
160 Chi lo farà se non lo faccio io?
Ricordo quel giorno al ritiro di meditazione
nella comunità del maestro zen Bankei.
I discepoli erano in collera con un allievo
sorpreso in flagrante a rubare in cucina.
Non era la prima volta che accadeva
e la folla dei meditanti era in subbuglio.
Ma quando il fatto fu riferito a Bankei
con la richiesta di cacciare il reprobo
il maestro non disse una sola parola
e rimase calmo e sereno come sempre.
Anche io mi sentivo ferito e turbato,
la comunità seguiva una rigida regola,
non era ammessa una condotta indegna,
il gesto di quel fratello mi scandalizzava.
Ma ero al pari sorpreso dal mio maestro,
non comprendevo il suo atteggiamento,
il suo rifiuto di intervenire con fermezza
a stabilire il confine tra il bene e il male.
A quel tempo ero un discepolo zelante,
un difensore acerrimo della moralità,
non capivo di esser parte di un gruppo
di monaci presuntuosi e intolleranti.
Ma fu il maestro a riportarci sulla retta via
impartendo a tutti una memorabile lezione.
Di fronte alle nostre insistenti rimostranze
il maestro Bankei convocò l’intera comunità
e rivolgendosi ai presenti così parlò:
“Voi che siete dei discepoli obbedienti
sapete capire quello che è bene o no.
Ma questo fratello non è ancora capace
di distinguere ciò che è un bene o un male.
Ha bisogno ancora di un po’ di tempo
per comprendere quella differenza.
Chi glielo insegnerà, se non lo faccio io?
Chi lo farà se verrà cacciato via da qui?”
Adesso tutti noi ascoltavamo in silenzio,
qualcosa cominciava a sciogliersi in me…
“Voi potete andare a studiare altrove se ritenete,
potete cercare un insegnamento più adatto,
ma questo fratello non ha la vostra autonomia.
Quindi con pazienza gli insegnerò la dottrina,
lo terrò qui con me finché ne avrà bisogno,
anche se doveste andarvene tutti quanti!”
Il discepolo ascoltava il maestro col capo chino,
un fiume di lacrime scendeva sul suo volto.
Toccato da quel gesto di amore incondizionato
ogni impulso a rubare si era dileguato in lui
e il suo cuore sentiva una profonda pace,
una gratitudine che spazzava via ogni ombra.
E non solo il suo volto era rigato di lacrime,
noi tutti ascoltavamo Bankei a capo chino,
ciascuno di noi lasciato nudo con se stesso.
Lo confesso, in un attimo vidi la mia insipienza,
vidi tutta la mia violenza e il mio fanatismo.
Io, il perfetto discepolo della via del Buddha
che parlava ogni giorno di compassione
e recitava tutti i sutra del Dhammapada
e si gloriava di essere un esempio per gli altri,
quell’io era travolto e finalmente illuminato.
Una meditazione senza il calore del cuore,
una vita religiosa che si ferma alla lettera,
rimane solo un vacuo esercizio dell’intelletto,
una posa che nasconde il vuoto interiore.
Portar via un piatto di riso dalle cucine
non appare alla fine un fatto così grave.
È invece l’orgoglio spirituale la malattia,
l’errore più grande per un discepolo,
l’inganno più subdolo e arduo da estirpare.
Oggi sto cominciando finalmente a capire
che non stai seguendo la via del Buddha:
se giudichi gli altri senza sapere nulla di loro;
se fai che le Scritture rimangano lettera morta;
se parli della compassione senza conoscerla;
se ti crei l’immagine del perfetto discepolo
per accusare il mondo di ogni nefandezza.
Lo sguardo deve invece volgersi verso di te,
a demolire quella scorza impenetrabile,
quell’io arrogante che ti separa dagli altri.
Questa è oggi anche la mia domanda
quando incontro un altro essere umano:
Chi lo farà se non lo faccio io?
Chi potrà mai riconoscerlo nel suo valore
e vederlo nella sua unicità e bellezza
se nessuno lo ha mai davvero guardato?
Chi potrà mai accoglierlo, amarlo, aiutarlo
se lui è nel bisogno ed è lasciato solo?
Aiutare l’altro, ora lo so, è aiutare me stesso,
nulla e nessuno è separato in questo mondo.
Ora voglio vedere l’altro con gli occhi di Bankei,
con lo sguardo compassionevole del Buddha.
Sappi che nulla è paragonabile a questo,
perciò non farti ingannare dalle apparenze,
non fermarti alla superficie delle cose,
non perdere te stesso per un piatto di riso.
23 marzo 2024