Filosofia oltre il Confine

Per gli amanti della Filosofia


204 L’eterno ritorno dell’eguale

-Sto studiando la filosofia degli antichi Stoici. Di loro mi affascina la concezione dell’eterno ritorno dell’eguale, l’idea che l’universo muore e rinasce ripetendosi eternamente. Dicono che, come tutte le cose, anche noi uomini torniamo all’esistenza infinite volte, ma sempre nel medesimo modo, senza che cambi il più piccolo particolare della nostra vita. È come assistere a un film riproiettato da cima a fondo, sempre lo stesso, all’infinito. Non so dire se questa sia una visione bella ed esaltante o inquietante e spaventosa…
-Sai che anche il filosofo F. Nietzsche era rimasto affascinato da questa prospettiva, che definiva “il più abissale dei miei pensieri”. E pure noi possiamo interrogarci liberamente su questo tema che, come vedi, dopo millenni mantiene inalterato il suo fascino.
-Possiamo partire da un’immagine-simbolo per inquadrarlo?
-Sì, probabilmente conosci l’antico simbolo dell’uroboro, il serpente che si morde la coda. Con questo i filosofi Stoici rappresentavano l’immagine del cosmo e l’eterno ritorno dell’eguale, interrogandosi sull’universo e sull’intima ragione delle cose. Vedevano il tempo come un circolo dove tutto si ripete eternamente. Dicevano che, come per le stagioni e nel moto degli astri, così tutti i fenomeni dell’universo, tutti gli esseri della storia del mondo, vivono, si muovono e si trasformano secondo cicli vitali. E quando giunge la fine rinascono ancora e ancora e si ripetono, sempre identici a sé, insieme all’intero cosmo.
-Davvero allora è il caso di dire: “niente di nuovo sotto il sole”…
-In effetti è più o meno quello che gli antichi intendevano con la loro concezione del tempo ciclico, la grande ruota dell’esistenza dove tutto ritorna.
-Ma perché avviene questo? Ti leggo le parole di Zenone in Sull’universo e sull’essere: “Tutto termina con un fuoco primordiale, che come un seme ha tutte le ragioni e tutte le cause degli esseri che furono, che sono e che saranno“. Non credo di averle capite…
-Secondo Zenone la ragione che governa ogni cosa, la volontà del divino eterno e perfetto, è come un fuoco che crea, distrugge e rigenera. Essa produce un’infinita serie di cause e l’eterna concatenazione degli eventi. Ed essendo il mondo Dio stesso che si manifesta, nulla può cambiare nella realtà originata dalla Prima Causa. Dal seme primordiale può nascere solamente un mondo perfetto che si ripeterà necessariamente all’infinito, perché la perfezione, se è tale, non può essere in nessun modo toccata o migliorata.
-Già, come la Gioconda. È così perfetta che non saranno certo un paio di baffi aggiunti a migliorarla…
-Con quelli diventerebbe semplicemente un’altra cosa, magari una provocazione artistica, altrettanto perfetta.
-Ma tornando al punto… Dunque ogni cosa che c’è nell’universo manifesta la perfezione divina, ne fa parte. E per questo non può che rinascere identica a sé, all’infinito. Non ci può essere l’accidentale, il fortuito…
-Nell’eterno ritorno dell’eguale, nella palingenesi dell’universo, il caso non esiste, regna solo un’assoluta necessità. La catena temporale delle cause determina implacabile ogni evento, in un ciclo interminabile di mondi. Nulla e nessuno può sfuggire al suo destino.
-Se questa grande concezione degli Stoici ha affascinato gli uomini nei secoli, allora sicuramente ci interroga ancora oggi. Come possiamo formulare una nostra domanda?
-Io proverei in questo modo: come vivere questo momento, sapendo che sempre tornerà a essere, così come è ora, assolutamente identico, nel bene e nel male?
-So che la filosofia Stoica risponde con la sua etica del dovere: accettare serenamente il destino; vivere nel mondo con distacco; dare rigore e nobiltà al pensiero; dominare le emozioni inferiori; non inseguire impulsi e desideri; coltivare solo le massime virtù; vivere secondo natura e ragione, ecc. Ma sento che questo non mi basta per rispondere al nostro interrogativo…
-Certo devi comprendere il linguaggio stoico che può apparire distante dal nostro modo di esprimerci oggi. Il tono poetico della filosofia nicciana invece ti sembrerebbe molto più vicino alla nostra sensibilità contemporanea. Ma ora, prescindendo da ogni interpretazione formulata da altri pensatori, cerchiamo la nostra risposta, facciamo che scaturisca dalla nostra riflessione.
-Ecco, direi che l’etica del dovere degli Stoici mi sembra una buona guida di vita, ma personalmente non mi aiuta ad accettare l’idea dell’eterno ritorno dell’eguale, non riesce a dirmi il modo di affrontare questo momento e dare un significato al mio vivere. Perché che senso ha ripetere all’infinito la propria commedia umana senza cambiare una virgola, senza la libertà di pensare, fare o essere altro, visto che tutto è già stabilito da una volontà superiore da sempre e per sempre?
-Per gli Stoici è ovvio che la libertà è solo del divino, non degli enti individuali che sono parti infinitesimali di quel Tutto. E comunque ricorda che ogni vita è sempre vissuta come un partire da zero, puri e innocenti, senza nessuna ombra del passato, è come la comparsa del primo Adamo. Ma su una cosa hai ragione: non basta solo coltivare le virtù o il distacco dalle cose del mondo, non basta proporsi nobili ideali e governare le emozioni inferiori. Ci vuole un passo oltre l’etica. Noi vogliamo essere totalmente presenti alla vita che accade. Dunque, per accettare la prospettiva dell’eterno ritorno, la cosa decisiva è vivere la vita in piena consapevolezza.
-Basta questo per scoprire il senso del vivere? Non è una soluzione troppo facile?
-Vivere ogni istante in piena coscienza non è una cosa facile come sembra. È l’impegno di affrontare con lucidità, discernimento e comprensione ogni aspetto della vita. È mantenere attenzione e chiarezza costanti nel nostro rapporto col mondo. Questa è l’unica, vera libertà che abbiamo come uomini. Dobbiamo indagare fuori e dentro di noi, portare alla luce della coscienza la totalità del nostro essere. Solo così il significato di ogni esperienza ci si rivela. E nasce il desiderio di rivivere la propria storia, perché non si fa resistenza a ciò che è, si accoglie tutto quello che si affaccia. Si accetta di tornare qui ancora e ancora e ripetere il film, anche se ciò sarà un cammino senza fine.
-Siamo noi dunque che diamo il significato a quello che viviamo? È il modo in cui accogliamo ciò che viene?
-Sì, è proprio questo che dà un senso di pienezza e perfezione a ogni momento vissuto. E vale per qualsiasi cosa succeda, per ogni esperienza di vita, non solo per le cose belle e positive, anche per i drammi e le sconfitte.
-Sono d’accordo con te su tutto quello che hai detto. Ma questo non è quello che in fondo dicevano anche gli Stoici e Nietzsche?
-(ridendo) Sì, abbiamo solo usato un linguaggio diverso per esprimere lo stesso concetto: accettare l’eterno ritorno, l’idea di ripercorrere la nostra vita all’infinito. Le differenze tra la posizione stoica e quella nicciana sono comunque importanti: per Nietzsche il mondo scaturisce dal caos, non ci sono verità assolute né divinità, solo la vita terrena; per gli Stoici tutto viene dal logos divino, che è ragione suprema e perfettissima. Due posizioni antitetiche che però si ispirano alla stessa prospettiva del perpetuo ritornare. Da qui anche la scelta fondamentale tra vivere ritirandosi nell’atarassia oppure buttarsi a capofitto nella realtà affrontando ogni istante con lo slancio eroico dell’oltre-uomo. Ma in ogni caso l’importante è vivere in totale consapevolezza, accogliere la realtà in tutte le sue possibilità, così come si offre. Allora nasce la potente sensazione di essere liberi e una serenità che è profonda e totale apertura alla vita.
-Ma nel caso degli Stoici, se si fa la scelta di vivere secondo l’etica del dovere ritirandosi nella serenità contemplativa, non è comunque anche questa una cosa già scritta nel destino? Non è sempre una volontà del logos divino?
-Certo. E Zenone ti direbbe: perché tu pensi di essere un’altra cosa da quello?
22 dicembre 2024

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