
158 Sapere di non sapere, sapere di sapere
-Perché Socrate riteneva così importante il “sapere di non sapere”?
-Sapere di non sapere ovvero riconoscere la propria ignoranza era per Socrate il primo passo nella conoscenza. Dobbiamo innanzitutto togliere l’illusione, la rassicurante convinzione di conoscere con certezza il vero, il giusto, il buono.
-Tutti noi crediamo di sapere tante cose…
-Credere di sapere quando in realtà non si sa è facile e gratificante, ma è un autoinganno che impedisce la comprensione e rende chiusi e rigidi nel giudicare.
-Allora cosa significa “sapere”? È solo conoscere, essere informati, accumulare dati nella memoria?
-È la domanda giusta per cominciare un’indagine approfondita. Il vero sapere non è ripetizione o erudizione, è un apprendere vivo e dinamico, è una conquista personale, non è mai meccanico, non lo puoi rinchiudere in un libro o nella memoria. Non è conoscere solo con l’intelletto, è fare proprio un evento come fatto esperienziale.
-Quindi non basta leggere, studiare e informarsi per poter dire di conoscere?
-Questo è certamente indispensabile nel processo di crescita e di formazione intellettuale. Ma non basta perché sia il vero “sapere” di cui Socrate parlava.
-Che cosa manca dunque, l’esperienza concreta di ciò che si è appreso?
-Sì, l’intelletto rimane prigioniero della teoria se non c’è l’esperienza diretta del fenomeno. Solo osservando e toccando con mano si può davvero comprendere la realtà di un fatto. Esperire significa integrare la cosa non solo nella memoria, ma nel proprio essere. E dopo da lì non si toglierà più.
-Provo a fare un esempio: io posso sapere tutto sui gatti siamesi perché ho letto l’enciclopedia e ho raccolto tutte le informazioni possibili, ma la mia conoscenza rimane astratta. Solo quando ho a che fare con un gatto siamese reale capisco davvero che cosa è…
-Solo quando assaggio lo zucchero comprendo cosa è lo zucchero. Devo fare personale esperienza del mondo, altrimenti mi perdo in fantasie, mi illudo di conoscere mentre ho solo un’idea approssimativa o distorta dei fatti, accompagnata dalla convinzione chimerica di dominare la realtà.
-Vivere nella mente senza un radicamento nel mondo concreto è come vivere in sogno…
-È vivere da dormienti, cullandosi in un idealismo velleitario. È l’illusione, il non sapere che crede di sapere, l’ignoranza che costruisce castelli in aria e vive di fatti solo immaginati o desiderati. Una persona non vedente può benissimo imparare in astratto cosa sono i colori e mettersi a discettare su di essi, può dire che il rosso è il colore del fuoco, che è vivace e pieno di energia, può dire che il verde è diverso dal rosso, che è un colore riposante e fresco, ecc…
-…ma sarà sempre un parlare a vuoto, senza un fondamento reale, almeno per lui…
-Certo, ed è ciò che accade a tutti noi ogni giorno… Ma se al non vedente viene restituita la vista, allora può dire di conoscere i colori, di sapere davvero che cosa sono.
-Immagino quel momento… Deve essere qualcosa di incredibile, fantastico, commovente. È l’aprirsi di un mondo sconosciuto…
-È quello che accade sempre quando veramente conosciamo: un brivido, uno stupore, una gioia, un senso di chiarezza e di meraviglia. È un momento di illuminazione: Ah! adesso ho capito, questa è la cosa… E nasce un sentimento di gratitudine.
-Io quindi prima parlavo per sentito dire, adesso so di cosa parlo e non c’è bisogno che qualcuno mi guidi…
-E in più sono libero di vedere quali sensazioni la cosa mi provoca e decidere il suo significato. È un cammino di libertà, è vivere non condizionati, capaci di guardare ai fatti reali, in cerca della propria verità.
-Ma tutto quello che avevi imparato prima non ha più alcun valore?
-No affatto, anzi quello che hai scoperto richiama ciò che avevi appreso come teoria e gli dà verità e pieno significato.
-Dunque, se ho conosciuto un’amicizia vera e disinteressata ora posso capire le tante cose che avevo letto a quel proposito ma che erano rimaste belle parole sulla carta.
-Sì, quelle che sembravano solo frasi poetiche o filosofiche acquistano un senso nuovo. Torni a quello che avevi letto o sentito da altri e lo riconosci come un fatto, ora sai che l’esperienza che stai vivendo è proprio quella cosa. È un momento importante. La rappresentazione mentale è divenuta un’esperienza reale. Hai portato dentro di te quello che hai visto nel mondo esterno facendolo incontrare con la tua intelligenza per farne un’esperienza significativa, un “sapere”. È quello che fa ogni persona che ricerca con serietà.
-A quel punto sei andato oltre il “sapere di non sapere”…
-Sì, allora puoi dire di “sapere di sapere”, almeno per quello che riguarda la tua certezza soggettiva nel tuo rapporto col mondo.
-La stessa cosa immagino valga soprattutto per la conoscenza di sé…
-Certo, quello è il fine cui ci spinge Socrate. Ma la sua lezione è chiara: se vuoi conoscere te stesso non puoi fermarti a quello che hai appreso dagli altri, devi fare un’esperienza che sia una tua libera scelta, una conquista personale. Puoi prendere spunto da qualcosa che hai letto o sentito, puoi ascoltare un maestro, poi però devi mettere tutto da parte e continuare la tua ricerca da solo, sul campo. Ti devi buttare nella vita e sentirla sulla tua carne mettendo in gioco emozioni e sensazioni, intelletto e intuizione, osservazione e riflessione. Tutto allora acquista significato e non rimane un sapere libresco. La vita ti viene incontro con tutta la sua forza e bellezza. E tu impari in ogni circostanza a dare senso alle cose. Solo così puoi sperare di essere una coscienza vigile e non un lieto sognatore avulso dalla realtà.
20 marzo 2024