
179 Vedere
-Si dice che “vedere” è il nostro primo rapporto con le cose, il più immediato e importante.
-È vero, di solito è il nostro sguardo che coglie la realtà in prima istanza.
-Allora ci si può interrogare su una cosa per noi così ovvia e quotidiana?
-È un argomento molto ampio e complesso. Per cominciare diciamo che vedere è un termine di significato universale. La radice indoeuropea vid è una delle parole più antiche, da essa derivano verbi greci e latini come video, per indicare il vedere in tutte le sue espressioni. Ma troviamo anche in Oriente termini derivati, ad esempio Veda, dove però è palese il riferimento a un “vedere” che non è solo quello ordinario.
-Quindi la parola si presenta in molte accezioni…
-Ci sono vari modi di intenderla e a vari livelli. Già gli antichi distinguevano il vedere semplice dal “vedere” come conoscenza, immaginazione, intuizione, illuminazione, visione, atto metafisico… Platone usa l’espressione “occhio dell’anima”e varie tradizioni religiose parlano di Terzo occhio per indicare la coscienza superiore che permette l’accesso al Vero e all’ultima Realtà.
-Capisco che il tema è davvero complesso. Io parto da una domanda più banale: la capacità di vedere è un dono o si può sviluppare?
-È una capacità che si può educare e sviluppare in vari gradi. Si può vedere senza guardare, si può guardare senza osservare, si può osservare senza contemplare. C’è un vedere immediato ed ingenuo che si ferma alla superficie delle cose, c’è un vedere in profondità, la capacità di penetrare la cosa nei suoi vari strati fino a coglierne il significato più vero, almeno quello che noi riteniamo tale.
-Noi vediamo sempre le cose così come sono? Vediamo la “realtà reale” o un suo simulacro? Se è vero che vedere è percepire con gli occhi e formare una rappresentazione nella mente, allora quella che chiamiamo realtà è una nostra costruzione?
-È chiaro che è così, qualsiasi scienziato te lo può spiegare meglio di me. Aggiungiamo poi che quello che vediamo passa sempre attraverso il filtro dei nostri pregiudizi, conoscenze, convinzioni, ecc. Nel vedere la realtà là fuori noi mescoliamo anche la realtà dentro di noi. E spesso confondiamo i due piani del soggettivo e dell’oggettivo. Bisogna liberare la visione da questo intrico per renderla limpida e chiara. È un lavoro su di sé che deve diventare quotidiano.
-Ma esiste un vedere puro, non condizionato, che colga l’oggetto nella sua verità?
-Varie vie di meditazione offrono insegnamenti per imparare a vedere la realtà nei suoi vari strati, togliendo via via i veli che annebbiano la comprensione. Il vedere ingenuo deve diventare un conoscere che va oltre le apparenze. Non conta tanto avere una vista da aquila, quanto una consapevolezza pronta e lucida. Quando si scopre che vedere è innanzitutto un atto della nostra coscienza che “intenziona” la cosa per trovarne il senso, allora si accede a un livello superiore, il vedere non è più quello ordinario che si ferma al dato. L’attenzione che si focalizza su un oggetto particolare deve diventare una consapevolezza globale, panoramica, che include tutto in un “vedere” totale. Allora la folla di pregiudizi e preconcetti che oscurano la visione comincia a diradarsi. Alla luce di una coscienza più acuta gli ostacoli al “vedere” cadono uno ad uno, la polvere sullo specchio vola via e lo lascia più limpido.
-Il discorso si fa impegnativo, forse un po’ troppo difficile per me…
-Allora possiamo fare alcune osservazioni, solo per avviare una riflessione che farai per conto tuo con calma. Lasciamo l’occhio dell’anima di Platone e la visione delle essenze, ci concentriamo su un tema più definito: sei interessato alle opere d’arte di tipo visivo come dipinti, affreschi, ecc.?
-Certo, l’arte pittorica mi sembra un luogo privilegiato del vedere, inferiore solo agli spettacoli della natura, che sono insuperabili…
-Sono d’accordo. Ma anche chi guarda un’opera d’arte lo fa sempre in base alle proprie capacità, educazione, preparazione e intelligenza…
-E in base soprattutto alla propria sensibilità… Dunque anche in questo caso non è mai un vedere senza filtri e condizionamenti, per quanto positivi possano essere.
-Certo, ognuno vede quello che può vedere. In questo senso nell’opera d’arte ci sei sempre anche tu, ti rispecchi, vedi anche colui che vede, non solo l’intenzione dell’artista e il soggetto rappresentato. È un’alchimia complessa e misteriosa, ma intrigante come poche.
-Quello che vedi lì dentro quindi è sempre anche in qualche modo tuo. È un mondo nel mondo, un senso nel senso, come un gioco di matrioske…
-Guarda, è quello che accade anche nei rapporti con le persone, nel rapporto con il mondo e le cose. È sempre un gioco su diversi piani che si intersecano, dove una cosa è vera ma lo è anche l’altra e il suo opposto e tutto è vero e falso a un tempo…
-Sono un po’ confuso da questo paradosso, ma mi sembra comunque di intuire qualcosa, perlomeno la ricchezza e l’importanza che l’arte ha per noi…
-Prova a togliere l’arte dal mondo e vivrai in un arido deserto, ti priverai di una linfa vitale che nutre gli occhi, il cuore e la mente. Ciò che ci eleva dallo stato ferino, ciò che ci fa stare meglio, ciò che è una meraviglia alla nostra vista è già di per sé bellezza artistica. Come dicevi tu prima, la natura ci insegna, è l’Artista per eccellenza, noi uomini proviamo in qualche misura a riprodurre quell’incanto.
-Però non tutte le persone sanno apprezzare un dipinto o uno scenario naturale come si dovrebbe…
-Non c’è nessun “devo”, nessuna colpa, siamo sempre liberi di gradire o non gradire. Non è una cosa che si può forzare, la sensibilità si sviluppa pian piano. Chi non ci trova niente di interessante forse si è fermato a una prima impressione superficiale o non è abbastanza educato a osservare oppure è impedito da limiti personali. È riuscito a “vedere” l’opera d’arte fino ad un certo livello e non è stato capace di andare oltre. Oppure semplicemente apprezza altre cose, è contento così ed è tutta lì la faccenda.
-Dunque, qual è l’opera d’arte che ha valore?
-Quella che sa mettere in sintonia il tuo mondo con quello dell’artista. Questo vale per tutte le arti, perché con “vedere” intendiamo un “sentire” più vasto, fatto con tutto sé stessi, più simile a un momento di illuminazione della coscienza che a una riflessione sull’opera. Se l’artista è bravo riesce ad elevarti al suo livello di consapevolezza, fa in modo che il tuo sentire risuoni col suo, esattamente come accade quando due diapason della stessa frequenza si “rispondono”.
-Stiamo forse parlando di contemplazione, visione del trascendente?
-Non importa quali termini usiamo, basta chiarire il loro significato. Se con “trascendente” intendiamo la capacità di andare oltre l’aspetto puramente fisico ed esteriore della cosa per cogliere un senso più profondo, nascosto, immateriale, allora il suo uso è legittimo. Il movimento di trascendenza è tipico dell’umano, noi vogliamo sempre andare oltre il conosciuto, non possiamo fermarci a una descrizione intellettuale, per quanto sottile e ingegnosa. Vogliamo “vedere” nella cosa ciò che va oltre la cosa stessa.
-È questo il significato più profondo della parola vedere su cui ci stiamo interrogando?
-Come sempre qui entriamo in un campo dove le parole non sono più sufficienti a descrivere. Diciamo che questo è il significato di “vedere” che ci permette di ampliare la comprensione di una fondamentale esperienza di vita. Oltre questo c’è il misterioso fenomeno per cui noi siamo capaci di “vedere di vedere”, siamo consapevoli di percepire creando una distanza tra noi e il percepire stesso. Potremmo aggiungere che a un livello ancora più alto il vedere diventa senza centro, un vedere puro senza un “qualcuno” che vede. Ma non complichiamo oltre, questo è il capitolo per una prossima volta.
-Per oggi ho “visto” così tante cose che devo darmi tempo per assimilarle e capirle meglio. Ma toglimi una curiosità, in questo momento, tu cosa vedi?
–Vedo un dialogo che accade da sé tra due apparenti soggetti che cominciano pian piano a realizzare che il vedente e il visto alla fine sono una stessa, unica cosa.
2 giugno 2024