
173 La vera rinuncia
-A volte vorrei vivere una vita ritirata e monacale, di rinuncia, lontano dal frastuono di un mondo precipitato nell’insensatezza.
-Ti capisco, ma forse non è il frastuono il problema. Proviamo a esaminare più da vicino la questione. Noi siamo attratti dall’idea di rinuncia quando la vita si fa difficile, allora vorremmo dare un calcio al mondo e voltare le spalle a tutto per vivere in totale semplicità, liberi da obblighi e costrizioni, solitari come eremiti, magari in una grotta sull’Himalaya.
-È un’idea che mi affascina. Via da tutto, in totale libertà…
-Tutti prima o poi agogniamo a un gesto radicale di liberazione, a vivere senza i lacci che ci chiudono nella gabbia sociale, lontani dalla lotta che ci trasforma in aridi competitori, per trovare un luogo di quiete e la pace imperturbabile del saggio.
-Non è questa una vita desiderabile? È meglio quella frenetica della città? Che senso ha correre senza sosta, senza sapere perché e verso dove?
-Certo, una vita fatta solo di obblighi e fatica non è degna di un essere umano. Liberare se stessi è quindi un’idea giusta, ma non dobbiamo dimenticare gli altri. Ritirarsi dal mondo e isolarsi non deve essere un gesto egoistico. Uno spazio silenzioso di meditazione deve servire a capire chi siamo e cosa vogliamo, pronti però a ritornare nella giostra del mondo per dare una mano a chi ne ha bisogno.
-Quindi sei contro l’idea di sparire, ritirarsi e rinunciare a tutto?
-Non sono contro nulla, ciascuno fa le sue scelte e queste sono sempre personali e rispettabili. Mi limito ad alcune osservazioni che provengono dalla mia esperienza. Vivere in quella semplicità originaria, nudi come siamo venuti al mondo, si può rivelare un sogno chimerico. L’abito sociale è ormai incollato su di noi, ci lega alle convenzioni del vivere comune e ci condiziona, anche se siamo in un ritiro monacale. Alla fine il mondo te lo porti dentro. Puoi fuggire lontano mille miglia, ma le abitudini ti seguono come un’ombra e non è facile liberarsi dai problemi e dai meccanismi psicologici.
-Quindi l’idea di rinuncia è sciocca e velleitaria…
-No, non correre, diciamo che va rimodulata, ripensata per un mondo profondamente cambiato. E rimane valida anche la scelta della grotta sull’Himalaya, per chi la ritiene desiderabile.
-Come sempre succede, sento il bisogno di chiarire un po’ meglio il concetto di rinuncia…
-Sì, dobbiamo domandarci quale sia la vera rinuncia, perché ci sono molti modi di intenderla.
-È rinunciare a tutto quello che si ha? È fare come Diogene che viveva nudo in una botte?
-Non è difficile rinunciare alle cose esteriori, perché in fondo non ci appartengono, alla fine dei nostri giorni tutto ci sarà portato via, almeno tutto ciò che è provvisorio, non nostro. Diogene gettò la sua ciotola quando un bambino gli mostrò che si può bere con le mani. Ma non è questa la rinuncia più difficile, si può andare oltre, come lo stesso Diogene certamente sapeva.
-A cosa altro si può rinunciare?
-Non c’è solo la rinuncia alle cose esteriori, c’è anche la rinuncia alla proprietà interiore, a quello che ci identifica ed è fatto di memorie del passato, proiezioni nel futuro, brame e idiosincrasie, aspetti caratteriali, manie e circuiti nevrotici.
-Uhm, in effetti, se non si fa un po’ di pulizia, non si è rinunciato a granché. C’è tutto un mondo dentro di noi da cui liberarci…
-Sì, se il mondo esterno te lo porti dietro, quale isola deserta ti salverà? Sarà un cercare di fuggire da te stesso, dai problemi che sono incarnati nella tua personalità.
-Quindi anche gli eremiti che si ritirano sulle montagne possono portare con sé i propri problemi e magari non vivono così in pace come possiamo pensare…
-La pace è uno stato interiore stabile che non deriva dal togliere le cose esteriori. Queste forme di rinuncia sono illusorie. Se anche elimini i mobili, la televisione e il pappagallo impagliato rimani quello che sei. E con quello ti devi confrontare.
-Quindi è quella interiore la vera rinuncia?
-Sì, e se vuoi si può fare un passo ulteriore. Vera rinuncia è quella a ciò che ci appartiene più intimamente: il nostro io.
-Rinunciare all’io? Come faccio a rinunciare a me stesso? Capisco di dover abbandonare il mio passato, le mie passioni e i miei desideri, ma l’io è la mia identità fondamentale, toglierlo sarebbe come annullarsi.
-Certo, l’io non può essere facilmente eliminato dalla scena. Ma dobbiamo intenderci: qui non ci riferiamo all’io-coscienza che è ciò che noi veramente siamo, ma a quella sovrastruttura costruita nel tempo dalle abitudini e dalle memorie, che noi più propriamente chiamiamo “ego”.
-Eliminare l’ego vuol dire rinunciare all’ egoismo? È la rinuncia più radicale e profonda?
-Sì, è abbandonare ogni egocentrismo e ogni riferimento a sé. È rinunciare a quel mondo confuso e insensato che manteniamo dentro di noi. È lasciar cadere la maschera che ci siamo costruiti per difenderci nel mondo.
-Vivere nell’assenza di io è il modo di vivere del saggio? È la rinuncia finale?
-L’ego è una falsa costruzione, un coacervo di contraddizioni, ma è molto difficile abbandonarlo, perché bisogna innanzitutto riconoscerne l’esistenza. Quell’ego-io è la barriera tra noi e gli altri, tra noi e tutto ciò che esiste. È soprattutto la barriera che ci separa dalla nostra vera essenza.
-E una volta arrivati a questo, che ne sarà della nostra vita nel mondo? Perché dicevi che bisogna tornare lì di nuovo…
-Pensa, essere dei monaci nel bel mezzo della piazza del mercato, che cosa fantastica! Sarebbe un’esperienza unica, vivere in pace nell’occhio del ciclone, essere soli in mezzo alla folla, essere nel mondo senza appartenervi. In effetti noi siamo qui di passaggio, nulla rimarrà di ciò che avremo costruito, porteremo via solo ciò che saremo stati, il resto sarà polvere che vola.
-E le altre persone? Noteranno qualcosa e capiranno?
-Credo che nessuno se ne accorgerebbe, tranne qualche Diogene capitato da quelle parti. I segni della vera rinuncia sono la quiete interiore, la compostezza, la gentilezza, l’intelligenza, la saggezza e l’equilibrio. Le persone ancora prigioniere nel caos del mondo non avrebbero il tempo né la capacità di riconoscere chi ha fatto quella scelta.
-Dicevi all’inizio che non è il frastuono del mondo il problema…
-È il frastuono dentro di noi il problema reale. Se riusciamo a eliminare quello il rumore esterno non ci tocca più, il mondo diventa un gioco cui partecipare con animo lieto. E alla fine non rinunciamo a nulla di quello che conta, lasciamo cadere solo l’inutile e il superfluo. In questo senso, paradossalmente, non stiamo nemmeno rinunciando, perché tutto ciò che non ha valore non ci interessa più, non ci costa abbandonarlo. La pace che viviamo allora diventa pura saggezza, una conquista di inestimabile valore.
-Qual è la prima cosa cui potrei rinunciare?
-Questa nostra discussione. Non farne un peso da portarti dietro. Dopo avermi ascoltato rifletti e decidi per conto tuo. Rinuncia è anche questo: non aggrapparsi a un’autorità, avere fiducia in sé, far diventare tutto quello che si è una propria conquista.
30 aprile 2024