
52 Giustizia per Carneade
-Chi era costui?
-Si chiamava Carneade, il filosofo scolarca della Nuova Accademia. Giunto a Roma in ambasceria, tenne un famoso discorso sulla Giustizia. La popolazione era curiosa e accorse eccitata e numerosa all’evento.
-Qual era la sua filosofia?
-Come altri filosofi del tempo pensava che nella realtà contingente non è
possibile trovare la verità delle cose che sono in costante mutamento, perché sensi e intelletto si confondono lasciandoci nel pantano del dubbio. Nulla, egli affermava, è in sé stesso vero o falso, bello o brutto, buono o cattivo, tutto dipende dalle umane convenzioni che stabiliscono il merito delle cose. Le stesse filosofie sempre in lotta fra loro, diceva Carneade, lo dimostrano: tante visioni del mondo si scontrano e non c’è modo di stabilire la migliore, né è possibile giungere ad un accordo su un criterio universale di verità.
-Era quindi uno scettico radicale? Predicava di ritirarsi dal mondo?
-No, non si spingeva fino al punto di insegnare l’epochè e l’afasia. Per lui
rimaneva la possibilità di seguire il ragionevole e il probabile, rinunciando però all’idea di una conoscenza certa e assoluta, sapienza che non può mai essere degli uomini per le loro limitate facoltà.
-Quindi come poteva Carneade fare un discorso “vero” sulla giustizia? Avrà potuto solo esprimere una posizione personale, un’opinione tra le tante…
-Ecco, proprio qui troviamo la geniale mossa di questo singolare filosofo.
Ovviamente anche la giustizia era per lui un fatto dipendente dalle tradizioni. Non si potrà mai trovare un criterio universale che dirima il giusto e l’ingiusto: usi e costumi dei popoli produrranno risposte diverse e spesso contraddittorie. Carneade in effetti non era venuto a Roma per insegnare cosa fosse la giustizia. Per quanto acclamato e atteso con entusiasmo non aveva viaggiato da Atene per esporre una dottrina e persuadere la folla e guadagnarne l’applauso.
-Il fatto che tenesse un discorso pubblico poteva farlo pensare…
-Così in effetti sembrò il primo giorno quando parlò per la prima volta. In realtà egli creò una situazione che lasciò i Romani sorpresi e disorientati.
-La cosa si fa interessante…
-Sì, ora capirai che Carneade non è stato quel personaggio scolorito, una specie di ‘filosofo per caso’ come ancora oggi spesso si crede. Nel primo discorso egli si espresse nel modo che tutti si aspettavano: con parole forbite e un’eloquenza impareggiabile esaltò la Giustizia, dicendo che solo essa in quanto legge universale permette la convivenza civile. La folla applaudì euforica, soddisfatta per quelle parole così alte e convincenti. Carneade era ormai diventato la nuova star filosofica di quei giorni, tutti parlavano di lui e lo ammiravano come maestro di sapienza. Ma il vero piano che aveva in mente non era ancora concluso, mancava ancora la seconda parte dell’opera, la più importante.
-Vediamo se indovino quello che Carneade stava preparando: in quella conferenza non aveva espresso le sue vera concezione filosofica, non erano quelle le sue idee sulla giustizia, come prima mi spiegavi. Quindi forse stava creando un sottile gioco filosofico, una sorpresa, però non riesco a immaginare quale potesse essere davvero…
-Qui comincia la parte più seria e divertente di quella situazione, perché evidentemente Carneade era anche grande uomo di spirito oltre che
capace di dare ad ogni evento un profondo significato filosofico. Quando alcuni giorni dopo si presentò di nuovo al pubblico romano fece un discorso che capovolgeva completamente le posizioni della prima conferenza. Di fronte ad una folla sconcertata affermò che la giustizia è una chimera, perché essa, variando in base ai tempi e alle culture dei popoli, è sempre diversa e indeterminabile, e non potrà mai essere legge universale. Inoltre aggiunse che la giustizia è e sarà sempre in contrasto con la saggezza: su questo punto, con un’argomentazione ancora più audace e scandalosa, Carneade affermò che se i Romani avessero voluto praticare davvero la giustizia, avrebbero dovuto restituire agli altri popoli ciò che avevano sottratto con le armi, tornando a casa in povertà. Ma in tal caso essi sarebbero stati per nulla saggi, il che dimostrava che saggezza e giustizia non possono mai andare insieme.
-Coraggioso il nostro filosofo! Poteva godersi il successo ottenuto, poteva tornare ad Atene come un Greco vincitore, lodato e ricoperto di allori. Ora capisco che era un pensatore intelligente e acuto, per nulla banale, e riesco forse ad intravedere qual era lo scopo di tutta la sua messinscena…
-Certo la sua intenzione non era semplicemente quella di suscitare scalpore e di scioccare i Romani con la recita di uno stupido scherzo sofistico. Carneade non era in cerca di fama, seguiva invece il suo spirito di filosofo, voleva far capire una cosa importante a chi era venuto alle sue conferenze: bisogna essere capaci di pensare in autonomia usando il proprio intelletto, senza lasciarsi ammaliare dai discorsi per quanto raffinati ed eleganti. Dobbiamo liberarci dai dogmi e dalle facili credenze accettate per pigrizia, vedendo come le convinzioni derivino spesso solo dalla suggestione delle parole. Questo era il suo insegnamento: sii una luce a te stesso, esci dalla massa plaudente, se ho detto cose contraddittorie nelle mie conferenze e ora ti senti confuso questo è un bene, vivi questo momento di incertezza per trovare la tua risposta. Solo questo ti libererà e in futuro non darai così facilmente il tuo assenso agli altri, prima vorrai vagliare le cose e seguire la tua idea anche senza il consenso generale.
-Quale fu alla fine la reazione dei Romani, capirono il suo vero messaggio?
-Come sempre accade, la massa non capì quello che Carneade stavo offrendo, però possiamo pensare che qualche individuo in mezzo a quella folla comprese e fece di quel prezioso insegnamento di libertà una guida per la propria vita.
-Allora forse possiamo rispondere così alla mia domanda iniziale: Chi era costui? …Era un grande filosofo che ha dato all’umanità uno degli insegnamenti più nobili, qualcosa che dopo più di duemila anni è ancora un patrimonio intellettuale inestimabile.
-Un insegnamento trasmesso non con teorie, ma con una situazione esemplare, non con l’autorità dell’uomo in cattedra, ma con l’umiltà e lo spirito di un grande pensatore, quel Carneade che, dimentico di sé, ha vissuto con animo libero al servizio dell’umanità.
16 settembre 2022