Filosofia oltre il Confine

Per gli amanti della Filosofia


141 Se due diventano uno

-“Conosci te stesso”… Faccio mio questo antico motto, ma il problema è: come e cosa devo fare?
-Devi solo fermarti e guardare. Vedere te stesso è conoscere te stesso. Non devi “fare” nulla, perché il fare è tensione, è puntare a un risultato. Fare è sempre un movimento per qualcosa, diretto a un ‘dopo’. E se tu ti proietti in un futuro non sei qui ora e non puoi vedere quello che sei. Rimani rilassato e silenzioso, non muoverti da qui sporgendoti in un altrove, osserva con totale attenzione. Questa è la via.
-Quindi devo rinunciare a ogni tipo di azione…
-Non fare non vuol dire solo non agire. È anche rimanere al di qua di pensieri ed emozioni. In uno spazio vuoto dove solo l’attenzione consapevole rimane.
-Spiegami meglio…
-Dallo strato esterno più superficiale ti muovi verso l’interno. Dai sensi e dalle sensazioni distraenti ti ritiri in te stesso. Nello spazio interiore c’è quiete, ma ancora non basta. Devi ritirarti da tutto: dalle emozioni, osservandole come non tue, poiché vanno e vengono e quindi non ti appartengono; dai pensieri, osservandoli come non tuoi, poiché vanno e vengono e quindi anch’essi non ti appartengono.
-I pensieri e le emozioni che provo non sono miei?
-Guarda da dove vengono, scava a fondo e vedrai che è proprio così. Sono abitudini acquisite, moti istintivi, meccanismi inconsci, idee che vengono dall’educazione e da una particolare cultura. Pensiamo pensieri già pensati dall’umanità infinite volte. Anche quelli che sembrano nuovi nascono da quelli precedenti in una catena senza fine.
-E poi, una volta che ne hai preso le distanze?
-Devi arrivare al centro di te dove semplicemente esisti, dove la coscienza-consapevolezza è pura e luminosa. Lì hai la prima percezione chiara di ciò che sei veramente.
-Che tecnica si deve usare?
-Il senso di esistere non può essere insegnato, non è una tecnica, una pratica, non è un metodo. Io so di esistere… punto. Chi me lo deve dimostrare? È la cosa più naturale del mondo, quindi non ha bisogno di essere appresa. Al tempo stesso, proprio perché è la cosa più ovvia e immediata, è molto difficile da realizzare.
-È vero, accade spesso che ti sfugga la cosa che hai sotto gli occhi. Cerchi affannato gli occhiali che hai sul naso…
-Siamo condizionati fin da piccoli a guardare fuori, non sappiamo più guardare dentro.
-È quello che viene chiamato meditazione?
-Se vogliamo proprio darle un nome… Ma detto così sembra una tecnica, quindi di nuovo un fare… e siamo daccapo nella contraddizione.
-Non riesco a capire come si può meditare senza che ci sia un “fare qualcosa”…
-La vera meditazione non è un aggiungere, è un togliere tutto, spogliarsi di ogni cosa. È come lo sfogliarsi di una cipolla.
-Sì, ma alla fine al centro della cipolla non c’è nulla, ciò significa che non rimane più niente di noi…
-Non rimane più niente a livello di forma, qualità e descrizioni. Rimane uno stato dell’essere. In realtà non è neanche esatto dire che rimane, è uno stato che c’era già, era da sempre lì, non si raggiunge e non si conquista.
-Una sorta di vuoto comunque simile al nulla.
-La nuda coscienza come tale può apparire vuota, ma non lo è in realtà. È l’essere puro senza qualificazioni, cioè senza limitazioni. È come lo schermo vuoto su cui può apparire qualsiasi immagine. È un assoluto che non dipende, non ha causa o scopi, è non condizionato, non generato, libero e cosciente di sé.
-Ehi, questa mi sembra la definizione dell’essere divino!
-Lasciamo anche qui categorie ed etichette che ci riportano nel mondo del fare. Puntiamo al puro e semplice esistere. Il resto si rivelerà da sé, senza sforzo.
-Ma come faccio a non fare se devo fare qualcosa per…
-Capisco la difficoltà di addentrarti in questo cammino. Comincia a osservarti quando fai o senti o pensi e lascia cadere il tutto, come un castello di carte. E riportati qui di nuovo e di nuovo, senza arrenderti, finché ti sarai liberato di tutto… Non sarà un processo breve perché dovrai sciogliere vecchie incrostazioni fatte di abitudini, paure, desideri, circuiti emotivi e di pensiero.
-E che ne sarà delle mie facoltà? E delle mie capacità di raziocinio?
-Non preoccuparti, non perderai affatto la capacità di pensare, anzi avrai maggiore chiarezza perché diminuirà la confusione mentale. Non ci sarà l’ansia di fare, conoscere, conquistare, ottenere, che è ciò che ti allontana da te.
-Spiegami ancora questo punto…
-Cosa succede se un soldato è convinto di essere la sua armatura?
-Beh, direi che guarda alla superficie di se stesso, crede di essere ciò che non è.
-Appunto, e se si toglie l’armatura? Si conoscerà meglio, giusto? Ma per togliere il vestito con cui ti sei identificato non è necessaria l’azione concreta. Basta la comprensione di non essere il vestito.
-Dunque, arrivato al nucleo di te hai scoperto chi sei… ma così non sei più tu, non hai più nulla che ti distingua come individuo…
-Infatti, in quel centro di coscienza sei oltre l’individualità. Sei anche oltre lo spazio e il tempo, eppure sei tu, un “io” più grande, non limitato da nulla e pienamente consapevole di sé.
-E gli altri io esistenti nel mondo che fine fanno?
-Quando arrivano a realizzare se stessi si trovano anche loro lì, nello stesso stato di consapevolezza, nell’essere vero, unico e reale.
-Ancora non capisco…
-È chiaro che stiamo usando un linguaggio figurato e limitato, perché quando si parla di coscienza non ci sono un qui o un lì, un realizzare o un raggiungere, né qualità o quantità. Per noi è come cercare di descrivere i colori dell’ultravioletto di cui non abbiamo alcuna percezione.
-Le parole non sono mai l’esperienza reale, lo sappiamo…
-Ma dobbiamo provare comunque a dire qualcosa: chi raggiunge quello stato non è un’altra coscienza, ma la medesima, unica Coscienza che si riconosce in un’altra forma. Non ci sono mai state in realtà due o più coscienze.
-Questo mi sconvolge… allora è vero che in essenza siamo tutti Uno?
-Non è quello che dicono tutte le vie della meditazione? Non si tratta solo di una metafora poetica. È il fatto più vero, reale e direi davvero… sconvolgente.
-Ma per il Realizzato che ha conosciuto sé stesso la forma esteriore rimane comunque…
-Sì, sarà ancora il suo veicolo per vivere nel mondo e comunicare. Ma le forme esteriori non potranno più ingannarlo. E in quello stato di esistenza sarà in contatto con gli altri oltre la forma, oltre le parole, oltre ogni barriera fisica e mentale.
-Una sorta di comunione…
-Se vogliamo usare questa parola impegnativa… È come per due amanti che diventano uno nello spazio interiore dove possono incontrarsi e fondersi.
-Conoscere se stessi e amare il mondo sono quindi la stessa cosa?
-Non può essere altrimenti, si diventa amanti del mondo, amanti di tutto ciò che esiste.
-E si ama anche se stessi…
-Certo, abbiamo detto che cadono tutti i confini, quindi tutte le distinzioni tra sé e l’altro si dissolvono.
-Allora il Realizzato non potrà mai far del male, essendo consapevole di essere ogni cosa.
-Come tratti questa mano se sai con certezza che è la tua?
-Capisco, in questa comprensione ogni violenza è eliminata alla radice…
-Sì, così vive il Realizzato. Quando agisce, il suo è un “fare” spontaneo, più simile a un non-fare e all’amare senza condizioni, che nasce dalla consapevolezza di essere il tutto. È un vivere in pace, in equilibrio, in armonia con ogni cosa, in unità con tutta l’esistenza.
-Voglio concludere il nostro dialogo con una provocazione… Se noi siamo tutti uno, perché siamo qui a parlare in due?
-(Ridendo) Questo è quello che appare a te… perché guardi quello che accade dal punto di vista del fare, che ti proietta subito nella mente e porta a separare le cose.
-Ma in questo momento non stai anche tu usando la mente?
-Proprio così, l’hai detto, sto usando la mia mente, ma so di non essere la mia mente. Se non mi identifico in ciò che non sono e guardo a ciò che accade dallo stato di pura coscienza non vedo più due persone qui…
È solo così che posso dire di conoscere me stesso.
16 ottobre 2023

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