
198 Un vedere libero dal concetto
-Ho letto alcune pagine di J. Krishnamurti che parla di un “vedere libero dal concetto”. Mi sembra un tema intrigante, vorrei discuterlo insieme per capire meglio…
-Dobbiamo innanzitutto stabilire in quanti modi Krishnamurti intende il “vedere”, perché secondo lui c’è un vedere ordinario che si ferma alla superficie delle cose e uno più profondo, libero dal concettualizzare, che coglie direttamente la verità di ciò che è. Bisogna liberare la percezione sensoriale dal pensiero che ne costituisce una limitazione, superando quello che lui chiama il “mondo del conosciuto”.
-Uhm, per ora non ho capito molto di più. Allora riparto da una domanda più semplice: conosciamo davvero il mondo? O è solo una nostra credenza?
-Secondo Krishnamurti, noi ci affidiamo ai sensi convinti di conoscere le cose nella loro verità. Pensiamo che il vedere sia sempre puro e incondizionato, ma proprio questa è l’illusione. I sensi sono dei filtri che limitano la percezione, ma lo è ancor più il pensiero, che rielabora i dati e crea il mondo del “conosciuto”, un cumulo artificioso di memorie di ciò che abbiamo visto, osservato e sperimentato.
-Beh, mi sembra che non possiamo evitarlo, per noi è l’unico modo per avere un’idea delle cose del mondo.
-Sì, certo. La nostra esperienza parte sempre dai sensi, ma ciò che risulta è un ammasso confuso di percezioni, eventi, fatti e situazioni. Il soggetto cerca di mettere in ordine questa sterminata quantità di dati per creare una conoscenza stabile e un’immagine del mondo comprensibile e praticabile. Ma non può andare oltre una visione parziale, si deve fermare a una descrizione approssimativa della realtà.
-Perché ritieni così fallace il nostro conoscere? Anche se i sensi sono limitati possiamo organizzare le nostre esperienze usando la ragione. Da lì poi le idee e definizioni, teorie, conclusioni. Non saranno la verità assoluta, ma perlomeno conoscenze soggette a continua osservazione e verifica.
-Per Krishnamurti l’unica cosa che dobbiamo cercare è sempre e solo la verità, non vale la pena di sprecare la nostra vita dietro qualcosa di inferiore o illusorio. Ma il fatto è che tutte le esperienze fanno capo a un “io” pensante che cerca di trasformarle in conoscenze organizzando il percepito secondo i propri schemi, cioè condizionamenti derivanti dall’educazione, dalla cultura, dalle tradizioni, dai sistemi di credenze. Il soggetto pensante è anch’esso un coacervo di filtri costruito dalle esperienze vissute. In questo senso possiamo dire che l’io è il conosciuto stesso. Ma così la pura percezione è condizionata e distorta da un “conosciuto” che è un fardello di memorie, una barriera invalicabile che preclude di vedere il mondo per quello che è. Se siamo alla ricerca della verità, ovvero di qualcosa che dobbiamo ancora scoprire, il conosciuto diventa il principale ostacolo e la più grande illusione.
-Quindi, se ho capito bene, il “vedere” come lo intende Krishnamurti è una percezione delle cose non condizionata dal pensiero, una visione svincolata dal passato, libera da pregiudizi, dogmi, costumi e tradizioni. Il conosciuto è dunque quello che si indica con il termine “concetto”?
-Sì, il “concetto” è qui il processo di pensiero che costruisce un mondo fittizio, immaginato e ridotto a descrizione, riferito a ciò che è stato visto, udito, toccato, ecc. Una realtà lontana dal presente, da ciò che è, dal vero, da ciò che accade ora e qui. Il pensiero concettuale ci separa dall’adesso e condiziona il modo in cui i sensi vagliano e percepiscono le cose. Dobbiamo liberare i sensi dal pensiero che fissa le esperienze e catalogando, definendo, calcolando si lascia sfuggire la freschezza e la novità del presente.
-Ma noi siamo comunque quell’io che pensa, siamo inevitabilmente quel “conosciuto”…
-Noi siamo il soggetto cosciente che ha smarrito la pura visione e si è trasformato in un io imprigionato nelle memorie del passato. L’utilità pratica del conosciuto è ovvia e innegabile, per il funzionamento delle cose un sapere tecnico è indispensabile, come potresti altrimenti guidare una macchina? Ma per ciò che riguarda la ricerca della verità è necessario un approccio saldamente ancorato al presente, aperto al nuovo, liberato dalle maglie del pensiero che vive di schemi ripetitivi.
-Mi sembra di aver capito che alla fine la domanda decisiva riguarda se e come si può andare oltre i limiti del conosciuto…
-Secondo Krishnamurti ci vuole un continuo lavoro di osservazione di ciò che accade fuori e dentro di noi. Dobbiamo diventare consapevoli dei condizionamenti che costruiscono la nostra realtà personale, dei concetti che creano un’immagine fittizia di noi stessi e del mondo. E vedere come i modelli nati nel passato si sovrappongono alla visione di ciò che è nel presente impedendo di indagare ed esplorare in piena libertà. L’osservazione costante può liberare i sensi e la mente da quella prigionia. Ma per abbattere tutte le barriere e “vedere” ci vuole un ulteriore passo decisivo: prendere consapevolezza che ciò che esiste è un Tutto senza divisioni. Là dove il concettualizzare separa, frammenta, divide in parti, il vedere totale ricompone ogni cosa nell’Uno, nella verità ultima dell’essere. Allora non rimane altro che una percezione pura, una visione liberata da pregiudizi e paure. È la visione totale del saggio illuminato.
-Si deve quindi rinunciare del tutto al pensiero ordinario per lasciare spazio a questa visione totalizzante?
-No, come dicevamo il pensiero concettuale manterrà la sua funzione e il suo valore nella vita pratica. È inutile fare ancora degli esempi perché è una cosa scontata. Ma il pensare non potrà mai aprire le porte del non-conosciuto, terrà l’io rinchiuso nel recinto delle sue piccole, fragili certezze. Nella vita c’è molto di più, c’è un ignoto che ci sfiora ogni momento e supera di gran lunga ogni teoria e conclusione. Se lo manchiamo è perché preferiamo rifugiarci nel noto, per un po’ di sicurezza rinunciamo alla ricerca e ci accontentiamo della banalità del quotidiano.
-Certo, ciò che è nuovo e sconosciuto fa paura. Ci vuole coraggio a disfarsi di abitudini e modi di pensare consolidati negli anni…
-Ma la verità secondo Krishnamurti appartiene inevitabilmente alla dimensione del non conosciuto. È quella che dobbiamo esplorare se vogliamo una conoscenza del mondo e non solo una conoscenza sul mondo. Possiamo riempirci di parole e di teorie, di infinite conoscenze tramandate dalla storia e tuttavia non sapere nulla di noi stessi e della nostra relazione con l’esistente. Il grande imperativo per noi è ritrovare la nostra libertà, spingerci oltre i confini del conosciuto, restituirci a un “vedere” finalmente liberato dal concetto.
5 dicembre 2024