
156 Sulla via di Ermete
Fu con grande emozione ed entusiasmo
che Ficino si chinò su quelle carte ingiallite.
Un’antica sapienza affiorava dai fogli
vergati nei caratteri dell’idioma ellenico.
E mentre l’occhio correva anelante
a frugare tra i sensi delle parole,
una Conoscenza di tempi lontani
veniva ad accendere la mente curiosa.
Si favoleggiava da lunghe età
della perduta tradizione di Ermete,
il Trismegisto “tre volte grandissimo”,
padre di ogni religione e filosofia,
mitico custode degli antichi Misteri.
Come lo scrigno di un prezioso tesoro
scoperto dopo una inesausta ricerca
gli scritti di Ermete erano alla fine lì,
pronti per essere tradotti e studiati.
Le dita di Ficino toccavano le pagine
con la delicatezza di un cuore riverente,
mentre l’antica dottrina si dischiudeva
e illuminava la mente avida di sapere.
Ermete parlava da un luogo lontano,
dalla leggendaria civiltà dell’Egitto,
con parole di un sapere originario,
arduo ed enigmatico, ma fascinoso
per l’anima consacrata alla ricerca.
Così si pronunciava il Sapiente
ricordando le parole del Pimandro:
l’Essere supremo, eterno e illimitato,
al di là di spazio, tempo e pensiero,
generò da sé un divino Creatore
e da quello tutto l’universo conosciuto,
confinato nell’ordine della causalità.
Fu poi generato un figlio, l’Uomo,
un androgino dotato di intelligenza,
racchiuso in un corpo materiale,
diviso per la sua duplice natura
nei due generi di maschio e femmina.
L’uomo aveva una straordinaria facoltà,
possedeva una viva intelligenza
ed era un essere dotato di coscienza,
capace dunque di indagare su se stesso
e riconoscere la propria vera natura.
Al termine di un lungo percorso spirituale,
superati i desideri per le cose materiali,
risvegliato il ricordo delle proprie origini,
l’Iniziato giungeva alla meta agognata:
il mondo e il corpo non lo incatenavano più,
ora era un’anima liberata, una con l’Uno,
cosciente di essere la Mente universale,
la stessa consapevolezza del Supremo.
La via di Ermete era quella del Risvegliato,
di chi vede il cosmo come un’illusione
e vive in uno stato che non conosce la morte
perché sa di essere sempre uno con il divino.
Furono i grandi umanisti del Rinascimento
a riportare alla luce quella sapienza antica.
Essi capirono l’importanza di rinvenire
la radice originaria di tutte le filosofie
e la trovarono nel pensiero di Ermete,
in un favoloso passato intriso di mito.
La Sapienza era vista come un fiume
diviso in mille rami ma di un’unica fonte,
una sorgente prima, pura e inesauribile,
nata nelle brume della notte dei tempi.
All’uomo era assegnato un compito,
il più arduo, il più nobile e glorioso:
essere la scintilla divina che conosce
e vive nel mondo in piena coscienza,
destinata ad apprezzare la Bellezza
e vedere la magnificenza ovunque.
Era il destino del microcosmo umano
dotato di intelligenza e di libera volontà:
essere il mediatore tra il cielo e la terra,
“copula mundi” tra le sostanze del Creato,
essere il figlio creatore di un dio creatore,
artefice di se stesso e della propria salvezza.
7 marzo 2024