolata della vita?
-No, dipende da quello che intendiamo per “essere soli”. Se guardiamo al nostro lato più esteriore, là dove abbiamo bisogno degli altri per colmare il senso di vuoto, allora sì, la solitudine è mancanza, abbandono, smarrimento. Se invece guardiamo al nostro nucleo profondo, è la condizione esistenziale che ci appartiene, il nostro stato naturale.
-Noi umani siamo quindi soli in essenza, questo è il nostro essere reale e vero…
-Sì, ma va capito un fatto fondamentale: è l’illusione di essere “qualcuno” che ci distanzia dagli “altri” e produce il senso di separazione. Questa sensazione è la radice del problema umano. Da qui il sentimento di incompletezza e di solitudine.
-E l’insetto? Gli altri esseri viventi? Non soffrono come noi? Non piangono la separazione?
-Sì, a loro modo. Sono mossi dall’istinto e la avvertono in modo vago e inconscio. Solo il pianto dell’uomo è consapevole e per questo più profondo e toccante. Però è bello pensare a una natura che piange sé stessa mentre cerca di ricostituire l’armonia che la fa essere una.
-Tornando a noi, la nostra condizione esistenziale è dunque insuperabile?
-No, ti dicevo che sentirsi individui è un’illusione. La divisione dal mondo e dagli altri esseri è solo apparente, non è la realtà. Se guardiamo dal centro del nostro essere possiamo vedere che non c’è vera distanza da nulla. Capiamo che pensare di essere qualcuno o qualcosa è la vera radice dell’angoscia. Essere un ego vuol dire separarsi dal Tutto, creare un limite e una distanza. E di conseguenza è vivere nella paura, nella bramosia, nell’ansia del domani. È cercare la compagnia dell’altro e poi lottare in difesa della propria identità e quindi allontanarsi e di nuovo avvicinarsi. Un movimento a pendolo che crea instabilità e insicurezza.
-Dovremmo quindi vivere come gli animali, senza un io consapevole, innocenti, fusi con la natura e con tutto quello che c’è? Non sarebbe un regredire a uno stato inferiore di coscienza?
-No affatto. Come dicevo, l’uomo ha una consapevolezza che gli altri viventi non possiedono. Per questo la sua coscienza non potrà mai cadere sotto una certa soglia. Ed è la sua intelligenza a fargli capire che la separazione è connaturata a tutte le forme nel mondo, è un destino ineluttabile che si accompagna al fatto di esistere. E ancor più al fatto di sentirsi un io, come accade agli uomini.
-Dunque si deve abbattere l’io? Poi cosa rimane? Il vuoto? Il nulla?
-Non si tratta di distruggere l’io, ma di guadagnare quel luogo dentro di sé che vede il processo della sua formazione e lo riconosce come illusione.
-Non nasciamo con un ego già costituito?
-L’io è il risultato di un lungo processo spontaneo, è un cumulo di pensieri e memorie che creano l’idea di essere individui separati. Questa convinzione poi si cristallizza ed è molto difficile rimetterla in discussione.
-Quindi nasciamo uniti al tutto, ma poi ci separiamo diventando individui. In realtà è solo ciò che pensiamo, una errata convinzione. Pensiamo di essere usciti dall’Eden…
-…Ma in realtà noi siamo sempre lì, esserne usciti è solo una nostra falsa convinzione.
-Cosa fare allora?
-Se rimani saldo nel tuo centro ti senti parte di tutta l’esistenza. Sei solo perché sai che non esiste nessun “altro” là fuori. Sei compiuto e perfetto così come sei, non hai bisogno di altro, non manchi di nulla. E quando sorge il sentimento di separazione sai che è solo una nuvola che passa.
-E allora: non piangete insetti, non piangete uomini, amanti e stelle. Non siete separati da nulla, è solo un autoinganno…
-Sì, però guarda: piangere per una separazione ha una sua bellezza, una sua poesia, soprattutto quando si tratta dell’uomo. Se lo vedi come un gioco ti puoi godere lo spettacolo senza esserne toccato. Sai che l’altro è te stesso e nessuna separazione è avvenuta. Ma puoi anche abbandonarti al pianto e sentire un dolce sentimento che ti pervade. Alla fine hai una certezza che nasce quando vai alla ricerca di te stesso nel silenzio e nella solitudine: sei il Tutto che si guarda attraverso il frammento, sei completo e perfetto, sei da sempre e per sempre legato a tutto ciò che esiste.
17 aprile 2025

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